Numero 8 (primavera 2015) | Teorie

L’italiano sulla difensiva

UNA PREMESSA ALL’ANALISI LINGUISTICA COMPARATIVA DI ROMANZI ITALIANI E ROMANZI TRADOTTI

di Tim Parks

Questo studio cerca di dare risposte ad alcune domande emerse in trent’anni di scrittura, traduzione e insegnamento. In particolare, mi hanno sempre affascinato i problemi posti dalla traduzione all’esercizio della scrittura – come si fa a scrivere bene quando si traduce? – oppure, per dirlo in un altro modo, mi sono spesso chiesto quale sia la natura, lo status della prosa in cui si scrive quando si traduce. Lo scrittore, che sia un romanziere o un saggista, si preoccupa soprattutto di sviluppare la sua narrazione o la sua tesi, presta attenzione al tono e al registro della propria scrittura, al giusto approccio che consentirà al contenuto di emergere nel modo in cui lo ha immaginato lui. Non si sofferma molto a pensare quale uso sia “corretto” e quale no; sa benissimo se sta usando la lingua in maniera convenzionale o meno, nel qual caso, di nuovo, capisce istintivamente qual è la sua posizione in rapporto allo standard.

Diverso è il caso del traduttore: per lui, l’originale a cui deve ispirarsi è anche il principale ostacolo alla propria scrittura, dal momento che il materiale espresso nell’originale segue schemi e strategie estranei alla lingua traducente. Al traduttore spetta il compito di valutare lo stile dell’originale, la complessa combinazione interna di usi e stilemi, e anche di capire dove si pone quello stile all’interno della costellazione di stili possibili nella cultura in cui è stato creato; perché, naturalmente, certi aspetti dello stile di un testo hanno senso solo in quanto si intersecano con certe aspettative. Detto ciò, c’è da chiedersi se questo stile e questo particolare rapporto con il più ampio contesto possano essere ricreati nella propria lingua e cultura. Pertanto, quando un traduttore si mette all’opera, si instaura una tensione tra il desiderio di conservare tutto ciò che è caratteristico del testo originale e il desiderio di non rinunciare a una certa fluidità e naturalezza nella propria lingua, per evitare che il lettore si irriti costantemente nel percepire il lavorio del processo traduttivo.

Così, inevitabilmente, il traduttore è iperconsapevole dei problemi legati alla correttezza e alle convenzioni linguistiche, mentre lo scrittore, soprattutto nella modernità, di solito si considera un arbitro delle convenzioni, e spesso allontanarsi dalla correttezza può giocare a suo favore. Ne consegue, ed è quasi un luogo comune, che la maggior parte delle traduzioni, persino le più accurate, sono riconoscibili come tali, al punto che spesso si usano termini come “traduttese” per indicare il tipo di lingua che di frequente si ritrova nelle traduzioni, una lingua ‘corretta’, forse, ma priva della fluidità e della coerenza interna di un testo ‘originale’.

Allora, ci si chiede, le differenze tra un testo, poniamo, scritto in italiano e uno simile tradotto in italiano, sono ‘standard’? Possiamo prevederle, individuarle, quantificarle? Di certo, per chi da anni analizza le traduzioni e insegna a tradurre, è evidente che alcune strategie sono estremamente comuni, un po’ perché spesso si ripresentano gli stessi problemi, un po’ perché, e questo forse è l’aspetto più interessante, c’è una certa somiglianza tra le persone che scelgono la carriera del traduttore. Ad ogni modo, sin dalla metà degli anni novanta, ho iniziato a chiedermi se fosse possibile verificare statisticamente queste presunte differenze stilistiche analizzando un corpus di testi scritti in italiano e uno di testi tradotti in italiano. Cercavo soprattutto la rassicurazione di vedere confermate certe mie intuizioni dal peso schiacciante dei numeri, una conferma che una lettura attenta da sola non può dare.

Passavano gli anni, ma non riuscivo a riunire un gruppo di ricercatori con le competenze necessarie per condurre lo studio. Altri accademici iniziavano a pubblicare ricerche che tendenzialmente confermavano le mie supposizioni, ma nessuno, per quanto ne sapevo io, aveva usato un corpus di testi narrativi. Intanto, nel corso degli anni novanta e dei primi anni zero, il mondo, e non solo quello della narrativa e della traduzione, si andava trasformando, il che sollevava un secondo e più ambizioso interrogativo. I critici italiani lamentano sempre di più un presunto declino nel modo in cui la lingua è usata da parlanti e scrittori nativi, e in particolare dalla nuova generazione di romanzieri. Allo stesso tempo, la globalizzazione incoraggia la produzione di un numero sempre maggiore di traduzioni dall’inglese all’italiano, e c’è ormai una consapevolezza diffusa dell’impennata nel ricorso ai prestiti dall’inglese a livello del parlato e dello scritto; in generale, è evidente che il peso specifico di queste due lingue nel contesto globale sta cambiando, e la bilancia pende a favore dell’inglese.

Com’è noto, questi fenomeni sono difficili da isolare e ogni idea su quale sia esattamente il motore di ogni singolo cambiamento, per quanto affascinante, è poco più che una speculazione. Eppure, sembrava esserci almeno una questione interessante che poteva prestarsi a uno studio e a un’analisi seria: ammesso che si possano stabilire, statisticamente, delle differenze nella presenza di una certa gamma di stilemi e di usi in testi tradotti e in testi scritti direttamente in italiano, sarebbe possibile poi osservare se quella differenza, o quell’insieme di differenze, cambiano nel tempo? Cioè, il rapporto tra testi tradotti e testi scritti in italiano è stabile, dipende semplicemente dalla natura delle due lingue, o è soggetto al cambiamento? In quest’ultimo caso, la natura del cambiamento ci dice qualcosa sulla letteratura italiana contemporanea o su come è percepito l’atto del tradurre, su quale funzione si ritiene che rivesta la traduzione nell’insieme della letteratura disponibile in lingua italiana?

Nel 2011, nell’ambito di un più ampio progetto su letteratura e globalizzazione finanziato dall’Università Iulm di Milano, due dottorandi, Francesco Laurenti ed Eleonora Gallitelli (oggi ormai entrambi dottori di ricerca), hanno iniziato a costruire il corpus necessario per condurre uno studio di questo tipo, a identificare alcuni parametri che potessero essere utilmente investigati e a cercare di capire esattamente come farlo, con quale software e così via. L’articolo che segue (e che è una versione ampiamente rivista di quella già presentata su «Letteratura e letterature » n. 8. 2014, pp. 13-33) fornisce i dettagli di questa prima fase e i risultati che alla fine sono emersi dallo studio. Vorrei qui anticipare uno o due risultati e concedermi il tipo di riflessioni e di congetture che non sembrava appropriato includere nella presentazione della ricerca.

In generale, anche se il nostro corpus di trenta romanzi non può propriamente “comprovare” una tendenza al di là di ogni ragionevole dubbio, se si considerano i risultati di tutti i parametri presi nel loro insieme si nota una configurazione precisa e convincente, che però non coincide del tutto con le nostre previsioni originarie. Chi leggerà l’articolo senz’altro si soffermerà sulle cifre e trarrà le proprie conclusioni, ma essenzialmente possiamo dire che mentre c’è una grande differenza nei tratti linguistici dei dieci romanzi italiani pubblicati nei primi decenni del Novecento e dei dieci pubblicati dopo il 1989 (una notevole riduzione nell’uso del congiuntivo e del passato remoto, un accorciamento delle frasi, un aumento dell’uso del progressivo, etc.), il cambiamento è minimo nella lingua dei dieci romanzi dall’inglese tradotti nel primo periodo e dei dieci tradotti dopo il 1989. Talvolta quest’assenza di cambiamento avvicina le traduzioni moderne al tipo di testi scritti in italiano – è questo il caso, per esempio, della lunghezza della frase – ma più spesso, e in tutti i parametri impiegati di solito per misurare la “correttezza” (primo tra tutti il congiuntivo, naturalmente), quest’assenza di cambiamento fa sembrare le traduzioni di gran lunga più conservatrici rispetto ai testi scritti dai romanzieri italiani contemporanei; è come se, mentre i romanzieri si liberano dalle vecchie costrizioni ed esplorano le nuove possibilità della lingua, anche a rischio di sembrare rozzi o semplicistici, le traduzioni rendono testi moderni americani, inglesi e postcoloniali, anche testi avventurosi, in un italiano convenzionalmente “corretto”. Se le traduzioni mostrano dei cambiamenti, questi di solito sono relativi a parametri che non vengono considerati “spie” dell’italiano corretto, per esempio il progressivo. Molto più comune in inglese che in italiano, l’uso del progressivo, infatti, è aumentato notevolmente sia nei testi scritti in italiano che in quelli tradotti dall’inglese in italiano. Sembra quindi che, dove non percepiscono problemi di correttezza, i traduttori sono più aperti all’“interferenza” dall’inglese, o forse più disposti ad accettare quella che è diventata una tendenza nell’uso italiano moderno.

Lo studio qui illustrato si basa su nove parametri e ha prodotto molti risultati affascinanti, che qui non voglio anticipare nel dettaglio. Vorrei soltanto soffermarmi, in conclusione, su questo paradosso: è in traduzione che oggi è più probabile trovare l’italiano tanto lodato e incensato della tradizione letteraria nazionale. L’apertura alla globalizzazione, la disponibilità a leggere un grandissimo numero di romanzi tradotti (nel caso dei romanzi oggi si pubblicano più traduzioni che testi scritti in italiano) ha offerto anche l’opportunità di consolidare, proprio attraverso la traduzione, uno stile letterario che oggi sta cadendo in disuso presso gli stessi italiani. Al contempo, anche se questo non era un problema che nella ricerca ci si proponeva di affrontare direttamente, i cambiamenti negli usi linguistici adottati nella narrativa italiana contemporanea identificati nello studio sono in linea con gli sviluppi riscontrati in tutta Europa e nei paesi anglofoni: c’è una tendenza costante a una maggiore linearità, meno subordinate relative, frasi più brevi e via dicendo, con il risultato che i testi scritti da alcuni italiani contemporanei – si pensi ad Ammaniti o a De Carlo – sembrano più vicini per lingua e stile a molti romanzi originali inglesi che non alle traduzioni italiane di quelle stesse opere.

Così le traduzioni, indipendentemente dal loro contenuto, diventano, a livello linguistico, strumenti di rassicurazione e conservazione, consolidando una forma di espressione convenzionale. Se volessimo proseguire con le congetture, accogliendo una riflessione di Stefano Arduini, con cui ho discusso questi risultati, sarebbe possibile ipotizzare che proprio la paura, spesso palesata, di essere sopraffatti dai testi scritti in inglese, la preoccupazione nel vedere autori italiani contemporanei abbandonare l’italiano letterario del passato e, più in generale, la percezione che la cultura italiana, la letteratura italiana, sia oggi necessariamente sulla difensiva, rendano difficile per i traduttori optare per una traduzione più avventurosa; perché una traduzione avventurosa richiede una cultura nazionale forte entro cui possa avere senso stabilire una posizione diversa, senza che la cultura stessa ne sia minacciata. Al contrario, quella che vediamo qui è una risposta collettiva e istintiva a difesa di una forma e di uno stile che un giorno forse esisterà solo o in primis in traduzioni di testi scritti proprio nella lingua che è vista come una minaccia alla sua esistenza.

Ma queste sono solo congetture. Che siano i lettori a riflettere sui risultati della ricerca e a trarre le proprie conclusioni.

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