Numero 8 (primavera 2015) | Studi e ricerche

Romanzi italiani e romanzi tradotti dall’inglese

ANALISI LINGUISTICA COMPARATIVA DI UN CORPUS DIACRONICO

di Eleonora Gallitelli, Francesco Laurenti e Tim Parks

Nei commenti impressionistici sulla lingua d’oggi che si leggono spesso sui giornali o sul web, tratti generali come la lunghezza della frase, la ricchezza lessicale o la complessità sintattica, insieme all’uso di modi e tempi verbali quali congiuntivo e passato remoto o di forme pronominali, vengono considerati spie o marcatori di una lingua e di uno stile più o meno complessi e raffinati, e in un certo senso a rischio di estinzione. In particolare si lamenta un progressivo “impoverimento” della lingua, del quale spesso si dà la colpa alle traduzioni (per tutti, si veda la riflessione del comparatista Giglioli 2011: «la lingua comune, il linguaggio verbale, l’idioma nazionale, si è drammaticamente impoverito»).

Per appurare se queste impressioni rispecchino o meno la realtà, abbiamo pensato di avviare uno studio pilota che ponesse a confronto l’uso di alcune forme linguistiche concorrenti in romanzi nati direttamente in lingua italiana e romanzi tradotti dall’inglese. I testi sono stati scelti da tre diverse fasi cronologiche nell’arco degli ultimi centotrenta anni, assunte come coagulo di momenti dell’evoluzione linguistica: anni 1870-1910 (quindi grosso modo dall’Unità alla prima guerra mondiale); anni 1930-1970 (dal «decennio delle traduzioni» al consolidamento dell’editoria di massa); anni 1989-2011 (la contemporaneità). Abbiamo così costruito un corpus composto da sei gruppi di testi in formato elettronico comprendenti dieci romanzi italiani e dieci romanzi tradotti dall’inglese per ciascuna fase cronologica considerata. Si rimanda alla bibliografia per i titoli del corpus.

Per avere un’ampia gamma di stili narrativi, abbiamo scelto sia romanzi di genere che testi letterari, anche se gli autori più sperimentali (come Gadda o Joyce) sono stati evitati. Per le traduzioni è stata operata una scelta simile. Tutti i romanzi scelti sono stati pubblicati da grandi case editrici e molti dei loro autori sono ben noti (Dickens, Hemingway, Agatha Christie da una parte, Pavese e Baricco dall’altra). Tuttavia, poiché questo studio non mira a stabilire se i testi in inglese hanno avuto un’influenza sulla lingua italiana, ma soltanto a rilevare l’effettivo uso di certi elementi linguistici nelle traduzioni o nei romanzi autoctoni, non sono stati presi in considerazione i dati di vendita di questi romanzi.

È evidente che sessanta romanzi non possono garantire un quadro esatto delle realtà linguistiche indagate, ma un corpus di 5.471.600 parole (tokens) sembrava sufficiente per una ricerca pilota. Ricordiamo che altri importanti corpus testuali come il LIP, il lessico di frequenza dell’italiano parlato, e il CoLFIS, il corpus e lessico di frequenza dell’italiano scritto, sono più limitati del nostro, dal momento che contano rispettivamente 500.000 e 3.800.000 parole. La nostra ricerca puntava a verificare se vi fossero risultati sufficientemente interessanti e coerenti tra loro da poter costituire la base per un progetto di più ampio respiro.

Del resto, illustri linguisti e umanisti si sono mossi in questa direzione: in Storia linguistica dell’Italia unita (1963) De Mauro riporta i risultati di una piccola ricerca da lui condotta su un corpus tanto esiguo quanto eterogeneo ed esorta a intraprendere ricerche statistiche su corpora più consistenti, ricorrendo così ad «“astrazioni” numeriche», per «intendere i fenomeni linguistici nella loro reale e concreta storicità» (1999, 215-216); Giovanni Nadiani (2009) rimarca l’interesse scientifico di un approccio di questo tipo e applica procedure analitiche semi-automatiche allo studio contrastivo di due romanzi del tedesco Friedo Lampe e delle relative traduzioni di cui lui stesso è autore; l’italianista Giuseppe Gigliozzi, il primo a occuparsi di informatica umanistica in Italia, ha progettato e avviato l’elaborazione del software SEB (Sistema esperto analizzatore di brani) e poi se ne è servito, insieme al suo gruppo di studio, per l’analisi di romanzi di vari autori italiani, tra cui Verga e Pirandello; Lorenzo Renzi e Giampaolo Salvi hanno diretto il progetto Italant basato sul corpus delle scritture fiorentine dalle origini al Trecento, finalizzato alla compilazione di una grammatica dell’italiano antico; un’équipe di ricerca facente capo all’Università degli Studi di Padova ha recentemente condotto uno studio su morfosintassi e corpora informatici dell’italiano antico. Recentemente anche Cortelazzo si è espresso a favore della metodologia della corpus analysis, giudicandola «fondamentale per poter disporre di conoscenze sicure sull’italiano contemporaneo, più chiare e conformi alla realtà e, al tempo stesso, scevre dagli abbagli che ci possono venire da false percezioni impressionistiche della realtà linguistica» (2010, XIV).

1. Obiettivo e metodo di analisi

Obiettivo dell’analisi è identificare i tratti linguistici che costituiscono il «repertorio di riferimento», ovvero «l’aggregato di norme e forme condivise in un dato periodo» (Even-Zohar 1990) da scrittori da una parte e traduttori dall’altra, per stabilire se fra la lingua dei romanzi indigeni italiani e quella delle traduzioni di narrativa vi sia una differenza statisticamente significativa. Si è inteso inoltre acclarare, per quanto possibile, se nel tempo il rapporto tra la lingua dei romanzi italiani e quella dei romanzi tradotti sia rimasto stabile o se invece si siano verificati dei cambiamenti ed, eventualmente, quale sia la traiettoria di tali cambiamenti.

A livello metodologico, il primo passo è consistito nell’individuazione di parametri di tipo morfo-sintattico per condurre l’analisi testuale mediante il programma informatico WordSmith Tools. Poiché la ricerca non verteva su categorie grammaticali (l’intento, cioè, non era di quantificare aggettivi, avverbi, verbi, ecc.) ma su singole forme (ricorrenze di parole specifiche), non è stato necessario etichettare il corpus. Semmai si decidesse di spingere il progetto oltre il suo attuale status di esperimento pilota, tale procedura sarebbe senza dubbio auspicabile, in quanto permetterebbe l’esplorazione di una gamma più ampia di parametri.

L’analisi si è concentrata sulle seguenti tre macrocategorie:

  1. parametri generali (lunghezza media del periodo, densità lessicale, pronomi relativi);
  2. tratti peculiari o storici dell’italiano (forme lessicali enfatiche, congiuntivo, passato remoto);
  3. tratti suscettibili di interferenza dall’inglese (perifrasi progressiva, pronomi personali).

Come già specificato, l’estensione del corpus comparativo dell’italiano delle traduzioni letterarie costruito ad hoc per questo studio è di 5.471.600 parole totali (tokens). Si è cercato di mantenere lo stesso equilibrio tra romanzi di genere e romanzi di carattere più letterario in ognuno dei sei gruppi, nella consapevolezza però che qualsiasi selezione di soli sessanta romanzi debba contemplare un certo margine di errore.

Più che una perfetta uniformità nella lunghezza dei subcorpora ci interessava ottenere la medesima varietà di autori e traduttori in ciascun gruppo di testi; pertanto, abbiamo fissato a dieci il numero di romanzi per ciascun corpus e, data l’inevitabile differenza nella lunghezza dei vari testi e quindi dei subcorpora, abbiamo scelto di presentare i dati in forma di rapporti tra usi concorrenti più che come grandezze assolute oppure di normalizzare i valori su 10.000. Precisiamo, comunque, che la variazione nella lunghezza dei diversi subcorpora non supera il 20%.

Si ribadisce che l’intento dello studio era di stabilire se dal confronto tra questi gruppi testuali limitati, ma, come si è visto, comunque più consistenti di quelli adottati in molti altri studi, emergessero risultati sufficientemente interessanti e coerenti tra loro da meritare uno studio ulteriore con risorse più adeguate.

Questo studio ci ha permesso di individuare – con tutti i limiti di cui si è detto – l’andamento tendenziale degli usi linguistici di scrittori e traduttori nell’arco di un secolo e mezzo di storia italiana e dei mutamenti nel rapporto tra le caratteristiche precipue dei due macrogruppi di testi (originali e traduzioni) nel tempo. Soprattutto, ha permesso di identificare uno “scarto linguistico” coerente tra testi narrativi tradotti e non; un risultato, questo (in linea con studi condotti su altre tipologie testuali; cfr. Ondelli e Viale 2010 per l’analisi di un corpus giornalistico composto da 1.900.000 parole, per fare solo un esempio), che potrebbe aprire la strada a riflessioni sulla natura e sulle implicazioni di tale scarto ed, eventualmente, sui motivi per cui si verifica con una certa sistematicità.

2. Parametri generali

2.1. Lunghezza media dei periodi

Il primo dato presentato, relativo alla lunghezza media dei periodi (ovvero al numero di parole comprese tra due punti fermi), conferma le intuizioni di De Mauro sul progressivo abbandono nell’italiano letterario dello «“stile periodico”, costituito da frasi ricche di subordinate e di incisi del quale i testi classici dell’antichità grecoromana offrono larga messe di esempi» (De Mauro 1999, 194).

Tabella 1

Media di parole per periodo (considerando tutte le classi grammaticali, compresi preposizioni, congiunzioni, articoli)

1870-1910 1930-1970 1989-2011
Originali italiani 18 15 13
Traduzioni dall’inglese 16 12 13

Nei romanzi italiani anche il numero medio di parole per periodo si è gradualmente ridotto nel tempo, con un calo da 18 a 13 parole (27,5%). Nelle traduzioni, invece, si osserva una riduzione piuttosto brusca dalla prima alla seconda fase, da 16 a 12 parole (25%), seguita da una lieve inversione di tendenza nella terza.

In generale, dal confronto tra originali e traduzioni nelle tre fasi risulta che mediamente in traduzione si avevano periodi più brevi rispetto ai romanzi originali italiani nelle prime due fasi, mentre si è arrivati a una sostanziale uniformità (nella brevità) nella terza.

Verrà naturale chiedersi se la lunghezza delle frasi in traduzione non si limiti a rispettare la lunghezza dell’originale. Ebbene, questo è vero solo fino a un certo punto:l’analisi manuale rivela che nel caso di testi di scrittori come Dickens e Goldsworthy, dal periodare ampio e involuto, il traduttore italiano spesso decide di spezzare i periodi, mentre per quanto riguarda Hemingway il traduttore spesso fonde diversi periodi. Pertanto, non si può postulare un’inevitabile parità di lunghezza tra i periodi degli originali e i periodi delle relative traduzioni. Inoltre, in questa sede abbiamo scelto di non indagare le motivazioni soggiacenti ai vari usi linguistici, ma di limitarci semplicemente a osservare. Resta il dato, a nostro parere significativo, che, mentre in passato i periodi tendevano a essere più brevi nelle traduzioni, oggi non è più così.

Ribadiamo che non rientra negli obiettivi del presente studio speculare sulle cause di questo cambiamento. Notiamo solo che i dati ricavati per i romanzi autoctoni sembrerebbero confermare una tendenza a una trasmissione più diretta e concisa delle informazioni, come già aveva osservato De Mauro (1999, 194) e un certo snellimento della sintassi del periodo in linea con quanto avviene nelle altre lingue europee (Santulli [2009, 167] parla di una «tendenza alla disarticolazione»). La tradizionale propensione all’amplificazione e alla complessità sintattica, che si esprime anche nella lunghezza dei periodi, non solo sembra più contenuta nei testi tradotti (come aveva già notato Cortelazzo 2010, XV), ma è oggi meno accentuata anche nei testi letterari autoctoni. Se, insomma, in passato per questo parametro vi era uno scarto considerevole fra traduzioni e testi indigeni, oggi questo scarto sembra scomparso.

2.2. Densità lessicale

Di recente studiosi come Roberto Carnero, Daniele Giglioli e Gabriele Pedullà hanno discettato sulla perdita dello stile o addirittura dell’integrità linguistica che affliggerebbe i romanzi italiani degli ultimi anni. Ribadendo annose recriminazioni, Carnero (2011) punta il dito contro «la televisione in casa e i ragazzi che si sono formati più sulla tv, sul cinema, sui fumetti, sulla musica leggera, rock e pop, che non sui libri», mentre l’affondo di Pedullà (2011) prende le mosse dal sottotitolo di un libro di Ceronetti, In un amore felice. Romanzo in lingua italiana (2011), per spostare i termini del dibattito dallo stile (o mancanza dello stesso) alla lingua: «Ceronetti ci sta dicendo che lui, a differenza di tanti connazionali, continua a scrivere nell’idioma del suo Paese e non in una simil-lingua, senza stile e senza musica, che ricorda piuttosto le cattive traduzioni dall’inglese».

Dello stesso tenore sono le riflessioni del comparatista Giglioli (2011):

la lingua comune, il linguaggio verbale, l’idioma nazionale, si è drammaticamente impoverito. […] E la verità da portare in luce è proprio quella condizione di subalternità in cui si dibattono non solo gli scrittori ma tutti. Per uscirne non serve a nulla ammantarsi delle glorie del passato. Riconoscersi subalterni è il primo passo per non esserlo più.

Per appurare tale tendenza all’impoverimento, siamo ricorsi a un indice che misura la varietà lessicale denominato standardised type/token ratio (STTR) fornito dal software di analisi testuale WordSmith Tools. Questo indice è ottenuto mediante il ricalcolo da zero ogni mille vocaboli del rapporto in termini percentuali tra il numero delle parole diverse (type) e il totale delle parole o occorrenze (token) di un dato corpus; successivamente il programma procede al calcolo della media di tali rapporti percentuali. Pertanto, più alto è il valore dell’indice, maggiore sarà la densità lessicale.

Tabella 2

Indici di ricchezza lessicale (STTR)

1870-1910 1930-1970 1989-2011
Originali italiani 51,0 50,5

50,6

Traduzioni dall’inglese 51,1 49,7 52,1

Osservando gli indici relativi ai sei gruppi di testi si nota subito una sostanziale uniformità: la densità lessicale resta più o meno costante nel tempo e anche molto omogenea nei due macrogruppi (originali e traduzioni).

A livello microscopico, i risultati sfatano il luogo comune dell’impoverimento linguistico: le traduzioni contemporanee sono lessicalmente più ricche nell’ultima fase che nelle due precedenti e anche rispetto agli originali italiani coevi, i quali, a loro volta, sono appena meno variegati sotto il profilo lessicale di quelli della fase a cavallo tra i due secoli, ma non di quelli della fase centrale.

Risulta pertanto infondata l’impressione di tanti (tra cui Coletti 2011), secondo cui in generale le traduzioni sarebbero linguisticamente più povere rispetto ai romanzi italiani.

2.3. Pronomi relativi

I pronomi relativi costituiscono un parametro utile per valutare la complessità sintattica dei subcorpora. Prendiamo qui come esempio i casi di il quale e cui preceduti dalle preposizioni per, con e di. Questi pronomi si utilizzano in contesti più formali, e sono quindi più marcati, rispetto al che, indeclinabile nel genere e nel numero. Per questo parametro, come in tutti i casi in cui i dati sono presentati su base statistica, abbiamo calcolato la media delle occorrenze ogni 10.000 parole.

Tabella 3

Occorrenze di il quale e cui preceduti da preposizione (valori su 10.000 parole)

1870-1910 1930-1970 1989-2011
Originali italiani 15 7 5
Traduzioni dall’inglese 9 5 7

I dati relativi alle frequenze d’uso dei pronomi relativi il quale e cui seguono un trend comune a molti altri parametri. Si riscontra, infatti, un calo graduale e sistematico nei romanzi originali italiani in diacronia e, parallelamente, nei romanzi in traduzione, un calo dalla prima alla seconda fase e una ripresa nella terza. Già Cortelazzo (2010) aveva osservato una disponibilità leggermente maggiore per il pronome relativo nelle traduzioni; ciò detto, la “conservazione” di talune forme tradizionali non è prerogativa generale delle traduzioni tout court, ma, al contrario, differisce a seconda della fase storico-culturale su cui si concentra l’analisi.

Nella tabella qui presentata colpisce, in particolare, la struttura chiastica che assumono i dati relativi alle ultime due fasi, quando la frequenza dei pronomi diminuisce nei romanzi italiani nella medesima misura in cui aumenta nelle traduzioni. Questa specularità mostra come la complessità pronominale delle traduzioni contemporanee sia relativamente alta, attestandosi a un livello pari a quello dei romanzi italiani della seconda fase. Seguendo Even-Zohar (1990), si potrebbe ipotizzare che le traduzioni rivestano un ruolo diverso (di consolidamento, di rinnovamento o di conservazione) nel polisistema letterario italiano nei diversi periodi considerati. Ma tali riflessioni esulano dall’ambito di questa ricerca.

3.Tratti peculiari dell’italiano

Si considerano qui una serie di usi italiani non immediatamente “suggeriti” dall’inglese, per i quali cioè non esiste un’equivalenza formale nella lingua source delle traduzioni tale da indurre il traduttore ad adoperarli. Si ipotizza, allora, che la frequenza di questi usi sarà minore nelle traduzioni. Tra i parametri qui analizzati, vi sono le forme lessicali enfatiche mica, meno male, senz’altro, magari e forme concorrenti quali indicativo e congiuntivo da una parte, passato prossimo e passato remoto dall’altra.

3.1. mica, meno male, senz’altro, magari

Tra i tratti linguistici esenti da interferenza perché privi di un corrispettivo isomorfo in inglese vi sono forme lessicali enfatiche come la negazione rafforzata dalla particella mica, le locuzioni avverbiali senz’altro e meno male e l’interiezione magari.

Tavola 4

Occorrenze di « mica», « meno male», «senz’altro, «magari» (valori su 10.000 parole)

  1870-1910 1930-1970 1989-2011
Originali italiani

1,2

5,9

3,3

Traduzioni dall’inglese

0,9

3,5

1,6

I dati confermano che in traduzione le forme enfatiche si sono sempre usate meno che nei romanzi originali coevi, come la mancata corrispondenza formale tra inglese e italiano per questo parametro lasciava presupporre.

Il fatto che nella fase centrale, tanto nei romanzi autoctoni quanto, in misura minore ma piuttosto significativa, nelle traduzioni, si ricorresse spesso alle particelle enfatiche dà sostegno all’ipotesi (cfr. Ferme 2002; Testa 1997) che anche sul versante linguistico gli anni del boom dell’editoria italiana si configurassero come un periodo di relativa libertà linguistica nella narrativa. Nella prima fase, al contrario, dove la distanza tra parlato e scritto (soprattutto letterario) era più netta, la frequenza di queste forme era molto bassa in entrambi i gruppi testuali.

In epoca contemporanea sembra essersi verificato un ridimensionamento nell’uso di queste espressioni, forse in reazione alla contaminazione tra scritto e parlato tentata nei decenni centrali del Novecento o forse anche perché sono un po’ passate di moda.

3.2. Congiuntivo

Rispetto al sistema dei modi e dei tempi verbali, abbiamo analizzato gli usi generalmente ritenuti in via di ridimensionamento, come nei casi del modo congiuntivo e del tempo passato remoto dell’indicativo. Ci siamo prefissi, in primo luogo, di verificare se vi fosse un’effettiva regressione nell’uso di queste forme; in secondo luogo, di osservare se in tal caso in questo processo le traduzioni si allineassero con gli originali italiani o meno.

La scelta di inserire il congiuntivo nella categoria degli usi tipicamente italiani è dettata dal fatto che in inglese il congiuntivo non ha una sua forma peculiare, ma in genere si costruisce con la forma base del verbo al presente e con il past tense all’imperfetto; di conseguenza non può esservi nessun automatismo nella traduzione: nelle situazioni in cui si può optare o meno per il congiuntivo (a seconda del registro), il traduttore deveoperare una scelta che l’autore inglese non ha dovuto affrontare.Ciòindurrebbe a ipotizzare, nei romanzi tradotti, una preferenza per l’indicativo (il cui uso nel periodo ipotetico è tipico dell’italiano neostandard, in costruzioni come «se avevo dei dubbi dovevo controllare» [Benni 2001]).

Dinanzi alle difficoltà incontrate nel misurare questo parametro, abbiamo optato per una ricerca delle occorrenze della prima e della terza persona del verbo avere all’imperfetto congiuntivo (avessi; avesse) e all’imperfetto indicativo (avevo; aveva). Il verbo avere è considerato in tutti i suoi valori: come imperfetto indicativo o congiuntivo per esprimere possesso o come trapassato prossimo indicativo e trapassato congiuntivo in funzione di ausiliare. Parimenti, non si è operata una distinzione tra i diversi valori assunti dal congiuntivo nelle varie occorrenze.

Abbiamo poi calcolato il rapporto tra occorrenze dell’indicativo e del congiuntivo per capire se, o fino a che punto, nell’italiano letterario contemporaneo si riscontrasse davvero un’erosione nell’uso del congiuntivo a vantaggio della forma concorrente dell’uso medio. Di nuovo, i dati, se pure indicativi, possono dare un’idea della variazione nell’uso di questo modo verbale. I risultati riportano il numero di occorrenze dell’indicativo per ogni singolo uso del congiuntivo.

Tabella 5

Rapporto tra le occorrenze di indicativo / congiuntivo in valori assoluti
(per es. nel primo subcorpus il rapporto è di 4,6:1, quindi viene impiegato circa un congiuntivo ogni 5 indicativi)

 

  1870-1910 1930-70 1989-2011
Originali italiani 4,6 7 14,6
Traduzioni dall’inglese 3,3 8,2 10,1

Per fugare ogni possibile errore di interpretazione, specifichiamo subito che quanto più alto è l’indice che misura il rapporto tra occorrenze di indicativo e congiuntivo, tanto più basso è l’uso effettivo del congiuntivo: le due grandezze sono inversamente proporzionali.

Fatta questa precisazione, osserviamo che i risultati tenderebbero a confermare una progressiva riduzione del peso del congiuntivo nella narrativa in lingua italiana, tanto negli originali quanto nei romanzi in traduzione. Dai risultati si evince che gli scrittori italiani contemporanei fanno un uso più parco del congiuntivo rispetto al passato (un’occorrenza ogni quindici circa dell’indicativo contro una ogni cinque nella prima fase), come pure più contenuto è oggi il ricorso al congiuntivo da parte dei traduttori (da un congiuntivo ogni tre indicativi a uno ogni dieci).

Non sembra, però, che sia il contatto con l’inglese a far propendere per l’indicativo: tanto nella prima quanto nella terza fase si osservano frequenze del congiuntivo più alte nei testi tradotti che in quelli autoctoni, a testimonianza di un’apparente tendenza da parte dei traduttori a favorire l’uso del modo considerato più colto.

Questi dati sono in linea con quelli riportati nello studio condotto da Santulli su un archivio di testi di newsgroup raccolti sul web, secondo cui tra le ragioni che giacciono dietro alla scelta del congiuntivo (anche quando non è necessario) vi sia il suo status: «La mia impressione a questo punto è che il congiuntivo rappresenti, per così dire, un valore in sé. La sua introduzione nell’enunciato diventa il segnale di un comportamento linguistico ricercato» (2009, 192).

Vale anche la pena di ricordare, a questo punto, che mentre lo scrittore è sovrano nello scegliere di propendere o meno per il congiuntivo, un traduttore vedrà il suo lavoro sottoposto alla revisione di uno o più editor, il che potrebbe condurlo a decidere a favore degli usi linguistici più conservatori, una tendenza di cui si lamenta amaramente Milan Kundera nei Testamenti traditi (1994).

3.3. Passato remoto e trapassato remoto

Come è noto, in inglese i tempi verbali del passato sono organizzati diversamente rispetto all’italiano; in particolare, non vi sono distinzioni formali tra passato prossimo e passato remoto, pertanto la stessa forma verbale inglese del preterito può essere tradotta in italiano sia con il passato prossimo che con il passato remoto. Ci interessava osservare se nel tempo la scelta dei traduttori fosse caduta più sull’una o l’altra forma, anche in considerazione di un presunto cambiamento in atto nella narrativa italiana, che vedrebbe un aumento dell’uso del passato prossimo a danno del passato remoto.

Va detto che l’uso del passato remoto o perfetto semplice varia notevolmente lungo la Penisola: al Sud vi si ricorre con maggiore frequenza rispetto al Centro e al Nord anche quando ci si riferisce a eventi non lontani nel tempo. Tuttavia, dal momento che la provenienza geografica di scrittori e traduttori inclusi nei subcorpora è piuttosto variegata, il confronto diacronico e sincronico conserva una sua validità. Inoltre, al di là di ogni eventuale variazione diatopica, è indubbio che rispetto ad altre tipologie testuali e, sicuramente, rispetto al parlato, nei testi letterari si riscontra una tradizionale prevalenza del passato remoto in funzione narrativa (Weinrich 1978).

I risultati presentano un rapporto tra il numero di occorrenze del verbo avere ed essere al passato remoto e quello degli stessi verbi al passato prossimo. Anche in questo caso essere e avere sono stati considerati sia come ausiliari che come verbi autonomi, dal momento che il rapporto tra trapassato remoto e trapassato prossimo è analogo a quello tra passato remoto e passato prossimo.

Tabella 6

Rapporto tra le occorrenze di ebbe, fu / ha avuto, è stato
(per es. nel primo subcorpus il rapporto è di 7,3:1, ovvero si registra la presenza di circa 7 verbi al passato remoto per ogni verbo al passato prossimo)

 

  1870-1910 1930-1970 1989-2011
Originali italiani 7,3 7,9 2,1
Traduzioni dall’inglese 8,9 5,3 3,3

In questo caso, più alto è il risultato, più alta è la frequenza di passato remoto e trapassato remoto. Ancora una volta negli originali italiani si osserva una discontinuità nella seconda fase; se è vero che in questo periodo si rileva un nuovo «orientamento verso una lingua “viva” e moderna a partire dal rapporto tra parlato e scrittura letteraria» (Testa 1997, 273), permangono comunque usi più formali come il passato remoto.

Quanto alle traduzioni, si osserva che, pur essendo toccatedal calo graduale nell’uso di questo tempo verbale, nella prima e nella terza fase presentano un maggior uso del passato remoto rispetto ai romanzi autoctoni, ulteriore indicazione di una strategia conservatrice e di una predilezione per un’idea di “standard letterario”.

Anche in questo caso, quindi, si riscontra che mentre nella fase centrale lo stile delle traduzioni si distaccava da quello dei romanzi autoctoni per un minor livello di formalità, nelle traduzioni contemporanee vi è un relativo recupero di un tempo verbale sempre meno usato negli originali pubblicati nella stessa fase. Ancora una volta vale la pena ricordare che alcune case editrici insistono sull’uso del passato remoto nelle traduzioni anche laddove il traduttore aveva scelto il passato prossimo. È il caso, per esempio, di Lingue di fuoco di Tim Parks (1995), tradotto da Rita Baldassarre per Adelphi. In fase di revisione tutti i tempi verbali sono stati modificati dal passato prossimo al passato remoto.

4. Tratti suscettibili di interferenza

Il terzo macroparametro riguarda quei tratti molto frequenti in inglese che hanno analoghi italiani con frequenze d’uso molto più basse. L’ipotesi di partenza è che il contatto con l’inglese promuova l’adozione di simili morfemi, forme o particelle normalmente poco usati ma già presenti nel patrimonio linguistico-grammaticale italiano, per questo motivo spesso definiti «calchi patrimoniali» (Grasso 2007).

In questo gruppo rientrano la perifrasi progressiva e i pronomi personali, che oggi sono entrambi soggetti a fenomeni di ristandardizzazione.

4.1. La perifrasi progressiva

L’inglese usa il present tense solo con riferimento a situazioni di routine, per indicare azioni ripetute o stati continuativi, mentre ricorre al present continuous per riferirsi ad azioni singole nel presente. Ci si è chiesti, pertanto, se tale forma, più diffusa in inglese che in italiano, ricorresse con maggior frequenza in traduzione rispetto ai testi scritti originariamente in italiano.

Data la necessità di un riscontro quantitativo sull’uso di tale costrutto in italiano, oltre a ricercare le desinenze del gerundio (come è stato già fatto da Cortelazzo 2007a) abbiamo associato tali desinenze a tutte le persone del presente del verbo stare, confidando in una maggiore attendibilità dei risultati data da una più puntuale contestualizzazione delle occorrenze.

Riportiamo di seguito la frequenza degli usi del progressivo ogni 10.000 parole:

Tabella 7

Occorrenze del presente di stare + verbi terminanti in -ando; -endo
(valori su 10.000 parole)

  1870-1910 1930-1970 1989-2011
Originali italiani 0,5 0,7 3,4
Traduzioni dall’inglese 0,5 4,7 8,4

Il dato mostra in primo luogo come nel tempo il ricorso a questa forma sia aumentato in entrambi i tipi di testi, soprattutto nelle traduzioni. Lo scarto tra i due generi testuali è netto nella seconda e nella terza fase, in cui la perifrasi è molto più utilizzata in traduzione.

A tale riguardo, il fatto che i traduttori contemporanei manifestino un atteggiamento conservatore solo in alcuni casi (per esempio nell’uso del congiuntivo e del passato remoto) e non in altri (appunto il progressivo) induce a una riflessione: sembrerebbe che una forma straniera entri con più facilità nelle traduzioni se vi è un costrutto formalmente equivalente nel patrimonio grammaticale dell’italiano, anche se questo non ha una frequenza d’uso pari a quella del suo corrispettivo inglese, come dimostra il caso della perifrasi progressiva qui esaminato. È quanto afferma anche Cortelazzo quando osserva, en passant, che «è naturale che nelle traduzioni si trovi con maggiore frequenza che in testi originali un costrutto, disponibile nella lingua d’arrivo, che ha somiglianze con un costrutto ampiamente diffuso nella lingua di partenza» (2007a, 1763n).

Inoltre, la mancata “difesa” del presente indicativo a favore del progressivo può indicare che la tendenza conservatrice dei traduttori dipende da certi cliché sul presunto italiano convenzionale e tradizionale. Congiuntivo e passato remoto vengono “difesi” in quanto la loro paventata scomparsa è molto discussa. Per contro, ciò di cui non si discute – per esempio, il progressivo – non è percepito come problema.

4.2. Pronomi personali

Al contrario dell’italiano, che è una lingua “a soggetto nullo”, l’inglese obbliga a impiegare un nome o un pronome in funzione di soggetto. Ci si chiede, allora, se le traduzioni dall’inglese mostrino un uso più frequente dei pronomi personali soggetto, come hanno dimostrato precedenti analisi condotte su corpora testuali differenti (per esempio Cortelazzo 2007b; Cardinaletti 2004).

Come già osservato da De Mauro (1999), un tratto caratteristico dell’italiano contemporaneo (almeno nella sua varietà neostandard) è la sostituzione dei pronomi personali tonici di terza persona (le forme nominativali egli/esso, ella/essa, essi/esse) con le forme oblique corrispondenti (lui, lei, loro), sostituzione alla quale si accompagna un calo dell’uso dei primi, relegati alla sola dizione formale.

Due sono le ipotesi da cui muove l’analisi di questo parametro: che oggi la difficoltà nella scelta del pronome soggetto da impiegare produca una riduzione generale dell’uso dei pronomi personali soggetto nominativali; che, in particolare per la terza persona singolare e plurale, dove il pronome soggetto è di fatto uscito dall’uso nel parlato, i suddetti pronomi stiano entrando in disuso anche nello scritto letterario.

Presentiamo di seguito le frequenze ogni 10.000 parole dei pronomi di terza persona e del pronome esso preceduto da preposizione.

4.2.1. Pronomi personali tonici di terza persona

Osserviamo i dati relativi ai pronomi soggetto di terza persona singolare e plurale:

Tavola 8

Occorrenze di «egli»/«esso»; «ella»/«essa»; «essi»/«esse» (valori su 10.000 parole)

 

  1870-1910 1930-1970 1989-2011
Originali italiani 41,2 34,1 0,9
Traduzioni dall’inglese 50,8 17,9 1,2

Nel caso dei pronomi di terza persona fra le tre fasi vi è uno sbalzo molto evidente e progressivo. Tale riduzione generalizzata può essere interpretata come una preferenza per soluzioni che evitano l’uso del pronome oppure come un segnale dell’incertezza riguardo allo standard attuale del pronome di terza persona. Sembra, infatti, che i traduttori, e più tardi anche gli autori, abbiano spesso tentato di aggirare il problema omettendo del tutto il pronome soggetto oppure oscillando, in mancanza di un modello forte di riferimento, tra le forme lui/lei ed egli/ella, dove le prime sembrano oggi prevalere anche nella funzione di soggetto.

Questo dato consentirebbe di ipotizzare – ma tale ipotesi attende la prova di dati più specifici – che in traduzione si usino più che negli originali inglesi i nomi propri, per evitare l’imbarazzo nella scelta del pronome, come già notava Parks (1997) a proposito della traduzione italiana di Women in Love di D. H. Lawrence.

4.2.2.  «esso» preceduto da preposizione

Come è noto, il pronome tradizionale neutro di terza persona esso sta uscendo dall’uso scritto anche nella funzione di complemento indiretto. Il suo corrispettivo inglese, it, è invece molto presente tanto nella varietà scritta quanto in quella orale. Ci siamo chiesti se a questa differenza d’uso nelle due lingue corrispondesse una maggiore frequenza di esso nelle traduzioni rispetto agli originali italiani.

Tavola 9

Occorrenze del pronome complemento indiretto esso (valori su 10.000 parole)

 

  1870-1910 1930-1970 1989-2011
Originali italiani 0,5 0,1 0,01
Traduzioni dall’inglese 0,4 0,3 0,1

I risultati mostrano che tale pronome è praticamente scomparso nell’italiano dei romanzi contemporanei anche come complemento indiretto, quando cioè è preceduto da preposizione. Nel subcorpus di originali italiani 1989-2011 si registra infatti una sola occorrenza del pronome esso («con esso intrecciò il suo destino» [Wu Ming 2007]). Anche nelle traduzioni si assiste a una graduale regressione del pronome, che comunque nel subcorpus di traduzioni contemporanee ricorre in cinque testi su dieci (La legge del deserto, I versi satanici, Espiazione, Il terzo gemello, Il codice Da Vinci).

5. Un tentativo di interpretazione

L’analisi dei mutamenti linguistici nella lingua dei romanzi italiani autoctoni e tradotti ha consentito di delineare in questi due macrogruppi di testi l’incidenza dei processi di standardizzazione, trasgressione dello standard e ristandardizzazione che hanno interessato il sistema linguistico-letterario italiano dall’Unità a oggi.

In generale, si è osservato che il ruolo delle traduzioni e i comportamenti traduttivi variano nelle tre fasi individuate a seconda del significato assunto dall’atto traduttivo in ciascuna congiuntura storica. Come ha osservato Cortelazzo, infatti, «se in una lingua, in un determinato momento, si contrappongono opzioni diverse per uno stesso costrutto, le scelte traduttive possono finire per far pendere la bilancia verso una di queste» (2010, XI).

In particolare, oggi, quando a concorrere sono le due opzioni dello standard tradizionale e di un modello standard innovativo, denominato anche neostandard (Berruto 1987), è lecito chiedersi se l’“italiano del domani” non sarà forse basato anche sull’italiano delle traduzioni (in primis dall’inglese), varietà quantitativamente prevalente in letteratura, nella televisione e nel cinema, e anche nei testi tecnici, scientifici e accademici. Va ricordato infatti che, stando alle statistiche sull’editoria relative al 2000 (AIE 2002), la narrativa tradotta copre circa il 70% delle copie stampate dalle case editrici italiane. Di queste traduzioni circa il 63,5% è rappresentato da opere tradotte dall’inglese (per quest’ultimo dato si rimanda a UNESCO 2010, 87).

Quali sono allora le caratteristiche di questa particolare varietà dell’italiano, e come sono cambiate nel tempo? Si riscontrano davvero delle tendenzetraduttive “universali”, comuni a tutte le lingue in tutti i tempi, come teorizzato da Baker (1996)? I dati raccolti in questo studio smentiscono tali ipotesi universaliste e obbligano a circostanziare i testi nel sistema e nell’epoca che li ha prodotti o riprodotti. Infatti, se le traduzioni contemporanee sembrano tendere al conservatorismo (quella che Baker 1996 chiama «normalizzazione»), non può dirsi altrettanto delle traduzioni prodotte nei decenni centrali del Novecento, che, secondo alcuni (Pavese, Ungaretti) dovevano fungere invece da motore e veicolo del cambiamento linguistico con le loro mescidazioni tra lingua “media” e lingua della tradizione letteraria, presentandosi come un terreno di sperimentazione ma anche come un laboratorio dello stile personale degli scrittori-traduttori.

Per la maggior parte dei parametri, però, è emerso che nella prima e nell’ultima fase considerata, quelle cioè interessate rispettivamente dai processi di standardizzazione e neostandardizzazione, le traduzioni si configurano come un fattore di stabilità e di ancoraggio all’italiano della tradizione letteraria.

Possiamo concludere, dunque, che la lingua delle traduzioni odierne, lungi dall’essere «livellata su un registro medio» (Coletti 2011, 49) è più formale e “corretta” rispetto a quella dei romanzi italiani. I dati mostrano con una certa coerenza che il repertorio di riferimento del sottosistema dell’italiano tradotto contemporaneo è di tipo più conservatore rispetto a quello dei testi autoctoni.

Composizione del corpus

Opere italiane originali

1870-1910

Giuseppe Cesare Abba, Le rive della Bormida, Milano, Tipografia E. Civelli e C., 1875

Luigi Capuana, Giacinta, Milano, G. Brigola, 1879

Giovanni Verga, I Malavoglia, Milano, F.lli Treves, 1881

Carolina Invernizio, La trovatella di Milano, Milano, Carlo Barbini Editore, 1889

Gabriele D’Annunzio, Giovanni Episcopo, Napoli, Pierro, 1892

Emilio Salgari, Il Corsaro Nero, Genova, A. Donath, 1899

Luigi Pirandello, Il fu Mattia Pascal, Roma, Nuova Antologia, 1904

Matilde Serao, Il ventre di Napoli, Napoli, Francesco Perrella Editore, 1906

Aldo Palazzeschi, Il codice Perelà, Milano, Edizioni futuriste di Poesia, 1911

Federigo Tozzi, Con gli occhi chiusi, Milano, Fratelli Treves, 1919

1930-1970

Grazia Deledda, Il paese del vento, Milano, F.lli Treves, 1931

Vitaliano Brancati, Don Giovanni in Sicilia, Milano, Rizzoli, 1941

Elio Vittorini, Il garofano rosso, Milano, Mondadori, 1948

Cesare Pavese, Il carcere, Torino, Einaudi, 1949

Beppe Fenoglio, I ventitré giorni della città di Alba, Torino, Einaudi, 1952

Ignazio Silone, Il segreto di Luca, Milano, Mondadori, 1956

Italo Calvino, Il barone rampante, Torino, Einaudi, 1957

Elsa Morante, L’isola di Arturo, Torino, Einaudi, 1957

Carlo Cassola, La ragazza di Bube, Torino, Einaudi, 1960

Leonardo Sciascia, Il giorno della civetta, Torino, Einaudi, 1961

1989-2011

Alessandro Baricco, Castelli di rabbia, Milano, Rizzoli, 1991

Andrea De Carlo, Arcodamore, Milano, Bompiani, 1996

Niccolò Ammaniti, Io non ho paura, Torino, Einaudi, 2001

Stefano Benni, Saltatempo, Milano, Feltrinelli, 2001

Roberto Saviano, Gomorra, Milano, Mondadori, 2006

Fabio Volo, Un posto nel mondo, Milano, Mondadori, 2006

Andrea Camilleri, La pista di sabbia, Palermo, Sellerio, 2007

Wu Ming, Manituana, Torino, Einaudi, 2007

Giorgio Faletti, Io sono Dio, Milano, Baldini Castoldi Dalai, 2009

Tiziano Scarpa, Corpo, Torino, Einaudi, 2011

Traduzioni dall’inglese

1870-1910

Lewis Carroll, Alice nel paese delle meraviglie, Torino, Loescher, 1872 (traduzione di Teodorico Pietrocòla-Rossetti da Alice’s Adventures in Wonderland, 1865)

Ann Radcliffe, I misteri del castello d’Udolfo, Milano, Oreste Ferrario, 1875 (traduzione anonima da The Mysteries of Udolpho, 1794)

Charles Dickens, La piccola Dorrit, 3 voll., Milano, F.lli Treves, 1879 (traduzione di Federigo Verdinois da Little Dorrit, 1855-1857)

Harriet Beecher Stowe, La capanna dello zio Tom, Firenze, Salani, 1891 (traduzione anonima da Uncle’s Tom Cabin, 1852)

Charlotte Brontë, Jane Eyre, Milano, F.lli Treves, 1904 (traduzione anonima da Jane Eyre: An Autobiography, 1847)

Oscar Wilde, Il dovere del delitto, Napoli, Società Editrice Partenopea, 1908 (traduzione di Federigo Verdinois da Lord Arthur Savile’s Crime, 1887)

Arnold Golsworthy, Un grido nella notte, Firenze, Adriano Salani Editore, 1909 (traduzione anonima da A Cry in the Night: a Tale, 1899)

William John Locke, Idoli, Milano, F.lli Treves, 1911 (traduzione di Elena Vecchi da Idols, 1905)

Charles Dickens, Davide Copperfield, Milano, Istituto Editoriale Italiano, 1914 (traduzione di Silvio Spaventa da David Copperfield, 1849-1850)

Louisa May Alcott, Piccole donne, Firenze, Bemporad, 1915 (traduzione di Assunta Mazzoni da Little Women, 1868-1869)

1930-1970

Aldous Huxley, Il mondo nuovo, Milano, Mondadori, 1933 (traduzione di Lorenzo Gigli da Brave New World, 1932)

Agatha Christie, Assassinio sull’Orient Express, Milano, Mondadori, 1935 (traduzione di Alfredo Pitta da Murder on the Orient Express, 1934)

John Steinbeck, Furore, Milano, Bompiani, 1940 (traduzione di Carlo Coardi da The Grapes of Wrath, 1939)

Ernest Hemingway, Per chi suona la campana, Milano, Mondadori, 1945 (traduzione di Maria Napolitano Martone da For Whom the Bell Tolls, 1940)

George Orwell, 1984, Milano, Mondadori, 1950 (traduzione di Gabriele Baldini da Nineteen Eighty-Four, 1949)

Graham Greene, Il nostro agente all’Avana, Milano, Mondadori, 1959 (traduzione di Bruno Oddera da Our Man in Havana, 1958)

Jack Kerouac, Sulla strada, Milano, Mondadori, 1959 (traduzione di Fernanda Pivano da On The Road, 1957)

J. D. Salinger, Il giovane Holden, Torino, Einaudi, 1961 (traduzione di Adriana Motti da The Catcher in the Rye, 1951)

P. K. Dick, I simulacri, Piacenza, La Tribuna, 1965 (traduzione di Romolo Minelli da The Simulacra, 1964)

H. G. Wells, La guerra dei mondi, Milano, Mursia, 1965 (traduzione di Adriana Motti da War of the Worlds, 1898)

1989-2011

Salman Rushdie, I versi satanici, Milano, Mondadori, 1989 (traduzione di Ettore Capriolo da The Satanic Verses, 1988)

Cormac McCarthy, Cavalli selvaggi, Torino, Einaudi, 1993 (traduzione di Igor Legati da All the Pretty Horses, 1992)

V. S. Naipaul, Una via nel mondo: una sequenza, Milano, Adelphi, 1995 (traduzione di Marcella Dallatorre da A Way in the World, 1994)

Ken Follett, Il terzo gemello, Milano, Mondadori, 1996 (traduzione di Annamaria Raffo da The Third Twin, 1996)

Patricia Cornwell, Morte innaturale, Milano, Mondadori, 1998 (traduzione di Renato Pera da Unnatural Exposure, 1997)

Don DeLillo, Underworld, Milano, Mondadori, 1999 (traduzione di Delfina Vezzoli da Underworld, 1997)

Ian McEwan, Espiazione, Torino, Einaudi, 2002 (traduzione di Susanna Basso da Atonement, 2001)

Dan Brown, Il codice Da Vinci, Milano, Mondadori, 2003 (traduzione di Riccardo Valla da The Da Vinci Code, 2003)

Paul Auster, Viaggi nello scriptorium, Torino, Einaudi, 2007 (traduzione di Massimo Bocchiola da Travels in the Scriptorium, 2007)

Wilbur Smith, La legge del deserto, Milano, Longanesi, 2011 (traduzione di Giampiero Hirzer da Those in Peril, 2011)

Bibliografia critica

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