Numero 13 (autunno 2017) | Pratiche

«Dice il saggio…»

TRADURRE LA SCIENZA

di Daniele A. Gewurz

Owl wearing a mortarboard and holding a book, Color, Grouped elements

Nel mare magnum delle traduzioni editoriali, tra narrativa e fumetti, periodici e audiovisivi, una nicchia piccola – ma nemmeno troppo – è costituita dalla traduzione dei testi saggistici, e in particolare di quelli di argomento scientifico. E’, se vogliamo, uno dei punti in cui le cosiddette «due culture», quella umanistica e quella scientifica, si sovrappongono. (Tra interlocutori di buon gusto non dovrebbe esserci più bisogno di menzionarle, le benedette due culture, se non fosse che tuttora vi sono persone con una formazione letteraria che si vantano di non aver mai capito niente di matematica, e uomini di scienza che organizzano iniziative con titoli come Matematica e cultura. Sulle traduzioni scientifiche in Italia nel clima immediatamente successivo a Croce e Gentile, si veda Boringhieri 2013.)

La saggistica in generale, se da un lato partecipa in modo fondamentale al lavoro culturale nel suo complesso, dall’istruzione e la divulgazione al dibattito intellettuale a più alto livello, dall’altro tende a essere la Cenerentola della letteratura. Forse qualche motivo c’è, e lo sfioreremo in quel che segue, ma per ora voglio ricordare che dei 113 vincitori del premio Nobel per la letteratura, solo sei si possono considerare saggisti, inclusi storici e filosofi. Nella propria pagina web (https://www.nobelprize.org/nobel_prizes/literature/genres.html), la Fondazione Nobel presenta i premiati fino al 2014, ripartiti per generi, fra i quali prevedibilmente primeggiano i 77 narratori.

In realtà sono differenze che vanno parzialmente sfumando, come attesta anche l’ultimo, e recentissimo, dei sei premi Nobel appena menzionati, Svjatlana Aleksievič, con testi come Preghiera per Černobyl’ o Ragazzi di zinco. Sta acquisendo spazio e importanza un tipo di testi che affrontano la saggistica con un approccio narrativo, di taglio spesso autobiografico, in cui l’autore è presente in prima persona nell’argomento che tratta, che lo vede partecipante diretto o testimone appassionato. Non è certo una novità assoluta, e fra i predecessori della Aleksievič quanto meno Churchill e Russell portavano nei loro testi un chiaro impegno personale (così come, simmetricamente, nei grandi narratori – da Thomas Mann ad Amos Oz – un romanzo non è «solo una storia», come ci ricorda Di Paolo 2017).

Quella che forse si va diffondendo di più è la tendenza per cui non solo in ambito storico, filosofico, cronistico, ma neppure in quello prettamente scientifico, e della ricerca più avanzata, l’autore si manifesta in prima persona senza dissimularsi dietro un generico «noi» o altra forma impersonale, anche quando si tratta di esporre una teoria matematica avanzata come il programma di Langlands o di spiegare come sia possibile studiare il DNA dell’uomo di Neanderthal.

Questi non sono esempi a caso, bensì derivano dalla mia esperienza personale di traduttore, dal lavoro su due autori che a un ruolo importante nella ricerca nei rispettivi campi uniscono una penna piacevole, coinvolta e coinvolgente: il matematico russo-americano Edward Frenkel e il biologo svedese Svante Pääbo.

Purtroppo il traduttore e il lettore non sono sempre così fortunati, e quindi leviamoci prima di tutto il pensiero dello stile, o sua mancanza, in saggistica.

Lo stile? Sì, lo stile

Lo stile – e in questa parola condenso tutti gli aspetti formali della scrittura, dalla chiarezza alla ricercatezza – è a volte considerato di scarsa importanza nei saggi, e capita che si dia una spiccata precedenza a ciò che si dice rispetto a come lo si dice.

Non è che ci sia un motivo per cui i saggi di argomento scientifico (o, se è per questo, di altro argomento) debbano essere «scritti male»: è che, viceversa, nelle belle lettere sarebbe impensabile non curare anche lo stile, mentre per un testo il cui intento principale, o unico, è descrivere una teoria scientifica, o un dato periodo storico, nella pratica a volte si ritiene secondaria una certa cura formale. E questo, ahinoi, non significa solo che non si usa uno stile elegante, ma proprio che il risultato può essere sciatto, con ripetizioni, frasi che si perdono a metà strada, termini usati prima di essere stati definiti.

Per citare Adriana Bottini: «Mi ha sempre esaltato avere a che fare con le idee e in fondo trovo più rassicurante trattare di idee che non dover entrare in modo diretto nel vivo delle esperienze umane, come succede con la traduzione di letteratura. Quello che si perde, nella saggistica, è la bellezza della lingua: non sempre gli autori sono anche veri scrittori» (Bottini 2008).

Qui sfioriamo il problema più ampio della comunicazione scientifica (ma anche di altre discipline). Spesso a scrivere saggi di argomento scientifico sono gli scienziati stessi che, per quanto ricercatori capaci, possono non avere una preparazione o una predisposizione per la comunicazione della loro stessa disciplina e per la scrittura in generale. Non è un caso se, per esempio, molte autobiografie di personaggi famosi sono scritte dagli interessati in collaborazione con un giornalista (se non addirittura da un ghostwriter), evidentemente più ferrato di loro quando si tratta di stendere una narrazione accattivante.

Altro è il talento del comunicatore e altro è quello del matematico, del fisico, del biologo, ma persino del filosofo o dello storico, che pure ci si aspetterebbe abbiano più dimestichezza con la narrazione in vari sensi. (Va da sé che la scienza può essere a sua volta una narrazione.)

Non è una regola fissa, ovviamente. La storia della letteratura ricorda numerosi autori con una formazione scientifica o tecnica che erano o sono al contempo grandi scrittori o piacevoli intrattenitori, da Galileo a Isaac Asimov, da Carlo Emilio Gadda a Jared Diamond, da Primo Levi a Marco Malvaldi. In particolare, fra i libri che ho tradotto, ricordo sempre con piacere, oltre a quelli già menzionati, il caso del fisico e chimico inglese Philip Ball, grande scrittore oltre che uomo di scienza.

Purtroppo, però, la mia esperienza di traduttore e di lettore mi dice che, quando si tratta di redigere un saggio, capita spesso che si dia la precedenza al mero contenuto più che alla forma dell’esposizione, da parte dell’autore e di chi eventualmente abbia poi rivisto il testo.

Che cosa significa tutto questo per il traduttore?

La prima tentazione sarebbe di rispondere che così il lavoro di traduzione è più facile: non dobbiamo sforzarci per rendere sottigliezze o eleganze stilistiche che non esistono. In minima parte potrebbe anche essere vero, ma dobbiamo fare attenzione, e da due punti di vista. Il primo è che non si può dare per scontato che avremo a che fare con uno stile sciatto: per fortuna non è una regola, e anzi ci sono molti scienziati e divulgatori che hanno una scrittura piacevole, e che merita di essere resa in modo adeguato. La seconda considerazione è che, viceversa, tradurre un testo mal scritto non è necessariamente più facile: è vero, non bisogna penare per volgere in italiano quel giro di parole così armonioso o così toccante, ma bisogna rendere, se non armonioso o toccante, almeno leggibile e possibilmente piacevole qualcosa che non lo era all’origine, e il tutto senza tradire l’originale. È difficile entrare in dettaglio su cosa possa fare il traduttore: eliminerà qualche ripetizione ma senza nuocere al ragionamento, scioglierà un periodo contorto fino all’incomprensibilità ma preservandone, e magari mettendone in evidenza, la scansione logica sottostante.

Accantoniamo, per ora, il punto dolente degli aspetti formali della scrittura saggistica e veniamo al resto.

Il confronto continuo coi fatti

L’altra grande differenza fra la saggistica e la narrativa è, ovviamente, che la prima intende insegnare qualcosa mentre la seconda, in prima approssimazione, si limita a raccontarci una storia. A scanso di equivoci, nessuno nega che Anna Karenina o Il rosso e il nero abbiano ben più da insegnare di molti saggi, ma qui sto pensando a dati fattuali: al peso atomico del carbonio, al funzionamento di una centrale elettrica o del DNA, alle scoperte di Planck e di Heisenberg, a date, dati, concetti che hanno una corrispondenza nella realtà concreta. In altre parole, nessuno può smentire Tolstoj o Stendhal a proposito delle caratteristiche e delle azioni dei loro personaggi, compresi quelli storici: il loro Napoleone è come dicono loro, indipendentemente da cosa dicano storici e cronisti. Invece, se un dato oggettivo in un testo di fisica o di storia è sbagliato, lo è e basta. (Non è questo il luogo per argomentare che ogni forma di sapere sia un costrutto culturale basato sul consenso o che sia impossibile attingere una realtà oggettiva. Può ben darsi, ma se leggo che il volume di una sfera di raggio r è 4πr, o che Carlo Magno fu incoronato nell’800 a.C., non so voi ma io lo considero un errore.)

Il succo è che la traduzione di un saggio implica un confronto continuo con la verità oggettiva (diamola per buona) dei fatti di cui si parla.

E questo confronto lo articolerei in tre aspetti:

1) ci deve essere ben chiara la materia, su cui si spera che abbiamo una preparazione preesistente;

2) ci deve essere ben chiaro l’argomentare dell’autore; e

3) ci deve essere ben chiaro se qualcosa non torna, e come intervenire.

La padronanza pregressa della materia dovrebbe essere pacifica, già nella scelta di quel traduttore per quel libro. Per un testo anche solo divulgativo di matematica, di fisica, di psicologia, di economia, di filologia o di qualsiasi altra disciplina formalizzata, è il caso che il traduttore sia ferrato nella rispettiva materia (o, al limite, che collabori strettamente con un esperto): è difficile bluffare non capendole, non avendo le basi che il testo dà per scontate, non conoscendo la terminologia italiana, non essendo in sintonia con la forma mentis che la disciplina presuppone. Il traduttore dovrebbe saperne, non dico più dell’autore, ma più del lettore ideale di quel testo sicuramente sì: dopo tutto è lui la persona che direttamente sta insegnando qualcosa al lettore, pur come tramite del messaggio dell’autore.

Sul fatto che ci debba essere ben chiaro che cosa dice il testo non credo ci sia nulla da aggiungere, e non lo menzionerei neppure se non capitasse ogni tanto di leggere traduzioni in cui pare che così non fosse.

Su come intervenire se qualcosa non va nel testo, la questione è più delicata. Si va dal refuso evidente che correggeremo tacitamente (o quasi: una segnalazione a margine per il revisore non guasta mai) alla svista palese che non può rimanere intatta, dal sottile errore logico nell’impostazione di tutto il libro (amen; al massimo lo confuteremo in altra sede) all’errore «d’autore», interessante di per sé e quindi da conservare, soprattutto se si tratta di un testo in qualche senso classico. In ogni caso dev’essere sempre attiva una mentalità da fact-checker, sapendo che più un testo è denso di informazioni e più anche un autore scrupoloso rischia di incorrere in una svista: la traduzione può essere un’occasione buona per intervenire, e magari segnalare il problema anche all’autore. Dobbiamo saper apprezzare, per citare ancora la Bottini, le «pignolerie, come andare a controllare assolutamente tutto (mai fidarsi, neppure dell’autore!, mi ha insegnato tanti anni fa la mia revisora preferita)» (Bottini 2008).

Ma più ancora che con errori più o meno oggettivi, il vero problema è con le formulazioni ambigue, con l’espressione di un concetto che non raggiunge la chiarezza necessaria. Nella migliore delle ipotesi ci è chiaro che cosa intendeva l’autore (potrebbe essere una formulazione sbrigativa di qualcosa che ha già spiegato in mille altre occasioni), e allora il problema in fondo non è grave. Così come traduciamo dalla lingua straniera all’italiano, non ci costerà molto tradurre anche da un’esposizione oscura, o ellittica, o confusa a una più perspicua e completa.

Il vero problema è nei casi del tipo «ma che avrà voluto dire?» e lì, senza pretendere di dare qui soluzioni generali, la soluzione verrà dall’intuito di chi traduce, e dalla sua abilità diplomatica se può contattare direttamente l’autore (chiedendo per esempio un aiuto per una riformulazione piuttosto che dire che non ci si capisce un’acca).

Insomma, teniamo gli occhi sempre aperti, con un atteggiamento critico nell’accezione più positiva del termine.

La “localizzazione”

Un aspetto della traduzione scientifica completamente diverso dal precedente nello spirito, ma inaspettatamente simile nell’approccio concreto è quello dei necessari adattamenti del testo che vanno al di là del fatto puramente linguistico. I casi più facili da affrontare sono ovviamente quelli semplicemente tecnici, come lunghezze, pesi, volumi dati in unità di misura poco familiari al lettore italiano, tipicamente nelle unità «imperiali» (piedi, miglia, libbre, galloni…), da convertire in unità del sistema decimale – arrotondando opportunamente –, oppure gli usi diversi nelle traslitterazioni: per esempio, per i nomi russi la letteratura anglofona preferisce sue convenzioni («Khrushchev») laddove nell’editoria italiana si tende a preferire la traslitterazione scientifica («Chruščёv»).

Casi su cui c’è già un po’ più da riflettere sono quelli «culturali», vale a dire come affrontare i riferimenti a fatti e usi della linguocultura d’origine: dai proverbi ai marchi delle medicine, dai tormentoni delle trasmissioni televisive ai nomi di sportivi famosi. Ovviamente questo succede anche nelle traduzioni narrative, ma può variare di molto il modo in cui decidiamo di risolvere la questione. In ambito narrativo è difendibile e a volte preferibile l’atteggiamento «straniante» per cui lasciamo immutato il nome della merendina o il verso della canzone, per via del contributo che danno al sapore complessivo dell’ambientazione. In ambito saggistico, se la merendina e la canzone non sono l’oggetto del discorso ma magari solo un elemento, poniamo, di un problema matematico o di un esempio di argomentazione, e quindi non fanno parte a pieno titolo del contesto più ampio, spesso si fa un piacere a tutti se li si localizza trovandone un ragionevole equivalente adatto al testo tradotto e più vicino all’«enciclopedia» del lettore.

Inoltre il traduttore di saggistica ha a disposizione un’arma in più, che il traduttore di narrativa in genere non ha e spesso non vuole neppure: la nota a piè di pagina! I saggi sono spesso già per conto loro ricchi di note: non postulano un lettore che sia immerso in una storia, da cui lo distrarrebbe qualsiasi deviazione, ma uno che (anche quando fisicamente si tratta della stessa persona) vuole sviscerare un argomento. In ogni caso, che ci siano molte, poche o nessuna nota in partenza, non è mai stato un problema aggiungerne una del traduttore che chiarisca un riferimento meno familiare al lettore, considerando che probabilmente ce ne saranno già varie quanto meno relative alla bibliografia.

Le traduzioni precedenti

Arriviamo così a un altro dei grattacapi del traduttore di saggistica: la ricerca delle edizioni italiane – se esistono – dei testi citati. Ne avremo bisogno per ricavarne la traduzione già esistente di brani riportati nel testo o comunque darne gli estremi bibliografici.

È di prammatica – ma anche di questo si può parlare –, sia per la saggistica che per la narrativa, l’impiego di traduzioni esistenti per eventuali brani citati, e spesso è anche divertente cercarle (come quando si coglie l’occasione per scorrere varie traduzioni di Shakespeare, dei fratelli Grimm o della Bibbia, in cerca di quella più adatta al nostro contesto). La differenza principale è che in ambito saggistico il numero di citazioni è in genere molto maggiore, e così diventeremo presto habitué del sito del catalogo del Sistema bibliotecario nazionale (http://opac.sbn.it/), per capire se quel tal testo è stato tradotto, per darne gli estremi dell’edizione italiana (non dimentichiamo di indicare il nome del traduttore) e, se ce ne serve qualche brano, per capire dove possiamo consultarlo.

Proviamo a concludere

Vorrei proporre qualche altro spunto di lettura sull’argomento, proveniente da passate edizioni delle «Giornate della traduzione letteraria», che lodevolmente non trascurano la traduzione saggistica: le considerazioni franche di Mazzarelli 2008, quelle di Capelli 2008 che tendono a sottolineare i tratti comuni fra traduzione narrativa e saggistica, e le utili riflessioni e consigli, ricchi di esempi, di Doplicher 2010 e Doplicher 2012.

Per concludere tagliando con l’accetta: laddove altri libri – e quindi i loro autori e traduttori – mirano a intrattenere il lettore, oppure a dargli da pensare, oppure a commuoverlo, e magari spesso a niente in particolare, un testo scientifico, e quindi sia il suo autore che il suo traduttore, ha la responsabilità, e si spera il piacere, di fare da insegnante al lettore, con i pregi e difetti che ciò comporta.

Bibliografia

Boringhieri 2013: Giulia Boringhieri, Il quaderno nero di Paolo Boringhieri. Le sfide poste dalla traduzione scientifica nel dopoguerra, in «tradurre | pratiche teorie strumenti» 4, primavera 2013 (https://rivistatradurre.it/2013/05/il-quaderno-nero-di-paolo-boringhieri/) (ora in tradurre. pratiche teorie strumenti. Un’antologia dalla rivista, 2011-2014, a cura di Gianfranco Petrillo, Zanichelli 2016, pp. 251-8

Bottini 2008: Adriana Bottini, Tradurre saggistica: un corroborante allargamento degli orizzonti, in Ilide Carmignani, Gli autori invisibili, Lecce, BESA, pp. 143-8

Capelli 2008: Luisa Capelli, in Le giornate della traduzione letteraria, a cura di Stefano Arduini e Ilide Carmignani («Quaderni di Libri e riviste d’Italia» 59), Guidonia, Iacobelli, pp. 165-6

Di Paolo 2017: Paolo Di Paolo, Ma quanto sono saggi i veri romanzi, in «La Repubblica», 8 giugno 2017 (http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2017/06/08/ma-quanto-sono-saggi-i-veri-romanzi43.html)

Doplicher 2010: Luisa Doplicher, Primi passi nella traduzione scientifica, in Le giornate della traduzione letteraria. Nuovi contributi, a cura di Stefano Arduini e Ilide Carmignani («Quaderni di Libri e riviste d’Italia» 63), Guidonia, Iacobelli, pp. 128-30

Doplicher 2012: Luisa Doplicher, La saggistica scientifica tra editing e traduzione, in Giornate della traduzione letteraria 2010-2011, a cura di Stefano Arduini e Ilide Carmignani, Roma, Voland, pp. 122-5

Mazzarelli 2008: Paola Mazzarelli, in Le giornate della traduzione letteraria, a cura di Stefano Arduini e Ilide Carmignani («Quaderni di Libri e riviste d’Italia» 59), Guidonia, Iacobelli, pp. 153-9