Numero 13 (autunno 2017) | Quinte di copertina

Entrare in una storia come in una casa

di Giulia Zavagna, autrice di

Laia Jufresa, Umami, Roma, SUR, 2017 (traduzione da Laia Jufresa, Umami, Barcelona, Literatura Random House, 2015)

Leggere Umami è come entrare in una casa – anzi, in un cortile come quello di Villa Campanario, comprensorio in cui è ambientata la vicenda – e sentirsi a proprio agio tra le storie di persone sconosciute: un romanzo polifonico, con cinque voci narranti, ognuna delle quali prende la parola in un diverso momento; narratori di età, sesso, provenienza e abitudini diverse, a raccontare una sola storia.

In un libro così, il rischio che la narrazione possa risultare poco fluida è altissimo: passiamo infatti dal punto di vista di Ana, una ragazzina di tredici anni che guarda il mondo da dietro le pagine dei libri; al diario di Alf, un antropologo vedovo che inizia a scrivere per esorcizzare il vuoto lasciato dalla morte della moglie; alle divagazioni di Marina, pittrice in erba che dà nuovi nomi ai colori; alle corse di Luz, che ha cinque anni e mescola le parole usate dai grandi con le sue; alla terza persona che segue la vicenda di Pina, adolescente in tumulto. Personaggi che nell’originale ci avvolgono con voci nette, inconfondibili, accomunate da una scrittura fluida che è solo apparentemente semplice. Benché esordiente, Laia Jufresa è infatti un’autrice molto consapevole, con una rara attenzione per la lingua e un enorme amore per le parole.

Per chi, come noi traduttori, ama giocare con il linguaggio, Umami è un libro gustoso, non solo nel titolo: disseminato di neologismi, filastrocche, invenzioni e giochi di parole, riflette la ricchezza dello spagnolo in una delle sue varianti forse più contaminate, quella messicana: uno spagnolo ricco e mutevole, con grandi incursioni nell’inglese, e una buona dose di realia a dare sfumature e sapori ben precisi.

Più che in altri casi ho lavorato a stretto contatto con l’autrice, che aveva in parte modificato e riscritto alcuni passaggi per la versione in inglese del libro. Le traduzioni successive hanno in alcuni casi ereditato queste modifiche, e in altri inserito ulteriori variazioni. La regola numero uno è stata seguire l’orecchio, procedere con stesure successive, prima del libro completo, e poi, una per una, delle parti dei singoli personaggi: entrare in casa loro e abituarsi ai loro modi di dire e alle loro piccole ossessioni, per restituirli al lettore italiano con la stessa freschezza.

Spesso, d’accordo con Laia, ho quindi preferito adottare soluzioni non strettamente filologiche ma spontanee ed efficaci rispetto al contesto, privilegiando l’effetto immediato, perché Umami è anche un libro che richiede un po’ d’inventiva e strappa un sacco di risate. È il caso per esempio di una strampalata versione del padrenostro improvvisata da Marina, o di una filastrocca che Ana canticchia come per calmarsi: Ana, giovanissima ma con tante letture alle spalle, mescola una nenia per bambini con una poesia di Miguel Hernández (Caracol, caracol, que vas por el sol, quiero ser llorando el hortelano), che in italiano sono diventate rispettivamente la canzoncina I due liocorni e San Martino di Carducci, mentre nella traduzione francese si era fatto ricorso ad Apollinaire e nell’inglese a T.S. Eliot. Il corto circuito creato è quindi altrettanto – spero – buffo e straniante: «Ci son due coccodrilli ed un orango tango, due piccoli serpenti, un’aquila reale, la nebbia agli irti colli piovigginando sale».

Potrei parlare per ore dei colori inventati da Marina, che uniscono sfumature reali con le sensazioni a queste collegate (biansibile, il bianco del possibile; griste, un po’ grigio, un po’ triste; verduffy, colore bilingue, il verde di un asciugamano morbido), o delle variazioni di registro e della lingua in formazione, in evoluzione continua, di una bimba di cinque anni come Luz. Di quanto mi sono divertita e di quante volte temevo non ci fosse soluzione possibile.

Non so se sia vero, come dice Marina, che «la traduzione semplifica le cose, le schematizza», ma una soluzione c’è quasi sempre, anche per quei testi che fanno della lingua viva un personaggio in più.