Numero 13 (autunno 2017) | Pratiche

Lo zampino del traduttore

ATTUALITÀ DEI VOYAGES DI CHATEAUBRIAND TRA DUBBI E AVVENTURE LINGUISTICHE

di Ada Corneri

Tradurre è a volte come un gioco di enigmistica che trova la sua soluzione con pratica e abilità. Molto spesso però gli incastri non sono così immediati, anzi si aprono su molteplici sfumature che sfiorano contesti che vanno ben oltre l’automatismo linguistico; la traduzione letteraria, soprattutto di autori non contemporanei, ne è forse l’esempio più evidente. L’esperienza personale dalla quale vorrei partire per riflettere sui percorsi e sull’autonomia del traduttore si basa su tre “cronache” di viaggi del medesimo scrittore francese, François-René de Chateaubriand, che mi è accaduto di riproporre in italiano presso la casa editrice Pintore.

Nato nel 1768, il nostro autore, definito preromantico, ricordava lui stesso di aver vissuto alla confluenza di due secoli portatori di visioni molto diverse. La Rivoluzione lo condurrà a cercare evasione in America, avrà con Napoleone rapporti mai teneri, diventerà un diplomatico in giro per l’Europa fino ad assumere la carica di ministro degli Esteri durante la Restaurazione. Ma Chateaubriand è soprattutto l’autore del Génie du Christianisme, l’inventore di una prosa poetica unica, il creatore di personaggi come Atala e René che hanno affascinato i giovani del primo Ottocento. L’approccio ai suoi Voyages, confezionati quasi senza pretese di pubblicazione, non può non tener conto della sua complessa biografia, del suo ruolo politico e letterario e del generale contesto della sua epoca.

Voyage en Amérique esce nel 1827 pur narrando, sotto forma di diario, l’avventura in America del 1791 motivata allora dalla presunta ricerca di un passaggio a nord-ovest e interrotta poi repentinamente per rientrare al servizio del proprio paese. Sempre nel 1827 viene pubblicato Voyage en Italie, che si presenta come una raccolta epistolare delle emozioni vissute durante i quattordici mesi di soggiorno a Roma tra il 1803 e il 1804, quando Chateaubriand fu segretario d’ambasciata in Vaticano. Il terzo testo è l’Itinéraire de Paris à Jérusalem, dato alle stampe nel 1811, ampia relazione di quel pellegrinaggio compiuto in Terra Santa nel 1806 per dare veridicità e colore all’opera sui martiri cristiani in via di ultimazione. In pratica comprende un vero periplo del Mediterraneo con dettagliata analisi della situazione greca e vaste digressioni storiche, crociate e guerre puniche comprese. Tre opere dunque di periodi non molto distanti, profondamente diverse seppur legate dal medesimo tema dell’incontro con nuove culture. L’idea di proporne le traduzioni in una chiave volutamente divulgativa è stata un’avventata ma felice intuizione editoriale.

Per quanto in effetti ultimamente si sia assistito ad un rinnovato e giustificato interesse per Chateaubriand, nel 2007, quando fu avviato il progetto, l’autore era ancora troppo associato alle sue opere apologetiche e a quel polveroso mal du siècle dagli accenti talvolta stucchevoli e anacronistici. La vera risorsa era invece proprio la modernità del pensiero che si poteva cogliere in quei testi più spontanei che erano un po’ sfuggiti all’attenzione della critica. Ne è emerso uno scrittore lungimirante, ecologista, antropologo, economista, un po’ tuttologo ma dalla cultura indubbiamente vasta, che, col suo stile impareggiabile e le sue argute intuizioni, avrebbe potuto interessare un pubblico ben più vasto dei letterati di nicchia. Questa consapevolezza ha portato a adattare il taglio della traduzione alle aspettative di un curioso lettore di oggi. Il lavoro di conseguenza ha percorso da subito due strade parallele: la prima rivolta ad attualizzare un linguaggio di per sé già comunque informale, trattandosi di pagine confidenziali; la seconda mirata all’inserimento di note culturali di supporto, per facilitare la comprensione contestualizzandone i contenuti. Non si trattava di inserire note dotte per approfondimenti specialistici sull’opera o l’autore, ma di fornire strumenti per un moderno percorso di lettura. Si prenda ad esempio il riferimento ai passatempi dei parigini confrontati con quelli di alcune tribù indiane. Quanti potevano ricollegare il semplice divertirsi alla Grenouillères, un pantano scritto maiuscolo, con l’isola sulla Senna meta di passeggiate e fonte di ispirazione per celebri tele impressioniste? E perché allora non spiegarlo in una nota rigorosamente a piè di pagina, stimolando la curiosità in un rimbalzo di interessi secondo un proprio ipertesto individuale? Un altro caso che poteva sollecitare approfondimento era quando Chateaubriand ipotizzava l’entità della crescita demografica dei novelli Stati Uniti nell’arco del secolo. Previsione quanto mai indovinata, che a posteriori oggi ci è dato di verificare facilmente.

Se è vero che Viaggio in Italia era già ricco di note d’autore e si doveva stare attenti a non sovrapporsi, è sembrato corretto chiarire che il Ponte Mole a Roma non è altro che il Ponte Milvio, collegato alla battaglia di Costantino contro Massenzio ricordata poco dopo, e che quanto Shakespeare diceva degli insensibili all’amore lo troviamo nel Mercante di Venezia quando allude a persone nate per tramare inganni e tradimenti. Le profezie che uniscono il Colosseo a Gerusalemme, le innovazioni apportate da Timoteo da Mileto al numero delle corde della lira rappresentano spunti sufficientemente inediti da meritare l’attenzione di una nota. Sono però anche le frasi lasciate in sospeso a destare particolare attenzione, come quando Chateaubriand si interroga, parlando delle imprese canadesi di Mackenzie, su cosa succedesse in Europa in quel luglio 1793, con chiara allusione all’assassinio di Marat. A volte il silenzio su fatti importanti – neanche un accenno alle imprese napoleoniche durante l’Itinerario – diventa invece possibile rivelatore di dissenso politico. La lucida analisi della situazione museale di Pompei apre un dibattito sempre attuale, ma all’epoca, cioè a cinquant’anni dai primi ritrovamenti, ancor più significativo. Tanti quindi i motivi per un’intrusione discreta.

Conscio di dover stare sempre un passo indietro per non prevaricare la propria fonte, il traduttore si è dunque concesso, in accordo con l’editore, piccole puntualizzazioni che hanno però di volta in volta attenuato le distanze temporali. In un gioco di rimandi in cui l’autore decide di pubblicare i suoi diari dopo una ventina d’anni, con le opportune considerazioni dettate dal passare del tempo quando ormai si viaggiava con più comodità e sicurezza, non sembra stonare un ulteriore aggiornamento che possa agganciarci col presente. Così come d’altronde per la descrizione del Santo Sepolcro Chateaubriand preferisce affidarsi ad un testo del Seicento: perché un turista di oggi non potrebbe trarre beneficio dai commenti di un pellegrino dell’Ottocento?

Inizialmente sono tra l’altro anche sorti alcuni interrogativi sul come comportarsi con l’ampia scelta di Avertissements, Préfaces e Avant-propos a disposizione nelle varie edizioni, spesso precisazioni irrinunciabili, ma a volte davvero prolisse, come nel caso dell’evoluzione storica di Sparta dai tempi di Augusto posta all’inizio dell’Itinéraire.

Queste preoccupazioni per rendere più fruibile la traduzione hanno portato a due diversi esiti. Nel caso di Viaggio in America e Viaggio in Italia l’introduzione esplicativa, le note e la postfazione del curatore hanno progressivamente accompagnato la lettura. Per l’Itinerario si è optato invece per una scelta più drastica, dettata proprio dall’esigenza di ottenere un prodotto stimolante nell’interesse anche se non integrale. Ne è nata una traduzione volutamente parziale in cui il traduttore si è arrogato il diritto di scegliere i passi più importanti, limitandosi poi a suggerire i passaggi mancanti. Tale strategia ha dato nuova veste al testo, che è uscito come racconto di un racconto, a nome questa volta del traduttore stesso che ha come dilatato le sue note inglobandole nel proprio commento in una lettura più scorrevole, non più appesantita dalle innumerevoli citazioni che caratterizzavano il testo originale. Queste infatti avevano già evidenziato un problema nei precedenti Voyages, in quanto spesso prive di riferimenti alla fonte, data per scontata dal colto Chateaubriand. A volte l’occasione di digressioni scaturisce da un minimo dettaglio e sembra quasi cercata in modo da poter inserire uno specifico tocco erudito, per poi riprendere con una cronaca più spigliata quando lo stesso autore si preoccupa di non appesantire invano la lettura. «Mare vidit et fugit» assume tanto più valore se si ricollega al Salmo 34 da cui è tratto. La morale di La Fontaine, il pensiero di Sant’Agostino, le parole di Diodoro Siculo non potevano vagare nel testo senza una precisa collocazione da rintracciare con pazienza. E per i versi latini, da Ovidio a Virgilio, era finora sembrato corretto tradurli in nota citandone la provenienza, dando così piena possibilità di comprensione al lettore moderno, pur conservando nel testo la lingua originale, spia del livello culturale dello scrivente e del suo interlocutore. Con l’Itinerario però venivano introdotte anche intere pagine della Gerusalemme liberata, lunghi passi biblici, ampi dialoghi di Racine e brani di Milton, stralci di corrispondenza e discorsi accademici, la cui lettura non risultava determinante per la cronaca del viaggio e il pensiero del viaggiatore, ed è in quest’ottica che sono stati spesso sacrificati. Se infatti è vero che nel testo certe rovine hanno valore nella misura in cui evocano le opere del passato e citare Omero non deve esser visto come puro orpello ornamentale, è sembrato comunque più indicato salvaguardare l’unità narrativa.

Risolti dunque i primi dubbi sul’impostazione generale, il traduttore si è confrontato poi con altre decisioni importanti. Scegliendo di tradurre fedelmente alla lettera opere che non davano in effetti particolari problemi di comprensione, si è rivolta tutta l’attenzione a restituire lessico, ritmo e strutture meglio aderenti al testo originario. Se il loro autore è noto per il suo stile poetico, per i suoi accenti romantici, per l’ampiezza e la sonorità delle sue frasi, non si può non tenerne conto, soprattutto in tutte quelle descrizioni della natura dalle forti vibrazioni emotive. Comprenderne e ricrearne eloquenza e sensibilità sono obiettivi a cui si deve tendere, questa volta sì per non tradire il significato più profondo del messaggio di cui si diventa portavoce. E qui la difficoltà risiedeva anche in quella particolare costruzione francese che tende a capovolgere la frase di per sé articolata e ricca di participi presenti che permettono un esito scorrevole, ahimè solo in francese. Gli estimatori di Chateaubriand si aspettavano pennellate ricche di sentimento e di immaginazione ed era questo valore aggiunto alla descrizione la sfida da raccogliere oggi.

Si diceva poi inizialmente delle scelte da compiere nel campo più prettamente lessicale. Tralasciando le ovvie esitazioni per termini diversamente connotati nel tempo quali nègre o sauvage, analizziamo a titolo di esempio due curiose perplessità sorte con il cambio di genere del termine dal francese all’italiano. Il potente Grand Lièvre è rimasta la temibile Grande Lepre delle credenze religiose indiane in quanto Gran coniglio selvatico, seppur il termine maschile fosse più adatto al ruolo, non sembrava sufficientemente aulico per l’importanza che ricopriva nel contesto. In un altro caso il «manto di fili intrecciati» ha tradotto il filet nel matrimonio propiziatorio della rete da pesca con le vergini del villaggio, così come, sempre in termini di cerimonie tradizionali, si è fatta sposare Venezia, per il suo doge, con il mare, femminile in francese.

Maneggiando un testo vecchio di due secoli, possono sorgere una serie di difficoltà pratiche per una grafia diversa dall’attuale, dovuta ad esempio all’omofonia tra Origny e Aurigny o all’inclusione dell’articolo nel sostantivo come lencornet per il mollusco encornet. Si devono prevedere anche errori di stampa, Kiew e Kiow, Nouveau Blonde per Nouveau Monde, talvolta facilmente intuibili, frutto magari di copiatura maldestra, talvolta invece causa di dubbi e perplessità. Un moulin à scie può sembrare più improbabile di un moulin à soie, eppure con accurate ricerche trova le sue conferme. Si aggiungano le frasi riportate in greco o le iscrizioni di lapidi deteriorate, spesso occasione di trascrizioni imprecise: tutti casi in cui sicuramente aiuta poter consultare differenti edizioni. Certamente il Voyage en Amérique, col suo voluto tocco di esotismo, è il testo che ha creato più problemi lessicali. Trovare una precisa corrispondenza per termini riferiti a una natura tanto diversa non era facile già col francese dell’epoca, e questo non tanto per le parole di origine indiana lasciate così già nel testo originale, ma soprattutto per nomi di pesci o frutti sconosciuti in Europa. Di poco aiuto il monolingue, che spesso non faceva che citare lo stesso autorevole Chateaubriand. Molti i termini botanici che oggi in italiano vengono definiti con il loro luogo d’origine: il cedro della Virginia come il cipresso della Louisiana rischiavano di stonare con l’ingenuo stupore del francese catapultato nelle enormi distese delle foreste americane. Come destreggiarsi poi con il fiume Roche-Jaune per tutti oggi Yellowstone? Accettare di tradurre «serpente a due teste» ben sapendo che non esiste non è responsabilità del traduttore, ma non reagire davanti a un carcajou descritto con caratteristiche completamente estranee alla specie diventa disorientante per il lettore. Dopo la consultazione di testi specialistici anche dell’epoca non resta che sottolineare in nota la discrepanza con la realtà nata forse da un’errata compilazione, per non dire un sommario assemblaggio. Agha, dragomanni e spahi hanno invece conservato l’atmosfera dell’Oriente senza troppe puntualizzazioni storiche.

Certamente comunque l’aver affrontato tre viaggi che spesso rimandano per ricordi e esperienze a un immaginario comune ha aiutato ad orientarsi tra riferimenti precisi e fugaci allusioni, richiedendo nel contempo però un’unità di revisione globale. Il viaggio del romantico appare d’altronde come fonte di meditazioni coerenti tra loro, ed è questo il tratto non trascurabile che assicura unità all’insieme delle tre opere.

Si è parlato della vasta cultura dell’autore che gli permette di accennare appena a certi personaggi, la cui conoscenza viene sempre data per scontata. Il traduttore e il lettore dovranno tener presente che il figlio di Filippo è per antonomasia Alessandro Magno, così come a Roma la donna sventurata non potrà essere che la giovane amica dell’autore Pauline de Beaumont, la cui morte gli rattristerà l’intero soggiorno. Talvolta le perifrasi consentono a Chateaubriand di scoccare una frecciata critica senza esporsi in modo evidente, con frasi criptiche tipo le allusioni a una tabacchiera d’oro con cui Rousseau si sarebbe polemicamente congedato da Mme de Warens. In altri casi rende reali personaggi inventati, come quando dice di incontrare Padre Aubry, eroe da lui creato per Atala ispirandosi a un preciso martire missionario. Una pazienza certosina permette quindi di ricostruire le debite identità restituendo al contesto la piena comprensione. La necessità di approfondimento della materia trattata, come richiesto da qualsiasi traduzione, e qui la letteraria non si discosta dalla saggistica, rimane come sempre fondamentale anche proprio per riuscire a seguire i suoi voli pindarici, le sue impreviste associazioni. Nell’Itinéraire, ad esempio, Chateaubriand si indigna in merito alla situazione greca, lasciando sottintendere un atteggiamento troppo morbido da parte dell’Europa. La Grecia in effetti stava vivendo un momento storico cruciale per la sua indipendenza e il lettore del tempo sapeva subito cogliere ogni riferimento, oggi invece piuttosto oscuro.

L’insieme di tutte queste riflessioni porta dunque a confermare come il compito del traduttore di testi letterari non contemporanei debba e possa spingersi ben oltre la semplice riconversione linguistica. La complessità del suo operato infatti impone e nel contempo giustifica scelte che permettono anche di indirizzare il taglio editoriale del futuro libro finalizzandolo ad un pubblico specifico con soluzioni anche decisamente personali. Mettendo così in giusto rilievo le peculiarità dell’autore, come ad esempio – nel nostro caso – la freschezza e la modernità di uno Chateaubriand, che a torto nell’immaginario comune rischiava di restare sepolto nei suoi Mémoires d’outre-tombe.

Testi citati

François-René de Chateaubriand, Viaggio in America, a cura di Ada Corneri, Pintore, Torino, 2007 (da Voyages en Amérique et en Italie, in Œuvres complètes, Ladvocat, Paris, 1826-1831, t. VI et VII, 1827)

François-René de Chateaubriand, Viaggio in Italia, a cura di Ada Corneri, Pintore, Torino, 2010 (da Voyages en Amérique et en Italie, in Œuvres complètes, Ladvocat, Paris, 1826-1831, t. VI et VII, 1827)

Ada Corneri, In viaggio con Chateaubriand. Itinerario da Parigi a Gerusalemme, Pintore, Torino, 2016 (con la traduzione di brani scelti da François-René de Chateaubriand, Itinéraire de Paris à Jérusalem, in Œuvres complètes, Ladvocat, Paris, 1826-1831, t. VIII, IX et X, 1826)