Numero 13 (autunno 2017) | Studi e ricerche

Un ebreo il primo traduttore di Hitler

LE EDIZIONI ITALIANE DI MEIN KAMPF

di Bruno Maida

Il titolo doveva essere Viereinhalb Jahre [des Kampfes] gegen Lüge, Dummheit und Feigheit, cioè «Quattro anni e mezzo di lotta contro menzogne, stupidità e codardia», ma l’editore Max Amman convinse Adolf Hitler a sceglierne uno più conciso ed efficace, Mein Kampf. Mentre si trovava nel carcere di Landsberg dopo il fallito putsch di Monaco, il futuro Führer lo aveva dettato in parte al suo autista, Emil Maurice, e in parte all’amico Rudolf Hess. Venne pubblicato in due volumi – il primo nel 1925, il secondo nel 1926 – dalla casa editrice del partito, la Franz Eher-Verlag. Al 1929 il primo volume, che aveva un carattere biografico, aveva venduto 29 mila copie; il secondo, che costituiva il lungo e apocalittico manifesto politico del nazismo, solo 13 mila. Secondo lo storico Ian Kershaw «non fu esattamente il folgorante bestseller che ci si aspettava che fosse, almeno fino all’avvento di Hitler al potere» (Kershaw 1999, 363, ma secondo Plöckinger 2006, fu invece un bestseller molto discusso e controverso nella Repubblica di Weimar). Forse era politicamente un esito deludente per Hitler e il suo partito, che avrebbero voluto una diffusione di massa di quello che era ormai il loro manifesto. Ma quattro anni dopo, quando Hitler andò al potere, le copie vendute divennero un milione e mezzo. Ne fu realizzata anche una versione popolare in un volume unico, regalata a ogni coppia di sposi. Nel 1945 ne erano state ormai vendute 10 milioni di copie e il libro era stato tradotto in sedici lingue. Mein Kampf non aveva trasformato Hitler in uno scrittore ma «ne aveva fatto un uomo ricchissimo» (Kershaw 1999, 364).

La mia battaglia uscì nel marzo 1934 (Treves 1934). Era una versione ridotta, poiché composta dalla traduzione del secondo volume (Die nationalsozialistische Bewegung, ossia «il movimento nazionalsocialista») e da una breve sintesi del primo (Eine Abrechnung, cioè un rendiconto oppure – come hanno tradotto Linguardo e Mainardi 2016 – «un bilancio», conosciuto in seguito come Mein Leben, «la mia vita»). Un’edizione completa sarebbe apparsa solo quattro anni dopo, quando il primo volume venne tradotto nella sua interezza da Bruno Revel. Ma assai più strano e originale fu il fatto che a tradurre il secondo, quello appunto apparso nel 1934, fosse un ebreo, Angelo Treves. Iscritto alla Comunità ebraica di Milano, fu «all’epoca forse il più prolifico tra i traduttori italiani, dal tedesco e non solo (per vari editori tradusse circa sessanta autori, tra cui Schalom Asch, Schnitzler, Unamuno, Essad Bey, Nietzsche, anche lo Spengler tanto amato da Mussolini, Svetonio e diversi marxisti» (Fabre 2004, 70). Morto nel 1937 (Treves 2016), Treves non attraversò gli anni bui delle persecuzioni razziali e quindi non sappiamo come avrebbe vissuto, a posteriori, questo suo coinvolgimento con le loro premesse. Il suo nome, peraltro, non comparì sul frontespizio dell’edizione Bompiani e, sebbene la pratica di segnalare il traduttore non fosse così sistematica tra le due guerre, nondimeno possiamo immaginare che in quel caso dipendesse soprattutto dallo strano connubio tra la furia antisemita nazista e hitleriana e quel cognome così tradizionalmente ebraico. Solo in seguito il nome apparve in un inserto pubblicitario che presentava l’opera di Hitler.

Una durissima valutazione del lavoro dell’allora anonimo traduttore fu data sulle pagine de «Il Leonardo» da Delio Cantimori, allora poco più che trentenne e fascista convinto. Cantimori, ottimo conoscitore del tedesco, sarebbe diventato in seguito storico insigne e figura di primo piano della cultura italiana del Novecento, abbandonando i sogni corporativisti del regime verso la fine degli anni trenta, quando si avvicinò al partito comunista clandestino, che abbandonò poi a sua volta nel 1957. Nella sua recensione all’edizione italiana di Mein Kampf, Cantimori attribuiva erroneamente la responsabilità di aver riassunto il primo volume, operazione che al contrario era stata voluta e realizzata dall’editore. In quei tagli e in quelle sintesi, il giovane studioso vedeva una sorta di volontà di censura o di indirizzamento forzato del lettore, mentre al contrario era stata determinata da una più banale scelta editoriale, ossia quella di mettere sul mercato un’opera accettabile più che altro nelle dimensioni per il pubblico italiano. Scriveva comunque Cantimori: «La traduzione non è sufficiente; in ogni caso la fatica che il traduttore-riduttore s’è data non è commisurata all’importanza del documento politico e storico che è Mein Kampf» (Cantimori 1935, 309). La critica maggiore nei confronti della traduzione, che in quel caso Cantimori riteneva prima di tutto un atto politico, si rivolgeva all’imprecisione nel rendere il linguaggio rozzo ma efficace di Hitler. Secondo il recensore, se era vero che bisognava «rassegnarsi ad avere in italiano un periodo spesso pesante e scombinato, e a tradurre letteralmente» (Cantimori 1935, 309), tuttavia gli errori traduttivi non erano pochi; e li elencava, a partire dall’aver omesso la traduzione del termine völkisch o aver reso Führer con «Duce» (con un effetto comico, quando per esempio si leggevano nel testo italiano espressioni come «Duce temporaneamente eletto») oppure con «dirigente» anziché «capo», o ancora Weltanschauung con «concezione del mondo».

Il giudizio finale era netto, quanto ingeneroso, anzi, secondo Fabre, livoroso (Fabre 2004, 81): «una scarsa preparazione linguistica, un’assenza assoluta di preoccupazioni culturali e politiche ha condotto il traduttore-riduttore a rendere un servigio non bello all’autore del libro e al pubblico italiano stesso» (Cantimori 1935, 310). In realtà, è probabile che Treves fosse stato chiamato per le sue qualità e per il meritato prestigio che aveva in campo traduttivo. Appare presumibilmente inventato, dunque, il racconto fatto anni dopo da Valentino Bompiani, secondo il quale sarebbe stato lo stesso Treves a insistere con lui affinché pubblicasse Mein Kampf, preoccupato che gli italiani non conoscessero il vero pensiero nazista (Bompiani 1992, 58). Era stato invece Mussolini a volere quella pubblicazione, come abbiamo visto, e che Treves ne fosse più o meno interessato o entusiasta appare credibile ma non dimostrabile.

La vicenda editoriale di Mein Kampf successiva alla fine della seconda guerra mondiale fu innanzitutto legata al fatto che i diritti finirono, in seguito all’espropriazione dei beni del partito nazionalsocialista da parte delle potenze vincitrici, nelle mani del Ministero delle finanze bavaresi che ne vietò la ritraduzione fino al 2015. Non a caso la prima edizione critica del testo è apparsa nel 2016 a cura dello Institut für Zeitgeschichte München-Berlin (Istituto di storia contemporanea di Monaco-Berlino) (Hitler 2016). Nel lungo intermezzo, le edizioni non sono mancate, sebbene Bompiani non lo ristampasse più e l’intenzione di pubblicarne una nuova versione da parte di Sansoni alla fine degli anni sessanta, con la direzione di Enzo Collotti, non andasse al di là di una semplice idea (Pinto 2017, 189).

Molte invece furono le edizioni pirata della vecchia traduzione di Treves o in nuove traduzioni anonime, proprio a partire da quel periodo, soprattutto da parte di case editrice neofasciste, ma non solo: La Sentinella d’Italia di Monfalcone (1969), Pegaso di Bologna (1970, l’unica a ripubblicare i due volumi), La Bussola di Roma (1971), Homerus di Roma (1971), Campironi di Cologno Monzese (1975), fino all’edizione di Ar di Padova (1986) – la casa editrice di Franco Freda, figura centrale negli ambienti dell’eversione e del terrorismo neofascisti durante gli anni della “strategia della tensione” – che ripubblicò l’edizione Bompiani. Tutte «hanno subito alcuni lievi rimaneggiamenti lessicali, quasi a voler evitare possibili azioni giudiziarie» (Pinto 2017, 189)

E’ in parte ciò che accadde alla prima edizione critica integrale che venne pubblicata da Kaos nel 2002, curata da Giorgio Galli (Galli 2002). Per quanto non sia chiaro a chi si debba la traduzione, sembra credibile che Galli si sia basato sulla versione di Treves, con qualche rimaneggiamento operato redazionalmente per non incorrere in problemi relativi ai diritti. Il problema maggiore fu però con il governo tedesco che impose, considerando che i diritti erano ancora in mano allo stato bavarese, che la casa editrice italiana pubblicasse una versione rimaneggiata, il che fece nel 2006. Solo nel 2015 Kaos poté ripubblicare, sempre con la cura di Galli, l’edizione integrale del 2002, aggiungendo il Secondo libro di Hitler. Le vere novità sono di poco successive. Nel 2016 la casa editrice Thule di Roma, di cui è evidente la collocazione politica e culturale neonazista, propone una nuova traduzione, con l’obiettivo di restituire – come viene scritto nella prefazione – una sorta di testo originario, garantendo la fedeltà nei confronti dell’opera e dell’autore, ossia operando un processo di “ricostruzione” della fonte, antitetico alle edizioni critiche rivolte a “decostruire” Mein Kampf. Al di là della problematicità traduttiva di questo obiettivo, l’operazione sceglie esplicitamente di non essere un’edizione critica, non presentando alcun apparato di note e commenti. E’ necessario aspettare i primi mesi del 2017 per avere una nuova traduzione che è al contempo edizione critica, affidata dalla torinese Free Ebrei allo storico Vincenzo Pinto, coadiuvato nella traduzione da Alessandra Cambatzu (Cambatzu, Pinto 2017). Se per una valutazione di questa traduzione bisogna quindi attendere che gli addetti ai lavori si immergano in questo insieme di nuovi testi (dall’edizione critica tedesca a quella italiana, fino alla traduzione di Linguardo, Mainardi 2016), nondimeno si possono preliminarmente avanzare tre osservazioni.

La prima riguarda il fatto che per la prima volta in Italia disponiamo di una versione di Mein Kampf a cui il lettore e lo studioso possono avvicinarsi con l’ausilio di un ricco apparato (utile anche sotto il profilo didattico) basato sulla più ampia e recente storiografia. Non è poca cosa, considerando che il maggior numero di versioni circolanti, specie nel mercato antiquario, sono di origine neofascista e di fatto riproducono l’edizione del 1934, in modo più o meno legittimo o piratesco. Né si può dimenticare che l’uso e l’abuso delle citazioni hitleriane di Mein Kampf ha prodotto una sorta di apparente quanto frammentaria e imprecisa conoscenza diffusa sui contenuti dell’opera. Tornare alle fonti, con competenza e senso critico, costituisce dunque un contributo di indubbio valore. La seconda è che un’edizione del genere rappresenta la migliore risposta ad avventure editoriali come quella del «Giornale», che l’11 giugno 2016, proprio tre giorni dopo l’approvazione definitiva alla Camera della legge contro il negazionismo, ha messo in vendita Mein Kampf con il quotidiano  in una collana che, indipendentemente dall’interesse dei singoli volumi, non ha presentato alcun profilo scientifico né fornito strumenti critici al lettore su un testo così complesso, controverso e in una traduzione (quella di Treves) che, come abbiamo visto, era tutt’altro che il riflesso di un processo politico neutro. La terza è che nel secondo volume dell’opera pubblicata da Free Ebrei, composto da molti saggi, in buona parte già editi, due di essi possono interessare particolarmente il lettore di «tradurre»: La traduzione araba del Mein Kampf di Hitler di Walid Abd el Gawad, tradotto dall’inglese da Vincenzo Pinto, e Le parole del Mein Kampf, dello stesso Pinto. Quest’ultimo in particolare presenta un confronto di grande interesse su come sono stati tradotti nelle tre edizioni precedenti (Bompiani, Kaos e Thule) alcuni lemmi strategici del discorso hitleriano e nazista: Arbeit-Arbeiter, Jude-Judentum, völkisch-Volksgemeinsschaft, Weltanschauung-Weltbild. E’ un’analisi che mette in luce qualcosa che appare ovvio ai traduttori ma assai di meno a chi, anche tra gli studiosi, si pone di fronte ai testi, ossia la necessità di contestualizzare le traduzioni e di ricostruire (e restituire) le diverse visioni del mondo, insieme alle scelte editoriali e commerciali che le accompagnano.

Bibliografia

Bompiani 1992: Valentino Bompiani, Via personale, Milano, Mondadori, (prima edizione 1972)

Cambatzu, Pinto 2017: Adolf Hitler, La mia battaglia, a cura di Vincenzo Pinto, 2 voll., traduzione di Alessandra Cambatzu e Vincenzo Pinto, Free Ebrei, Torino

Cantimori 1935: Delio Cantimori, recensione senza titolo di Treves 1934, in «Il Leonardo», VI, 1935, pp. 224-227, ora in Id., Politica e storia contemporanea. Scritti (1927-1942), a cura di Luisa Mangoni, Torino, Einaudi, 1991, pp. 306-311

Fabre 2004: Giorgio Fabre, Il contratto. Mussolini editore di Hitler, Bari, Edizioni Dedalo

Galli 2002: Il “Mein Kampf” di Adolf Hitler, a cura di Giorgio Galli, Milano, Kaos edizioni

Hitler 2016: Adolf Hitler, Mein Kampf. Eine kritische Edition, hrsg. Christian Hartmann et al., 2 voll., München-Berlin, Institut für Zeitgeschichte

Kershaw 1999: Ian Kershaw, Hitler. 1889-1936, Milano, Bompiani (traduzione di Alessio Catania da Ian Kershaw, Hitler, 1889-1936. Hybris, London, Norton, 1998)

Linguardo, Mainardi 2016: Adolf Hitler, La mia battaglia, 2 voll., traduzione di Marco Linguardo e Monica Mainardi, Roma, Thule Italia

Pinto 2017: Vincenzo Pinto, Le parole del Mein Kampf, in Adolf Hitler, in Cambatzu, Pinto 2017, vol. II, Analisi, pp. 187-208

Plöckinger 2006: Othmar Plöckinger, Geschichte eines Buches: Adolf Hitlers „Mein Kampf“, 1922–1945, München, Oldenbourg, 2006

Treves 1934: Adolf Hitler, La mia battaglia, Milano, Bompiani (traduzione di Angelo Treves da Adolf Hitler, Die nationalsozialistische Bewegung, München ,Franz Eher Verlag, 1926, più la sintesi di Eine Abrechnung, München, Franz Heher Verlag, 1927)

Treves 2016: Alessandro Treves, Il settimanAle – Il mio imbarazzo, in «Moked. Il portale dell’ebraismo italiano» (http://moked.it/blog/2016/06/26/il-settimanale-il-mio-imbarazzo/)