Numero 13 (autunno 2017) | Quinte di copertina

Una traduttrice che mette becco

di Paola Mazzarelli, autrice di

Laura Ingalls Wilder, Piccola città del West. La casa nella prateria 5, Roma, Gallucci 2017 (da Little Town on the Prairie, New York, Harper & Bros, 1941)

All’inizio degli anni ottanta del secolo scorso gli studenti di storia sociale dell’Università di Warwick trovavano nella bibliografia da portare all’esame anche Cuore di De Amicis. Se succeda ancora non so. Lo leggevano come documento di un universo sociale impensabile per l’Inghilterra coeva, dove – per fare un esempio – un figlio di carbonaio non avrebbe mai potuto sedere non già nello stesso banco, ma neppure nella stessa scuola, con un figlio di “signori”. L’episodio mi è tornato in mente traducendo i volumi (3-6) della serie per ragazzi Little House, di Laura Ingalls. Anche questa serie potrebbe essere utilmente proposta agli studenti di storia e letteratura americana, come documento della vita e dello spirito della frontiera (e della creazione del mito della frontiera): nello specifico la frontiera dei primi coloni, quelli che andavano verso ovest di pari passo con il procedere della costruzione della ferrovia, via via creando insediamenti stabili. E quindi case, scuole, chiese, mezzi di trasporto, usi, costumi, attrezzi, abitudini quotidiane, flora, fauna, flagelli, disgrazie, aspirazioni, pregiudizi… C’è tutto e tutto è intessuto di scrupolosi e minuti dettagli, come è spesso della letteratura di genere.

Dettagli, delizia e tormento del traduttore: ho costruito chiodo per chiodo, asse per asse, le baracche dei pionieri, confezionato pezzo a pezzo abiti con e senza crinolina (e quale tipo di crinolina, poi? Tenuta in posizione come? Con quale tipo di laccio, bottone, impuntura? E le stecche e le stoffe…), viaggiato su carri e calessi… Imparando un mucchio di cose, molte delle quali non mi serviranno mai a niente. Bellissimo. Sì, perché i dettagli di solito hanno un nome esatto e specifico, che bisogna andare a scovare in pieghe insondate di dizionari, glossari e fonti varie. A volte affioravano alla memoria discorsi di nonne e di donne della mia infanzia. Costante, deliziosa, sorprendente caccia al tesoro. Per esempio, come diavolo si chiama la … (“paratia”?) anteriore del calesse, in inglese dashboard, voce che sarebbe (anche) il cruscotto dell’automobile e che nessun mio dizionario cita in quell’altra ormai scomparsa accezione? Si chiama «cruscotto», naturalmente! (Anzi, da quel cruscotto là viene il nostro cruscotto). Facile: era lì a due passi. Già, ma io ci sono arrivata, qui come in innumerevoli altri luoghi, per lunghi e tortuosi sentieri. Questo per dire del divertimento.

La scrittura è più che dignitosa (cosa non ovvia nella letteratura di genere). A volte, forse, un po’ ripetitiva. Più ripetitiva nell’edizione americana che in quella italiana, comunque. Come è possibile? Be’, perché sono una traduttrice che mette becco.

Questo mio vizio del mettere becco è utile – anzi, direi indispensabile – nel tradurre letteratura di genere, e a maggior ragione letteratura per ragazzi: già che scrivo, tanto vale mettere sul piatto dei giovani lettori una scrittura che, zitta zitta e senza parere, abbia un vago profumo di letteratura. O magari soltanto di “cosa scritta in buon italiano”. Lo faccio sempre e l’ho fatto anche qui. Il che poi significa che di fronte a due scelte ho optato di solito per quella più incisiva o più precisa o più elegante o più idiomatica. O più ancorata alla tradizione letteraria italiana. Prendendomi le libertà del caso. Stiamo dicendo che la traduzione risulta magari, qui e là, “migliore” dell’originale? Mi sa di sì. Aiuto! Lo so, mi sto cacciando in un ginepraio… Tanto vale che lo dica subito: la mia traduzione non passerebbe lo scrutinio di nessuna lente traduttologica. Via, cassata! Temo che non passerebbe nemmeno lo scrutinio di un editore meno liberale e illuminato del mio.

E allora?

Passerà lo scrutinio dei lettori. E se qualcuno di loro, chissà quando, chissà dove, si ricorderà di quell’espressione idiomatica, di quel giro di frase, di quell’aggettivo, magari perfino un po’ letterario, che gli è colato dentro inavvertitamente, e lì è rimasto… be’, la mia traduzione avrà anche assolto al suo compito.