Numero 14 (primavera 2018) | Studi e ricerche

Benedetto Croce, ancora lui!

ALLE ORIGINI DELLA TRADUZIONE EDITORIALE CONSAPEVOLE IN ITALIA

di Gianfranco Petrillo

Benedetto Croce con l’editore Giuseppe Laterza

Tra la fine degli anni venti e gli inizi dei trenta del Novecento, si sa, nacquero in Italia (confesso di non sapere, per ora, quando ciò sia accaduto altrove; e sarebbe importante saperlo) le prime collane editoriali dedicate consapevolmente a scrittori stranieri: la «Modernissima» di Gian Dàuli, la «Biblioteca romantica» di Borgese, la «Biblioteca europea» di Antonicelli, «Il Genio russo» di Polledro, gli «Scrittori nordici» di Mazzucchetti; e così via. E con queste collane si fece man mano sempre più forte lo scrupolo filologico, l’esigenza dell’integrità dei testi, dell’aderenza all’originale; e così via. Ma come e quando ha preso avvio la spinta a questa ondata?

Suggerisco una data esatta: 25 giugno 1906. È quella in calce alla Prefazione del traduttore premessa da Benedetto Croce alla Enciclopedia delle scienze filosofiche in compendio di Giorgio Federico Guglielmo (sic!) Hegel da lui stesso tradotta (Croce 1907). Non erano mancati, anche in precedenza, traduttori che avevano dato avviso dei criteri adottati nel condurre l’opera loro. Ma si trattava di episodi occasionali e di personalità magari di prim’ordine nel loro campo specifico, ma poco noti nel mondo editoriale e letterario. Croce invece era ormai un’autorità, cinque anni dopo la pubblicazione dell’Estetica e tre dopo l’avvio della rivista «La Critica», e la sua battaglia antipositivistica raccoglieva seguaci sempre più numerosi e agguerriti. Tanto più che quella sua traduzione compariva come primo titolo di una collana nuova, ideata da Giovanni Gentile e diretta da entrambi, presso quell’editore Giuseppe Laterza di Bari la cui vicenda fu strettamente legata all’opera di Croce (ma non esclusivamente dipendente da lui).

La collezione di «Classici della filosofia moderna» intendeva fornire agli studiosi italiani la conoscenza diretta di testi di cui molti parlavano senza averli mai letti, per sentito dire, semplicemente perché non esistevano in italiano. Eugenio Garin (1991, 113-114) ha fatto piazza pulita del pregiudizio secondo il quale quell’iniziativa fosse il momento di una delle tante “sprovincializzazioni” di cui sarebbe disseminata la storia della cultura italiana, dimostrando ad abundantiam che fin dall’unificazione vi era stato nell’editoria italiana un pullulare di traduzioni e di aperture all’Europa. Ma è vero che si trattava della prima iniziativa specificamente diretta a tale scopo, della prima collana interamente e consapevolmente dedicata a traduzioni di testi stranieri: «Purtroppo, le opere che rappresentano i momenti principali del pensiero filosofico moderno, sono nate, quasi tutte, fuori d’Italia» tranne quelle di Giordano Bruno e di Giovan Battista Vico, scrivevano nel 1905 i due fondatori nel loro Programma.

Eppure l’Enciclopedia hegeliana in italiano esisteva già. Anzi, a ulteriore riprova della infondatezza della fola di un isolamento italiano, quella esistente era stata la prima versione in lingua straniera del fondamentale testo. L’aveva svolta un tale Alessandro Novelli, che, tra il 1863 e il 1864 (e quindi a un ritmo che appare frenetico), aveva pubblicato in undici volumi pressoché l’intera opera di Hegel presso l’editore Rossi-Romano di Napoli. Nel darne notizia lo stesso Croce nella sua Prefazione aggiungeva:

Il traduttore manifestava saggi propositi di fedeltà; e in un’avvertenza osservava: «Se ogni filosofia non può formolarsi altrimenti che nella lingua da cui sgorga, l’idealismo del cattedratico di Berlino, mal contenuto nello stesso tedesco idioma, dee naturalmente trovarsi compresso in una lingua spirante per ogni sillaba i pregiudicati concetti di epoche passate da molto» (Croce 1907, XII).

A questo punto interveniva quanto Croce aveva salvato della sua formazione erudita nel periodo del vituperato positivismo: la preparazione filologica, la preoccupazione dell’accuratezza e dell’aderenza al testo, che però, nella pratica, i grandi maestri di quegli anni usavano riservare esclusivamente ai classici letterari antichi. E osservava, a proposito del Novelli:

Ma il lavoro gli riuscì assai infelice; e senza insistere su questo punto, dopo tutto il male che si è sempre detto di quelle traduzioni del Novelli – finite sui muriccioli e le bancarelle di Napoli, dove si sono trascinate per anni e sono state rose dal sole e dalla pioggia – credo che basti riferire, come saggio del suo lavoro, la versione proprio del primo paragrafo dell’Enciclopedia (Croce 1907, XII).

Seguivano, su due colonne raffrontate, originale e versione novelliana. Peccato che questa iniziativa non abbia suscitato nel pensatore l’idea almeno della utilità, se non della assoluta necessità, della presenza del testo a fronte per qualsiasi traduzione. E seguiva, poi, la condanna senza appello anche di un’altra traduzione hegeliana compiuta da un italiano, Augusto Vera, ma in francese (Vera 1859), pur meritoria per essere stata la prima in una lingua neolatina; condanna comprovata da tre fitte pagine di esempi di errori tratti soltanto dalla Introduction. «Superiori d’assai, per giustezza d’interpretazione e per fedeltà, a queste del Vera, sono le traduzioni della prima e della terza parte dell’Enciclopedia fatte in inglese dal Wallace» (cioè Wallace 1892).

E così arrivava a chiarire, Croce, la natura della propria versione:

La presente traduzione è quasi letterale, essendomi studiato di conservare non solo il significato astratto, ma anche la lettera e l’impronta dell’originale; e perciò non ho usato neppur di quella libertà di sostituzioni terminologiche e di parafrasi interpretative, che ha adoperato il traduttore inglese. Più che un ritratto, questa mia traduzione è, dunque, ed ha voluto essere, un calco. So bene che cosa si può addurre contro un tal metodo; ma ogni metodo di traduzione è difettoso (Croce 1907, XX: il corsivo è nel testo).

Poche righe, ma al lettore dell’Estetica il teorico dei distinti esponeva così implicitamente tre punti per lui fondamentali. Il primo era che una cosa è l’impossibilità di tradurre poesia, colà affermata (cioè nella sfera dell’estetica, appunto: cfr., per questo, Albanese, Nasi 2015, 37-48, ma anche Albanese 2012, 120-129), altra è la necessità di tradurre per sapere. Il secondo: non esiste un solo modo di tradurre, ma almeno tanti quanti sono gli scopi. E infine: comunque, non si arriva mai a dire la stessa cosa.

Ovviamente nei centodieci anni trascorsi da allora ci sono state più traduzioni di quello come di altri testi di Hegel in italiano. E probabilmente qualcuno si è anche cimentato con un’analisi di quell’impresa di Croce: sta di fatto che il lessico hegeliano creato in quell’occasione da Croce per l’italiano si è affermato e consolidato. È però bene ricordare che quella non fu l’unica traduzione del filosofo napoletano. Poco meno di vent’anni dopo si sarebbe cimentato con la traduzione del secentesco Cunto de li cunti o trattenemiento de’ peccerille di Giovan Battista Basile (cfr. Albanese 2012 cit.): e quella non era un “calco”. Altri anni ancora e, nel 1938, avrebbe orgogliosamente ricordato, a proposito della traduzione di Hegel:

io non fui mosso a quel lavoro né da vanagloria né da umiltà, ma unicamente dal pensiero che giovasse dare agli studiosi italiani, come primo volume della collana di classici della filosofia moderna che si prendeva a pubblicare presso l’editore Laterza, l’Enciclopedia dello Hegel ; sicché, non essendoci allora nessun altro disposto o pronto a quella fatica, senza pensarci due volte, me la tolsi su di buona voglia sulle spalle e la portai a termine alacremente in pochi mesi (Croce 1938, 312).

Ma in queste sede quello che ci interessa è altro. C’era infatti anche una quarta cosa, in tutta quella operazione editoriale. C’era la consapevolezza di una iniziativa traduttoria complessiva rivolta a un fine dichiarato, di cui – con la sua particolare traduzione – Croce metteva in luce l’aspetto, per così dire, “tecnico”, così influendo sensibilmente sui giovani che nel successivo decennio si sarebbero avvicinati al suo magistero. La consapevolezza era tutta sua ed è per questo che mi riferisco in particolare alla sua Prefazione. Che cosa ne pensava infatti l’ideatore della collana, Gentile? Nulla. Anzi, in quello stesso periodo il filosofo siciliano s’imbarcava nella strenua impresa della rivendicazione di un primato filosofico italiano, che non si limitava al recupero di antesignani quali Bruno e Vico, ma portava alla ribalta Rosmini, Gioberti, Galuppi e così via. Su quella strada sarebbe arrivato a creare l’atmosfera di nazionalismo culturale che dominò l’intellettualità fascista tra le due guerre. E che non a caso fu combattuta con le armi dei libri. Croce, si badi, non era lontano dal nutrire analoghi sentimenti, ma aveva – proprio grazie a quella sua formazione erudita e preparazione filologica – un più serio senso delle proporzioni.

E a questo proposito mi piace concludere questa notiziola con un più tardo sviluppo della vicenda di quella traduzione (ovviamente più volte ripubblicata nel frattempo da Laterza). Si tratta della noterella, già citata sopra, pubblicata da Croce su «La Critica» nel 1938 per polemizzare con il neoscolastico Siro Contri che lo aveva accusato, per la critica alla traduzione di Novelli, sia di vanità, perché, se ne avesse invece riconosciuto i pregi, gli «sarebbe mancata la gloria di “iniziatore delle traduzioni hegeliane in Italia”», sia di «odio di parte», per aver oscurato che «la via degli studii hegeliani gli era stata spianata da un prete autentico, e cioè non ribelle, come furono altri hegeliani d’Italia» (Contri 1938, 318-319).

Croce si divertiì allora, tra le altre frecciate, a fornire il ritratto di Alessandro Novelli (1827-1868). Entrato in seminario, questi ne fu distolto dalla lettura della Nouvelle Heloïse che lo avviò alla «galanteria», quindi entrò all’accademia militare e ne fuggì, ripiegando su un modesto impiego. A questo punto Croce, va detto, rivelava la sua tendenziosità, in quanto accoglieva senza manifestare dubbi la notizia, riferitagli da amici superstiti del Novelli, che attribuiva il risorgere in lui della vocazione sacerdotale a una scommessa fatta con loro. Vocazione non più abbandonata ma spesso interrotta da avventure «galanti», tra le quali si annoverava anche una rocambolesca fuga calandosi da una finestra con una corda fatta con le strisce dell’abito talare. Partecipò poi alla fugace primavera di speranze ribelli nella Napoli liberata nel 1860 da Garibaldi e nel 1862 pubblicò un Sommario della scienza filosofica quale è intesa in Italia al declinar del secolo XIX, aggregandosi quindi a quella «assai curiosa bohème, precipuamente filosofica, […] che si raccoglieva in Napoli tra il 1860 e il 1870 […] Quasi tutti, buona e candida gente che stentavano la vita, e di conseguenza si atteggiavano a sdegnosi antiaccademici e antiuniversitarii, giacché, per il disordine stesso della loro cultura e dei loro cervelli, rimanevano esclusi dall’insegnamento ufficiale» (Croce 1938, 215).

Dopo essere stato giobertiano e aver poi «attraversato» Hegel, Novelli era quindi approdato a un razionalismo di stampo «socialistico», senza aver la tempra di creare un «sistema» proprio; ma, insegnante in un collegio privato, sapeva suscitare negli allievi passione per la filosofia e per il sapere. Morì precocemente. Ma – sottintende Croce –  non costituendo certo un paradigma di prete esemplare.

Riferimenti bibliografici

Albanese 2012: Angela Albanese, Metamorfosi del Cunto di Basile. Traduzioni, riscritture, adattamenti, Ravenna, Longo

Albanese, Nasi 2015: L’artefice aggiunto. Riflessioni sulla traduzione in Italia: 1900-1975, a cura di Angela Albanese e Franco Nasi, Ravenna, Longo

Contri 1938: Siro Contri, La genesi fenomenologica della «Logica» hegeliana, Bologna, Criterion, 1938)

Croce 1907: Prefazione del traduttore, in Giorgio Federico Guglielmo Hegel, Enciclopedia delle scienze filosofiche in compendio, tradotta da Benedetto Croce, Bari, Laterza, («Classici della filosofia moderna a cura di B. Croce e G. Gentile» 1), pp. V-XXVI

– 1938: B.C., Alessandro Novelli, il traduttore italiano di Hegel, in «La Critica. Rivista di letteratura, storia e filosofia diretta da B. Croce», 36, 1938, pp. 311-316

Garin 1991: Eugenio Garin, Editori italiani tra Ottocento e Novecento, Bari, Laterza

Vera 1859: Logique de Hegel, traduite per la première fois et accompagné d’un commentaire perpetuel par A. Vera, docteur ès lettres de la Faculté de Paris, ancien professeur de l’université de France (Paris, Ladrange, 1859, 2 voll.; II edizione riveduta, Paris, Germer Baillière 1874)

Wallace 1892: The Logic of Hegel, translated from the Encyclopedia of the philosophical sciences by William Wallace ecc. (second edition, revised and augmented, London, Clarendon Press, 1892 – I ed 1874)