Numero 14 (primavera 2018) | Pratiche

Tradurre è scrivere

PAROLA DI ADA VIGLIANI

di Gianfranco Petrillo

Aveva delle perplessità, Ada, per questa intervista. «Diranno che facciamo tutto in famiglia, noi di “tradurre”», diceva. «Sta’ a vedere – le ho risposto – che siccome abbiamo la disgrazia di avere in redazione una che ha tradotto alcuni tra i massimi esponenti della letteratura in lingua tedesca del Novecento, e non solo, dobbiamo far finta di non conoscerla nemmeno». Si è convinta e ora, da buoni borghesi, siamo davanti a tè e biscotti, registratore acceso e Paola Mazzarelli alla console, in un pomeriggio invernale tipicamente torinese, come è lei, con quell’aria da madamina gozzaniana, riservata e poco incline alle confidenze. Ma si fa presto a scoprire che non è vero.

Ti piace tradurre?

Sì, mi piace. Mi piace molto.

Cioè, è il mestiere che ti piace fare. Non ne faresti un altro più volentieri?

Mah, al momento non ci penso neanche più. Forse, quando ho iniziato, dopo qualche anno, mi dicevo: non credo che farò la traduttrice per tutta la vita. E forse lo dicevo anche perché, all’inizio, non mi occupavo solo di traduzione: insegnavo, continuavo a studiare all’università, collaboravo con «Tuttolibri». Poi però un libro tirava l’altro, c’era quello che mi interessava per una cosa, l’altro per un’altra, e così non ne sono più uscita, e tradurre è diventata l’attività principale della mia vita, in certi periodi persino esclusiva. Mi piace molto variare, e questo rende il lavoro del traduttore non monotono, come molti credono sia. Mi piace tradurre romanzi, novelle, saggistica, poesia, aforismi… Sono abbastanza onnivora.

E hai potuto sempre farlo? Cioè, hai avuto sempre la possibilità di scegliere?

Ho avuto fortuna, perché ho sempre potuto rifiutare ciò che non mi piaceva o non mi piaceva abbastanza per affrontarne la traduzione. E potevo rifiutare perché avevo delle alternative o perché ero abbastanza avventata da dire: no, non lo faccio perché non mi piace, e qualche altra porta si aprirà. E le porte per fortuna si sono aperte. E quindi, sì, tendenzialmente ho sempre tradotto cose molto diverse, che però mi piacevano tutte.

Se non ricordo male, a parte le Affinità elettive, su cui poi ci soffermeremo un momento, in realtà sono quasi tutti autori del Novecento, i tuoi. Faccio qualche nome alla rinfusa: Musil, Polgar, Sebald (molto Sebald), Canetti, Wander, Stefan Zweig, Walser, Jünger, Broch, Erpenbeck, Assmann…

Sì, in effetti ci sono moltissimi autori del Novecento, con qualche sforamento – non proprio irrilevante, però – verso la letteratura contemporanea (dell’ultimo decennio), come Jenny Erpenbeck e Katja Petrowskaja, senza contare l’egittologo Jan Assmann.  Andando all’indietro, invece, a parte un Goethe… veramente, no, più di un Goethe: ci sono le Conversazioni con Goethe di Eckermann, c’è l’antologia di racconti tratti dalle opere goethiane, in particolare dal Wilhelm Meister. Però tendenzialmente i classici che ho tradotto sono classici del Novecento. E sono libri molto diversi. Ci sono racconti, aforismi, romanzi, anche se nel Novecento la parola romanzo vuol dire tutto e non vuol dire niente. Ah, dimenticavo, dell’Ottocento c’è stato anche Schopenhauer.

Questo in un certo senso però pertiene alla tua formazione filosofica. Giusto?

Sì, giusto. La mia è una formazione un po’ ibrida. Nel senso che è filosofica, però io “variavo” molto anche all’università … oltre ai corsi di filosofia ne ho seguiti anche molti di storia, di letteratura, in particolare tedesca…

Come si usava una volta: una formazione ad ampio raggio, di stampo umanistico.

Come si usava una volta, certo. Il piano di studi aveva una certa libertà, io sceglievo le materie che mi interessavano di più, gli insegnanti che mi piacevano di più. E, accanto ai classici corsi di filosofia, ho seguito quelli di storia con Franco Venturi sull’Impero russo e sull’Illuminismo riformatore. E poi corsi di letteratura tedesca con Claudio Magris, che in quel momento – siamo negli anni settanta – insegnava a Torino.

Il canone letterario tedesco è intriso di speculazione filosofica, che lo rende caratteristico e certe volte ostico. Credi che la tua formazione ti abbia quindi agevolato nell’affrontare questi scrittori?

Ci sono molti traduttori dal tedesco che non hanno una formazione strettamente linguistica e i filosofi sono parecchi, a cominciare da Renata Colorni, ad esempio.  E ci sono molti scrittori tedeschi, molti classici, che non si limitano a narrare e a descrivere, ma intrecciano la narrazione alla riflessione, e presentano pagine di una certa complessità: penso a Musil, penso a Broch, che hanno anche una preparazione filosofica. Sicuramente, per tradurre certi autori bisogna avere le spalle un po’ coperte!

Questa formazione ti ha favorito anche professionalmente?

Sì, mi ha favorito, perché ho iniziato proprio con un testo di filosofia.

Cioè con…

Con Schopenhauer, Il mondo come volontà e rappresentazione, per i «Meridiani» Mondadori, uscito nel 1989 con introduzione di Gianni Vattimo.

È stata la tua prima traduzione?

Sì. In realtà è la seconda in ordine di uscita, ma è stata la prima alla quale mi sono dedicata.

Così mi riveli uno dei misteri. Sembrerebbe che tu sia partita con un botto: Goethe, Le affinità elettive, come prima traduzione, nel 1988. E invece non è stato così?

No. Il botto è stato Schopenhauer. Perché, appunto, i casi della vita… un mio amico e collega al Goethe Institut, ma in quel momento giovane assistente universitario di filosofia, aveva ricevuto la proposta di tradurre il secondo volume del Mondo come volontà e rappresentazione per i Meridiani Mondadori, diretti allora da Luciano De Maria. Ma era troppo occupato con un lungo saggio di filosofia della storia e mi ha chiesto se poteva fare il mio nome alla Mondadori. Così – era l’autunno del 1982 – ho tradotto una ventina di pagine come prova di traduzione, la prova è andata bene, e quindi ho avuto il mio primo contratto. E dopo qualche anno, mentre ero ancora occupata con Schopenhauer, ho ricevuto dagli Oscar Mondadori la proposta di tradurre le Affinità elettive. Anche questa volta una ventina di pagine di prova controllate da Roberto Fertonani…

Uno che se ne intendeva. E con delle idee ben chiare in testa, sul tradurre.

Già per Schopenhauer il “controllore” era stato lui. Goethe è uscito prima di Schopenhauer perché il grosso Meridiano Schopenhauer mi ha tenuta occupata a lungo con l’apparato critico.

Ti reputi fortunata per avere cominciato così, con due autori come Schopenhauer e Goethe?

Sì, mi reputo fortunata, perché se si comincia così, è difficile che poi si torni indietro, a testi più leggeri, senza spessore culturale, linguistico. E in effetti ho tradotto sempre libri di un certo peso, che mi coinvolgevano dal punto di vista intellettuale. Non solo classici. Anche la letteratura contemporanea mi piace, ma naturalmente deve avere un certo spessore …

Tu attribuisci alla tua preparazione universitaria la tua formazione in quanto traduttrice?

No… Io non ho formazione… cioè, non sono stata formata come traduttrice. Ho semplicemente imparato a scrivere, e leggevo molto. E questo è cominciato alle scuole elementari, forse, o anche prima. Nel senso che mi piaceva leggere e mi piaceva scrivere. Fin da bambina avevo sempre in mano libri e penna. E anche da adolescente. Quando ero in vacanza, ad esempio, mandavo lunghe lettere a tutti. Lettere, perché era un modo per scrivere. Il mio momento clou a scuola era il tema in classe, perché scrivere non mi costava fatica, o meglio una fatica che veniva risarcita dall’atto stesso di mettere per scritto i miei ragionamenti, il mio pensiero. Quella predisposizione è stata la mia base. Poi naturalmente le predisposizioni vanno coltivate, e la scuola in qualche modo ti aiuta, perché ti dà occasione di esercitarti nei più vari campi e corregge i tuoi errori …

Ovvero, tutto questo avveniva una volta… Non sappiamo se avviene tuttora.

No, non sappiamo, probabilmente avviene sempre più di rado. Senza contare che anche allora non era tutto rose e fiori: la classica versione dal latino e greco, nella quale – salvo rare eccezioni di insegnanti con una certa sensibilità – dovevi solo dimostrare di aver studiato la grammatica e la resa italiana contava meno di nulla, non era sicuramente un buon viatico sulla via della traduzione letteraria. Ma sono passati cinquant’anni e molte cose sono cambiate.  Ad esempio oggi non scriverei più lettere, e infatti non scrivo lettere da moltissimo tempo, perché ci sono altri sistemi per comunicare. Noto però, anche tra colleghe giovani e bravi traduttrici, che la passione per lo scrivere è una costante: non mi arrivano lettere per posta, ma lunghe mail ben articolate, piacevoli da leggere …

Comunque, per te tradurre è essenzialmente scrivere?

Sì, tradurre è scrivere.

Tu hai un’ottima conoscenza del tedesco, coltivata sia formalmente a scuola, sia con i tuoi soggiorni in paesi germanofoni.

Sì, io ho cominciato molto presto, perché ho frequentato una scuola materna e poi elementare svizzera, qui a Torino. Esisteva una scuola svizzera, dove alla scuola materna l’insegnante era tedesca e parlava solo tedesco, quindi ho cominciato proprio da piccola. Alle elementari c’era un’ora al giorno di tedesco e, dalla terza, tre ore alla settimana di francese.

Era una scelta dei tuoi?

Sì, ovviamente è stata una scelta dei miei. Un’ottima scelta, direi. Cominciare a conoscere una lingua straniera da molto piccoli (e dagli otto anni d’età affrontarne anche una seconda) vuol dire rendersi conto presto che ci sono modi diversi di vedere le cose, di parlare delle cose. È un’apertura. Ed è sicuramente consigliabile. Ma, intendiamoci, non è l’unica via, né la via maestra per diventare traduttori. Se penso alle opportunità che ci sono oggi per i ragazzi: soggiorni all’estero, e poi in seguito scambi al liceo, Erasmus all’università. Non è un caso che i giovani studenti di lingue oggi abbiano una padronanza della lingua straniera assai superiore a quella dei miei amici che frequentavano la facoltà di lingue quarant’anni fa.

E secondo te Magris ha influito sulla tua capacità di tradurre?

Se tradurre è la prima forma di critica letteraria, è chiaro che uno studioso come lui non può che aver influito sulla mia capacità di accostarmi ai testi, di sviscerarli, di comprendere i loro lati nascosti, e tutto questo è fondamentale per tradurre.

Magris era un maestro, per voi, qui a Torino?

Sì, Magris era un maestro. Magris ha influito sulle mie letture, sulla mia passione per la letteratura tedesca. Che pure già c’era. Ma naturalmente dall’incontro con Magris si è solo confermata e approfondita.

E qui veniamo a uno dei temi secondo me centrali in questa nostra chiacchierata, quello della Mitteleuropa. Magris è quello che in Italia ha reso popolare, in un certo senso, il tema della Mitteleuropa. L’aveva già introdotto Bobi Bazlen e ha fatto gran parte della fortuna dell’Adelphi, ma Magris gli ha dato l’eco che si è ripercossa sui media. E tu sei proprio una traduttrice di autori da Mitteleuropa, sostanzialmente. Ti ci riconosci?

Sì. Una buona metà dei miei autori vengono da quell’area (Zweig, Roth, Canetti, Musil, Polgar, Broch, Wander), senza contare chi verso quell’area ha sempre guardato con una particolare predilezione, ossia Sebald. Inoltre, per quanto mi riguarda, quando ho deciso di approfondire il mio tedesco appreso a scuola, ripreso per lunghi anni al Goethe Institut di Torino, ho deciso di andare in Austria e quindi ho fatto…

Hai scelto l’Austria e non la Germania…

Ho scelto l’Austria, prima corsi estivi e poi l’università di Salisburgo, anche grazie a una borsa di studio che ero riuscita a ottenere.

Perché ti appassionava la letteratura?

Perché mi appassionava Musil. Al punto che avevo pensato a una tesi in filosofia sull’etica di Musil. E il mio relatore, ordinario di filosofia morale, Vittorio Mathieu, qui a Torino, fu d’accordo e scelse come controrelatore Claudio Magris. E lì ho avuto un po’ di paura. Mi dicevo: qui forse sto invadendo il campo altrui. Invece Magris, come al solito, si dimostrò molto aperto, molto amabile … avrebbe potuto dire: ma cosa crede di sapere, questa ragazzina? In realtà non andò affatto così. Fu molto disponibile, molto prodigo di consigli e persino di lodi. Quando sono andata in Austria, appena laureata, mi indirizzò a un suo collega di Salisburgo, col quale lavorai, sempre su Musil per un breve saggio che sarebbe poi uscito in Italia in un volume collettaneo patrocinato da Magris, Anima ed esattezza.

In particolare su quale argomento?

Sempre l’etica, ma nella prospettiva della filosofia della scienza. Un tema che mi ha sempre interessato molto.

Cioè Mach, immagino, così collegato a Musil.

Sì, Mach…

Tu l’avevi già studiato, Mach?

Sì, certo, anche solo per la tesi di laurea. Però in Austria me ne sono occupata più a fondo, così come di altri autori e di molta letteratura secondaria che stava uscendo in quegli anni. Musil, come lui stesso dice di sé, era scienziato e scrittore. E io l’ho letto non solo alla luce di Mach e della insalvabilità dell’Io, ma anche a quella della crisi dei valori annunciata da Nietzsche, senza contare il funzionalismo della psicologia della Gestalt, la costellazione «probabilità-statistica-indeterminazione» che dominava il panorama scientifico di quegli anni e che fa dell’opera di Musil una sorta di specchio nella non-univocità del reale. E questo, di fronte a una scrittura come la sua, fondata sulle ambivalenze, le perifrasi, le litoti, l’ironia, è stato fondamentale anche quando si è trattato di tradurla, anzi ritradurla.

Certo. Ma torniamo alla Mitteleuropa. O meglio, torniamo al fascio di scrittori che tu hai incontrati, con questa volontà di cambiare, di tradurre sempre cose nuove… Trovi anche dei contrasti tra scrittori contemporanei che hai tradotti? Faccio due nomi che mi paiono, posso sbagliare, a due poli opposti: Stefan Zweig e Jünger.

Sì. Jünger però è un tedesco e quindi… Ma non mi è affatto dispiaciuto tradurlo. Anche se non faceva parte di quel mondo che avevo a lungo frequentato. Forse se avessi continuato, sarei entrata più a fondo anche nel pensiero e nella scrittura di Jünger. Ma poi la cosa non è andata avanti.

Quanto a Zweig, è un caso particolare: Zweig viene considerato un autore di intrattenimento da parte dei cattedratici, e quindi io stessa, quando mi proposero Zweig, accettai perché conoscevo la sua opera e, nella mia “austrofilia”, non potevo non amare Il mondo di ieri. Ma avevo anch’io quell’arietta di sufficienza che hanno tutti i germanisti. Devo dire però che Zweig è molto utile per chi vuole imparare a tradurre bene, imparare a usare la propria lingua, perché questo scrittore ha una tale ricchezza lessicale, una quantità tale di sfumature, che ti mette a dura prova quando devi cercare di renderlo in italiano. Quindi da questo punto di vista, al di là delle trame di certe sue novelle, che possono sembrare un po’ da film…

Certe sono anche bellissime… Lettera da una sconosciuta è bellissima, secondo me. L’hai visto, tu, il film di Max Ophüls?

No, non l’ho visto. Su tuo suggerimento, mi riprometto di vederlo.

È molto bello. Comunque, tu dici, Zweig è un signor scrittore.

È un signor scrittore. Era uno che la penna la sapeva tenere in mano molto bene e non a caso era anche un traduttore. Dal francese, dall’inglese, perfino dall’italiano. La sua era una famiglia poliglotta, lui conosceva alla perfezione francese e inglese e anche con l’italiano non se la cavava male. D’altronde la nonna materna era originaria di Ancona. E Zweig ha tradotto anche Pirandello, un autore molto amato e rappresentato negli anni venti e trenta in Germania e anche in Austria, anzi soprattutto in Austria fino all’Anschluss, dopo il divieto imposto dai nazisti di rappresentare le opere di Pirandello perché tradotte per lo più da ebrei.

Ma Pirandello narratore o Pirandello drammaturgo?

Drammaturgo. Nel 1934 ha tradotto Non si sa come, uno degli ultimi drammi di Pirandello. E lo ho fatto molto bene, se posso prestar fede al mio orecchio tedesco …

Quindi più che una differenza tra Zweig e Jünger per motivi, diciamo così, ideologici… c’è una differenza proprio per il fatto che uno è austriaco e l’altro è tedesco?

Sì, sicuramente. Ma c’è anche un altro fondamentale spartiacque che segna anche molti autori da me amati e tradotti. Mentre Jünger non è ebreo, Zweig lo è, come lo sono Canetti, Roth, Broch, Polgar, Wander, oppure fra i contemporanei Katja Petrowskaja. Mi sento anche, e profondamente, traduttrice degli scrittori ebrei di lingua tedesca. Credo che chiunque ami la cultura e la letteratura tedesca sia costretto a confrontarsi prima o poi con quel suicidio collettivo perpetrato dai tedeschi quando mandarono al rogo la cultura dei loro scrittori ebrei, che era la punta di diamante della loro cultura (soprattutto in Austria). E non è un caso che io ami Sebald, un non-ebreo che ha fatto della memoria del destino ebraico una delle componenti chiave della sua opera.

Ma per tornare al confronto fra i due generi di scrittura. Jünger scrive benissimo, anche chi ideologicamente è lontano da lui non può che riconoscerlo. E la sua è una scrittura in certi casi decisamente difficile. Besuch auf Godenholm [Visita a Godenholm, Adelphi 2008] è stato impegnativo da tradurre, in particolare le pagine del viaggio psichedelico, mentre l’altro racconto della raccolta, La caccia al cinghiale, è uno dei racconti della letteratura tedesca del Novecento che amo di più. La scrittura è sicuramente più asciutta, più essenziale e razionale di quella di Zweig. Non è un caso che, dopo molto Zweig, dove devi giocare sui suoni, sui colori, sulle sfumature, ti fai prendere un po’ dal gioco e tralasci la tua razionalità. E io non voglio tralasciarla, perché fa parte di me, e quindi molto spesso amo interrompere le traduzioni di letteratura per dedicarmi magari a opere di saggistica un po’ impegnativa, dove non hai suoni luci e colori, ma devi tenere davvero la barra al centro e… e capire e non imbrogliare…

A proposito di come scrivono, non ti sei mai avventurata però sul terreno dello sperimentalismo, per esempio Uwe Johnson… l’avresti tradotto Uwe Johnson?

Non me l’hanno mai proposto. Magari avrei provato …

Però non è che ti attiri…

No, non credo. Un po’ mi spaventa… Con lo sperimentalismo linguistico avrei sicuramente dei problemi. Oppure, se mi fosse stato proposto quando avevo trentacinque anni, avrei provato e magari ce l’avrei fatta. O magari no, e mi sarei detta: mai più. Ma non mi sono mai trovata nelle condizioni. Quando penso a Moshe Kahn… Si tratta di quel grande traduttore dall’italiano in tedesco, che ha osato tradurre Orcynus Orca di Stefano d’Arrigo. Ha preso il premio Babel-Booksintaly alla carriera destinato a un traduttore straniero. La giuria, di cui faccio parte e che è presieduta da Franca Cavagnoli, è stata molto felice di inaugurare il premio con una figura come la sua.  A Moshe Kahn piace il linguaggio sperimentale o dialettale. Forse perché è anche un grande filologo. Io non vengo dalla filologia, se non per quel poco o per quel tanto che può dare un liceo classico. Sta di fatto che il gusto per lo sperimentalismo in me non c’è. Magari poteva risvegliarsi. Chissà…

Non ti è successo…

Non mi è successo.

Non abbiamo la falsificazione, direbbe Karl Popper

Non abbiamo la falsificazione, direbbe il mio Popper.

Già, il tuo Popper. Su di lui, infatti, ho visto che a suo tempo hai scritto un articolo importante. Ma, a proposito di Franca Cavagnoli, ho trovato questa cosa curiosissima: un libro, quello di Kurt Wolff su Kafka, che risulta tradotto da entrambe in seconda edizione nel 2007, mentre la prima, del 2001, era della sola Franca.

Nel 2001 Franca Cavagnoli traduceva ancora parecchio dal tedesco. Poi ha abbandonato il tedesco e si è concentrata esclusivamente sull’ inglese. Quando si è trattato di utilizzare la sua traduzione per la strenna Adelphi 2007, si è pensato di aggiungere ancora qualche testo e Roberto mi ha chiesto di tradurre le altre pagine. Franca era d’accordo. Ci siamo anche parlate.

Non hai rivisto anche la sua vecchia traduzione?

No, no, l’ho solo riletta. Forse c’erano alcuni punti da uniformare, ma era una pura questione redazionale, un po’ come quando, sempre per Adelphi, si è trattato di ripubblicare il Siddharta di Hermann Hesse con un corposo corredo di apparati, che ho tradotto io, ma poi, con Roberto, abbiamo confrontato la traduzione del romanzo, la celebre traduzione di Massimo Mila, per uniformare.

Scusa, è la seconda volta che nomini un certo Roberto, come se dovessimo conoscerlo. Ma chi è?

Roberto è il Roberto della germanistica editoriale italiana! Roberto Cazzola che ha lavorato oltre vent’anni in Adelphi, preceduti dal ventennio Einaudi. È colui che ha rivisto tutti i miei libri, la persona con cui ho potuto parlare di strategie di traduzione, ricavare consigli specifici su una frase o su un termine, che con occhio d’aquila ha scovato distrazioni o errori. Il nostro è un rapporto molto collaudato, iniziato negli ultimi anni del secolo scorso, un rapporto di stretta, inestricabile collaborazione che per parte mia è stato molto proficuo e felice. È stato anche la miglior scuola di traduzione e di aggiornamento che un traduttore possa sperare. Un rapporto che è diventato anche una grande amicizia. Per riassumere in una battuta la serenità che ho sempre provato nel sapere Roberto al mio fianco, posso dirti che quando fu emanata la legge Fornero sulle pensioni, forse l’unica italiana che ha tirato un sospiro di sollievo sono stata io: avevo la garanzia che per alcuni anni ancora Roberto non poteva lasciarsi prendere da chissà quali fantasie di abbandonare il campo … e me, per dedicarsi ai suoi studi, a un nuovo romanzo. Adesso invece dovrò farne a meno: benché abbia egoisticamente sperato fino all’ultimo in qualche codicillo della legge che potesse impedirglielo, da febbraio è andato in pensione e per me si aprono pagine nuove.

È importante, per te, avere qualcuno con cui confrontarti in casa editrice?

Sì, è fondamentale. E purtroppo gli editori tendono a risparmiare sempre più su questa voce della filiera editoriale, al punto che ormai molti libri non hanno revisione o ne hanno una molto superficiale, eseguita da redattori che magari non conoscono nemmeno la lingua di partenza.

Dunque quello è stato il tuo unico incontro con Kafka.

E quello, sì, è stato il mio unico incontro con Kafka.

Mentre non hai nessun incontro con Thomas Mann…

Quello davvero è un…

Un cruccio, dillo

Un cruccio.

Oh, questo volevo sentire…

Thomas Mann è sempre stata una mia passione fin dagli anni del liceo, posso dire che è stata la lettura delle sue opere che mi ha incoraggiata a riprendere lo studio della lingua iniziato, come ho detto, da bambina. Erano i primi anni in cui si portavano alla maturità le famose tesine, e io la feci proprio su Thomas Mann.  Negli anni ottanta Luciano De Maria della Mondadori, che conosceva e condivideva la mia passione per Mann, mi incoraggiava preannunciandomi che nel 2005 sarebbero scaduti i diritti dello scrittore e io avrei quindi potuto ritradurre qualcosa. A quei tempi i diritti scadevano a cinquant’anni dalla morte dell’autore, ma nel frattempo è cambiata la legge, la scadenza dei diritti è stata prorogata di altri vent’anni. Thomas Mann tornerà libero nel 2025. È anche vero che nel frattempo i «Meridiani» sotto la guida di Renata Colorni hanno affrontato la grande impresa, ottimamente riuscita peraltro, della ritraduzione di Mann.

Quindi Thomas Mann e Franz Kafka sono due autori novecenteschi di lingua tedesca che mancano nel tuo carniere…

Eh, chissà, speriamo, se non mi ritiro dalle scene troppo presto, può darsi ci sia qualche possibilità. Sono convinta che le ritraduzioni siano interpretazioni e non rappresentino certo un delitto di lesa maestà verso le precedenti traduzioni. Ad esempio: so bene che un giorno qualcuno ritradurrà Austerlitz di Sebald e io ne sono felice, anzi spero che ciò accada, sarebbe la migliore conferma del valore dell’opera con cui mi sono misurata. Ma è anche vero che un affollarsi di traduzioni di una stessa grande opera in un periodo di tempo troppo breve non mi convince. Per cui, forse, per Mann non ho più l’età …

Cosa consiglieresti oggi, oggi!, a un giovane aspirante traduttore…

È difficile… Non mi hai chiesto, ad esempio, che cosa penso delle scuole di traduzione. Io non ne ho fatta nessuna per motivi… anagrafici: quarant’anni fa non esistevano.

Perché in realtà la formazione era altrove.

Era completamente diversa, o meglio era una formazione generica, che poi si utilizzava magari per tradurre.

La formazione di un vero traduttore non è nelle scuole di traduzione?

Certe basi dovrebbero esserci già prima, ma non intendo escludere le scuole di traduzione, perché sarebbe poco gentile nei confronti di chi insegna – e corsi di traduzioni ne ho tenuti e ne tengo anch’io – e di chi le frequenta.

E di chi dirige le scuole di traduzione.

[ridendo] Anche di chi dirige le scuole di traduzione. [voce fuori campo: Ma io son d’accordo…]. Tu puoi frequentare una scuola di traduzione, come puoi frequentare una scuola di scrittura, ma devi avere basi scolastiche adeguate, devi avere passione e un talento specifico. La scuola di traduzione non ha la bacchetta magica per trasformarti in traduttore. Ci vuole tutto il resto.

Tutto il resto. Riesci a sintetizzare che cosa intendi per tutto il resto?

Al di là della predisposizione, che è fondamentale in tutti i mestieri artistico-artigianali (dal falegname al pianista), leggere e scrivere. Scrivere e leggere.

Non avere una cultura generale?

Sì, quella senz’altro. Quella è… leggere. Naturalmente non leggere il romanzetto rosa. E poi non è detto. Perché da bambini… Io da bambina leggevo libri più o meno buoni di letteratura per l’infanzia, comprese le riduzioni dei classici della Salani. E poi sono passata alla letteratura per adulti, alla saggistica. Una curiosità ad ampio raggio aiuta a formarsi una cultura generale, il cui impianto magari te lo fornisce la scuola, il liceo. E importante forse è anche lo spirito di avventura nell’affrontare argomenti nuovi, difficili. Ciò che è un po’ al di sopra delle tue possibilità aiuta a crescere. Anche con la traduzione è così, ciò che è difficile aiuta a maturare. Molto spesso vedo molta paura nei giovani con i quali ho a che fare in occasione di seminari e workshop. Non tutti naturalmente: ci sono anche quelli che si lanciano. E fanno bene. Perché magari batti il naso una volta, ma la seconda volta non lo batti più.

Riguardo alle scuole di traduzione, ancora un’osservazione. Gli insegnamenti sono spesso fortemente normativi e alcuni ragazzi che le hanno frequentate sono timorosi. Se suggerisci una soluzione, ti chiedono: «Davvero, potevo fare così? Ah, lo avrei fatto, ma pensavo non si potesse, non si dovesse…». Voglio dire, hanno una visione del lavoro di traduzione piena di sbarramenti, di blocchi. La traduzione è un lavoro di scrittura. E scrivere è un modo per essere liberi. Ma la libertà naturalmente non è arbitrio, non è scrivere come si vuole e quel che si vuole, è piuttosto autonomia, darsi una legge e seguirla. Traducendo ti trovi di fronte a dei problemi e non sai quale strada prendere, e sai che non c’è una strada precostituita; a quel punto ne prendi una, dopo aver riflettuto, a ragion veduta, e ti prendi anche la responsabilità della tua scelta. Che è anche responsabilità nei confronti dell’autore, che è letteralmente nelle tue mani, e dei lettori cui si deve offrire il miglior lavoro possibile.

Ma, a prescindere dalle letture propriamente letterarie, la istituzionalizzazione della formazione, cioè delle cognizioni letterarie, storiche, cioè, la formazione mentale, culturale, di tipo umanistico, secondo te è essenziale o invece basta imparare professionalmente a trasportare da una lingua all’altra?

Il traghettatore che conduce il testo da una sponda all’altra del fiume deve avere molte provviste sulla sua barca, perché il viaggio è lungo e pieno di insidie e di imprevisti! Il retroterra culturale di un testo è fondamentale. Tradurre senza sapere che cosa c’è dietro, mi sembra un po’ azzardato. Per divertimento puoi provare, ma poi devi anche capire. Ogni parola, ogni frase si colloca dentro un contesto, e più sai di quel contesto, meglio è. Quando affronto un argomento nuovo, un libro nuovo, non risparmio le letture che hanno a che fare con quel mondo, anche perché la curiosità incalza, un libro tira l’altro. Quindi una buona cultura non fa mai male. Ma la cultura non è una scatola chiusa che sigilli il giorno della maturità. Anzi, continui ogni giorno a fartela, e ci sono molte opportunità proprio fuori della scuola per rendere più solide le basi di una cultura e per approfondire.

Qual è l’autore, intendo del Novecento, che ami di più tra quelli che hai tradotti?

Sono due: Musil e Sebald.

Immaginavo che sarebbe di nuovo venuto fuori Sebald. È particolare, è uno scrittore particolare.

Al di là del contenuto della sua opera, cui ho già fatto cenno, ha un modo di scrivere particolare, ha una poetica molto interessante. E dietro ogni pagina, ogni riga, ogni parola ci sono tantissime cose che magari non si vedono subito. E quindi bisogna lavorare e cercare di non smarrirsi nel labirinto dei suoi libri, del suo periodare architettonico e lunghissimo, bisogna tener stretto il gomitolo del filo di Arianna, srotolandolo a poco a poco …

Tu lo senti molto vicino?

Io lo sento molto vicino.

Sai che si avverte nelle tue traduzioni?

Io lo sento così vicino, mi fa quasi ridere dirlo… che quando ho scritto degli articoli su Sebald, più d’uno studioso di questo autore mi ha detto: «Tu non scrivi su Sebald, scrivi con Sebald». E mi sono resa conto di averlo inconsciamente imitato, o meglio di aver usato per scrivere su di lui la stessa lingua ideata per tradurlo. Il che è anche un grosso rischio, quello di tradurre altri autori con la penna presa a prestito da Sebald. Quindi mi devo controllare. È però un fatto che traduco per lo più ciò che amo. Ci dev’essere un’affinità elettiva… Non per tutti è così. Mi dicevano traduttori di primissimo piano, come Ilide Carmignani e Moshe Kahn, di cui abbiamo parlato prima, che loro riescono anche a tradurre – e bene: i risultati sono sotto gli occhi di tutti! – autori per i quali non hanno una particolare predilezione. Per me invece sarebbe un dramma tradurre una cosa che non mi piace, non potermi mettere sulla lunghezza d’onda di qualcuno, dover fare un’operazione di straniamento completo dalle… dalle mie corde… che poi non sono poche. Penso di averne abbastanza, perché tra Canetti, Zweig, Sebald e Goethe, ci sono tante modalità di scrittura. Ma riesco a entrare in quei mondi. Ci sono però autori, scritture, argomenti che non mi vanno, e allora non me la sento di affrontarli. Certo, tecnicamente saprei come tradurli, ma non mi darebbero nessuna soddisfazione, e sono certa che il risultato sarebbe scarso.

Un titolo che vorresti tradurre?

Vorrei tradurre, ritradurre, Nachsommer, di Adalbert Stifter, un bellissimo libro, un libro corposo, di quasi 1000 pagine, ma sono abituata ai grossi tomi. C’è già una traduzione di parecchi anni fa, ma che cosa penso delle ritraduzioni l’ho già detto…

Per quale casa editrice?

Non ricordo…  [Tarda estate, nella traduzione di Margherita Cottone, Silvana Speciale e Viviana Amari, è stato pubblicato dalla casa editrice Novecento di Palermo nel 1990]. E poi Stifter è un austriaco, uno scrittore del secondo Ottocento, maestro insuperato della descrizione, uno dei padri della letteratura austriaca del Novecento, amato da Peter Handke e – guarda caso – anche da Sebald. Senza contare che Nachsommer è un libro che piaceva molto a Nietzsche.

Ma hai provato a proporlo?

Lo suggerisco all’Adelphi ogni tanto. Ho tutta una lista di desideri organizzati in base agli anniversari di nascita o di morte degli autori. Potrebbe essere l’occasione per riproporli. Ad esempio mi piacerebbe ritradurre Franz Werfel, Die vierzig Tage des Musa Dagh, I quaranta giorni del Mussa Dagh. Un altro austriaco e un altro ebreo, tanto per non smentirmi. E naturalmente spero sempre in qualche scrittore contemporaneo, qualche libro che sia nelle mie corde e in quelle di Adelphi o di qualche altro editore con cui collaboro. E poi, magari, anche se per Mann non ho più l’età come dicevo prima, chissà che a fine carriera non riesca a misurarmi anche con lui.

Tutto?

Nooo! Magari un romanzo breve, come Tonio Kröger, un tornare alle origini delle mie scoperte liceali nel campo della letteratura tedesca.

Che cosa pensi della discussione, che sta invadendo anche i media, circa il traduttore come autore?

C’è chi parla del traduttore come coautore dell’opera. Io non mi sento coautrice, però mi sento autrice della traduzione. C’è una differenza tra le due definizioni. Claudia Zonghetti, per fare l’esempio che lei stessa ha impiegato in occasione della sua premiazione alle «Giornate nazionali della traduzione letteraria», non si sente coautrice di Anna Karenina, perché l’idea, lo sviluppo del romanzo, oltre alla sua stesura in russo, sono opera esclusiva di Tolstoj. Però poi c’è la traduzione dalla lingua originale, e qui si aprirebbe una parentesi infinita sul tema. Mi basterà dire che, sempre per restare fra i russi, condivido la metafora di Pasternàk, del rapporto fra opera originale e opera tradotta analogo quella della pianta con una sua margotta. Una concezione che vede nell’opera tradotta qualcosa di organico, di vivo, di derivato dall’originale, ma con una sua autonomia, non il prodotto automatico di una macchina per tradurre. Ci vuole autorialità anche per tradurre, cioè per riscrivere nella propria lingua un libro scritto in un’altra lingua. In questo senso credo che il traduttore sia un autore, l’autore della traduzione, ma di certo non il coautore dell’opera.