Numero 15 (autunno 2018) | Pratiche

Le scuole / La “scuola di Torino” ovvero la Scuola di specializzazione in traduzione editoriale

MA SI PUÒ INSEGNARE A TRADURRE (LIBRI)?

di Paola Mazzarelli

In origine

Nel 1992, quando Magda Olivetti aprì la prima edizione della prima, vera scuola di traduzione che si fosse vista in Italia – e la aprì proprio a Torino, la mia città – traducevo a tempo pieno già da qualche anno e con la sicumera di allora ritenevo di non avere granché da imparare. Avevo torto, naturalmente. Da imparare ne avevo, eccome. Ma per mia fortuna avevo anche molto lavoro. Sicché non mi iscrissi.

Cito quella mancata esperienza non solo perché molti traduttori della generazione immediatamente successiva alla mia sono usciti dalla scuola di Magda – e alcuni oggi collaborano alla scuola di traduzione cui dedico gran parte delle mie energie – ma anche perché negli anni successivi, quando cominciai a pensare che una scuola di traduzione fosse diventata necessaria, l’intuizione di Magda e il taglio che aveva dato alla sua, pratico e insieme ad ampio raggio culturale, mi parvero il miglior modello da cui partire. E mi piace, qui, riconoscere il debito.

I presupposti per mettere in piedi la scuola a cui pensavo da anni si concretizzarono nel 2006, quando la direzione dell’Agenzia formativa Tuttoeuropa decise di concorrere ai finanziamenti del Fondo sociale europeo per istituire appunto una Scuola di traduzione editoriale e di affidarmene il coordinamento didattico. All’epoca credevo fermamente che una scuola come quella cui stavamo pensando non solo avesse ragione d’essere, ma fosse, come ho detto, necessaria. Vedevo all’opera intorno a me grandi traduttori e traduttrici e pensavo che se non fosse stata la nostra generazione a passare il mestiere ai giovani, chi l’avrebbe mai fatto, in un mondo editoriale innegabilmente mutato e dove nessuno aveva più tempo di insegnare niente a nessuno? E spesso, non che il tempo, nemmeno la capacità, perché andava definitivamente scomparendo, per limiti di età o per altri motivi, quella generazione di redattori di grande esperienza e soprattutto di grande cultura, interni alle case editrici, con cui tutti noi “vecchi” in qualche modo avevamo avuto a che fare e dai quali molti di noi molto avevano imparato. La prima funzione di una scuola di traduzione mi sembrava dunque quella di trasmettere il mestiere ai giovani. Uso la parola mestiere a ragion veduta, pensando alla traduzione come a un difficile e raffinato mestiere artigianale.

La seconda funzione della scuola doveva essere quella di fungere da tramite tra giovani di talento e un’editoria dove sembrava non esserci tempo nemmeno più per selezionare i traduttori. Certo, davo per scontato – forse ingenuamente – che il mondo editoriale nel suo complesso cercasse effettivamente traduttori di qualità. Molte altre cose davo per scontate, che oggi, a distanza di dodici anni, non mi paiono più così ovvie. Dell’esperienza di questi dodici anni e delle riflessioni che da questa esperienza mi vengono tratta questo articolo. Ed è il motivo per cui parlo in prima persona, assumendo piena responsabilità di ciò che dico, anche se, com’è ovvio, molte persone hanno contribuito, e tuttora contribuiscono, a fare della nostra scuola quella che è. Senza il loro apporto la Scuola non esisterebbe. Perché, voglio sottolinearlo fin dall’inizio, una scuola è fatta di maestri. Ma andiamo con ordine.

Quale scuola?

Quando si trattò di mettere in piedi la Scuola di traduzione avevamo ben chiaro, grazie ad alcune esperienze precedenti, che cosa volevamo fare e, soprattutto, che cosa non volevamo fare. Innanzi tutto, volevamo una scuola di “traduzione editoriale” (non di “traduzione letteraria”), convinti come eravamo (e tanto più lo siamo oggi) che traduttori colti e capaci sono indispensabili non solo alla grande letteratura (questo lo sanno tutti, di solito perfino gli editori) ma anche, e vorrei dire soprattutto, alle innumerevoli cenerentole dell’editoria, a partire dalla letteratura medio-alta di intrattenimento fino allo sterminato campo della saggistica divulgativa, con tutto quello che può stare nel mezzo.

Va detto subito che la creazione della Scuola è stata possibile grazie alla volontà e disponibilità della direzione dell’Agenzia formativa Tuttoeuropa, a cui fa capo. Si tratta di un tipo di istituto che per sua natura può concorrere ai finanziamenti del Fondo sociale europeo per la formazione, finanziamenti erogati tramite specifici bandi di concorso da enti pubblici quali, nel nostro caso, la Regione Piemonte e, oggi, la Città Metropolitana di Torino. Fu un lavoro lungo e complesso, cui ho contribuito solo in piccola parte, quello di mettere a punto un progetto che da un lato rispondesse ai requisiti necessari per la partecipazione ai bandi e dall’altro garantisse l’eccellenza della scuola secondo i criteri che ci eravamo dati.

Ci era ben chiaro fin dall’inizio, infatti, che la Scuola doveva essere fondata su criteri di cultura e di eccellenza, se qualche finalità concreta doveva avere. I presupposti c’erano, perché la consistenza del finanziamento consentiva un numero di ore di insegnamento tale da poter articolare il progetto su un anno intero. L’asse di finanziamento a cui è agganciata la Scuola prevede, infatti, corsi di 800 ore (nel nostro caso: 468 ore di lezioni, laboratori e seminari, 320 ore di stage, 12 ore di esami) da svolgere nell’arco di un anno accademico (cioè da novembre a luglio). Molte di più sono naturalmente le ore che gli allievi dedicano allo studio e ai lavori di volta in volta assegnati, tant’è che si tratta di un impegno a tempo pieno. Anzi, pienissimo. E che richiede, a chi non abita a Torino o nelle immediate vicinanze, di trasferirsi in questa città per tutta la durata del corso.

All’innegabile vantaggio di poter mettere in piedi una scuola di questa consistenza totalmente gratuita – accessibile quindi sulla base del merito, più che del censo – si aggiungeva il fatto di essere del tutto svincolati dalle istituzioni accademiche, e liberi quindi sia nell’impostazione del piano di studi, sia nella scelta dei docenti, sia ancora nei requisiti richiesti agli allievi. Questo ci consentiva un margine di libertà e una flessibilità impagabili, purché venissero rispettati i vincoli – essenzialmente formali – imposti dai finanziatori.

I presupposti su cui abbiamo lavorato fin dall’inizio e che hanno garantito il successo della Scuola furono innanzitutto la qualità del corpo docente e la qualità degli allievi. Intanto, pareva ovvio che a trasmettere il mestiere dovesse essere chi lo praticava davvero: cioè, i traduttori stessi. Non fu difficile trovare tra Torino e Milano, con qualche incursione più in là, un folto gruppo di traduttori di vasta esperienza e cultura, che – ognuno secondo le proprie competenze – portassero nella scuola una varietà di punti di vista e di approcci traduttivi diversi (perché non esiste un solo modo di tradurre e di intendere la traduzione), nonché molteplici e consolidati rapporti con gli editori nazionali, grandi e piccoli. E si cominciò a pensare alla scuola stessa come a una bottega, con tutto ciò che ne consegue. Gli insegnamenti hanno tutti carattere eminentemente pratico, di esercitazione, e gli allievi sono tenuti a svolgere i compiti assegnati. Questo vale non solo, come è ovvio, per i numerosi laboratori di traduzione (circa 220 ore) e altri laboratori affini (correzione di bozze, scheda di lettura, revisione di traduzione, informatica per traduttori, strumenti di reference e ricerca etc.), ma anche per tutti gli altri insegnamenti in apparenza più teorici, dai consistenti moduli di letteratura italiana e di lingua italiana (circa un centinaio di ore), nel corso dei quali vengono richiesti agli allievi costanti esercizi di lettura, analisi del testo e scrittura, fino al modulo di teoria della traduzione. Tempi e modalità variano a seconda del docente e dell’insegnamento, ma nella sostanza non c’è ora di lezione cui non corrisponda come minimo un’ora di lavoro preparatorio da parte degli allievi. È nostra fermissima convinzione, infatti, che se qualcosa si può insegnare di questo mestiere, quel qualcosa passa esclusivamente attraverso la pratica, costantemente riveduta, corretta e ripresa sotto la guida di chi ne sa di più. Non si dà pianista che non abbia fatto infiniti esercizi alla tastiera.

Per un’impostazione di questo genere naturalmente è necessario innanzi tutto lavorare con gruppi piccoli. I nostri corsi non hanno mai più di sedici allievi. (Né meno di tredici/quattordici, numero minimo perché venga erogato il finanziamento). Ma è necessario anche che chi “insegna” sia in grado di assumere il ruolo di “maestro”, che sappia aprire porte e finestre con la competenza e l’autorevolezza di una salda personalità culturale. E non solo durante il corso (ché questo fa parte del compito di ogni docente) ma anche, se si darà il caso, dopo la fine del corso. Una bottega ha senso se il maestro crede alla necessità di avviare concretamente gli allievi al mestiere. E quindi fa il possibile, quando se ne presenta l’occasione, per farli lavorare. S’intende: quelli che a lavorare con professionalità e competenza sono pronti davvero.

Qui si impongono un paio di precisazioni. Nell’entusiasmo del progetto mi ero convinta che la costituzione di una grande, seria, efficiente scuola di traduzione bastasse perché, dando tempo al tempo, frotte di editori venissero a cercare i nostri allievi di talento… Be’, non è così. Capita rarissimamente, se pure capita. È vero però che all’incirca nell’arco di un anno i nostri allievi migliori di solito cominciano a tradurre con una certa continuità. Non perché gli editori vengano a cercarli, ché anzi ho notato negli anni una progressiva e sempre maggiore diffidenza nei confronti di scuole e corsi di traduzione (e sulle ragioni sarebbe bene che chi si occupa di didattica della traduzione riflettesse e si interrogasse). Ma perché vale ancora la regola che vigeva ai nostri tempi: chi è veramente bravo, prima o poi trova il modo e i contatti giusti, né più né meno di come è successo a tutti noi che, per strade diverse, volendo tradurre, a tradurre siamo arrivati. Il problema oggi semmai è distinguersi dai tanti giovani di belle speranze e di immensa ignoranza che, per l’unica ragione di essere laureati in traduzione e/o di aver frequentato una scuola o un corso purchessia, ritengono di poter fare i traduttori e tempestano gli editori di curricula inesistenti e (oggi va molto di moda) inutili proposte di traduzione. So di scrivere parole dure. Ma quello che vedo in atto oggi è una sciagurata e sempre maggiore divaricazione fra tecnica e cultura: come se la traduzione fosse un fatto tecnico e si potesse diventare traduttori senza essere prima e innanzitutto lettori di vasta cultura umanistica. E qui, senz’altro, una scuola seria può (e a mio parere deve) intervenire, da un lato evitando con fermezza di creare inutili e false illusioni in giovani che spesso sono, e non per loro colpa, sprovveduti di fronte alla realtà e inconsapevoli dei propri limiti, dall’altro aiutando gli allievi capaci a trovare lavoro una volta usciti dall’aula. Ed è cosa questa che tutti i nostri docenti fanno. Va da sé che con “lavoro” intendo un regolare contratto di traduzione stipulato tra l’editore e l’allievo e regolarmente retribuito a tariffe di mercato accettabili. Mi preme precisarlo perché ci capita di ricevere offerte, da parte di editori o di altri soggetti variamente legati al mondo dell’editoria, per lavori non retribuiti («Ma fa curriculum», o anche «Ma ci sarà il suo nome sul frontespizio») o retribuiti in modo offensivo (forfait di 900 euro per 300 cartelle), stage di vario genere («Ma è un’esperienza spendibile in seguito nel mondo del lavoro»), concorsi a pagamento per aggiudicarsi una traduzione, prove fittizie di dieci pagine a testa… Insomma, tutto il catalogo degli orrori che ben conosciamo. È ovvio che la Scuola non si fa mai tramite di offerte di questo genere. Altrettanto ovvio, ma forse è bene precisarlo ancora una volta, è il fatto che i docenti impegnano il proprio nome e la propria credibilità solo nei casi in cui siano convinti che quell’allievo o quella allieva sono effettivamente in grado di lavorare in modo autonomo, consapevole e professionale. E, come cercherò di spiegare più avanti, a questo non basta certo frequentare la Scuola.

Aggiungo che uno stage, regolato da un’apposita convenzione tra la Scuola e un editore, e consistente nella traduzione collettiva di un testo che verrà pubblicato dall’editore in questione, viene svolto nella seconda parte dell’anno, tutti gli anni e in ogni corso. Si tratta di un’esperienza fondamentale e molto formativa, che fa parte integrante del curriculum di tutti gli allievi ed è chiaramente inserita nel percorso scolastico. Non mi dilungo su questo aspetto, e rimando il lettore interessato al mio articolo in proposito (Tradurre a 32 mani) nel numero 8 (primavera 2015) di questa rivista (https://rivistatradurre.it/2015/05/tradurre-a-32-mani/). Finito il corso, non proponiamo stage di nessun tipo a nessuno. E sconsigliamo ai nostri allievi di accettarne, nel tentativo, speriamo non vano, si sottrarli al destino di stagista a vita.

Infine, un certo numero di ore è dedicato alla storia dell’editoria e a illustrare i meccanismi dell’industria editoriale e della cosiddetta filiera del libro, giusto perché gli allievi non credano che i libri si facciano in paradiso e siano liberi dalle leggi economiche che regolano l’universo mondo… Qui rientrano anche gli incontri, di prammatica in una scuola di traduzione, con i vari soggetti che – dentro e fuori le case editrici – contribuiscono a fare i libri, tra cui ovviamente gli editori, grandi e piccoli. Per lo più piccoli. Perché gli allievi abbiano a che fare dentro la scuola con le stesse persone con cui potranno avere a che fare fuori. Invitiamo sempre (nei limiti del possibile) anche l’editore (o gli editori) del testo (o dei testi) oggetto di stage. E sono, tra tutti, gli incontri più utili e animati: l’interesse è reale. E da entrambe le parti.

Quali allievi?

Una scuola è fatta dai maestri. Ma i maestri senza allievi sono inutili. Fin dall’inizio ci siamo posti il problema di quali allievi cercare e di come selezionarli, fermo restando che idealmente vorremmo sfornare per ogni corso sedici magnifici traduttori in potenza. Il che, naturalmente, non si dà. Il primo punto fu porre come requisiti l’età minima di 25 anni (i nostri allievi hanno in media tra i 25 e i 30 anni) e (con qualche elasticità, sulla base del curriculum di studi e di eventuali esperienze di traduzione precedenti) il possesso di una laurea quadriennale (allora) o magistrale (oggi), scelte dettate da un lato dall’esigenza di non porci come alternativa, ma piuttosto come ideale proseguimento, dei corsi di studio accademici, e dall’altro dalla convinzione, maturata in esperienze precedenti, che assai di rado uno studente fresco della triennale è abbastanza maturo, culturalmente, per lavorare con profitto sulla traduzione editoriale. Tant’è vero che di solito chi esce dal triennio non passa le prove di ammissione alla Scuola. Tutto è possibile, naturalmente, e abbiamo avuto in passato qualche eccezione. Ma sono stati casi rari e tutto lascia pensare che ancor più rari saranno in futuro. Perché una cosa è certa: mentre si abbassa vertiginosamente il livello di cultura umanistica dei laureati, le qualità e competenze richieste ai traduttori editoriali sono sempre le stesse. O quasi. È evidente, e chiunque operi in quest’ambito se ne sarà reso conto, che la frattura tra accademia e mondo del lavoro nel nostro ambito sta diventando, o forse è già diventata, una voragine. Non voglio pensare: incolmabile. Tant’è vero che ogni anno, fiduciosamente, preparo e in gran parte correggo personalmente le prove di ammissione alla Scuola.

Riceviamo molte domande di iscrizione, da tutta Italia: circa un centinaio l’anno per il corso di traduzione dall’inglese (che si tiene tutti gli anni) e tra le sessanta e le quaranta per il corso di traduzione dallo spagnolo e il corso di traduzione dal francese (che si tengono a turno ogni due, tre o quattro anni, a seconda dei bandi e dei complessi meccanismi di distribuzione dei fondi europei). Queste sono le lingue su cui al momento possiamo lavorare. In passato abbiamo avuto due splendide edizioni del corso di traduzione dal tedesco – splendide per il livello di preparazione, determinazione e capacità di studio degli allievi – da cui sono usciti diversi traduttori che oggi lavorano stabilmente. Ma il tedesco sta passando di moda e dagli istituti di germanistica ci giunge lo sconfortante messaggio che se aprissimo un corso oggi non raggiungeremmo il numero minimo che ci garantisce il finanziamento.

Sulla base dei risultati delle prove di ammissione viene stilata la graduatoria di accesso ai corsi. Preparare e correggere le prove è un compito arduo e impegnativo anche moralmente: per frequentare la Scuola gli allievi impegnano un anno della propria vita e consistenti risorse, anche economiche, specie se vengono da fuori Torino, e se ammettere i primi e scartare gli ultimi è facile, difficilissimo (e a volte oggetto di dubbi tormentosi) è decidere tra l’ultimo degli ammessi e il primo degli esclusi. Perché quell’anno a qualcuno può cambiare la vita, come dichiarano gli allievi per i quali la Scuola è stata davvero una piccola pista di lancio.

Inizialmente, la prova di ammissione era una traduzione dalla lingua di lavoro verso l’italiano. Ma il numero di candidature e la necessità di stilare una graduatoria il più possibile precisa ci convinse subito che era necessaria una prova di sbarramento che limitasse il numero delle traduzioni a 30-40 al massimo. Inutile, qui, spiegare nei dettagli come vengono selezionati i candidati e quali aggiustamenti si sono fatti negli anni per cercare di rendere le prove via via migliori ed effettivamente selezionanti. Basti dire che la prova di sbarramento da qualche anno a questa parte è il riassunto di un racconto di uno scrittore italiano del secondo Novecento, il che consente una valutazione di massima delle due competenze di base senza le quali non c’è traduttore che tenga: la capacità di leggere e la capacità di scrivere in italiano. Il livello di comprensione della lingua di partenza viene valutato con la prova di traduzione a cui accede chi passa lo sbarramento. Sembrerà incredibile, ma è un fatto che in media un quarto dei candidati – quasi tutti laureati con voti superiori a 100 provenienti da diverse università, del Nord, del Centro e del Sud – dimostra di non comprendere il testo che legge e di non sapersi esprimere per iscritto in modo coerente e organizzato. E non parlo di proprietà lessicale, concisione, eleganza della scrittura e simili finezze. Inutile scandalizzarsi: così va il mondo. La domanda da porsi è piuttosto: perché giovani che non leggono e non hanno mai letto, né tantomeno hanno mai scritto (e qui, colpevole, anzi colpevolissima, è la scuola italiana di oggi e chi della scuola decide) aspirano a diventare traduttori, cioè a un mestiere che è tutto leggere e scrivere? Non ho risposta e vorrei averla.

Tolto quel quarto, si affina la selezione fino a costituire il gruppo (o i gruppi, se ci sono più corsi). Qualche volta, nei casi di incertezza, si ricorre al curriculum o anche a un colloquio, ma di solito il curriculum ha qualche utilità solo nel caso in cui il candidato abbia esperienze di traduzione pregresse. Il che, del resto, capita con una certa frequenza, perché alla Scuola si iscrivono anche giovani traduttori e non solo aspiranti traduttori. E sono quelli che forse dalla Scuola e dal lavoro costante con traduttori più esperti traggono maggior vantaggio. Con questa osservazione, entro nel merito dell’ultimo discorso che mi preme. Aggiungo soltanto, di sfuggita, che la recente sterzata in direzione tecnica dei corsi di laurea triennale e magistrale in traduzione, che si è verificata in gran parte delle università italiane, e la conseguente perdita di gran parte della componente letteraria, ha prodotto, almeno per quanto ci riguarda, una situazione paradossale: la maggior parte dei giovani con laurea in traduzione che si candida ai nostri corsi non passa le prove di selezione, mentre proporzionalmente aumentano gli allievi con altre lauree.

Ma si può “insegnare a tradurre”?

È una domanda che mi pongo spesso e che sta alla radice del mio lavoro degli ultimi dodici anni.

Tutti noi traduttori abbiamo “imparato” a tradurre, in un modo o nell’altro. Ma quelli della mia generazione (e ce ne sono di grandissimi) hanno tutti imparato senza scuole di traduzione e di solito anche senza lauree in traduzione. Frequentare una scuola di traduzione non è mai stata, e non è neppure oggi, condizione necessaria per diventare traduttori.

Va detto che non è neppure condizione sufficiente.

E allora?

E allora è un po’ come la questione della teoria della traduzione. È utile a posteriori, non a priori.

La maggior parte dei miei allievi è in grado di citare i teorici più in voga e di far riferimento a questa o quella strategia traduttiva per motivare e difendere, anche accanitamente, le proprie scelte. Nei percorsi accademici infatti la teoria della traduzione non manca mai e agli studenti piace, perché nel mondo della traduzione, dove non ci sono mai regole certe, un appiglio teorico, specie se un po’ dogmatico, è rassicurante. Ma è un fatto che nella maggior parte dei casi quelle scelte non sono difendibili, non con riferimento all’una o all’altra strategia traduttiva, ma con riferimento al lessico o alla sintassi dell’italiano, o semplicemente al buon senso. Quando questo è il caso, la teoria della traduzione non solo non serve, ma diventa fuorviante. Se non so muovere alla perfezione le dita sulla tastiera, quello che esce non è una personale interpretazione di una sonata di Beethoven, ma tutt’al più un modesto esercizio scolastico, quando non una solenne schifezza. L’italiano! Ogni ora di lezione o di laboratorio, nella nostra Scuola, e praticamente tutte le ore di studio e di lavoro preparatorio a casa sono ore dedicate al lavoro sull’italiano: che si legga, che si traduca, che si scriva, di quello alla fin fine si tratta. Un anno, dunque, di lavoro intenso e circostanziato. Basta a diventare traduttori?

A leggere si impara leggendo. E se a quattordici anni trovo noiosa e incomprensibile La montagna incantata, a venti, se nel frattempo avrò letto abbastanza, forse me ne innamorerò.

A scrivere si impara scrivendo. Anni di pensierini, riassunti e temi, di versioni in prosa e analisi di testi, magari di versioni latine (e perfino greche), e metto nel mucchio anche quello studio dei meccanismi della lingua che allora si chiamava analisi logica e del periodo, per non parlare degli infiniti epistolari a fidanzati e amici, e (chissà) dei racconti e dei romanzi che avevamo nel cassetto, hanno dato a noi, traduttori di oggi, quella familiarità con la parola scritta che è il primo strumento del nostro mestiere.

Non c’è scuola di traduzione che possa supplire a un percorso scolastico mancante e a una formazione culturale inesistente, ed è immorale, oltre che inutile, fingere il contrario.

È vero però – per fortuna, altrimenti la nostra Scuola non avrebbe ragione di essere – che nonostante tutto e a dispetto di ogni nuova riforma scolastica, ottimi allievi ne arrivano ancora: giovani che per vie traverse hanno colmato autonomamente – o cominciato a colmare – i buchi lasciati (o creati) dalla scuola e dall’università. Le ragioni possono essere tante, e allargano il cuore: la naturale predisposizione o, più spesso, l’incontro felice con un professore di liceo illuminato, la tradizione familiare o una innata curiosità diventata passione, un’amicizia importante o chissà che altro ancora; qualche volta semplicemente un buon percorso in qualche anfratto del nostro sistema scolastico misteriosamente passato indenne attraverso mutamenti e riforme.

Se ci sono le basi, allora si può costruire. E la bottega serve davvero, come è sempre servita, dacché mondo è mondo. Serve immensamente fare pratica sotto la guida di chi è in grado di correggere i nostri errori e di spiegarceli. Dalla pratica, anche attraverso gli errori, nasce la consapevolezza di ciò che si fa. E con la consapevolezza vengono i dubbi e le curiosità che ci costringono a riprendere la pratica… Non comincia né finisce con una scuola di traduzione la formazione di un traduttore. Se nel corso dell’anno imparano questo, i miei allievi hanno imparato quello che serve per continuare a studiare e a migliorare per proprio conto. E allora sì, diventeranno ottimi traduttori. Spero sempre, migliori di me.