Numero 15 (autunno 2018)

Le scuole / L’Alma Mater per la traduzione

IL CAMPUS DI FORLÌ DELL’UNIVERSITÀ DI BOLOGNA

di Gloria Bazzocchi

Nell’anno accademico 1989-90 veniva inaugurata a Forlì la Sslmit (Scuola superiore di lingue moderne per interpreti e traduttori), prima Facoltà universitaria dell’Alma Mater Studiorum in Romagna. Dopo la Legge Gelmini (2010), che ha sancito la scomparsa delle Facoltà, la Sslmit ha dovuto formalmente cambiare il suo nome, quindi ora si parla del Dipartimento di Interpretazione e Traduzione – Dit, una realtà di eccellenza nell’ambito della traduzione e dell’interpretazione (basti pensare all’appartenenza alla Ciuti, Conférence Internationale Permanente d’Instituts Universitaires de Traducteurs et Interprètes e all’EMT, European Master’s in Translation). Ogni anno sono migliaia gli studenti provenienti da tutta Italia, e ormai anche dall’estero, che si presentano ai test per l’ammissione ai tre corsi di studio attivati, tutti con obbligo di frequenza al 70%: la laurea triennale in Mediazione linguistica interculturale (182 posti) e le lauree magistrali in Interpretazione (32 posti) e in Specialized Translation (62 posti).

Vista la natura dell’offerta formativa proposta, nel corpo docente convivono da sempre madrelingua italiani e stranieri, personale strutturato e professionisti a contratto; tutti, con grande senso di responsabilità e appartenenza, dedizione e passione, contribuiscono a creare una comunità accademica sui generis che mette a disposizione degli studenti saperi, competenze ed esperienze all’interno delle nuovissime strutture e infrastrutture del Campus universitario.

Il corso di laurea che si occupa di formare traduttori e revisori professionisti in ambito editoriale, multimediale e settoriale, è quello di Specialized Translation, un corso internazionale, con l’inglese obbligatorio per tutti, più una seconda lingua a scelta tra cinese, francese, russo, spagnolo e tedesco. Dei 62 posti previsti, 20 sono riservati al contingente extra Ue o Ue con titolo estero, e questo crea una comunità interculturale di futuri traduttori che ha il privilegio di condividere esperienze pregresse di vita, nonché accademiche e professionali, con grande arricchimento reciproco.

La componente editoriale del Corso è rappresentata da due insegnamenti obbligatori che si tengono al primo anno, per 40 ore di lezione ciascuno (6 crediti formativi universitari): Translation and Revision Techniques (English) e Translation for the Publishing Industry (Chinese/French/German/Russian/Spanish). Al di là delle denominazioni, che vanno indicate obbligatoriamente in inglese, è chiaro che la direzione prevista è sempre dalla lingua straniera in italiano. I programmi dei corsi variano da lingua a lingua, ma tutti sono volti ad approfondire le conoscenze linguistiche e le competenze traduttive degli studenti, al fine di avviarli al raggiungimento di autonomia e professionalità nell’affronto di testi specialistici in ambito editoriale. Allo stesso tempo, mirano all’acquisizione delle tecniche base di documentazione, redazione, cura e revisione dei testi. Per ogni corso è prevista una comune modalità finale di verifica dell’apprendimento, consistente in una prova di traduzione, da svolgere in autonomia, a casa, in un lasso di tempo concordato. In alcuni casi, il testo da tradurre viene scelto dal docente e prevede anche un commento alla traduzione, mentre in altri sono gli studenti a proporre il testo, di cui redigono anche una scheda di lettura.

Questi corsi, così come la modalità d’esame prevista, rappresentano per gli studenti non madrelingua una sfida particolarmente difficile, ma estremamente utile. Infatti, oltre alle conoscenze, competenze e abilità generali legate all’ambito editoriale che vengono acquisite, l’esercizio di traduzione in italiano risulta molto formativo dal punto di vista dell’affinamento della lingua. Nella valutazione dell’esame, oltre alla traduzione, vengono tenuti in conto anche il commento alla proposta di traduzione che gli studenti non madrelingua italiani possono redigere nella propria lingua madre o in inglese. Questo permette di capire se sono stati colti i problemi del testo originale e quali strategie sono state messe in atto per risolverli, quindi di valutare non solo il prodotto finale, ma il livello di coscienza sottostante l’intero processo traduttivo.

Oltre che all’interno dei singoli corsi, le problematiche traduttive legate all’ambito editoriale vengono approfondite attraverso i numerosi incontri e seminari organizzati con gli attori del mondo dell’editoria e, per chi sceglie questo settore, anche attraverso il tirocinio formativo curriculare presso una casa editrice. Ormai da molti anni, poi, il nostro Dipartimento sostiene le iniziative promosse dal Centro Traduttori della Fiera del Libro per Ragazzi di Bologna a cui tutti gli studenti del Corso di laurea partecipano, avendo così occasione di conoscere la realtà dell’editoria per ragazzi nazionale e internazionale. Afferisce al Dipartimento Dit anche il Centro di Studi Interdisciplinare sulla mediazione a opera di e per ragazze/i MeTra, a sua volta promotore di conferenze, seminari e convegni e punto di riferimento per quegli studenti che decidono di dedicare la propria tesi di laurea alla traduzione della letteratura per l’infanzia, anche in chiave di genere. A questo proposito, il Centro è project leader del Progetto G-Book (Gender Identity: Child Readers and Library Collections) finanziato all’interno del Bando Europa Creativa, e coinvolge altri cinque partner europei tra biblioteche e università (francesi, spagnole, irlandesi, bulgare e bosniache). Oltre all’obiettivo primario di creare la prima bibliografia europea di libri per bambin* dai 3 ai 10 anni, priva di stereotipi e improntata al rispetto e alla valorizzazione delle diversità, è previsto il coinvolgimento in ogni paese partner di case editrici sensibili al genere, a cui verrà proposta una selezione di libri meritevoli di essere tradotti, tratti proprio da tale bibliografia.

Dal punto di vista didattico, l’attività traduttiva legata a questo ambito rappresenta un valido strumento per la formazione del traduttore editoriale, consentendo l’apprendimento di abilità e competenze specifiche e, allo stesso tempo, trasversali. Basti pensare alla rilevanza del destinatario, la cui conoscenza ancora limitata del mondo impone serie riflessioni sull’accettabilità della traduzione nella cultura di arrivo. Il traduttore dovrà imparare a misurare i gradi dell’accettabilità decidendo, di volta in volta, se e quando intervenire con strategie di adattamento, oppure favorendo la comunicazione interculturale. Questa particolare esperienza di “mediazione” è molto significativa e didatticamente preziosa perché obbliga all’assunzione di precise responsabilità, con conseguenze pedagogiche e persino etiche rispetto al destinatario. Vi sono poi fattori puramente linguistici, legati a un tipo di scrittura spesso ingegnosa e giocosa, volta a “meravigliare” il lettore con le parole e che, nel processo traslativo, comportano la necessità di sviluppare il potenziale creativo del traduttore, come nella resa di antroponimi o toponimi parlanti, arditi giochi di parole, filastrocche, canzoncine, poesiole, ecc. Infine, la presenza delle illustrazioni che caratterizza i libri destinati all’infanzia fa sì che il traduttore debba imparare a tradurre la sincronia tra parola e immagine, quindi un mondo multidimensionale, adottando le opportune strategie traduttive.

La traduzione della letteratura per l’infanzia si presta molto bene anche al metodo della traduzione collettiva, come ho potuto sperimentare lo scorso anno accademico con la raccolta poetica El idioma secreto (2014) di María José Ferrada. In questo piccolo gioiello letterario, impreziosito dalle illustrazioni di Zuzanna Celej, la poetessa cilena ricostruisce il mondo dell’infanzia, della vita semplice nei campi, a contatto con la natura e con quella nonna che lascia alla nipote l’eredità più preziosa, la lingua, con cui dare un nome a ogni cosa. Il lavoro di traduzione si è avvalso anche della collaborazione dell’autrice, in collegamento Skype dal Cile, fattore che ha contribuito ad accrescere la motivazione degli studenti, oltre che a chiarire dubbi sul testo di partenza.

Esperienze di traduzione collettiva vengono proposte anche negli altri corsi dedicati alla traduzione in ambito editoriale, in cui, in generale, dal punto di vista metodologico, la classe viene concepita come quell’atelier che Egi Volterrani auspica per le scuole di traduzione «dove l’insegnante di versione, maestro di bottega, riesca a eccitare la sensibilità e la passione degli allievi e a costruirne le capacità tecniche e sapienziali con metodo maieutico» (Volterrani 2009, 20).

I gruppi classe variano per numerosità a seconda delle lingue: dai 6-8 studenti per cinese e russo, ai 15 di tedesco, 20 di francese e spagnolo, fino alle due classi di inglese di 31 studenti ciascuna.

Entrando nello specifico del mio corso di traduzione editoriale dallo spagnolo in italiano, l’obiettivo di fondo è quello di contribuire al consolidamento della competenza traduttiva, secondo il modello elaborato dal Gruppo Pacte dell’Università Autonoma di Barcellona (2001), diretto da Amparo Hurtado Albir, i cui testi sulla didattica della traduzione (vedi la bibliografia) sono stati, e sono tuttora, un punto di riferimento imprescindibile per la costruzione dei corsi di traduzione (specializzata e non) che da oltre vent’anni tengo a Forlì. Nel modello menzionato, la competenza traduttiva è concepita come un insieme di sottocompetenze integrate: la competenza (grammaticale, testuale, sociolinguistica, ecc.) nelle due lingue implicate nel processo traduttivo, la competenza extralinguistica (conoscenze enciclopediche generali o tematiche specifiche), la competenza di trasferimento da una lingua all’altra, la competenza strumentale e professionale (capacità di documentazione, di usare le nuove tecnologie, conoscenza del mercato e dell’etica della traduzione), la competenza psicofisiologica (memoria, attenzione, curiosità intellettuale, rigore, spirito critico, creatività, ragionamento logico) e la competenza strategica (identificazione e risoluzione dei problemi, assunzione di responsabilità, capacità di prendere decisioni, ecc.).

Passando ai contenuti, il punto di partenza è l’amore per le parole, per cui ho sempre proposto come una sorta di manifesto programmatico la bellissima riflessione di Pablo Neruda (1979,77), dal suo memoriale Confieso que he vivido:

Todo lo que usted quiera, sí señor, pero son las palabras las que cantan, las que suben y bajan… Me prosterno ante ellas… Las amo, las adhiero, las persigo, las muerdo, las derrito… Amo tanto las palabras… Las inesperadas… Las que glotonamente se esperan, se acechan, hasta que de pronto caen… Vocablos amados… Brillan como perlas de colores, saltan como platinados peces, son espuma, hilo, metal, rocío… Persigo algunas palabras… Son tan hermosas que las quiero poner todas en mi poema… Las agarro al vuelo, cuando van zumbando, y las atrapo, las limpio, las pelo, me preparo frente al plato, las siento cristalinas, vibrantes ebúrneas, vegetales, aceitosas, como frutas, como algas, como ágatas, como aceitunas… Y entonces las revuelvo, las agito, me las bebo, me las zampo, las trituro, las emperejilo, las liberto… Las dejo como estalactitas en mi poema, como pedacitos de madera bruñida, como carbón, como restos de naufragio, regalos de la ola… Todo está en la palabra… Una idea entera se cambia porque una palabra se trasladó de sitio, o porque otra se sentó como una reinita adentro de una frase que no la esperaba y que le obedeció. Tienen sombra, transparencia, peso, plumas, pelos, tienen de todo lo que se les fue agregando de tanto rodar por el río, de tanto transmigrar de patria, de tanto ser raíces… Son antiquísimas y recientísimas… Viven en el féretro escondido y en la flor apenas comenzada…

Tutto quel che vuole, sissignore, ma sono le parole che cantano, che salgono e scendono… Mi inchino dinanzi a loro… Le amo, mi ci aggrappo, le inseguo, le mordo, le frantumo… Amo tanto le parole… Quelle inaspettate… Quelle che si aspettano golosamente, si spiano, finché a un tratto cadono…Vocaboli amati… Brillano come pietre preziose, saltano come pesci d’argento, sono spuma, filo, metallo, rugiada… Inseguo alcune parole… Sono tanto belle che le voglio mettere tutte nella mia poesia… Le afferro al volo, quando se ne vanno ronzando, le catturo, le pulisco, le sguscio, mi preparo davanti il piatto, le sento cristalline, vibranti, eburnee, vegetali, oleose, come frutti, come alghe, come agate, come olive… E allora le rivolto, le agito, me le bevo, me le divoro, le mastico, le vesto a festa, le libero… Le lascio come stalattiti nella mia poesia, come pezzetti di legno brunito, come carbone, come relitti di naufragio, regali dell’onda… Tutto sta nella parola… Tutta un’idea cambia perché una parola è stata cambiata di posto, o perché un’altra si è seduta come una reginetta dentro una frase che non l’aspettava e che le obbedì… Hanno ombra, trasparenza, peso, piume, capelli, hanno tutto ciò che si andò loro aggiungendo da tanto rotolare per il fiume, da tanto trasmigrare di patria, da tanto essere radici… Sono antichissime e recentissime… Vivono nel feretro nascosto e nel fiore appena sbocciato… (traduzione di Luca Lamberti 1998, 68-69)

Quale privilegio, allora, immergersi negli abissi di un testo scritto da chi con le parole mantiene un rapporto del tutto speciale? Quale sfida cimentarsi nella traduzione giornalistica (Almudena Grandes e Luis García Montero) o della letteratura di viaggio (Rafael Chirbes), riprodurre il variegato registro colloquiale giovanile (José Ángel Mañas) o mettere in gioco la propria creatività nella resa di testi per l’infanzia (María José Ferrada e Antonio Neira)? Ma è una sfida che va affrontata con consapevolezza, applicando i metodi, gli strumenti e le competenze adeguate. Il percorso formativo proposto rappresenta, sicuramente, una solida base per un affrontare un mestiere, come quello del traduttore, che è anche una filosofia di vita, come scrive una mia studentessa nelle riflessioni finali del corso:

Alla domanda «cosa fai nella vita?» un giorno vorrei poter rispondere «la traduttrice», difendendo a testa alta una filosofia di vita, oltre che un mestiere, dalle infinite sfaccettature. Tradurre è per me alimentare un’osmosi tra due mondi, viaggiare su binari di parole, alla ricerca di quella specie di catarsi che si prova nel dare ordine al caos, o almeno nel provarci. Ogni aspetto dell’esperienza umana, d’altro canto, è una forma di traduzione: traduciamo i pensieri in parole, sguardi e gesti; le idee in letteratura, opere d’arte e invenzioni. Tuttavia, mentre questi universali impulsi traduttivi sono quasi immediati, il mestiere del traduttore è arduo e denso di ostacoli. In fondo, un testo da tradurre non è che una sfida da accettare: bisogna rimboccarsi le maniche, guardarlo in controluce e custodirlo dentro di sé, per poi restituirlo al mondo in una veste nuova.

Bibliografia

Ferrada 2014: María José Ferrada, El idioma secreto, Pontevedra, Kalandraka

Hurtado Albir 2011: Amparo Hurtado Albir, Traducción y traductología, Madrid, Cátedra

– 2015: Amparo Hurtado Albir, Aprender a traducir del francés al español. Competencias y tareas para la iniciación a la traducción, Castellón, Universitat Jaume I. Servei de Comunicació i Publicacions

Neruda 1979 (prima ed. 1974): Pablo Neruda, Confieso que he vivido, Barcelona, Seix Barral (traduzione italiana di Luca Lamberti, Confesso che ho vissuto, Torino, Einaudi, 1998: come è noto, Luca Lamberti è uno pseudonimo inventato da Daniele Ponchiroli negli anni cinquanta, che la casa editrice Einaudi adotta in caso di traduzioni passate attraverso molte mani: cfr. Ernesto Ferrero, Il più longevo, prolifico e poliedrico traduttore dell’Einaudi, in «tradurre», n. 11/2016 https://rivistatradurre.it/2016/11/il-piu-longevo-prolifico-e-poliedrico-traduttore-delleinaudi/)

Volterrani 2009: Egi Volterrani in Ilide Carmignani, Parlando di traduzione, https://issuu.com/biblit/docs/parlando_di_traduzione_bis_2009 (ultima visita: 15.11.2018)