Numero 15 (autunno 2018) | Pratiche

Le scuole / Tradurre la letteratura: uno spazio per la formazione dei traduttori editoriali

LA “SCUOLA DI MISANO”

di Roberta Fabbri

Tradurre la letteratura è un corso di perfezionamento in traduzione editoriale che nei suoi ventitré anni di storia ha accolto più di 400 allievi. Il corso rientra fra le diverse attività di alta formazione organizzate dalla Fondazione Unicampus San Pellegrino che, oltre alla laurea triennale in Mediazione linguistica e alla laurea magistrale in Relazioni internazionali (in collaborazione con l’Università Link Campus), includono anche corsi post laurea e post dottorato, come la Nida School of Translation Studies, la summer school che ogni anno accoglie le figure internazionali più rappresentative nel mondo della teoria della traduzione.

Tradurre la letteratura si colloca in una posizione ibrida fra accademia e formazione privata: il corso è organizzato dalla Scuola superiore per mediatori linguistici che ha sede a Misano Adriatico (la Fondazione ha altre tre scuole: a Belluno, Vicenza e Ceglie), e i docenti sono tutti professionisti nell’ambito dell’editoria. La scelta dei docenti viene fatta con estrema attenzione nella consapevolezza che l’insegnamento della traduzione letteraria può avvenire non attraverso una serie di norme a cui aderire, ma solo affiancandosi a un professionista e osservando come lavora. Di conseguenza, il comitato scientifico recluta i docenti tenendo in considerazione l’esperienza traduttiva, la riflessione critica che ne scaturisce e la capacità di trasmettere questa esperienza agli allievi. A volte la scelta è ricaduta sui traduttori che si sono formati a Tradurre la letteratura, sia perché incarnano la realizzazione delle promesse del corso, sia perché lo conoscono e ne condividono la filosofia.

La filosofia di Tradurre la letteratura, declinata poi nelle diverse forme, parte da un’idea molto precisa di traduzione come forma di educazione: educazione all’incontro con le culture diverse, educazione all’ospitalità linguistica, come direbbe Paul Ricoeur (Ricoeur 2007, 144). Da questo punto di vista, la traduzione riguarda il rapporto con l’altro e ha a che fare con il modo in cui gli individui e le culture riescono a costruire la propria identità in un processo che vede in gioco la differenza, la somiglianza e il tentativo di far dialogare il sé e l’altro da sé.

Partiamo da una riflessione storica: per riferirsi alla traduzione, i latini avevano una parola che era vertere, convertere anche, quindi “trasformare”, “cambiare”. Esisteva anche mutare nel mondo latino per parlare di traduzione. Vertere, convertere, mutare, significa che un testo, passando da una cultura all’altra, è soggetto a un cambiamento inevitabile. Poi a un certo punto arrivano gli umanisti, anzi arriva Leonardo Bruni che, qualcuno dice per una mala interpretazione, comincia a utilizzare una parola, che è trans-ducere, un passare, un portare da una parte all’altra. Nel portare da una parte all’altra qualcosa rimane, cioè viene non solo tramandato ma viene conservato, la sua realizzazione migliore avviene proprio nel trasportare. Con questo termine cambia completamente il lessico europeo, almeno nelle lingue romanze per quanto riguarda la traduzione. Perché Leonardo Bruni e gli umanisti usano quella parola? Perché la loro missione era quella di prendere il mondo latino e tradurlo nel mondo nuovo. Un compito che significa la creazione di una nuova paideia, un nuovo ideale educativo che era anche un modo diverso di intendere la società. Ecco che quel trans-ducere diventa anche un ex-ducere, cioè un trasportare che è anche un educare.

Se allora dovessimo dire qual è la filosofia su cui si è basato Tradurre la letteratura fin dall’inizio, direi proprio questo: la traduzione educa a un modo diverso di considerare la comunità e la società, come ricorda ancora Ricoeur: Traduire, c’est rendre justice au génie étranger. c’est instaurer la juste distance d’un ensemble languagier à l’autre. Ta langue est aussi importante que la mienne. C’est la formule de l’éequité-égalité. La formule de la diversité reconnue (Ricouer 2001, 40: «Tradurre significa rendere giustizia al genio straniero, significa stabilire la giusta distanza fra un insieme linguistico e un altro. La tua lingua è tanto importante quanto la mia. È questa la formula dell’equità-eguaglianza. La formula del riconoscimento della diversità» – Ricoeur 2007, 51).

La traduzione può fare questo perché è un’esperienza che si nutre di molti saperi, è un’immensa opera intellettuale senza la quale gran parte di quella che riteniamo essere letteratura – o più in generale quello che leggiamo – non viaggerebbe o verrebbe conosciuta. Un’esperienza intellettuale che educa e proprio per questo è portatrice di conoscenza e pensiero. Esperienza, da ex-perientia, da ex-périor. La radice per ha il significato di “andare attraverso”, “attraversare”, “passare per” e dunque, per metafora, indica lo stato di chi è passato per le cose, e quindi conosce. Ecco dunque tradurre è conoscere, è anzi un modo privilegiato per conoscere. Lo ha detto Martin Heidegger, quando ha proposto la traduzione come il punto d’incontro fra esperienza e riflessione. Un rapporto che non è lo stesso di quello tra pratica e teoria. In questo senso la traduzione è esperienza proprio in quanto riflessione. Scrive Heidegger:

Mit etwas […] eine Erfahrung machen heiβt, daβ es uns widerfährt, daβ es uns trifft, über uns kommt, uns unwirft und verwandelt (Heidegger 1959, 159)

Fare esperienza di qualcosa [in questo caso, del linguaggio] significa che qualcosa per noi accade, che ci incontra, ci sopraggiunge, ci sconvolge e trasforma (Heidegger 1973, 127).

Ecco, questo ha sicuramente a che fare con la traduzione. E proprio per questo i traduttori sono importanti. Tradurre la letteratura ha mostrato infatti nei laboratori e nei seminari che i traduttori non sono importanti solo perché sono dei professionisti di cui non si può fare a meno, ma perché, grazie alla loro esperienza dei testi, la letteratura si arricchisce di una conoscenza e profondità speciale. Dunque, per noi, la traduzione illumina la letteratura. Illuminare, vedere con evidenza, cioè vedere chiaramente, in latino mirari o admirari.

Del resto basta osservare un semplice dato generale che riguarda l’editoria italiana:

senza i libri tradotti buona parte di quanto leggiamo non esisterebbe. Molti libri che abbiamo a disposizione, sia in ambito strettamente letterario che in quello della varia, sono infatti traduzioni ed attorno ad essi ruota una parte significativa del mercato editoriale.

Si tratta di un fatto che è divenuto via via sempre più chiaro agli occhi di tutti e che ha fatto sì che nella cultura italiana l’attenzione per i libri tradotti e la traduzione sia progressivamente cresciuta diventando argomento interessante non solo nella quotidianità editoriale ma ad esempio anche per la ricerca e la formazione.

Tradurre la letteratura è rivolto a laureati di qualsiasi livello e in qualsiasi disciplina, desiderosi di seguire un percorso professionalizzante e specifico. Non ci sono preclusioni per quanto riguarda l’età, a volte la vocazione si scopre anche in età matura e capita che adulti e neo laureati si trovino insieme in classe in un dialogo proficuo per entrambi. Proprio per questo motivo, e cioè per venire incontro a chi è già inserito nel mondo del lavoro, le lezioni si tengono solo il venerdì pomeriggio e il sabato mattina per tredici settimane continuative per un totale di centoquattro ore. Gli allievi provengono da tutta Italia, a volte sono anche italiani che risiedono all’estero, e devono superare una selezione che consiste nella valutazione del curriculum e in una prova di traduzione che simula una situazione traduttiva reale, quindi con l’ausilio di tutti gli strumenti che un traduttore ha a disposizione. Vengono ammessi in totale quaranta allievi suddivisi nelle diverse combinazioni linguistiche (francese, inglese, portoghese, russo, spagnolo, svedese e tedesco). La formazione di partenza di chi decide di intraprendere questa specializzazione è abbastanza eterogenea: la maggior parte, circa la metà, possiede una laurea in lingue e letterature o in lettere, un’altra, circa il 30% ha una laurea in mediazione linguistica e il rimanente 20% proviene da un percorso di natura diversa (a volte in ambito scientifico, del diritto, ecc.). In tutti i casi quello che gli allievi cercano da una formazione post laurea è la possibilità di apprendere l’artigianalità della traduzione, seguendo il modo di lavorare e i consigli dei traduttori esperti, e costruirsi quel bagaglio di conoscenze sul funzionamento del mondo dell’editoria che non ricevono all’Università.

Nelle tredici settimane di corso si alternano lezioni di editoria, seminari tenuti da traduttori, editor, editori e laboratori di traduzione. Nelle lezioni e seminari gli allievi si trovano tutti insieme, mentre nei laboratori si distribuiscono nelle singole lingue scelte. Ogni allievo può seguire laboratori da due lingue fra inglese, francese, tedesco, spagnolo, portoghese, russo e svedese o, in alternativa, da una sola lingua. I laboratori sono tenuti da traduttori professionisti di grande esperienza e capacità didattica, che seguono gli allievi per tutta la durata del corso. All’interno di questo spazio il docente decide in piena autonomia la metodologia da adottare.

Di prassi gli allievi preparano le traduzioni a casa per poi discuterle insieme in classe, dove ciascuno ha la possibilità di esporre la sua versione e analizzarla con l’insegnante e i compagni. A volte, come nel laboratorio di Ilide Carmignani, si procede per brevi frammenti di testo che vengono scritti alla lavagna e sottoposti al giudizio degli altri allievi e dell’insegnante. La versione finale viene rivista da chi tiene il laboratorio, che poi legge la sua traduzione personale, evidenziando le diverse possibilità di resa e i vari residui traduttivi. Le strategie di mediazione linguistico-culturale sono quelle adottate dall’editoria italiana contemporanea, nella loro varietà (committente, autorevolezza del testo, lettore, insomma skopos della traduzione).

Nei laboratori la teoria è strettamente collegata al lavoro concreto di traduzione. Ad esempio, nel laboratorio di Adelaide Cioni, si tratta di una riflessione maturata negli anni di esperienza che prende una forma per essere trasmessa agli allievi. In essa ci sono considerazioni sugli stereotipi e sulle fondamentali divergenze fra le due lingue, sull’importanza di non perdersi in elucubrazioni interpretative e di stare sul testo, di essere “economici”, nel senso di avere dei parametri in base ai quali capire se e quanto discostarsi dal testo. L’insegnante parla loro dell’importanza di non appiattire la lingua, di non semplificare forzatamente, di salvaguardare gli inciampi dell’autore, e di essere consapevoli del proprio uso della lingua. Soprattutto parla dell’importanza di restituire immagini il più possibile concrete, sensoriali, e spiega come si fa. Tutto questo viene intessuto nella trama di base del laboratorio che è la traduzione – insieme – del testo che ha scelto.

Anche nel caso del laboratorio di Emanuelle Caillat gli strumenti teorici, come la stilistica comparata, sono in funzione di un lavoro sul testo in un continuo scambio con gli allievi.

Nel laboratorio di Anna Mioni la trasmissione del sapere passa anche attraverso la condivisione del bagaglio tecnico di documentazione e ricerca introducendo, con una carrellata sugli strumenti di lavoro cartacei ed elettronici, i criteri per scegliere quelli necessari di volta in volta. Vengono anche presentate le risorse disponibili per i traduttori (dal sindacato alle associazioni, alle comunità online e ai siti internet), senza dimenticare alcuni cenni sugli aspetti pratici e quotidiani della professione, così come sull’etica della traduzione. L’obiettivo è lasciare agli allievi tutti gli strumenti possibili per poter diventare professionisti autonomi e completi in grado di entrare subito nel mercato editoriale odierno soddisfacendo le sue richieste.

Anche la scelta dei testi su cui esercitarsi nel laboratorio è in linea con la metodologia adottata: c’è chi preferisce lavorare sulle proprie traduzioni per poter spiegare ogni minima singola scelta e c’è chi preferisce testi inediti per ritrovarsi nelle stesse condizioni di partenza degli allievi. Generalmente si tratta di testi di narrativa contemporanea, di saggistica divulgativa e a volte ci si esercita anche sui classici. Alcuni docenti, come Giovanni Giri, fanno lavorare gli allievi su testi molto diversi: narrativa letteraria, narrativa di genere, saggistica scientifica, saggistica storica.

Nelle lezioni di editoria di Daniele Brolli si illustrano le caratteristiche delle case editrici italiane e si forniscono indicazioni su come si formula una proposta di traduzione con relativa scheda di lettura. Altre lezioni di taglio pratico riguardano gli aspetti economici e fiscali (contratto, diritti, tariffe) e la proposta per gli editori. Altri seminari affrontano la traduzione della narrativa di genere (dal rosa al noir, dalla letteratura per ragazzi ai fumetti), la traduzione postcoloniale, la traduzione della poesia, mentre un modulo è dedicato alla revisione e all’editing e uno alle teorie della traduzione letteraria.

A fine corso, oltre all’attestato di partecipazione, viene offerta la possibilità di concorrere a prove di traduzione per diversi editori italiani. La selezione ha come obiettivo l’assegnazione dei testi da tradurre. Queste prime traduzioni vengono retribuite. A volte la revisione viene fatta dal proprio docente del laboratorio e in questo caso l’intera esperienza si accresce anche di un valore formativo supplementare. La selezione e la somministrazione dei testi da tradurre prosegue fino all’inizio del corso successivo e in questo modo molti allievi ottengono la possibilità concreta di iniziare a tradurre e costruirsi così un curriculum. Nel panorama della traduzione editoriale italiana sono molti i traduttori oggi che con Tradurre la letteratura hanno iniziato il loro percorso professionale.

Negli ultimi anni l’offerta formativa di Tradurre la letteratura si è ampliata proponendo due corsi brevi di cinque fine-settimana (40 ore) dedicati alla traduzione dei fumetti e graphic novel (curato da Daniele Brolli) e alla traduzione della letteratura per l’infanzia e per ragazzi (curato da Simona Mambrini). Anche in questi due casi i laboratori occupano la maggior parte delle ore e spesso vengono tradotti collettivamente dei testi per editori del settore.

La traduzione dei fumetti e graphic novel richiede articolate competenze traduttive specifiche di questo tipo di linguaggio. Il nucleo del corso è costituito dai laboratori dalle lingue e culture più presenti sul mercato in questo settore, cioè inglese, francese e giapponese. Il corso include un modulo sulla storia del fumetto in cui si passa in rassegna l’evoluzione storica degli stili e delle produzioni, con le loro specificità di linguaggio, di tematiche e di generi. Scopo propedeutico di questa parte di corso consiste nel fornire all’allievo gli strumenti per riconoscere il contesto storico, linguistico e narrativo in cui sono collocate le varie produzioni e attivare così le competenze richieste per la traduzione. Altro modulo in comune a tutti gli allievi è quello dedicato agli standard tecnici da applicare nella stesura delle traduzioni e al lavoro di revisione e editing. Il corso comprende anche unità didattiche di approfondimento (case history esemplari) e incontri con protagonisti rappresentativi della realtà editoriale italiana.

Non meno articolate e specifiche sono le competenze richieste per tradurre i libri per bambini e per ragazzi, tenuto conto anche della vastità e della ricchezza del settore che spazia dalla prima infanzia agli adolescenti. La complessità di questo tipo di traduzione riguarda la presenza del linguaggio iconico come componente e vincolo testuale negli albi illustrati e il trattamento dei riferimenti culturali e intertestuali in relazione alle abilità cognitive e alla maturità emotiva dei lettori. Scrivere e tradurre per bambini e adolescenti comporta anche l’assumersi responsabilità importanti per il valore modellizzante e formativo della lingua utilizzata, significa cioè contribuire attivamente alla formazione linguistica dei lettori di domani, ma anche alla creazione di quell’immaginario figurato così d’impatto per i primi lettori. Anche in questo caso i laboratori di traduzione sono il baricentro del corso (dall’inglese, francese, spagnolo, tedesco) corredati da un seminario introduttivo che illustra la produzione attuale divisa per fasce d’età e un seminario conclusivo dedicato alla traduzione delle filastrocche e giochi di parole tenuto da Franco Nasi. Nella traduzione di questi testi è fondamentale saper cogliere nel testo di partenza gli aspetti musicali e ritmici e cercare poi di trovare delle modalità nella lingua di arrivo che permettano di restituire in qualche modo quella complementarietà fra forma e contenuto che è essenziale in un qualsiasi testo letterario. Naturalmente anche in questo caso è previsto un incontro finale con editor e editori e la possibilità di partecipare a selezioni.

La formazione in ambito della traduzione letteraria della Fusp ha assunto una dimensione internazionale quando nel 2014 la Fondazione, insieme ad altri sette partner europei (British Centre for Literary Translation, Norwich; CEATL, Conseil Européen des associations de traducteurs littéraires; Deutscher Übersetzerfonds, Berlin; Elte, Eötvös Loránd University, Budapest; KU Leuven; Nederlandse Taalunie, The Hague; Universiteit Utrecht), ha ottenuto un finanziamento europeo Erasmus+ per sviluppare e applicare alcune della raccomandazioni PETRA (Plateforme européenne pour la traduction littéraire) sulla buona prassi traduttiva. In particolare si è partiti dalle prime due raccomandazioni:

<blockquote>1. Si raccomanda di creare strutture aperte a livello nazionale ed europeo, che permettano alle università e agli istituti di istruzione superiore di collaborare con le organizzazioni non accademiche e le associazioni e le reti di traduttori letterari professionisti, anche attraverso uno snellimento delle procedure amministrative.

2. Si raccomanda di avviare una discussione che riguardi la creazione di strutture permanenti e di elevata qualità per la formazione dei traduttori letterari a livello europeo. Ciò comporta lo scambio e la cooperazione fra istituzioni universitarie e non universitarie per ciò che attiene al contenuto della formazione, agli aspetti pratici e ai metodi didattici. Un gruppo di lavoro rappresentativo dovrebbe elaborare una proposta basata sulle iniziative già esistenti. Un punto all’ordine del giorno potrebbe essere la definizione di un percorso di studio per i traduttori letterari con una precisa scansione delle tappe che portano il principiante a diventare un professionista della traduzione, compresa la formazione di traduttori disposti a trasmettere le proprie conoscenze e competenze.</blockquote>

Queste esigenze sono confluite nel Quadro PETRA-E di riferimento per la formazione dei traduttori letterari (https://petra-educationframework.eu/) in cui si delinea un percorso di apprendimento con tappe distinte che vanno da principianti a professionisti, includendo anche la formazione di traduttori in grado di trasmettere le loro conoscenze. Questo documento ha voluto definire non solo le fasi di apprendimento (da principianti a professionisti esperti) ma anche le diverse competenze e abilità che un traduttore letterario deve possedere; unisce quindi un modello delle competenze con un percorso di apprendimento. Questa esigenza è nata dalla constatazione che a livello europeo non c’è nessun parametro comune per l’insegnamento della traduzione letteraria (mentre esiste per l’apprendimento di L2) nonostante i tanti corsi universitari e privati in cui è presente una diffusa competenza didattica che tuttavia non è basata su criteri oggettivi. Nasce anche come tentativo di avviare una maggior collaborazione fra istituzioni e mercato del lavoro. Il Quadro PETRA-E non va visto come strumento normativo perché bravi traduttori si diventa con il talento, con l’esperienza, e spesso è il mercato e la critica che lo decidono. È un percorso analogo a quello del musicista e dello scrittore: i conservatori o le scuole di scrittura devono fornire gli strumenti per compiere un percorso, ma l’acquisizione delle competenze non trasforma automaticamente l’allievo in un bravo musicista o scrittore. Per questo motivo il Quadro PETRA-E è particolarmente utile per la programmazione dei corsi di traduzione perché elenca tutti gli strumenti che occorre fornire per formare dei traduttori professionisti. Un altro vantaggio del Quadro PETRA-E, se utilizzato come strumento per la valutazione, è quello di sottrarre in parte la valutazione della traduzione letteraria dalla componente soggettiva. Dal momento in cui la traduzione editoriale entra in un luogo istituzionale, è necessario trovare criteri più oggettivi per la valutazione. È vero che la soggettività non può mai essere totalmente evitata, ma bisognerà far sì che non sia dominante. Soddisfare tutti i requisiti del Quadro non significa automaticamente produrre buone traduzioni, ma d’altra parte per essere traduttori competenti è necessario possedere questi strumenti e un corso deve includerli nei suoi programmi.

Il completamento di questa forma di cooperazione europea nell’ambito della formazione della traduzione editoriale ha portato alla realizzazione di un altro progetto: Fusp insieme al British Centre for Literary Translation (BCLT), l’ Experisecentrum Literarair Verlaten (costituito dall’Università di Utrecht, l’Università di Leuven e Taalunie, Unione linguistica neerlandese) e l’Università degli Studi Link Campus di Roma hanno creato la European School of Literay Translation (ESLT). La ESLT consiste in una summer school intitolata Training the Teacher of Literary Translation che si tiene a Roma a settembre e ha l’obiettivo di formare i docenti di traduzione letteraria in accordo con Quadro PETRA-E. È rivolta a traduttori e ricercatori europei e vuole essere uno spazio internazionale interamente dedicato al modo di fare didattica e ricerca in traduzione letteraria. Si tratta di anche di un luogo di incontro e scambio di conoscenze tra formatori che lavorano in contesti europei con tradizioni e pratiche molto diverse tra loro. Fra i temi trattati sono incluse anche le diverse possibilità di insegnare la traduzione letteraria attraverso i mezzi digitali. Il docente principale della prossima edizione sarà Lawrence Venuti.

Tradurre la letteratura è legato a un altro evento nato da una esigenza specifica, vale a dire quella di favorire le occasioni di incontro dei traduttori non solo a livello virtuale con liste di discussione e blog, ma in un tempo e spazio reale in cui dare un volto a un nome e voce a un libro. Un luogo di incontro in cui anche gli editori fossero visibili e disponibili al dialogo, da questo sono nate le Giornate della traduzione letteraria (curate da Ilide Carmignani e Stefano Arduini) che si sono tenute per 14 anni a Urbino e dall’anno scorso a Roma. Le Giornate hanno cercato di far emergere anche nell’ incontro fra editori e traduttori il contributo attivo e creativo del traduttore come quello di una delle figure che plasma e sviluppa la propria cultura. Nelle Giornate si alternano dibattiti e seminari coinvolgendo professionisti dell’editoria, scrittori, editori, studiosi e traduttori. Vengono anche conferiti tre premi: il premio alla carriera «Giovanni, Emma e Luisa Enriques – Giornate della traduzione letteraria», il premio per giovani traduttori «Carmela Oliviero per la traduzione letteraria» e il premio «Harper-Collins – Italia».

Sicuramente le Giornate hanno contribuito a fare sì che nella cultura italiana l’attenzione per i libri tradotti e la traduzione sia progressivamente cresciuta diventando argomento interessante nella quotidianità editoriale come nell’università. Quello che è successo è stato l’affiorare nella cultura e nell’editoria della convinzione che la traduzione esercita una funzione di gran lunga superiore a quanto superficialmente si può pensare. Un’acquisizione questa cui ha contribuito la ricerca sulla traduzione ma soprattutto il lavoro concreto dei traduttori e la richiesta dei traduttori di non essere più invisibili ma di essere considerati per quello che sono: la voce di molti autori nella nostra lingua. I traduttori, tuttavia, non sono solo coloro che ci fanno innamorare dei testi ma sono anche coloro che con la lingua contribuiscono al successo di un libro e svolgono un ruolo determinante nella costruzione del profilo di una cultura e nei rapporti con le altre culture. Se il successo di un libro, almeno in parte, è in relazione con la traduzione che ne viene fatta o se le traduzioni trasformano le culture in cui appaiono – riempiendo dei vuoti dei sistemi letterari, permettendo alla cultura di arrivo di ristrutturarsi o addirittura di costituirsi – ne deriva che il traduttore svolge un compito molto più attivo di quanto normalmente si pensi. Naturalmente questo non significa negare che una traduzione dipenda da un altro testo ma non significa nemmeno che il traduttore sia solamente uno specchio sul quale l’originale si riflette per arrivare a un nuovo pubblico. Proprio perché non è solo questo, tradurre è un lavoro affascinante che si distingue da qualsiasi altro.

L’impegno nella formazione dei traduttori editoriali della Fusp è andato sempre in questa direzione: far crescere la consapevolezza dei lettori, degli editori e dei traduttori stessi dell’importanza del tradurre, ritenendo che solo una diversa coscienza potesse innescare dinamiche diverse fra editoria e professione.

C’è un brano di Walter Benjamin che riguarda la lingua e che mi sembra abbia un grande valore per la traduzione: Was teilt die Sprache mit? Sie teilt das ihr entsprechende geistige Wesen mit. Es ist fundamental zu wissen, dass dieses geistige Wesen sich in der Sprache mitteilt und nicht durch die Sprache (Benjamin 1991: «Che cosa comunica la lingua? Essa comunica l’essenza spirituale che le corrisponde. È fondamentale sapere che questa essenza spirituale si comunica nella lingua e non attraverso la lingua» – Benjamin 1962, 54).

Ecco, i traduttori sono coloro che comunicano il modo concreto di dire il senso nella propria lingua e non la considerano un puro mezzo accidentale, essi sono dunque al crocevia del valore di un testo. Per questo ha un senso occuparsi della loro formazione dandole una casa e uno spazio aperto di incontro.

Bibliografia

Benjamin 1962: Walter Benjamin, Sulla lingua in generale e sulla lingua dell’uomo, in Angelus Novus. Saggi e frammenti, Torino, Einaudi, pp. 53-70 (traduzione italiana di Renato Solmi da Benjamin 1991)

– 1991: Walter Benjamin, Über Sprache überhaupt und über die Sprache des Menschen (1916), in Gesammelte Schriften, B. II-1, Suhrkamp, Frankfurt a.M., pp. 140-157

Heidegger 1959: Martin Heidegger, Unterwegs zur Sprache, Pfullingen, Neske

– 1973: Martin Heidegger, In cammino verso il linguaggio, Milano, Mursia (traduzione italiana di Alberto Caracciolo e Maria Perotti Caracciolo)

Ricoeur 2001: Paul Ricoeur, Le juste 2, Paris, Esprit

– 2007: Paul Ricoeur, Il paradigma della traduzione, in Il giusto 2, Cantalupa, Effatà, pp. 133-150 (traduzione italiana di Daniela Iannotta)