Strumenti | Numero 16 (primavera 2019)

La recensione / 3 – Italia, Germania e Scandinavia: scene da una mediazione

di Catia De Marco

A proposito di: Scandinavian Literature in Italian and German Translation, 1918-1945, edited by Bruno Berni & Anna Wegener, Roma, Edizioni Qasar, 2018, pp. 203, € 32,00

Il bel volume curato da Bruno Berni e Anna Wegener è il risultato di un convegno interdisciplinare tenutosi a Roma nell’ottobre del 2016 e organizzato congiuntamente dall’Istituto di studi germanici e dall’Accademia di Danimarca. Oltre che per chi si occupa dell’argomento specifico, ovvero il “triangolo” rappresentato da Scandinavia, Italia e Germania, i temi trattati sono di interesse generale per lo studioso di translation studies e non solo. L’impostazione transdisciplinare esplicitamente dichiarata da Ciaravolo in apertura del suo articolo traspare in realtà da gran parte dei dodici contributi del volume (p. 59). La traduzione e le opere tradotte non vengono mai studiate e analizzate per sé, ma sempre in rapporto ai due mondi che esse mettono in relazione, quello di origine e quello di arrivo, e ai vari mediatori (traduttori, editori, pubblico) coinvolti nell’operazione.

I contributi sono suddivisi in tre sezioni: una prima che affronta temi più generali e metodologici, General Issues, e poi due dedicate ai rapporti tra la Scandinavia e le altre due nazioni citate dal titolo, Scandinavia and Italy e Scandinavia and Germany.

Nella prima sezione sono raggruppati tre saggi in realtà molto diversi, accomunati dal loro trascendere la biunivocità dei rapporti analizzati nelle due parti successive. The Missing Needle, della finlandese Outi Paloposki, affronta il tema delle bibliografie, più croce (per le difficoltà di reperimento di dati completi e aggiornati) che delizia di qualsiasi studioso, in particolare di chi si occupa di traduzione. Anche le bibliografie dedicate quali l’Index Translationum, infatti, derivano dalle singole bibliografie nazionali, dove i dati relativi alla traduzione sono spesso incompleti, se non mancanti o fuorvianti. Tuttavia, come osserva Outi Paloposki, anche da un materiale apparentemente arido come le bibliografie possono arrivare sorprese fruttuose (p. 26).

Il secondo saggio, Mondadori as a Publisher of Scandinavian Literature, di Anna Wegener, si concentra invece sui pareri di lettura conservati negli archivi della Fondazione Mondadori per gettare luce su una delle fasi del processo traduttivo, quella della selezione dei testi. Wegener ha esaminato un corpus di 120 schede di lettura (Reader’s reports, p. 31) stese tra il 1930 e il 1945 – periodo che copre sia il cosiddetto “decennio delle traduzioni” identificato da Pavese, sia gli anni successivi, quando le letterature scandinave furono viste come una possibile fonte per sopperire ai vuoti lasciati dal veto imposto dal regime fascista alla traduzione da paesi “nemici” – interrogandosi sulle modalità del processo di selezione, e in particolare sull’eventuale ruolo giocato da traduzioni intermedie. La conclusione di Wegener è che, nel processo di selezione dei libri da tradurre, il ricorso a traduzioni in altre lingue, oltre ad avere un’utilità pragmatica – leggere il testo nella forma più facilmente reperibile – permette di rispondere ad una domanda cruciale: se un dato testo è capace di mantenere significato e interesse per i lettori di una lingua diversa (p. 52). Quello che viene sottolineato è quindi il complesso intreccio di relazioni non solo bilaterali – lingua/cultura di origine e lingua/cultura di arrivo – presenti nell’intero processo di traduzione, dalla selezione, alla traduzione vera e propria, alla pubblicazione e all’immissione sul mercato.

Il terzo e ultimo saggio di questa sezione, The First Edition of Strindberg’s Chamber Plays in Italian di Massimo Ciaravolo, chiude il triangolo di cui le due sezioni successive disegnano due lati distinti: l’interazione tra Italia, Germania e Scandinavia nella pubblicazione del teatro da camera di Strindberg. Oltre all’esame del caso particolare in oggetto, l’articolo di Ciaravolo è interessante per la stimolante presentazione metodologica, in cui teorie apparentemente lontane come l’ermeneutica filosofica di Gadamer e la sociologia della produzione culturale di Bourdieu si incontrano sul terreno comune dello storicismo, riuscendo, con le parole di Roger Chartier, a ricollegare il testo al suo autore (p. 62). Il rapporto tra autore e testo però è tutt’altro che esclusivo, e Ciaravolo si sofferma in particolare sul ruolo del traduttore nella negoziazione implicita che avviene nel passaggio di un’opera da un sistema linguistico e culturale all’altro. Nel caso specifico preso in esame, due sono i passaggi fondamentali: prima la traduzione dell’opera completa di Strindberg da parte del tedesco Emil Schering, alla base del successo dell’autore svedese nella Germania della prima guerra mondiale, poi quella italiana di Alessandro Pellegrini, basata sulla versione di Schering, che ha portato, con quarant’anni di ritardo, il teatro da camera di Strindberg sui palcoscenici italiani durante la seconda guerra mondiale. Il fatto che entrambi i passaggi siano avvenuti in momenti particolarmente drammatici della storia europea non è affatto casuale: il mondo alienato e pessimista dei kammarspel, trovava riscontro nei due paesi distrutti dalle guerre e aspiranti a una ricostruzione, sia materiale che spirituale (p. 66). Tuttavia, fondamentale per questi passaggi è stato in entrambi i casi il ruolo del traduttore o del mediatore: per la Germania Schering, fulminato da una rappresentazione dei Creditori tanto da diventare, oltre che l’unico traduttore tedesco autorizzato, il corrispondente, il segretario e l’impresario tedesco di Strindberg, attivo e abile al punto da riuscire a far percepire a tutti gli effetti l’autore scandinavo come parte del canone tedesco (p. 66). Per l’Italia invece si può parlare quasi di multiple translatorship tra il traduttore Alessandro Pellegrini, autore anche delle introduzioni, e la casa editrice Rosa e Ballo, promotrice di un ambizioso progetto culturale che mirava a riaprire la cultura italiana alle avanguardie internazionali da cui l’avevano tenuta lontana i due decenni di autarchia imposta al mercato editoriale e culturale. Entrambi i casi ad ogni modo confermano l’osservazione di Even-Zohar, citata da Ciaravolo, secondo cui le traduzioni svolgono un ruolo innovativo nei momenti in cui una letteratura raggiunge un punto di svolta, di crisi o di vuoto (p. 68).

La seconda sezione del volume è dedicata invece ai rapporti tra Italia e Scandinavia e ai mediatori che li hanno resi possibili. Tra questi va certamente annoverato Giuseppe Gabetti, a cui è dedicato l’articolo di Bruno Berni («A Real Ultima Thule»: Giuseppe Gabetti and Scandinavian Literature in Italy). Benché fosse professore di lingua e letteratura tedesca all’Università La Sapienza di Roma, nonché direttore dell’Istituto di Studi Germanici fondato nel 1932 da Giovanni Gentile, a partire dal 1926 Gabetti “tradì” sempre più spesso la Germania con un crescente interesse per le letterature scandinave, a cui dedicò studi (su Jacobsen, Ibsen, Strindberg, von Heidenstam e Lagerlöf) e traduzioni (Niels Lyhne, Maria Grubbe e Mogens e altri racconti, tutti di Jacobsen).

Se Gabetti è stato l’apripista accademico delle letterature nordiche in Italia, a livello editoriale questo titolo spetta senza dubbio a Giacomo Prampolini, al centro dell’articolo di Sara Culeddu (The Finder of Hidden Treasures). Sebbene le lingue nordiche fossero solo una delle tante aree linguistiche da cui Prampolini traduceva (oltre che dal tedesco, inglese, russo, spagnolo, olandese, ceco, slovacco, ungherese e rumeno), tra il 1921 e il 1939 presentò al pubblico italiano una ventina di testi, tra romanzi, racconti e raccolte di poesie o leggende, sia di autori di spessore come Hamsun e Lagerkvist, che fu il primo a introdurre in Italia, sia di testi commerciali tradotti per guadagnarsi da vivere. L’importanza del suo ruolo di mediatore, oltre che nell’aver scritto una prima Storia delle letterature scandinave (all’interno della Storia universale della letteratura, 1935-38), sta nella sua abilità nel riconoscere la grandezza di autori come appunto Hamsun e Lagerkvist, ben prima che questi acquisissero uno status di grandi scrittori del mondo. Ciò è particolarmente vero nel caso di Lagerkvist, che Prampolini propose in Italia venticinque anni prima del premio Nobel assegnatogli nel 1951.

A un altro mediatore, sebbene meno noto di Prampolini, è dedicato l’articolo di Davide Finco, Scandinavian Poetry as “World Poetry”: si tratta di Massimo Spiritini, curatore e traduttore dell’antologia Poeti dal mondo, pubblicata nel 1939. Sebbene lodevole per il ruolo giocato nell’ampliare il corpus di poeti scandinavi nel nostro paese, Finco osserva come la raccolta antologica rinforzi alcuni noti stereotipi dei paesi nordici quali le pose malinconiche e meditative, la celebrazione della natura e la visione bambinesca del mondo (p.127). È questo l’esempio di una ricezione doppiamente omologante, da un lato, all’immagine delle letterature nordiche che già si stava consolidando (e che in parte si è tramandata fino a tempi molto recenti), e, dall’altro, agli stilemi linguistici e metrici della poesia italiana dell’epoca.

Angela Iuliano analizza invece la “doppia” traduzione, translinguistica e transmediale, del romanzo Gösta Berlings saga (1891) di Selma Lagerlöf nell’opera lirica I cavalieri di Ekebù (1925) di Riccardo Zandonai su libretto di Arturo Rossato. Secondo Iuliano, si tratta di un’operazione di adattamento culturale compiuta tramite stereotipi sulla cultura svedese (e scandinava più genericamente) al fine di soddisfare le attese del pubblico italiano (p. 132), operazione assai simile alla costruzione di una cultura immaginaria identificata da Edward Said come strumento dell’orientalismo colonialista. La visione convenzionalmente romantica di Rossato e Zandonai era talmente artificiosa da risultare straniante per gli spettatori svedesi e da essere in parte rifiutata dall’autrice stessa, che chiese alcune modifiche al libretto.

L’ultimo saggio della sezione, di Ingrid Basso, è dedicato alla traduzione italiana della rivista Øyeblikket, di cui Søren Kierkegaard pubblicò nove numeri nel 1855, ad opera del filosofo italiano Antonio Banfi nel 1931. Anche qui, come nei saggi precedenti, viene sottolineato il ruolo attivo del traduttore nell’operazione di mediazione culturale: Banfi sceglie proprio quella specifica opera di Kierkegaard –allora noto in Italia più come scrittore che come filosofo – perché rispecchia la sua posizione critica verso le istituzioni ecclesiastiche che soffocavano l’autenticità dello spirito religioso (p. 149). La traduzione di Banfi appare quasi una sorta di “appropriazione” del messaggio kierkegaardiano, arrivando al punto di espungere passaggi del testo non funzionali a quanto intendeva comunicare.

La terza e ultima sezione rappresenta il lato opposto del triangolo, concentrandosi sui rapporti tra Scandinavia e Germania sia da una prospettiva storico-politica (Steen Bo Frandsen, che evidenzia il tentativo del nazismo di ideologizzare e politicizzare l’idea di un’unità nordica), sia da una più prettamente letteraria e culturale (Karin Hoff, sul “ri-orientamento” in chiave neo-romantica delle letterature nordiche tradotte in Germania tra le due guerre). L’articolo di Clemens Räthel riprende invece il tema della moltiplicazione dell’autore nel processo di traduzione e pubblicazione, con l’interessante caso di una mancata traduzione, quella dell’opera teatrale Dr. Wahl (1915) dell’autore danese Henri Nathansen. La possibile messa in scena tedesca dell’opera, che avrebbe significato l’ingresso sul principale mercato europeo per gli autori scandinavi, fu bloccata dalla richiesta dell’impresario di cambiare l’atto finale (p. 177) e dal netto rifiuto opposto dall’autore a una pratica in realtà piuttosto diffusa (già Casa di bambola circolava in Germania con una varietà di finali diversi). Per Räthel questo caso particolare mette in luce la complessità dei processi della traduzione intesa come lo spazio in cui si formano identità e relazioni (p. 180): anche una mancata traduzione è una forma di interazione tra due culture, quella danese e quella tedesca, che in quel particolare momento storico avevano prospettive politiche e culturali diverse su argomenti cruciali come la guerra e il patriottismo, ambedue al centro del dramma di Nathansen.

L’ultimo saggio del volume è invece dedicato a una specifica mediatrice tra Danimarca e Germania, Mathilde Mann, autrice di ben cinquecento (secondo il necrologio pubblicato nel 1925 dal quotidiano danese Politiken) o quanto meno di centoquaranta (secondo l’autrice dell’articolo, Marlene Hastenplug) traduzioni dalle lingue scandinave al tedesco. L’articolo offre un interessante scorcio del ruolo e delle condizioni di lavoro di uno dei primi traduttori professionali della sua epoca, che svolse un ruolo paragonabile a quello di Prampolini in Italia nella promozione delle letterature scandinave in Italia.

Il filo conduttore del volume è certamente l’attenzione per il ruolo del traduttore (o del mediatore) più che per la traduzione in sé. Le analisi testuali non mancano, ma anche dove sono presenti sono funzionali a dimostrare le dinamiche di scambio e di contrattazione (tra lingue e culture e diverse) all’opera nei testi stessi. Tali dinamiche di potere possono portare effetti positivi, come l’innovazione e l’acquisizione di nuovi modelli (Ciaravolo, ma anche Frandsen e Hoff), o negativi, come la creazione di stereotipi (Iuliano, Finco) o la strumentalizzazione di un testo ai propri obiettivi (Basso).

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