Numero 17 (autunno 2019) | Il vecchio lettore

Reminiscenze e borbottii / 11

Il vecchio lettore

Il vecchio lettore non crede ai suoi occhi. Eppure c’è scritto proprio così:

Quella che stiamo vivendo non è solo una rivoluzione tecnologica fatta di nuovi oggetti, ma il risultato di un’insurrezione mentale. Chi l’ha innescata – dai pionieri di Internet all’inventore dell’iPhone – non aveva in mente un progetto preciso se non questo, affascinante e selvaggio: rendere impossibile la ripetizione di una tragedia come quella del Novecento. Niente più confini, niente più élite, niente più caste sacerdotali, politiche, intellettuali.

Meglio fermarsi qui, sul ciglio del baratro di ciò che segue. L’autore del recente libro (con titolo in inglese, ovviamente) sulla quarta di copertina del quale compare questo peana al migliore dei mondi possibili, degno di un Candide del terzo millennio, è tutt’altro che sprovveduto: celebre scrittore di successo, impareggiabile divulgatore televisivo, abile imprenditore dell’istruzione d’eccellenza nell’ambito della comunicazione di massa, sa sicuramente quello che scrive. Non sta farneticando. Quindi l’insulto che si meriterebbe, se ne valesse la pena, non è «sciocchino». Perché fa finta di non sapere che la rivoluzione digitale è nata dentro il Pentagono e la Nasa? Perché fa finta di non sapere che i war games, da lui celebrati in questo libro, sono la traduzione per la plebe delle simulazioni belliche nelle scuole di guerra? Perché fa finta di non conoscere l’esistenza di un traffico di informazioni personali carpite in rete a fini commerciali, in barba a qualsiasi legislazione sulla tanto celebrata privacy? Perché fa finta di non sapere una cosa che perfino il «Wall Street Journal» ammette, e cioè che oggi la società mondiale è costituita – altro che caste ed élite! – da un 1% per cento che detiene, anche grazie a Internet (benedetto, certo, per tanti aspetti), tutta la ricchezza e tutto il potere (contendendoselo al proprio interno) e un 99% per cento che non può far altro che contendersi a sua volta, sanguinosamente, le briciole che cadono da quel tavolo, sempre più segmentato a difendere ciascun gruppo la propria particulare “sovranità”, territoriale o culturale? Perché fa finta di non sapere che già ora è in corso una guerra, che è una vera e propria guerra globale di classe promossa da una parte sola, in cui ogni giorno muoiono decine di migliaia di persone in seguito a decisioni che vengono prese nel chiuso dei grattacieli e trasmesse telematicamente? Perché fa finta di non sapere che, grazie alla rivoluzione digitale, ormai le armi che contano per quell’1% non sono più usate manualmente a proprio a rischio e pericolo, ma soltanto a distanza, a rischio e pericolo degli inermi, e solo degli inermi? La tragedia del Novecento finirà con l’apparire nulla rispetto a quella che si sta consumando nel Duemila.

Ma poi: perché «selvaggio»? Cos’è questo uso spericolato degli aggettivi da buttare negli occhi degli sprovveduti? Gramsci aveva coniato per scrittori così il novero dei «nipotini di padre Bresciani»: il nostro fortunato autore vi si trova in buona compagnia. Può essere contento.

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Precipitevolissimevolmente

Questo ardito endecasillabo, che è stato collocato da un esponente dell’avanguardia primotrecentesca circa a un terzo di un lungo poema allegorico-teologico-politico-fantascientifico, molto innovativo dal punto di vista linguistico e prosodico nonché di ardua lettura, ha un grave difetto: è un avverbio in -mente, merce, come è noto, per oscuri motivi ormai bandita da editor e revisori. Ma, si sa, la lingua cambia. Sta di fatto, però, che quell’autore credeva alla Madonna e magari, a settecento anni di distanza, sarebbe convinto anche lui che fa vincere le elezioni, sicché forse lo si può ancora ritenere attuale, lui e i suoi avverbi in -mente.

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Se il Gradasso di turno sapesse leggere più di 140 battute di seguito, forse avrebbe incontrato, prima o poi, ciò che segue:

L’Italia è un paese strano – disse Chàim. – Ci vuole molto tempo per capire gli italiani, e neanche noi, che abbiamo risalito tutta l’Italia da Brindisi alle Alpi, siamo ancora riusciti a capirli bene; ma una cosa è certa, in Italia gli stranieri non sono nemici. Si direbbe che gli italiani siano più nemici di se stessi che degli stranieri: è curioso ma è così. Forse questo viene dal fatto che agli italiani non piacciono le leggi, e siccome le leggi di Mussolini, e anche la sua politica e la sua propaganda condannavano gli stranieri, proprio per questo gli italiani li hanno aiutati. […] Ma a questo punto vi devo dire la cosa più strana di tutte: gli italiani si sono mostrati amichevoli con tutti gli stranieri, ma con nessuno si sono mostrati amichevoli come con noi della Brigata Palestinese.
– Forse non si sono accorti che eravate ebrei, – disse Mendel.
– Se ne sono accorti sicuro, e del resto noi non glielo abbiamo tenuto nascosto. Ci hanno aiutato non
benché fossimo ebrei, ma perché lo eravamo. Hanno aiutato anche i loro ebrei; quando hanno occupato l’Italia, i tedeschi hanno fatto tutti gli sforzi che potevano per catturarli, ma ne hanno preso e ucciso solo un quinto; tutti gli altri hanno trovato rifugio nelle case dei cristiani, e non solo gli ebrei italiani, ma molti ebrei stranieri che si erano rifugiati in Italia.

Certo, quella era l’Italia contadina, non ancora contaminata dai cinismi postmoderni; e il quadro tracciato da Chàim degli “italiani brava gente” è un po’ troppo idilliaco anche per quell’epoca, come hanno dimostrato tanti studi recenti. Tuttavia la sostanza resta. Chi ha scritto quelle righe sapeva molto bene quel che scriveva: l’aveva vissuto sulla sua pelle. Il Gradasso di turno ai suoi tempi ci aveva provato, a mettere gli italiani contro gli stranieri. Gli era andata male. Però anche gli italiani, a non opporglisi per tempo, l’hanno pagata cara.

P.S. Quanto sopra è stato scritto nel giugno del 2019. Vale ancora, per eventuali e non auspicati ritorni del Gradasso attuale o di suoi emuli.

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Per il suo mestiere, il vecchio lettore ebbe, tanto tempo fa, occasione di conoscere di persona protagonisti maggiori, minori e minimi delle vicende storiche italiane degli anni quaranta e cinquanta del Novecento. Tutti indistintamente, discutendone con lui, avevano lo stesso atteggiamento, compendiabile in due posizioni: sorpresa per la conoscenza minuta degli avvenimenti in possesso del loro interlocutore; insofferenza per il suo tentativo di interpretarli e dar loro un senso. Oggi il vecchio lettore capisce meglio quell’atteggiamento. L’ignoranza diffusa degli avvenimenti di cui fu testimone tra gli anni sessanta e ottanta lo sorprende tanto quanto sorprendeva quei grandi vecchi la sua conoscenza dei fatti loro. Ma l’insofferenza è a maggior ragione condivisa davanti ai giudizi sul passato tanto tranchant quanto infondati.

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Anche i tic linguistici hanno la loro moda. C’è stato il tempo dell’«attimino», c’è stato il tempo del «e quant’altro», ora è il tempo del «parliamone» o «vogliamo parlarne?».

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A proposito di dipartimento di umanistica presso i Politecnici:

E un ingegnere si ritiene autorizzato a ignorare Tolstoi o Dostoevskij che non sono tecnica ma romanzi; Platone o Vico che non sono tecnica ma filosofia; Gibbon, Colletta o Amari che non sono tecnica ma storia; Leopardi o Goethe che non sono tecnica ma poesia. Oggi si è colti nella materia che professionalmente ci riguarda. Ossia non si è colti affatto. Perché vera e propria cultura comincia dove finisce la cultura professionale, dove non si è praticamente interessati ad essere colti. Solo la cultura non necessaria è cultura.

Lo scriveva nel 1937 Elio Vittorini, autodidatta ventinovenne. Gli attuali reggitori delle sorti nazionali, europee e mondiali replicherebbero: e allora, che ce ne facciamo, di ‘sta cultura? perché spenderci soldi? Il bello è che oggi anche uno specialista della poesia di Achmatova si ritiene autorizzato a ignorare Tolstoi, così come un cultore delle «Annales» si ritiene autorizzato a ignorare Gibbon. Tanto, a che serve?

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L’affermazione finale del succitato brano di Vittorini, che il vecchio lettore condivide oggi tanto quanto, vivo Vittorini, l’avrebbe contestata se ne avesse avuto il fegato, pone un problema serio che andrebbe approfondito. Se si contrappone istruzione professionale, cioè per lavorare e campare la vita, necessaria a tutti ma tanto più a chi meno ha, a cultura, per definizione “non necessaria”, quest’ultima risulta evidentemente riservata a chi ha e può permettersi il superfluo. E che della cultura in realtà si giova come di cosa necessaria a comprendere il mondo e reggerlo. La lotta per la diffusione della cultura, cosa “non necessaria”, è quindi lotta per la democrazia, la lotta più necessaria che ci sia. Questo ben sapeva, in realtà, proprio Vittorini, che a essa dedicò tutta la vita.

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Continuano a nascere premi per traduttori. Sarebbero benvenuti, se servissero a promuovere l’emulazione e quindi a incentivare la “qualità” delle traduzioni. Ma ciò è semplicemente impossibile, perché quella “qualità” non si sa che cosa sia, con buona pace per chi ha creato metodi “scientifici” per la valutazione delle traduzioni, certamente utili per puntualizzare alcuni aspetti di cui tener conto nel tradurre ma assolutamente inetti a fissarne – come pretenderebbero – in una scala quantitativa i livelli qualitativi. Come nel caso di gran parte dei premi letterari – a cominciare dal pessimo esempio di quello tuttora ritenuto il più prestigioso in Italia – anche quelli per traduttori vengono distribuiti con criteri del tutto estranei a quella che dovrebbe essere la “qualità” del loro lavoro. Nel migliore dei casi viene premiata una lunga e universalmente stimata carriera; nel peggiore il riconoscimento è dovuto all’interesse dei giurati (o dei finanziatori) a ingraziarsi non il traduttore premiato ma il suo editore. Spesso si premia la notorietà ovvero la “qualità” del testo fonte. In mezzo c’è l’ampio ventaglio degli amici e degli amici degli amici. Dixi, et salvavi animam meam.