Numero 17 (autunno 2019) | Pratiche

Rispettare l’altro non significa tradurlo alla lettera

ANZI, NEL CASO DELL’ARABO È IL CONTRARIO. PAROLA DI ELISABETTA BARTULI

di Paola Mazzarelli

Elisabetta Bartuli ha tradotto libri di Mahmud Darwish, Elias Khuri, Jabbour Douaihy e diversi altri scrittori di lingua araba a e di varia nazionalità. Inoltre ha curato libri che espongono l’attualità del mondo arabo. Insomma, in fatto di lingua, letteratura e cultura araba ne sa non poco. Sono andata a trovarla a casa sua, a Vicenza, e l’ho assediata di domande alle quali ha risposto volentieri e con passione.

La prima domanda è di prammatica. Come comincia la tua vita di traduttrice dall’arabo?

Come ho cominciato? Ho cominciato leggendo. Sembra banale, ma la lettura è la base, la vera base di tutto. Ho cominciato a tradurre perché ero una forte lettrice. Leggere era la mia grande compagnia. Mi piaceva tanto perché fondamentalmente mi permetteva di essere nomade, pur restando sedentaria.

Già, quando la lettura è la grande scoperta del mondo.

Parte da lì, la mia vita di traduttrice. Avevo una vecchia zia, la sorella di mia nonna, che mi ha fatto un po’ lei da nonna. Sosteneva che a quattordici anni dicevo già che volevo tradurre. Io non me lo ricordo, ma di lei mi fido, sarà stato così. Ma credo che alla base ci fosse un desiderio di condividere. Intendo dire: ci sono cose che hai voglia di far leggere a qualcun altro. Tradurre è un po’ questo. Io poi un po’ di dimestichezza con le lingue l’ho sempre avuta, perciò ho sempre letto in più lingue. Fermo restando che a me piace, per piacere mio, leggere in italiano.

Ma tu sei nata al Cairo. La tua famiglia stava là?
Mia mamma era egiziana. La sua famiglia era di Aleppo, quindi siriana di origine. Ma si erano trasferiti in Egitto – era una cosa che all’epoca succedeva comunemente – e poi avevano preso la nazionalità egiziana. Mio padre, che era vicentino, era laureato in chimica e nel ’48, credo, è andato a lavorare al Cairo come direttore di una tintoria industriale. È partito per stare via un anno o due e ci è rimasto per dieci abbondanti. Nel frattempo ha conosciuto mia mamma e sono nata io. Più avanti, con tutto quel che è successo in Egitto, ha dovuto portarci entrambe qui, prima a Milano per un breve periodo e poi a Vicenza.. C’è e non c’è, un mio rapporto con l’arabo fin dall’infanzia. Non è che io mi senta mezza araba. Ho una serie di ricordi indotti che mi hanno fatto sempre pensare a quei posti come posti “normali”. Ecco, questa è forse la cosa che mi distingue un po’: non ho mai avuto l’idea che là fosse un altrove esotico. Erano posti che esistevano, soprattutto nei ricordi di mio padre. Lui era innamorato della sua vita in Egitto. Comunque, io mi sento italiana al cento per cento. Sono cresciuta parlando francese in casa, almeno fino a un certo punto, perché era la lingua comune dei miei genitori. Mio padre l’arabo non lo aveva mai imparato. Mia madre parlava il dialetto egiziano con la sua famiglia, però aveva fatto scuole francesi e inglesi, quindi, come ho detto, a casa si parlava francese. Lei poi era rapidissima a impararle, le lingue. Ha imparato l’italiano in quattro e quattr’otto e quando siamo venuti qui siamo passati all’italiano.

Tu però l’arabo l’hai sentito da piccola.

L’ho sentito, sì. Ma non lo parlavo. Avevamo tutta una serie di espressioni familiari che erano arabe, molte parolacce soprattutto. Ma del fatto che in qualche modo l’avevo nell’orecchio me ne sono resa conto molto più avanti, una volta che sono andata in Tunisia. Ero con una mia amica, abbiamo preso l’autobus e c’erano due ragazzi che chiacchieravano dietro di noi. A un certo punto l’amica dice, mamma mia, questa lingua è un rumore! Proprio la parola rumore ha usato. E io ho detto, no, non è un rumore. Non capisco cosa dicono, ma sento le parole, sento la struttura, cioè sento come funziona. È da lì che poi ho cominciato a studiarlo.

Quindi lo hai studiato, l’arabo? Non è che lo sapessi già da quando eri bambina al Cairo

Sì, l’ho studiato come tutti. Ma c’era il fatto che, proprio perché leggevo tanto, e anche perché mi era rimasta la curiosità di quegli anni della vita dei miei, e anche mia, di cui ricordavo poco, avevo letto tantissima letteratura araba. La leggevo in francese. In Francia hanno cominciato a tradurre prima di noi. Mi sono accorta che quando andavo in Francia, quasi senza rendermene conto, compravo tutto quello che trovavo di letteratura araba.

E poi lo hai studiato all’università?

Sì, però prima avevo fatto scienze politiche. Poi, a un certo punto, quasi per caso, proprio andando in Tunisia, ho cominciato a pensare che conoscere l’arabo mi avrebbe saldato un po’ di conti, e ho cominciato a studiarlo per conto mio. Avevo già fatto delle cose, anche dei corsi all’Istituto Bourguiba di Tunisi, quando un’estate sono andata a Venezia, a Ca’ Foscari, perché volevo vedere su quali testi studiavano. Io leggevo tutto quello che mi capitava sotto mano, ma non era come adesso, che vai in libreria e trovi un mucchio di cose. I primi anni ho studiato su fotocopie, perché in commercio non c’era niente. Non si pubblicava niente. Mi ricordo una cosa che mi è successa a Torino. Ero in via Po, sai, dove ci sono i bouquinisti. Stavo dando un’occhiata mentre aspettavo un’amica, e mi salta fuori un libro sull’islam. Sulla storia dell’islam. Un libro vero! Io ero abituata ad avere solo fotocopie per le mani. E comincio a trovare tutta una serie di titoli, in italiano. C’era un timbro, su quei libri, me lo ricordo perfettamente. Erano tutti di un certo Mauro Brustolon. Ho chiesto e l’omino che vendeva ha detto che era un appassionato, uno studioso, forse un docente, non so, che era morto, e gli eredi avevano dato via la sua biblioteca. Sono tornata da Torino con la valigia piena, perché erano libri davvero difficili da trovare. In anni successivi, poi, si è cominciato a pubblicare anche da noi, non parlo solo di letteratura, ma anche di storia, religione, filosofia e altro… Insomma, a un certo punto vado a Venezia, e lì mi imbatto in una docente. Spiego che volevo capire su che testi studiavano gli studenti di arabo. Considera che avevo già trent’anni, ero più grande degli studenti normali. Ma scusi – mi dice quella docente – lei mi sta dicendo che questo libro lo ha letto? Sì. E quest’altro? Anche. E allora, se ha fatto novanta, faccia cento. Si iscriva all’università, ché un pezzo di carta è sempre buono. Insomma, alla fine mi sono iscritta, pensando che se mi obbligavo a un percorso studiavo anche le materie che magari mi interessavano meno. E in cinque anni mi sono laureata.

E poi da lì hai cominciato a tradurre?

Sì. Ma in realtà avevo già cominciato. E scrivevo già da un po’ recensioni e articoli. È un ottimo esercizio, questo, perché ti costringe a leggere il libro con molta attenzione e a rifletterci sopra. Tra l’altro, scrivevo recensioni per «L’Indice».

E lì come c’eri arrivata?

Un po’ per caso. Avevo letto una recensione che era stata fatta male, o ci mancava qualcosa, oppure era particolarmente buona, non so più. E allora gli ho scritto una lettera. Fatto sta che mi hanno detto di provare a scriverne io, ho provato e da lì sono rimasta per anni. Scrivevo recensioni da seimila battute, o da ottomila. Ma anche le schede da duemila.

Un esercizio che consiglio sempre ai miei allievi. Tra l’altro, diversi traduttori che conosco hanno cominciato scrivendo recensioni.

Una scheda da duemila battute è difficilissima da scrivere. Devi imparare a pulire dal superfluo. Leggi il libro, stabilisci quali sono le cose importanti che vuoi dire, poi cominci a ripulire, a ripulire, a ripulire e alla fine arrivi veramente al cuore. Impari a vedere come funziona il libro. E impari anche una seconda cosa. Che scrivere una recensione per «L’Indice» non è scrivere una recensione per un’altra testata. Che non si può scrivere se non si tiene conto del destinatario, del contesto e della fedeltà alla committenza. Se non sai a chi ti stai rivolgendo, non sai come scrivere.

Altra cosa indispensabile al traduttore: sapere per chi stai traducendo.

Esatto. Alla fine tutto si somma. E quando arrivi a tradurre, ti torna fuori tutto. È come se tu avessi già masticato un po’ il mestiere ancora prima di cominciare. Questo è proprio quello che mi sembra manchi ai giovani oggi. Intendo, a quelli che vogliono diventare traduttori. Poche letture, poca esperienza di scrittura, poca capacità di riflettere sulla letteratura.

Immagino che lo veda anche tu con i ragazzi. Tu insegni, vero?

Insegno alla Scuola superiore Mediatori linguistici di Vicenza, dove c’è l’unico master in Italia di traduzione letteraria dall’arabo. Si può accedere con la laurea triennale, ma molti arrivano con una laurea magistrale presa nelle varie università in cui si insegna l’arabo. Anche se, bisogna dirlo, di traduzione letteraria all’università se ne parla molto poco. E poi tengo un corso a contratto a Cà Foscari in un programma che era nato vent’anni fa come master, ma da qualche anno è diventato una magistrale, Crossing the Mediterranean: toward Investment and Integration (MIM). Il mio corso, che si chiama La cultura come strumento di mediazione, è tenuto in francese per una classe internazionale. Non sono tutti studenti italiani, anzi, c’è stato un anno in cui erano rappresentate diciotto nazionalità diverse. Lì uso la letteratura araba tradotta (per quanto possibile nella lingua madre dei vari studenti, e perciò in italiano, francese, inglese, spagnolo e quant’altro io abbia a disposizione) per farli riflettere su diversi argomenti, anche non prettamente letterari. E lì, ecco, mi capita di scontrarmi con il problema delle traduzioni non riuscite. Magari c’è un romanzo che farebbe al caso mio, perché tratta di un argomento di cui vorrei parlare, ma la sua traduzione non rende, è legnosa, piatta, poco rispettosa, non coesa e coerente, a volte piena di errori o fraintendimenti. E perciò non la posso usare, perché per far lavorare i ragazzi bisogna che si appassionino. E se una cosa non è piacevole non riesci a fargliela amare.

Qui si apre il discorso di quanto e come si traduce dall’arabo. Immagino che una volta la maggior parte delle traduzioni fosse da lingue ponte.

Solo fino a un certo punto. Intanto bisogna ricordare che una volta la letteratura araba non veniva tradotta per niente. Quando poi si è cominciato a farlo, molto – ma non poi moltissimo – è stato tradotto da lingue ponte. Uno dei primi libri usciti è stato Firdaus. Storia di una donna egiziana, di Nawal al-Sa‘dawi. È uscito nel 1986 nella «Astrea», la collana di libri a firma femminile pubblicata da Giunti e diretta da Roberta Mazzanti. La Sa‘dawi è un’attivista, un medico, una donna che ha fatto tantissimo per l’Egitto. Forse letterariamente non ha un gran valore, ma in Egitto è una scrittrice importante. Qui si aprirebbe un altro discorso, su che cosa sia importante tradurre e cosa no, su quali criteri di scelta sarebbe meglio adottare dato che tutto non si può tradurre. Comunque, quel libro, il primo che usciva in una casa editrice di larga distribuzione, e quindi il primo davvero visibile, era stato tradotto dalla traduzione inglese. Il che significa che era la stessa storia, ma non era raccontata nello stesso modo in cui era stata scritta. Poi il secondo grande filone è stato quello di Mahfuz, dopo che Mahfuz ha vinto il Nobel (1988). Tutti i diritti delle sue opere sono della American University in Cairo Press, la quale permette, anzi, in un certo senso suggerisce, che si traduca dalla traduzione inglese. Quindi, buona parte del Mahfuz che abbiamo in Italia è stata tradotta dall’inglese. E si vede immediatamente. Lo si vede, solo per fare un esempio, perché se nel romanzo in italiano c’è una strada del Cairo che si chiama Pyramid Street, è evidente che quello Street viene da qualche altra parte.

Questo però vuol dire che chi traduce – ma direi in questo caso soprattutto chi rivede la traduzione – non sta facendo il lavoro che andrebbe fatto. Perché non ci vorrebbe poi molto, a trovare il nome originale.

Questo è solo un esempio a caso, ma quelle traduzioni sono piene di cose così. Quindi l’unico Nobel che scriveva in arabo lo abbiamo letto tradotto dall’inglese. Non tutto, sia chiaro. Molti suoi libri no, ma più di una decina sì: dipende dalle scelte compiute dalla casa editrice italiana. Forse è andata anche bene così, nel senso che quando si è cominciato a tradurre, vista la mancanza di traduttori professionisti dall’arabo, forse si è sentito che la traduzione dall’inglese era più fluida, scorreva di più, era più leggibile. È dura da ammettere, però in realtà è stato un po’ così. Certe traduzioni dall’arabo sono più letterali che letterarie, mancano di riflessione e di omogenità, sono ostiche da leggere – in sostanza, sono talmente pesanti che non ti possono appassionare.

Intendi dire che questo è un problema anche oggi?

Sì, esistono ancora dei casi di questo genere.

Perché ci sono pochi traduttori dall’arabo?

Guarda, io su questo ho cercato di andare a fondo. E ho ragionato su tutto quello che è stato tradotto e da chi. E una cosa di cui mi sono resa conto, per esempio, è che ci sono decine e decine di romanzi tradotti da un traduttore che ha tradotto solo quel libro, e nient’altro. Questo mi fa pensare che siano tesi di laurea che poi, il più delle volte senza grandi revisioni, sono state pubblicate. Anche se c’è una bella differenza fra tradurre per una tesi, e tradurre per un editore e un pubblico di lettori.

Le tesi sono traduzioni fatte ai fini dell’accademia, hanno una loro logica interna, che non è – nella stragrande maggioranza dei casi – la logica editoriale. Questo vale anche per le altre lingue. Ma in questo caso, però, soprattutto nel caso delle lingue più frequentate, la pubblicazione di tesi è abbastanza rara.

Quella è la spiegazione che mi sono data io, per spiegarmi il numero enorme di traduttori dall’arabo che hanno quell’unica traduzione all’attivo. Poi ci sono alcuni traduttori che sono diventati, o erano già, docenti universitari e che ogni tanto traducono qualcosa. Ma non sono traduttori professionisti. Per traduttore professionista intendo una persona che fa quel mestiere continuativamente – anche se spesso affianca qualche altra attività secondaria – e che quindi uno, due, tre libri all’anno li traduce, e li traduce per case editrici generaliste e distribuite. A fare del traduttore un professionista, a mio parere, è la continuità, la varietà di case editrici per cui lavora, e naturalmente la quantità. Quindi: autori diversi, testi diversi e committenti diversi. E soprattutto, ed è la cosa principale, nel lavoro del traduttore professionista deve essere riscontrabile un progetto, cioè un pensiero preventivo alla traduzione, sulla base del quale il traduttore fa le sue scelte.

Mi stai dicendo che il traduttore non è invisibile.

Sì, la fola dell’invisibilità… Lo si vede benissimo quando c’è una traduzione ponte di mezzo: se hai un testo tradotto da una traduzione inglese, quando vai a rivedere l’originale arabo, ti accorgi che nel testo italiano c’è una voce in più. Perché c’è anche il traduttore inglese. Anche lui ha fatto delle scelte, ha preso delle decisioni. E tu su quelle fai le tue scelte. Non le fai più sul testo arabo. C’è un passaggio in più, cioè una voce in più. Resta il fatto che quelle scelte, non le puoi fare a caso.

Puoi fare qualche esempio, di cosa intendi per pensiero preventivo alla traduzione?

Ti faccio l’esempio di quella che è una delle mie preoccupazioni maggiori, cioè la sovratraduzione dell’elemento religioso. Perdonami se semplifico di molto un pensiero complesso. Se tu inserisci nel mercato editoriale italiano – che è quello che è – un libro tradotto dall’arabo, devi fare molta attenzione a che non si presti a essere connotato religiosamente se non è connotato religiosamente all’origine, e cioè a non avvalorare lo stereotipo corrente. E qui bisogna tenere a mente che c’è una sostanziale differenza tra l’islam e il cristianesimo. Sostanziale perché noi cresciamo come cristiani con la formuletta in testa «non nominare il nome di dio invano». Ce l’abbiamo lì, in fondo al cervello tutti quanti. Per l’islam invece è meritorio nominare dio, perché tu così dimostri che ci pensi, che ci credi, che sei in sintonia con il religioso. È chiaro che questo si riflette nella lingua, nel modo di esprimersi, dove c’è una continua ripetizione del nome di dio. Ma io, da italiana, cosa penso quando il riferimento a dio è continuo? Penso, ecco è vero, sono tutti fanatici, tutti fondamentalisti. E non penso che anche noi abbiamo tutta una serie di espressioni di derivazione religiosa che hanno perso il loro significato religioso. Se parlando uso l’esclamazione «santo cielo!» uso una frase a impianto religioso, ma nessuno ci dà peso perché il significato iniziale si è perso. Ecco, questo è uno dei piccoli pilastri iniziali. E devo averlo ben chiaro in testa, perché se vado a tradurre letteralmente tutte le espressioni religiose, finisco per dire cose che nel testo non ci sono.

Questo significa che devi essere in grado di distinguere. Quindi, di nuovo, che devi conoscere bene la realtà linguistica di quel mondo, e anche del tuo.

Devi distinguere, sì. In letteratura, per esempio, molto dipende dal capire chi sono i personaggi che parlano. Per poterli caratterizzare. Se parla un personaggio di fede, allora il rimando a dio entrerà costantemente nel suo discorso. Ma anche una donna del popolo userà moltissime frasi a sfondo religioso. Lì l’accortezza è un’altra. Quello che cerco di fare io – ed è lì che mi metto in gioco – è tentare di trasformare le sue frasi in frasi che riprendano l’italiano, che abbiano la medesima valenza in italiano. Quindi, per fare un esempio, invece di scrivere «dio ne sa di più», magari scrivo «le vie del signore sono infinite», oppure invece di «per dio onnipotente» scrivo «santo cielo». Cioè provo a trovare un corrispettivo italiano che comunichi la stessa cosa, un’usuale espressione di derivazione religiosa che userebbe mia nonna, perché quella signora lì è un po’ come mia nonna e non devo sentirla diversa, non devo sovratradurla. Certo, è complicato, perché devi ragionarci su ogni volta se non vuoi snaturarla…

Anche perché quella signora deve restare comunque un’egiziana che parla…

Sì, certo, ma anche noi italiani abbiamo tantissime espressioni che hanno una connotazione religiosa, un substrato religioso. Io sto molto attenta, anche quando chiacchiero con la gente, a sentire quante ne usiamo. Io per prima dico «grazie al cielo» o «a dio piacendo» in situazioni in cui l’arabo direbbe «sia resa gloria a dio» oppure «sia ringraziato iddio». Ma c’è una bella differenza tra leggere «grazie a dio» e leggere «sia gloria ad Allah»: al-Lah vuol dire “il dio”, quindi perché scrivere Allah quando traduco dall’arabo? Non scrivo «god» quando traduco dall’inglese né un traduttore dal tedesco scrive Gott . Ho avuto lunghe discussioni con degli studenti che insistevano a voler tradurre al-lah con «Allah», invece che con il sostantivo «dio», sostenendo che si tratta di «rispetto per la loro religione». Ma non è vero. Anzi, proprio perché hai rispetto della loro religione, non li devi far diventare delle macchiette. Cioè per il mio lettore medio non devono diventare personaggi stereotipati. E qui torniamo alla necessità di sapere per chi traduci.

È complicato. E forse è tanto più complicato proprio perché si tratta di una cultura diversa.

È complicato, ma è importante. E si può fare. Per esempio, una cosa che mi sforzo di fare io, almeno negli ultimi anni e a seconda del mio potere contrattuale con il mio committente, è limitare il più possibile il numero di termini che lascio in arabo traslitterato (e anche sulla traslitterazione si aprirebbe un capitolo complesso). In letteratura cerco di lasciare solo i termini importanti che, come già è avvenuto per alcuni, potrebbero finire per entrare nell’italiano, ma cerco il traducente per i sostantivi più banali. Molti traduttori invece lasciano molti termini, più del necessario. Perché io cerco di non lasciarli? Perché di quei termini noi – noi come pubblico di lettori – spesso non possediamo l’esatta accezione e, di conseguenza, rischiamo di fraintendere, di dare per scontata la nostra visione, che è parziale quando non addirittura errata.

Qualcuno direbbe che così facendo si appiattisce, o, per dirla con una parola che va tanto di moda, si normalizza.

Perché c’è la falsa idea che traducendo tutto tu appiattisci. Non è vero. In questo caso, anzi, restituisci la giusta dimensione. Ci sono moltissime locuzioni che per il lettore arabo che legge in originale sono espressioni del parlato quotidiano. Quando traduco, io devo restituire un parlato quotidiano, non posso farli passare tutti per retrogradi e fanatici, o per teologi. Non è giusto. Intendo “giusto” proprio nel senso di giustizia, non di esattezza.

Forse questo è un problema maggiore proprio per l’arabo. Meno per le lingue europee, che ci sono più vicine.

Non credo. Se tu le espressioni a connotazione religiosa le consideri come locuzioni, come modi di dire, il lavoro che fai è lo stesso che fai nelle altre lingue. Dall’inglese tu non traduci «piovono cani e gatti». Traduci «piove a catinelle», perché questa è la traduzione corrente di quella espressione. Se prendi il religioso come parte del linguaggio, lo tratti esattamente nello stesso modo. È che non siamo portati a vedere il religioso come parte normale del linguaggio. Questa è una delle mie manie. Tutti ne abbiamo qualcuna. Ma è frutto di una riflessione forte. Perché se no questa lingua e questa cultura non le sdogani. Le tieni sempre chiuse nella loro diversità. Una diversità che la narrazione degli ultimi vent’anni ha portato a definire come monolitica e arretrata. Io credo che il lavoro da fare sia lì. Dopodiché, potranno piacerti o no, non stiamo dicendo che le devi amare alla follia. Stiamo dicendo che le devi trattare come un qualsiasi altro scenario che ti si para davanti. Per questo non direi che addomestico, e neanche che normalizzo. Ma cerco di fare in modo che quello che viene fuori in italiano faccia al lettore italiano lo stesso effetto che ha fatto l’originale al lettore arabo. Quindi, se era straniante in arabo, sarà straniante anche in italiano. Ma se non era straniante in arabo, perché devo renderlo straniante in italiano? Tanto più che per il lettore italiano lo straniamento c’è comunque di continuo, in ogni testo. Pensa alle descrizioni degli agenti atmosferici, solo per fare un esempio. Che un appartamento sia esposto al sole è giudicato un difetto in luoghi in cui l’estate è cocente, la pioggia può essere descritta con tutta una serie di aggettivi positivi e leggiadri: è qui che il traduttore deve fare attenzione a non lasciarsi portare dalla propria percezione ma a lasciare spazio alla percezione altrui. Potrei farti degli esempi precisi. Sono anni che ci ragiono, sai.

Lo credo, perché è una questione dirimente, che va alla radice del tradurre.

Per me è una questione di giustizia. Prendere questi testi per quello che sono. Lo straniante è già nell’ambientazione, nella storia, in quello che mangiano i personaggi. E anche nel modo di raccontare.

Cioè?

Il modo di raccontare dell’arabo è molto diverso da quello occidentale. E qui viene fuori il vero grosso problema della traduzione dall’arabo: i tempi verbali. L’arabo, per riassumerla in termini un po’ semplicistici, è una lingua strutturata in modo tale che, se dichiari che ti trovi nel passato, poi puoi usare tutta una gamma di tempi verbali, il presente, il futuro, eccetera. L’italiano invece in questo è molto rigido. Quando traduci dall’arabo, la principale difficoltà è fare in modo che non ci siano incongruenze temporali fastidiose per il lettore italiano. La letteratura araba non è quasi mai lineare, racconta le cose andando avanti e indietro nel tempo. Io addirittura penso che lo faccia perché la lingua glielo concede.

E quindi, quando traduci, come fai?

Dipende. Addirittura, a volte trasformo tutto in presente, perché questo mi consente di fare uno o due salti temporali indietro. Se parto dal passato remoto, questa possibilità non ce l’ho. Noi non disponiamo di un tratratrapassato remoto.

Questo andare avanti e indietro di cui parli può avvenire anche nella stessa pagina?

Sì, avviene costantemente. È normale.

E allora come fai a sapere che sei nel passato?

Dipende dal tempo verbale con cui inizi. In arabo, usi il passato quando l’azione è finita; usi il presente, quando l’azione è in essere. Quando all’inizio dichiaro il passato ho chiarito che tutta quell’azione è conclusa. Quindi, lì dentro, posso anche dire ieri e domani. Se un testo è tutto scritto in questo modo, per renderlo accettabile in italiano, devi fare un grosso lavoro, perché i salti temporali il nostro orecchio li sente immediatamente, li percepisce subito come una sbavatura, una cicatrice… Un’altra cosa che ho imparato, è a sfumare un po’. Io sono nordica, quindi tendo a essere molto parca col passato remoto, e a usare di più il passato prossimo. Questo mi aiuta. Ma il problema c’è ed è il vero problema traduttivo dell’arabo. Perciò bisogna porselo. Il che vuol dire che devi prendere la pagina e cominciare a dire: questo era ieri, questo era l’altro ieri, questo è oggi, qui dentro c’è un pezzettino dell’altro ieri. E devi ragionare su come renderlo.

È un lavoro che fai prima di tradurre?

No, ormai lo faccio leggendo. Ma qui conta molto l’esperienza. Agli studenti lo faccio fare prima, spiegando che è un po’ come la matematica. All’inizio per fare due più due usi le dita, poi a un certo punto sai che fa quattro senza bisogno delle mani. Il problema però non sono gli studenti. O non solo gli studenti. Quello che trovo preoccupante è quando per abbracciare la teoria dello straniamento si finisce per applicare all’italiano la sintassi dell’arabo. E a te che leggi viene voglia di mollare il libro alla terza pagina, perché non è una lettura che scorre, che leggi volentieri. Se devi stare lì a cercare di capire come funziona la frase, non hai voglia di andare avanti.

Ma, a proposito di questo, secondo te la teoria serve al traduttore?

La teoria è utilissima quando hai il mestiere. Trovo che ti aiuta a prenderti le tue responsabilità, a sapere perché fai una cosa, a chiederti perché la stai facendo. Serve anche a chi si sta formando, perché lo aiuta a formulare il suo progetto. Ma non bisogna esserne schiavi. Ci sono alcune traduzioni dove senti troppo l’impostazione teorica di sottofondo. Al limite dell’illeggibilità, come ho detto. Perché una traduzione deve avere un ritmo che funzioni in italiano. Ti faccio un altro esempio, banalissimo. Se devo dire una cosa, io tendo a dire il tempo, il luogo e la cosa, in quest’ordine. L’arabo invece dice la cosa, il luogo e il tempo. In italiano non funziona, e qualche volta mi porta addirittura a non capire o a fraintendere la frase. Il che non vuol dire che si debba invertire sempre tutto, ma neanche che per conservare una impostazione linguistica banale o una imposizione linguistica si debba infliggere al lettore una lettura faticosa. Un’altra cosa che noto nelle traduzioni, e forse anche questa viene da una eccessiva impostazione teorica, ma forse anche dall’assenza di una impostazione teorica, è l’attenzione furibonda ai realia.

A me sembra che la questione dei realia sia diventata una vera mania della traduzione contemporanea. Sempre sul versante del non voler addomesticare e normalizzare.

Però, se hai kuttab, che vuol dire scuola coranica, perché non puoi scrivere «scuola coranica»? Tanto la parola araba non la capisce nessuno. Tra l’altro, c’è un secondo risvolto della cosa. Perché devo essere io a scegliere quali parole traduco e quali non traduco e lascio in arabo? Un conto è quando hai uno scrittore che scrive in una lingua occidentale e inserisce una serie di parole in arabo. Lì le lasci, è ovvio. È una scelta che ha fatto lui. Ma se ho la parola suq, distinguo. Se parlo del Suq di Tunisi, che è un quartiere strutturato, mi sta bene che sia il Suq, ma siccome suq vuol dire mercato, se parlo di quello del venerdì, dove si vendono le patate e le pentole, perché non scrivere «mercato»?

Certo. Si scade nell’esotico per l’esotico, col risultato che dicevi prima, di far diventare quel mondo un mondo di macchiette e di esotismi…

È anche pericoloso. Ti faccio un altro esempio, che ha a che fare con l’immagine che crei nel lettore. Un’altra mia idiosincrasia è la traduzione della parola qaria, che viene quasi sempre tradotta con «villaggio», calcando dall’inglese village e dal francese village. Però, mentre un inglese può avere la nonna che vive in un village, e un francese può avere la nonna che vive au village, chi di noi ha la nonna che vive «al villaggio»?

Figurati nelle traduzioni dall’inglese, dove ogni village diventa «villaggio». Come ogni town diventa «città», anche se ha cinquecento abitanti. La parola «paese» nelle traduzioni sta scomparendo …

Il villaggio, in italiano, può essere turistico, preistorico o poco altro. Non certo il posto dove vive mia nonna, o dove vivo io. Il villaggio non mi rimanda a un paese, a un agglomerato urbano di piccole o medie dimensioni. Come posso far capire che i palestinesi sono stati scacciati dalle loro cittadine, dai loro paesi dove avevano la scuola, la chiesa, la moschea, l’acqua, se dico che sono che stati cacciati dai loro villaggi? L’immagine che do è quella di gente che carica le sue quattro cose sul carretto e rimonta la capanna un chilometro più in là… O i «villaggi dell’alto Atlante marocchino». Chi se lo immagina, che nei «villaggi» dell’alto Atlante marocchino c’è il bancomat, c’è internet? Così facendo continui ad avvalorare cose che sono diventate di dominio comune, ma sono di fatto pregiudizi. Allora, se il mio scrittore mi sta raccontando di un paesello sperduto in cui si vive oggi come se si fosse nel medio evo, al limite villaggio mi può anche stare bene, ma se mi sta raccontando di come si vive in una cittadina di media dimensione come Bassano, in cui la gente fa le cose che fanno i bassanesi, allora no. La differenza deve vedersi, perché se no non sto raccontando la realtà. E se a questo aggiungi la sintassi legnosa e fastidiosa da leggere in italiano, alla fine hai libri sprecati. Tanto valeva non tradurli.

Sembrano cose ovvie.

Non lo sono, invece. C’è ancora chi è convinto che basta sapere due lingue per tradurre letteratura. Si leggono frasi in cui qualcuno torna al villaggio per fare un bancomat. Questo del riflettere, e dell’avere in testa un immaginario corrispondente alla realtà, è un aspetto su cui insisto molto con gli studenti.

Torniamo un momento all’insegnamento dell’arabo, appunto. Gli studenti che ti arrivano dall’università hanno una formazione letteraria?

Poco. Non ci sono quasi più corsi di letteratura. Ed è un disastro.

Questo vale per tutte le lingue ormai, per via della (finta) vocazione professionalizzante che si è scoperta l’università. Tanto che da noi ormai è più facile che passino l’esame di ammissione studenti che provengono da filosofia, lettere classiche, storia eccetera, invece che da lingua e traduzione. Perché questi, attorno alla lingua, hanno il vuoto.

È da quando si parla di mediazione linguistica e non più di lingua e cultura che attorno alla lingua può anche esserci poco o niente. Il corso di cultura generale che gli studenti seguono il più delle volte dipende da chi ottiene il contratto di insegnamento. Se è un politologo, sarà di politica; se è un islamologo, sarà di religione, etc. Ma non c’è più organicità. Quando ho fatto l’università io, andavi avanti nella lingua, ma la lingua entrava nella storia, nella religione, nella filosofia, nella geografia. Era un mondo.

Questo è un problema che esiste anche per le altre lingue.

Sì, ma con l’inglese, il francese, lo spagnolo gli studenti hanno una maggiore dimestichezza. Non vanno in profondità, è vero. Ma un immaginario, mettiamola così, ce l’hanno. E la lingua entra in questo immaginario. Sull’arabo, invece, non hanno un immaginario. O se ce l’hanno, è pessimo, è un immaginario raffazzonato, mal veicolato. Comunque, per tornare alla letteratura, io l’ho identificata un po’ come uno dei capisaldi per crearlo, un immaginario. Attraverso la letteratura, tu guardi altri luoghi, altre persone, altre vite. Lo stesso vale per il cinema. Sono immagini che poi servono a rappresentarsi la vita di tutti i giorni, e tanto più servono quando ti metti a tradurre. Perché se non contestualizzi quello che stai traducendo, se non lo vedi, c’è poco da fare, non riuscirai mai a tradurre.

Ma quanto si traduce dall’arabo?

Dipende un po’ dagli anni, ma diciamo tra i dieci e i venti titoli all’anno. Direttamente dall’arabo. Poi ci sono quelli dal francese, dall’inglese etc., ma sono altro. Negli anni si è tradotto parecchio, molto più di quanto si immagina. Il fatto è che gran parte dei titoli sono usciti da case editrici poco visibili, quelle che devi sapere che esistono e andartele a cercare, e questo non aiuta. Ma anche con case editrici più grandi, come per esempio la Feltrinelli, sono stati fatti un certo numero di titoli. Che però non sono stati accompagnati, e alla fine hanno venduto lo stesso numero di copie di un piccolo editore che ha una capacità di distribuzione più bassa, ma che investe nell’accompagnamento. Quindi non fa poi una grande differenza. È che ci sono anche piccoli editori che mettono tutte le risorse nella pubblicazione, e poi non possono andare avanti. Sono libri che restano bloccati lì. Se sai che ci sono te li vai a prendere, ma in libreria non li vedrai mai. In generale, per quella che è la mia esperienza, mi pare che i libri dall’arabo abbiano bisogno di essere un po’ presentati. C’è sempre qualche elemento – il modo di raccontare, le storie di sfondo – che viene percepito come ostico. Spesso c’è un po’ di diffidenza, perché si ha paura di non capire e di perdersi qualcosa. Ma quando poi un lettore lo hai preso, ce l’hai. Torna, perché vede o intravede quello che vedo io, cioè un modo di uscire dal mondo conosciuto, entrare in un mondo sconosciuto e accorgersi che non è poi così sconosciuto.

Dieci-venti libri all’anno non sono molti.

Neanche pochi, perché lo spazio è quello che è. L’arabo non è l’inglese, non puoi pensare di tradurre tutto. Il mondo è grande, ci sono tante cose interessanti. Chi è che potrebbe leggere più di un libro arabo al mese? Io, per dire, per piacere mio non ci riuscirei. Mi sento in dovere di leggere anche la letteratura italiana contemporanea, perché mi sdogana tante cose in traduzione. Mi dice che posso infilare il parlato nello scritto, che posso prendermi delle libertà con l’interpunzione, che dal punto di vista redazionale non devo necessariamente normalizzare sempre. Comunque, per tornare ai libri tradotti dall’arabo, se quei dieci o venti li scegli bene – cosa che non sempre è – allora mattone dopo mattone nel tempo costruisci una bella impalcatura. Ma li devi scegliere bene anche perché, se i numeri sono questi, per ogni libro che pubblichi ne butti a mare cento.

Spesso sei tu stessa a proporre i libri agli editori. Come fai a trovarli?

Adesso meno, ma per anni sono andata ad almeno un paio di fiere all’anno, perché tra l’altro il mercato librario arabo funziona proprio a fiere. Hanno luogo una dopo l’altra, in un paese e poi in un altro, anche perché in libreria non trovi tutto e la distribuzione da paese a paese è complicata. Ci sono molti problemi, distributivi ed economici. Per esempio, un libro stampato in Libano non lo trovi comunemente in libreria in Marocco, perché è troppo caro e nessuno può permetterselo. Le grosse fiere nel Golfo hanno costi di partecipazione proibitivi per molti editori. Io di solito andavo a quella di Beirut, perché è la più comoda e l’editoria libanese è importante. Al Cairo, perché tutto il mercato interno lo trovi lì. E poi in Tunisia o in Marocco, a seconda. Una volta sono andata anche ad Abu Dhabi, ma non sento attrazione per il Golfo: una volta mi è bastata. Le fiere sono fiere di vendita, durano quindici giorni, e ci trovi gli editori e tutto quello che ci sta attorno. I libri me li procuravo così. Adesso sta diventando più facile ordinarli, non solo tramite Amazon, perché esistono vari canali. Poi c’è la stampa: quasi tutti i giornali importanti hanno un inserto culturale, per cui trovi recensioni, brani, anche capitoli interi, e ti puoi fare un’idea. Comunque anche nel mondo arabo si pubblica troppo, non si può star dietro a tutto. Quindi ognuno si trova un po’ il suo filone…

Questo vale anche per chi fa scouting dall’inglese. Ma volevo chiederti un’altra cosa. Noi continuiamo a parlare di letteratura araba. Ma i paesi dove si parla e si scrive in arabo sono diversi. Ha senso parlare di letteratura araba in generale?

Sì, direi che la letteratura è stata la vera vittoria del panarabismo, a dispetto dei nazionalismi la letteratura va dall’Iraq al Marocco. Poi ti diranno che gli egiziani o i libanesi sono più numerosi mentre i magrebini producono poco. Ma il canone è un canone trasversale a tutti i paesi.

E quindi la lingua è comune?

In un certo senso sì. Pensa all’italiano. C’è un italiano scritto, che è quello della tradizione letteraria. Poi c’è un italiano parlato, che ha una sintassi semplificata, usa termini diversi, ma è pur sempre corretto. E poi ci sono i dialetti. Possiamo usarli o non usarli, ma anche se non comprendiamo il significato di una frase in dialetto, capiamo subito che si tratta di dialetto. È un po’ come se ciascuno di noi potesse muoversi liberamente su tre registri. L’arabo è un po’ la stessa cosa. Ha grossomodo gli stessi tre registri ed è per questo, credo, che l’italiano può essere così accogliente per l’arabo. Molti scrittori italiani adesso inseriscono la sintassi del parlato nello scritto, o anche elementi del dialetto. Raramente però scrivono in dialetto, perché se no vengono capiti solo localmente. Una cosa simile sta succedendo nei paesi arabi. Anche gli scrittori arabi stanno inserendo la sintassi del parlato nello scritto, e anche il dialetto, laddove è comprensibile da tutti. Fondamentalmente nei dialoghi, dove in realtà nella maggior parte dei casi si tratta di un parlato con connotazioni dialettali. E nei migliori scrittori senti che è fatto con consapevolezza, che c’è un pensiero preciso. Ma non scrivono in dialetto, perché se no lo scrittore iracheno che scrive in iracheno, per esempio, chi lo capisce in Marocco? Mi è capitato di trovare un libro tunisino cin cui compariva una lunghissima lettera scritta in dialetto tunisino. Ed era piena di note, ce ne saranno state venti per ogni pagina, con una sorta di traduzione in arabo classico. In Egitto invece c’è anche una tendenza a scrivere solo in egiziano. Lì è una questione di numeri. Certe case editrici egiziane distribuiscono solo all’interno dell’Egitto e quindi va bene così. Poi forse c’è un po’ l’idea che tutti gli arabi capiscono l’egiziano perché è la lingua usata per il cinema e la televisione, ma le cose stanno cambiando, il cinema egiziano non è più così in auge.

Quindi comunque il tentativo è quello di inserire la sintassi del parlato, ma in modo che resti comprensibile a tutti?

Sì, molti scrittori stanno lavorando proprio su questo. E c’è la tendenza, mi pare, a non essere aulici. Poi è chiaro che quando traduci un iracheno, o un marocchino, c’è sempre qualcosa che non capisci e devi andare a chiedere a destra e a manca. Ma l’impianto della lingua è quello. È per questo che il canone tiene.

Tornando alle case editrici italiane, immagino che ce ne siano poche dove c’è un redattore che conosce l’arabo. Cosa succede con le revisioni?

Se il revisore è bravo, se ha un buon orecchio, sente comunque quando c’è qualcosa che non va. Perché se l’italiano non fila, se ne accorge. E spesso non fila proprio dove tu hai avuto una difficoltà, dove hai perso più tempo. O dove ci sono delle incongruenze, anche minime. Mi è capitato di lavorare con redattori ottimi, anche se non sapevano l’arabo. A volte magari tengono sott’occhio la traduzione inglese o francese. Non è sempre così. Ma un buon redattore è un regalo del cielo (a proposito di modi di dire a impianto religioso…).