Numero 19 (autunno 2020) | Strumenti

La recensione / 5 – La traduttologia di Michel Ballard

di Frédéric Ieva

A proposito di: Au cœur de la traductologie. Hommage à Michel Ballard, a cura di Lieven D’hulst, Mickaël Mariaule e Corine Wecksteen-Quinio, Arras, Artois Presse Université, 2019, pp. 336, € 24,00

Michel Ballard è stato uno dei più convinti assertori della traduttologia in Francia: per buona parte della sua esistenza si è impegnato (pur senza riuscirci pienamente, come afferma Astrid Guillaume nel saggio La sémiotraductologie ou le transfert du sens implicite, pp. 203-220) per affrancarla dalla linguistica e dalla letteratura comparata e per trasformarla in una disciplina autonoma all’interno del sistema universitario transalpino. Il volume qui recensito è il frutto di un convegno tenutosi ad Arras l’8-10 giugno 2016, poco dopo la morte dell’insigne studioso francese, avvenuta nel 2015. I curatori sono Lieven d’hulst, francesista belga in cattedra a Lovanio, che per molti anni ha intrattenuto un proficuo sodalizio scientifico con Ballard, Mickaël Mariaule, docente di Traduzione e traduttologia a Lille, e Corine Wecksteen-Quinio, anglista presso l’Université de l’Artois. Questi ultimi sono stati allievi di Ballard, con il quale hanno discusso le loro tesi di dottorato rispettivamente nel 2010 e nel 2005.

A sua volta Ballard aveva conseguito il dottorato nel 1991, con una tesi intitolata Éléments pour une didactique de la traduction discussa a Paris 3 – Sorbonne Nouvelle sotto la guida di Paul Bensimon, docente di traduzione e fondatore, nel 1987, della rivista «Palimpsestes» (che allude apertamente all’omonimo titolo dell’opera di Gérard Genette apparsa nel 1982). Dopo aver insegnato nell’ateneo di Lille 3, nel 1994 Ballard è stato chiamato presso l’Université de l’Artois, dove ha fondato un laboratorio di Traduttologia e dato vita a una collana intitolata «Traductologie», di cui fa parte anche il presente libro e nella quale, dal 1997 a oggi, sono stati pubblicati più di quaranta volumi. Ballard, la cui bibliografia consta di venticinque monografie e centoventi articoli (come Mariaule ci informa a p. 10), era uno studioso molto noto all’estero ma non in Italia, dove non è stata tradotta alcuna sua opera. I suoi temi di ricerca erano molteplici e vari, e spaziavano da argomenti di vasto respiro, come la traduttologia e la traduzione, intese come discipline, a questioni più puntuali quali la traduzione del nome proprio (tematica su cui vertono in questo libro i saggi di Olga Kostikova Nom propre: unité de traduction, objet de recherche, sujet de critique, pp. 221-245, e di Christine Raguet Onomastique, traduction et jeux de pouvoir, pp. 247-259), la traduzione dall’inglese al francese, la ritraduzione (su cui si veda Enrico Monti, La retraduction, une constante variable dans l’histoire de la traduction, pp. 131-141), la soggettività del traduttore (a tal proposito Alina Pelea, La subjectivité pierre d’achoppement dans les théories de la traduction, pp. 143-159, e Anda Rădulescu, Toute phrase suppose un sujet, toute traduction, un choix!, pp. 161-174).

Il libro si concentra su tre linee di forza del suo pensiero e della sua produzione scientifica: storia della traduzione, teoria della traduzione e didattica della traduzione. Ballard, infatti, ha sempre promosso un’idea piuttosto rigorosa della traduttologia, che riteneva dovesse dare uguale importanza agli aspetti storici, teorici e didattici e che contrapponeva in maniera frontale ai Translation Studies, ai quali talora rimproverava apertamente di dimenticare il proprio oggetto di studio (p. 11). Non era soltanto una questione terminologica, in quanto dietro queste due denominazioni (Traductologie e Translation studies) si fronteggiavano due atteggiamenti differenti verso la traduzione e tutto quello che ruota intorno ad essa.

Questa attenzione alla dimensione storica non era molto diffusa fra i teorici della traduzione dell’ultimo decennio del Novecento, ma non era tratto innovativo esclusivo di Ballard (si veda qui il saggio di Claude Bocquet Michel Ballard, un historien de la traduction et pourtant un véritable historien, pp. 19-26, e i capitoli di taglio storico di Fernando Navarro-Domínguez, Le valencien-flamand Luis Vives, humaniste et théoricien de la traduction dans l’Europe de la Renaissance, pp. 27-38, e di Christian Balliu, Le classicisme français: une vision programmatique de la traduction, pp. 57-66). Tra gli studiosi delle teorie della traduzione molto attenti alla ricostruzione del contesto storico va citato senz’altro Georges Mounin, un teorico più noto al pubblico italiano. Del resto tra Mounin e Ballard vi è una certa comunanza di vedute e non è un caso che il secondo, insieme con D’hulst, abbia riproposto al pubblico francese un’importante opera del primo (G. Mounin, Les belles Infidèles, Villeneuve d’Ascq, Septentrion, 2016, dove nella prefazione, p. 7, Mounin veniva definito «un vero e proprio maestro»).

I diciotto saggi in cui si articola Au coeur de la traductologie sono scritti da autori appartenenti a dieci nazionalità diverse e denotano l’ampiezza della rete internazionale che Ballard ha tessuto intorno al proprio laboratorio di traduttologia. Il modo in cui i contributi si distribuiscono lungo le tre direttrici evidenziate prima è disarmonico, perché solo un saggio si può ascrivere alla categoria “didattica della traduzione” (ed è scritto dalla traduttrice e intereprete professionista Christine Durieux, Enseigner la traduction pour qui, pour quoi?, pp. 305-319), mentre, dei restanti diciassette saggi, otto ricadono nell’ambito della storia della traduzione e nove in quello della teoria della traduzione. La sezione relativa alla didattica è dunque rimasta un po’ in ombra; occorre inoltre segnalare l’assenza dell’indice dei nomi che rende meno agevole la lettura del volume.

Del resto, a parte queste poche riserve, va riconosciuto che le tematiche affrontate si dipanano su coordinate temporali (si va dal Medioevo all’età contemporanea) e spaziali (dall’Europa e dal Nuovo Mondo agli attuali Libano e Irak) davvero molto ampie. Se sono di carattere più descrittivo i capitoli su Beirut (Henri Awaiss, Traduire pour vaincre la guerre: l’or noir, l’extrémisme rouge et la traduction multicolore, pp. 119-130) e Baghdad (Myriam Salama-Carr, Construire une anthologie du discours arabe sur la traduction, pp. 67-76) i contributi sui missionari domenicani nel Nuovo mondo nel Cinquecento (Antonio Bueno García, Mission et traduction dans l’ordre des dominicains espagnols au XVIe siècle, pp. 39-56) o sulle teorie della traduzione diffusesi in Romania (Georgiana I. Badea, Traduction(s) et paradigmes de lectures: étude des formes de réception de la littérature française traduite en langue roumaine, XVIIIe et XIXe siècles, pp. 77-98) e Russia (Nikolay Garbovskiy, Un siècle de traductologie russe, pp. 99-118) sono di grande interesse soprattutto per la loro densità problematica.

In particolare lo studioso spagnolo Bueno García sviluppa una serie di riflessioni sulla lingua intesa come il mezzo che ha reso possibile la conquista e l’evangelizzazione dell’America da parte degli spagnoli (p. 45) e in quest’ottica va intesa la replica data dall’umanista andaluso Antonio de Nebrija, il quale, alla domanda postagli dalla regina Isabella sull’utilità della ripubblicazione di una grammatica castigliana nel 1492, aveva risposto che essa doveva essere considerata come uno strumento dell’impero in quanto il castigliano svolgeva il ruolo di instrument immédiat de l’évangélisation (p. 46: strumento immediato di evangelizzazione; trad. mia). Molti domenicani divennero così delle langues des Indiens (p. 45), ossia degli interpreti degli indiani, e, dopo aver compreso meglio i loro usi e costumi, poterono mettere in atto strategie più efficaci per diffondere il cristianesimo.

Anche nella sezione incentrata sulla teoria della traduzione non mancano capitoli in grado di offrire stimolanti spunti di riflessione quali gli articoli di John D. Gallagher (Le comportement du traducteur face aux métaphores, pp. 175-201) e di Catherine Anaïs Bocquet (Les pseudo-traducteurs et leurs motivations, pp. 261-286).

Ballard ha più volte precisato di non fare parte di alcuna scuola e di non essersi mai rifatto ad alcuna teoria, elaborandone in piena autonomia una sua propria che è stata definita traductologie realiste (traduttologia realistica, connotata da un approccio fortemente pragmatico) in cui ha rielaborato in maniera innovativa il concetto di unità di traduzione. Quest’ultima non è più semplicemente intesa come un frammento di testo autonomo della lingua di partenza da tradurre ma va confrontata con il testo equivalente della lingua di arrivo. Sulla base quindi di un’osservazione continua dei testi di partenza e di arrivo Ballard si facva promotore di une traductologie honnête, réaliste, une traductologie d’observation visant à dégager des comportements émanant aussi bien de traducteurs chevronnés qu’apprenants (p. 11; una traduttologia onesta, realistica, una traduttologia di osservazione volta a cogliere il comportamento tanto dei traduttori esperti quanto dei traduttori principianti; trad. mia).

All’unità di traduzione è dedicato il saggio di Teresa Tomaszkiewicz (Unité de traduction dans l’audiovisuel, pp. 287-304): l’autrice sottolinea come essa sia un concetto fondante nella riflessione teorica di Ballard in quanto chiama in causa le nozioni di equivalenza, di analisi e di gerarchizzazione dei procedimenti.

Come è noto, l’unità di traduzione fu teorizzata per la prima volta da Jean-Paul Vinay e Jean Darbelnet (Stylistique comparée du français et de l’anglais, Paris, Didier, 1958, p. 36: definizione citata opportunamente da Tomaszkiewicz a p. 288, che fa riferimento all’edizione del 1977). Ballard si era mostrato scettico sui concetti di equivalenza tra unità di pensiero, unità lessicologica e unità di traduzione, e aveva iniziato a confutare le tesi di Vinay e Darbelnet in alcuni scritti degli anni novanta e in particolare nell’articolo À propos des procédés de traduction (pubblicato su «Palimpsestes» 2006, fascicolo fuori serie intitolato Traduire ou «Vouloir garder un peu de la poussière d’or», pp. 113-130, consultabile on line al link https://journals.openedition.org/palimpsestes/386). In estrema sintesi Ballard sosteneva che l’unità di traduzione era alquanto variabile in funzione sia del tipo di testo sia dell’atteggiamento del traduttore; essa, inoltre, rappresentava un elemento fondamentale per l’analisi dell’operazione di traduzione e non coincideva con l’unità linguistica.

Come si evince da queste rapide osservazioni, dalla lettura del volume emergono chiaramente alcuni concetti cardine delle teorie di Ballard, il quale in ogni caso, anche quando esprimeva il suo dissenso, era molto misurato e rifuggiva da ogni presa di posizione radicale.

Senza addentrarsi oltre nelle numerose tematiche affrontate in Au coeur de la traductologie che si iscrivono pienamente nel solco delle riflessioni teoriche di Ballard, si formula l’auspicio che lo studioso francese trovi presto il suo Emilio Mattioli, il quale ha avuto il merito di far conoscere il pensiero di un altro grande teorico transalpino, Henri Meschonnic, al pubblico italiano.