Numero 18 (primavera 2020) | Quinte di copertina

Questo non è per te

di Sara Reggiani e Leonardo Taiuti, autori di Mark Z. Danielewski, Casa di foglie, Roma, 66thand2nd, 2019 (traduzione di House of Leaves, Pantheon Books, New York, 2000)

È sempre complicato tradurre un testo a più mani: si rischia di perdere il filo del discorso, di mescolare i registri e di finire per produrre un patchwork di voci che poco ha a che vedere con l’opera originale. Per questo di solito, quando ci affidano una traduzione condivisa (capita spesso, siamo marito e moglie, e ci revisioniamo a vicenda), ci muoviamo sempre con estrema cautela, pur conoscendo alla perfezione le debolezze e i «tic» l’uno dell’altra. Con Casa di foglie, però, ci siamo trovati di fronte sfide completamente nuove: il libro è un mondo a sé, un piccolo universo popolato di entità vive, pulsanti, che si muovono (e con loro si muove anche il lettore, costretto a girare fisicamente il libro, capovolgerlo, osservarlo allo specchio – Casa di foglie è un noto esempio di “letteratura ergodica”) in un contesto delirante, evanescente, dove niente è come appare. Tradurre in due, quindi, è stato uno dei problemi minori, anche perché ce l’ha risolto in partenza l’autore mettendoci a disposizione ben quattro voci diverse, che abbiamo potuto gestire a seconda delle preferenze: avevamo Zampanò, il vecchio cieco che esegue un’analisi critica approfondita de La versione di Navidson, cortometraggio del pluripremiato fotoreporter Will Navidson; avevamo Johnny Truant, tossicodipendente e ubriacone che trova il manoscritto del vecchio ormai defunto e precipita in una spirale di ossessione che minaccia di consumarlo; c’era Pelafina, la misteriosa madre di Johnny, al quale indirizza deliranti lettere dall’istituto psichiatrico in cui è ricoverata; e infine i «redattori», fantomatici individui che intervengono nel testo inserendo note volte a fare chiarezza ma che intorbidiscono ancora di più le acque.

Come se non bastasse, Danielewski ha infarcito il romanzo di giochi di parole, acrostici, riferimenti incrociati, sottrazioni di lettera, strani segni di interpunzione e refusi intenzionali («Nel mio libro non ci sono refusi. Se ne trovate, significa che c’è un motivo in grado di spiegare la loro presenza», ha affermato in un’intervista). Di fronte a un testo del genere, di certo non potevamo procedere su binari separati per poi «fondere» le traduzioni a fine lavoro. È stato un continuo confronto: uno lavorava alle note di Johnny (perché Truant si esprime esclusivamente mediante chilometriche note a pié di pagina scritte in Courier, uno dei font meno leggibili della storia) e l’altro risolveva rompicapi; uno consultava forum per ricavarne qualche ipotesi e fare chiarezza su un passaggio oscuro e l’altro tornava a pagina 117, perché a pagina 514 compariva un riferimento e bisognava controllare di aver tradotto allo stesso modo le due occorrenze. È stato tutto così. Una meraviglia estenuante. Il bicchiere comunque è assolutamente mezzo pieno, anzi, tutto pieno, perché i giochi di parole sono il nostro pane e ci siamo divertiti come bambini a proporre le soluzioni che ci sembravano più adeguate. Che soddisfazione, ad esempio, quando siamo riusciti a ricomporre il trucchetto di pagina 351, o a tradurre anche la scansione morse del capitolo VIII. Tra i passaggi che più ci hanno divertito e, allo stesso tempo, messo in difficoltà, ricordiamo il seguente: in una delle tante note al testo si legge: I mean that’s what you get for wanting to turn The Minotaurinto a homie… no homie at all. Ci siamo accorti che sottraendo dall’espressione The Minotaur la parola homie, le lettere restanti formavano il nome Truant (ovviamente non in ordine, non sia mai), ovvero il cognome di Johnny. L’impresa è stata mantenere in italiano questa sottrazione. E ci siamo riusciti.

Detto questo, pur avendo tradotto Casa di foglie e avendo studiato il libro da un punto di vista privilegiato – confrontandoci anche con l’autore – sappiate che non abbiamo tutte le risposte, e anche noi continuiamo a sperare che un giorno arrivi l’illuminazione (ancora siamo qui a chiederci, ad esempio, che diamine è la Cartella Zero?!).