Numero 0 (primavera 2011) | Studi e ricerche

Chi era Delfino Cinelli?

Agricoltore, romanziere e traduttore di Poe (con Vittorini)

 

 

di Elisa Cattaneo

Se, secondo l’ormai cristallizzata definizione di Cesare Pavese (1962, 247), gli anni trenta sono il «decennio delle traduzioni», è bene cominciare non soltanto a farsi un’idea ampia e complessiva di quei lavori, spesso improbi e ormai datati, ma sempre meritori, ma anche a conoscere da vicino i loro autori, personaggi spesso molto sfaccettati e non riducibili a semplici riproduttori meccanici di voci altrui. Uno dei più dimenticati è certamente Delfino Cinelli, traduttore (o meglio cotraduttore) di Edgar Allan Poe, soverchiato dalla fama del suo compagno d’impresa.

Cinelli nasce il 16 agosto del 1889 a Signa, in provincia di Firenze, da famiglia agiata. I genitori, Oreste e Diomira Bellini, lo iscrivono dapprima al collegio Cicognini di Prato, allora ben noto per aver avuto tra i suoi convittori Gabriele D’Annunzio, e in seguito al S. Giorgio di Arezzo per fargli intraprendere gli studi commerciali, in quanto il padre è impegnato nel campo industriale della paglia.

Intorno ai diciotto anni trascorre alcuni mesi a Londra e, una volta tornato in Italia, lancia l’idea di realizzare imitazioni in paglia dei tessuti allora di moda; in questi anni si sposta spesso in Svizzera e in Germania. A partire dal 1909 si reca invece più volte in America del Sud e negli Stati Uniti, dove nel 1915 sposa a Detroit France Hartz. Fino ai trentacinque anni si occupa della gestione dell’industria paterna e coltiva la passione per l’arte e per i viaggi; poi, nel 1925, rileva una vasta azienda agricola, La Spannocchia, vicino a Siena, attività che lo impegna fino alla morte, sopraggiunta improvvisamente il primo maggio del 1942.

In seguito a questa scelta, quasi alla soglia dei quarant’anni, Cinelli decide di avvicinarsi alla carriera letteraria e si trasferisce nella nuova tenuta.

In cinque anni Delfino Cinelli ha dato alle stampe sette volumi – tralascio dal computo Le nove novene ed il Teatro per la gioventù, oltre ad un breve romanzo Lucia, uscito nel 1932 su Pègaso ed ai molti articoli e racconti che viene pubblicando periodicamente su giornali e riviste. Non un letterato occasionale quindi – e difatti m’è stato descritto come un lavoratore assiduo, uso a dedicare ogni mattina due o tre ore alla fatica della penna con una regolarità divenuta abitudine (Guarnieri 1955, 211).

Nonostante il breve periodo di tempo destinato alla scrittura, la sua produzione letteraria è quindi rilevante. Infatti, in poco più di quindici anni, riesce a dare alle stampe parecchi titoli, presso diverse case editrici, quali L’Eroica, Treves, Nemi, Vallecchi e Mondadori. All’interno di queste opere, disomogenee per stile, tanto da disorientare il pubblico, sono riscontrabili, almeno nelle prime, dei fili conduttori: la presenza ricorrente delle descrizioni del paesaggio delle campagne toscane, la misera analisi psicologica dei personaggi, impegnati nella quotidianità della vita agreste, e i rimandi alle esperienze da lui stesso vissute, ne rappresentano i tratti più riconoscibili.

In tutti i suoi libri, Delfino Cinelli ci appare come un narratore dei sentimenti primi, degli istinti fondamentali, di uomini e donne mossi ad agire da una legge del sangue più forte di loro (Bertoni 1942, 11).

La prima pubblicazione, presso la casa editrice milanese L’Eroica di Ettore Cozzani, conosciuta, oltre che per la rivista omonima, anche per l’attenzione riservata all’arte e in particolare all’utilizzo della litografia nell’impaginazione, risale al 1926 e riguarda l’unica raccolta di poesie, intitolata Le nove novene, costituita da nove gruppi di nove sonetti. Due anni dopo, abbandonata la vena poetica, anche se continuerà a comporre liriche senza darle alle stampe, su suggerimento dello stesso Cozzani («gli avevo martellato nella testa che ogni scrittore, se vuol essere davvero vitale, deve fare il suo mondo» (Cozzani 1942, 3)), esce il primo romanzo, La trappola, una storia tragicomica ambientata nel paesaggio toscano, nella quale un oste viene raggirato da un giovane che mira a rubargli la moglie. Giuseppe Antonio Borgese, illustre critico e docente di estetica e storia della critica presso l’Università statale di Milano, accoglie in modo favorevole questo primo lavoro nell’ambito della narrativa:  «difficilmente gli accadrà di trovare un altro momento di così semplice e nuda grazia, di così disinvolta, quasi gioconda forza» (Marzot 1933, 85).

Il libro, ben accolto dal pubblico, viene esaurito in una sola settimana. Un avvenimento simile rappresenta per L’Eroica «una vittoria», che lo stesso editore ricorda, per dare l’idea del risultato del tutto inatteso e non pronosticato, con l’immagine dell’accensione improvvisa di «una frasca di pino, nel bosco, di notte» (Cozzani 1942, 5). Sfruttando quindi il successo editoriale, ancora anni dopo, nel 1941, il regista Mario Soldati ne prepara la versione cinematografica, Tragica notte, alla cui sceneggiatura collabora con l’autore anche Emilio Cecchi. Si tratta di un adattamento che si discosta dalla trama del libro, e che lo stesso regista ricorda in termini poco entusiastici, in un’intervista degli anni settanta, sottolineando invece come il vero pregio della pellicola sia da cercarsi nella gran parte delle riprese realizzate a Firenze e nelle campagne toscane (Amelio 2009, 98).

Tra il 1928 e il 1929 esce, in due volumi, la raccolta Teatro per i giovani. Il primo tomo, Le fiabe, raccoglie favole famose narrate però in versi, come Cenerentola, La bella e il mostro e La bella addormentata nel bosco, mentre il secondo, intitolato La vita, contiene Pagliaccio, La zingarella e In maschera, vicende provenienti interamente dalla penna dello scrittore toscano. Questa silloge ottiene un discreto successo presso i lettori, tanto che alcuni testi, oltretutto entrati nei repertori scolastici, vengono messi in scena presso l’Accademia dei Fidenti a Firenze e all’Arcimboldi a Milano.

Sempre nel 1928 Cinelli dà alle stampe il secondo romanzo — che gli vale il premio Borletti dell’Accademia Mondadori l’anno successivo — Castiglión che Dio sol sa (l’edizione definitiva è invece del 1931), nel quale sono descritte le difficoltà di un uomo alle prese, per la prima volta, con l’amministrazione agricola. Il protagonista, Gherardo, è un artista diventato agricoltore, che si scontra con i problemi connessi con la direzione della tenuta abbandonata di Cerreta. Impara solo col tempo che per ottenere il meglio dalla terra è necessario essere pazienti, e questa crescita lavorativa si accompagna al raggiungimento della piena maturità personale, coronata dalla maternità della moglie, Corinna, una donna cresciuta in città e che — senza rimpianti, per amore del marito — sceglie di vivere in campagna.

Nella parte centrale del libro lo [Gherardo] vediamo dibattersi tra preoccupazioni finanziarie (ipoteche, cifre, calcoli mentali sui probabili raccolti traditi sempre dalla realtà) e sconforto dinanzi alla ribellione della terra e all’ingratitudine degli uomini. […] In ultimo egli pensa alla terra migliorata quale sarà nell’avvenire, vede pendici coperte di alberi e di grano, quale sarà per il figlio che forse continuerà la sua opera (Boscarino 1934, 232-33).

Il romanzo, in realtà pronto prima della Trappola ma posticipato per volere dell’editore, presenta quindi una trama semplice, contrassegnata dal confronto tra il mondo dei signori e quello della campagna e dei contadini. La psicologia dei personaggi non è quasi mai approfondita, caratteristica che, come già accennato, è possibile ritrovare nella maggior parte degli scritti del Cinelli. Questo libro, sebbene raccolga vicende affini a livello contenutistico a quelle vissute dal romanziere, non trova però lo stesso riscontro nel pubblico, e lo smercio delle copie risulta essere più lento e faticoso (Cozzani 1942, 5).

Nel 1929, continuando quindi a mantenere una fiorente vena creativa, Cinelli pubblica Calafuria, una narrazione contrassegnata da emozioni forti, quasi dannunziana, ma ancora una volta senza indagine psicologica. Il romanzo non viene accolto in modo positivo dalla critica, la quale lamenta che probabilmente sia stato composto in tempi troppo brevi e che Cinelli, abile nel dipingere sentimenti elementari, abbia voluto inserire nella trama problemi di matrice spirituale, perdendo quindi di credibilità. Il solo Borgese, rimanendo fedele alle posizioni assunte nei suoi giudizi precedenti, valuta Calafuria come l’«organismo più altolocato nella scala degli esseri Cinelliana» (Boscarino 1934, 238). Nel 1943 il regista Flavio Calzavara adatta il testo agli schermi cinematografici, raccontando la vicenda drammatica di un noto pittore e di una ragazza ribelle che instaurano una relazione resa complessa dalle differenze sociali: la famiglia dell’artista si oppone al matrimonio, costringendo la donna a fuggire e a fingersi morta. Lo scioglimento della vicenda è affidato al classico lieto fine, con il pittore ferito in seguito a un’azione di guerra e la donna al suo capezzale.

Il 1930 Cinelli cambia editore, legandosi a Treves di Milano con il romanzo Cinquemila lire, uscito a puntate durante l’anno precedente sulla rivista «Pègaso». Il libro è sottoposto dalla rassegna bibliografica della «Nuova Antologia» a una dura critica, che sottolinea l’assenza di un finale e che l’intreccio, la vita di due coniugi mezzadri in un podere gestito da un uomo sfaticato, si riduce a ben poco (Rassegna bibliografica 1931, 267). Nell’ambito delle narrazioni che si svolgono su uno sfondo regionale escono, Maremma — per una collana dedicata alle regioni italiane — nel 1931 con l’editore fiorentino Nemi, Lucia (già pubblicato su «Pègaso» nel corso del 1932) con Treves nel 1933, e nel 1939 con L’Eroica la raccolta Campagna, formata da racconti apparsi sul «Corriere della Sera». Di questi testi, più che i personaggi che animano le vicende, meritano di essere ricordati gli scorci paesaggistici, un omaggio alla passione per l’arte e la campagna.

Nel 1930, presso L’Eroica, viene edito un nuovo libro, La carriera di Riccardo Bonòmini, che rispecchia lo stile di vita che l’autore stesso avrebbe desiderato e tentato di realizzare (Cinelli 1930, 144). Ma, ancora una volta, il lavoro dello scrittore non viene recensito con toni entusiastici:

Il Cinelli è qua sceso a un genere di prosa meno impegnativo, che ha il tono basso e la fluidità del linguaggio parlato, con note di sorriso nella sua arte non comuni, con spunti riflessivi e sentimentali, come di chi alle soglie della maturità ama riflettere sui casi che narra (Boscarino 1934, 239).

Nel 1932 pubblica, ancora con L’Eroica, il romanzo autobiografico Mio padre, che gli vale il premio Fusinato l’anno successivo. Inizialmente il manoscritto deve essere destinato alla famiglia, pensando che possa rappresentare una sorta di diario privato di memorie. Cinelli, tornato a casa per trascorrere con lui gli ultimi giorni del padre morente, rammenta la giovinezza e tutta la propria esistenza, creando così una serie di parallelismi continui tra le proprie esperienze e quelle dell’intera famiglia, tra i tempi passati, ormai lontani, e il presente: gli anni trascorsi in collegio e le visite dei parenti, la crescente importanza che l’industria famigliare riveste nella zona, i lunghi viaggi negli Stati Uniti e nell’America del Sud, i matrimoni; e nel frattempo sente crescere la paura per l’aggravarsi delle condizioni della salute paterna. Si tratta ancora una volta di un’opera semplice e dai toni affettuosi, anche se qualche volta emergono i naturali contrasti generazionali con il padre, tra i quali quello insorto con la propria decisione, nel 1925, di lasciare l’industria paterna e di acquistare la tenuta agricola della Spannocchia (Pancrazi 1946a, 159-64).

L’ultimo testo di narrativa, Il miracolo del pane e del vino, esce invece nel 1936 presso Treves, in seguito alla diffusione a puntate sulla «Nuova Antologia» durante i mesi di ottobre, novembre e dicembre del 1935. Vi si racconta la storia di una giovane donna americana in preda a una forte crisi esistenziale, che si risolve grazie all’incontro, in un’isola del Pacifico, con un lebbroso. Pancrazi, con toni anche un po’ ironici, afferma che ci si trova di fronte a «un altro Cinelli», poiché vengono a mancare le descrizioni degli ambienti a lui cari della campagna toscana e i personaggi umili legati alla gestione della terra (Pancrazi 1946b, 72). In effetti Cinelli non si soffermava troppo a lungo su un solo genere letterario, ma cambiava spesso registro e stile. Sosteneva Ettore Cozzani, l’editore che probabilmente lo conosceva meglio per le numerose pubblicazioni realizzate insieme:

La difficoltà all’imporsi definitivo della sua opera e del suo nome, era in quel suo continuo disorientare il pubblico e anche la critica saltando da un genere a un altro; piantando in asso i lettori che gli s’erano affezionati per una sua opera e ne aspettavano una nuova, sulla stessa direttiva, ed erano dalla prossima scaraventati fuori dei loro gusti e della loro preparazione. […] afferrava il pubblico; poi lo lasciava di nuovo per i suoi vagabondaggi stilistici e impressionistici (Cozzani 1942, 7).

A proposito di mutamenti di contenuto, si possono ricordare altri tre titoli: Tolstoi, un ritratto dello scrittore russo per L’Eroica, nel 1934, e due istantanee degli Stati Uniti: Raffiche sui grattacieli – a puntate sulla «Nuova Antologia» nei mesi di maggio e di giugno del 1932 – e Capitalismo suicida, editi rispettivamente da Treves nel 1932 e da Vallecchi nel 1938. Nel primo di questi due libri l’America è tratteggiata secondo i punti di vista di un grande finanziere sull’orlo di una crisi economica e di alcune giovani donne irrequiete alla ricerca di una propria identità, con un finale che lascia intravedere una flebile speranza per il futuro. Il secondo si caratterizza per l’abbondanza di notizie relative alla situazione statunitense, che lascerebbe immaginare, con un velo di utopismo, come, grazie al progresso scientifico e tecnologico, sia possibile per l’uomo riguadagnare la libertà.

Cinelli non si è però limitato a scrivere di ciò che conosceva e che aveva visto in prima persona, in quanto si è cimentato nella versione italiana dei Racconti di Edgar Allan Poe, per la «Biblioteca Romantica» Mondadori, una collana di narrativa straniera che ha offerto ai lettori italiani cinquanta classici – tra i quali Madame Bovary, Orgoglio e pregiudizio, Don Chisciotte della Mancia e Il ritratto di Dorian Gray – appartenenti alle più svariate letterature. La peculiarità di questo progetto editoriale riguarda l’attenzione con la quale viene realizzata ogni singola traduzione, secondo un modello utopistico bene espresso dall’ideatore e direttore della «Romantica», proprio quel Borgese che aveva accolto con parole di stima le sue opere:

Essa dovrebbe essere fedele e bella; dovrebbe seguire, pensiero per pensiero, frase per frase, il testo originale, eppure dovrebbe, per virtù della sua naturalezza, sembrar spontanea e nuova, originale essa stessa. […] Non prediligiamo le traduzioni che si chiamano barbare: quelle che fanno desiderare il testo. Una buona traduzione dovrebbe far dimenticare il testo (Borgese 1930, 31).

Borgese era a conoscenza dei suoi frequenti soggiorni americani e della conseguente famigliarità con la lingua inglese e gli propone di preparare un volume contenente una scelta delle novelle dell’autore americano, intitolato Lo scarabeo d’oro e altri racconti.  Purtroppo i documenti relativi alla stipulazione del contratto non sono conservati, ma la corrispondenza intercorsa tra lo scrittore toscano e Arnoldo Mondadori a partire dal mese di novembre del 1932 permette di ricostruire il tormentato percorso editoriale che porta alla pubblicazione della narrativa di Poe. Esso culmina con la scelta di dedicare a Poe, nonostante che gli accordi inizialmente stipulati siano relativi alla traduzione di soli dieci racconti, non uno ma due titoli della «Romantica»: Gordon Pym e altre storie e Racconti e arabeschi. Arnoldo Mondadori però non si accontenta, dato che

è uscita recentemente una buona edizione francese che contiene tutto Poe e che ha avuto molto successo di vendite anche in Italia. Penso che bisognerebbe far sì che il Cinelli desse anche a noi un «tutto Poe» e non si limitasse alla traduzione di alcuni racconti, anche per dare un carattere di novità al nostro volume, che ne assicuri la vendita anche isolatamente (AME, busta Giuseppe Antonio Borgese, Arnoldo Mondadori a Giuseppe Antonio Borgese, 1° luglio 1932).

Nello stesso anno, nella «Bibliothèque de la Pléiade» Gallimard – il modello cui Mondadori si ispira continuamente – ha appena pubblicato quarantaquattro Histoires di Poe nella versione di Baudelaire, rendendo immediatamente superata l’idea di un’edizione che sia composta da un numero così esiguo di novelle e che potrebbe non essere competitiva sul mercato, essendo simile alle offerte di altri editori come Sonzogno. Ma, proprio a partire da quest’obiezione di Arnoldo Mondadori – peraltro disponibile a rivedere i termini della consegna dei dattiloscritti e il compenso economico – iniziano i problemi per Cinelli, il quale vorrebbe mantenere le disposizioni concordate con il direttore della collana. Egli fa subito notare come un «tutto Poe» richiederebbe almeno tre tomi della «Romantica», dato che il testo originale inglese risulta costituito da circa 1000 pagine.

Ma quello che occorrerebbe è anche un anno di vita a dir poco. E basti, è ingrata fatica. L’inglese di Poe è assai difficile a volgersi in italiano – un inglese rapido e nervoso in una lingua piuttosto compassata e classica di sua natura come è la nostra (AME, busta Delfino Cinelli, Delfino Cinelli ad Arnoldo Mondadori, 16 dicembre 1932).

Intimorito davanti a un’impresa così vasta, lo scrittore toscano propone di realizzare un primo volume con i dieci racconti selezionati in precedenza con Borgese: Lo scarabeo d’oro, Gli assassini della Rue Morgue, Il gatto nero, Ligeia, Morella, Una discesa nel maelstrom, Il pozzo e il pendolo, La verità sul caso del signor Valdemar, La lettera rubata e Hop-frog, per poi pensare ai tomi successivi soltanto in caso di riscontro positivo da parte del pubblico. Un suggerimento simile non può incontrare il favore dell’editore, che sottolinea come non sia corretto nei confronti dei lettori, che si aspettano dei libri formati da un numero cospicuo di pagine, richiedere una doppia o tripla spesa per acquistare i diversi titoli contenenti le novelle (AME, busta Delfino Cinelli, Arnoldo Mondadori a Delfino Cinelli 21 dicembre 1932).

Senza perdere ulteriore tempo, Cinelli già l’indomani invia ad Arnoldo Mondadori una risposta che tocca il cuore della questione quale si presenta alla sua sensibilità:

leggo con grande sollievo che non pensa affatto ai volumi successivi di Poe. Mi toglie un gran peso di sul petto (non si direbbe di sullo stomaco)! In verità non saprei come serenamente guardare l’avvenire con la prospettiva di veder sbucare da ogni parte racconti di Poe da tradurre. […] Mi auguro e le auguro di non aver mai da provare fatica altrettanto dura e ingrata come quella di tradurre Poe in italiano – una lingua che fa ai cozzi col suo spirito –; comunque sono ormai a due terzi di questo incubo […]. Aggiungere a questa fatica sarebbe non solo crudele ma improvvido per i miei altri lavori che ho dovuto interrompere per dare il passo a Poe e che d’altra parte ho preso l’impegno di consegnare alla Nuova Antologia e a Pègaso nei mesi di gennaio e febbraio (AME, busta Delfino Cinelli, Delfino Cinelli ad Arnoldo Mondadori 22 dicembre 1932).

Infatti, come emerge dalla corrispondenza, una delle questioni più intricate da affrontare, oltre a quella dell’aumento della mole del lavoro, è rappresentata dall’inglese che Poe utilizza, dalla difficoltà della resa in italiano di termini che di volta in volta vanno a caratterizzarsi con sfumature di significato sempre diverse.

Cinelli non si limita a collaborare con la casa editrice Mondadori, ma spesso scrive racconti e articoli che, oltre alle due testate già menzionate, appaiono anche sul «Corriere della Sera» (come Caraibi, il 9 marzo 1932, e I quattro Mori di Livorno,il 24 agosto 1934). In seguito alla vendita dell’azienda paterna, infatti, le sue entrate provengono in gran parte dai contributi giornalistici e dalla vendita dei libri, piuttosto che dalla gestione della Spannocchia. Si intende di conseguenza come un’operazione complessa quale è la traduzione di Poe possa raffigurare davvero un «incubo», che non gli concede il tempo materiale per dedicarsi a qualcosa di diverso, ma lo costringe a confrontarsi costantemente con il testo inglese, tanto da affermare, con evidente sollievo, di essere ormai giunto quasi al termine delle traduzioni in precedenza decise con Borgese, promettendole per l’inizio dell’anno successivo (cfr. AME, busta Delfino Cinelli, Delfino Cinelli ad Arnoldo Mondadori 22 dicembre 1932). Cinelli, inoltre, non ha nemmeno più la possibilità di trovare l’appoggio del direttore della collana, che si trova dal 1931 negli Stati Uniti, inizialmente con l’intento di tenere un ciclo di conferenze, tramutatosi col tempo in una sorta di esilio volontario per aver scelto di non prestare giuramento, in quanto docente universitario alla Statale di Milano, al regime fascista.

Intanto dalla casa editrice non scema la pressione per aumentare il numero dei racconti, ma la risposta del traduttore è sempre negativa, in quanto si limita a suggerire una «via di mezzo», in modo da poter conciliare al meglio tutte le proprie attività intellettuali, arrivando a tradurre circa 500 pagine e definendosi «spiacentissimo che sia nata questa contrarietà» (AME, busta Delfino Cinelli, Delfino Cinelli ad Arnoldo Mondadori, 8 febbraio 1933).

Arnoldo Mondadori, ogni giorno più convinto dell’esigenza di includere un «tutto Poe» nella «Romantica», continua a tentare di convincere il collaboratore, mostrandosi estremamente accomodante pur di raggiungere l’obiettivo sperato:

Noi potremmo ulteriormente allargare [il compenso economico] ed anche fissare una data di consegna che fosse di Suo gradimento, […] ma a costo di finire proprio con l’opera del Poe, e quindi di darLe il massimo tempo possibile, io non vorrei rinunciare ad un progetto che mi sta tanto a cuore. Ci pensi dunque ancora e… non mi dica di no (AME, busta Delfino Cinelli, Arnoldo Mondadori a Delfino Cinelli, 25 febbraio 1933).

Dalle parole dell’editore si intuisce l’importanza che per lui riveste la riuscita del libro, dato che è persino disposto a posticiparne l’uscita in modo da concedere tutto il tempo necessario al traduttore. Nel frattempo giunge alla casa editrice da parte di Antonio Bruers, il vicecancelliere dell’Accademia d’Italia (cfr. AME, busta Antonio Bruers, Antonio Bruers ad Arnoldo Mondadori, 15 marzo 1933), il consiglio di approntare un’opera omnia degli scritti di Poe, indicazione che sembra finalmente trovare l’approvazione di Cinelli:

dalla lettera di Bruers mi è venuta un’idea che potrebbe conciliare le cose, e gliela espongo. Io potrei impegnarmi a tradurre tutte le novelle di Poe […] per un’epoca da stabilirsi verso il Gennaio 1934 […]. Che ne dice? Voglia scusare la mia insistenza, ma creda che sobbarcarsi a tradurre una mole così imponente è un impegno che mi fa paura (AME, busta Delfino Cinelli, Delfino Cinelli ad Arnoldo Mondadori, 24 marzo 1933).

L’editore si mostra soddisfatto per aver raggiunto un’intesa (cfr. AME, busta Delfino Cinelli, Arnoldo Mondadori a Delfino Cinelli, 6 aprile 1933), ma, proprio nel momento in cui sembra che la contrattazione abbia superato le difficoltà iniziali, Cinelli torna a proporre di realizzare un primo volume e solo successivamente e in caso di successo predisporne un secondo (cfr. AME, busta Delfino Cinelli, Delfino Cinelli ad Arnoldo Mondadori 27 aprile 1933). Questa ennesima reticenza non fa altro che spazientire Arnoldo Mondadori che, con poche, ma inequivocabili, parole – «ma vediamo di metterci d’accordo» – cerca di giungere a un’intesa, consigliandogli di farsi aiutare da un’altra persona per ultimare le traduzioni (AME, busta Delfino Cinelli, Arnoldo Mondadori a Delfino Cinelli, 4 maggio 1933). Nonostante l’apparente ragionevolezza della proposta, Cinelli non si mostra entusiasta, sostenendo che in questo modo sarebbe necessario il doppio del tempo, dovendo preventivare non solo una revisione artistica dell’operato, ma anche un’accurata analisi della fedeltà al testo. Inoltre il traduttore, ormai palesemente pentito per aver ceduto alle pressioni dell’editore, lascia trapelare di trovarsi in difficoltà nel mantenere fede agli accordi stipulati con i periodici per i quali scrive da alcuni anni.

È un mese che il Corriere della Sera mi chiede scritti “rurali» e non riesco a contentarlo perché ho da levarmi i lavori che ho in mano. Ho da finire una cosa importante per la Nuova Antologia, ho da consegnare una lunga novella a Pègaso… (AME, busta Delfino Cinelli, Delfino Cinelli ad Arnoldo Mondadori, 10 maggio 1933).

Sembra che ormai la pubblicazione dei Racconti stia per naufragare in modo definitivo, a causa degli altri impegni giornalistici dello scrittore, ma è ancora una volta Arnoldo Mondadori ad azzardare «un ultimo tentativo», prospettando di inserire nel frontespizio, oltre al nome di Cinelli, quello di un altro letterato italiano, dettagliando nella nota conclusiva la paternità delle diverse traduzioni (cfr. AME, busta Delfino Cinelli, Arnoldo Mondadori a Delfino Cinelli, 21 maggio 1933). Il traduttore vorrebbe in prima istanza farsi aiutare da Aldo Sorani, già incluso nella «Romantica» per David Copperfield (cfr. AME, busta Delfino Cinelli, Delfino Cinelli ad Arnoldo Mondadori, 21 maggio 1933), ma non trova l’appoggio dell’editore, in quanto Sorani «è in terribile ritardo nella consegna» dell’opera di Dickens (AME, busta Delfino Cinelli, Arnoldo Mondadori a Delfino Cinelli, 26 maggio 1933). Dopo alcuni mesi si perviene a una svolta, finalmente quella definitiva, che permetterà di giungere, anche se soltanto quattro anni dopo, all’uscita dei libri:

perché non potrebbe ella confidare la traduzione a qualcuno di coloro che lavorano per le Sue traduzioni moderne? Da quello che ho visto ve ne sono che lavorano egregiamente e io non chiederei che di dare una riguardata al complesso del lavoro, da ultimo, per uniformarlo un poco col mio; la sola esigenza che avrei sarebbe quella di avere una traduzione veramente conforme al testo originale, e cioè senza prendersi libertà ingiustificate (AME, busta Delfino Cinelli, Delfino Cinelli ad Arnoldo Mondadori, s.d. ma probabilmente tra agosto e settembre 1933).

Gli viene quindi proposto di collaborare con Elio Vittorini, che in quel periodo realizza traduzioni anche per un’altra collana della stessa casa editrice, la «Medusa» (cfr. AME, busta Delfino Cinelli, Arnoldo Mondadori a Delfino Cinelli 11 settembre 1933). All’inizio dell’anno successivo, nel mese di gennaio del 1934, Cinelli invia i dattiloscritti di undici racconti (inserendo un solo testo in più, Manoscritto trovato in una bottiglia, rispetto ai dieci stabiliti con Borgese), ai quali è aggiunta una nota relativa alla vita e agli scritti di Poe a Vittorini (cfr. AME, busta Delfino Cinelli, Delfino Cinelli ad Arnoldo Mondadori, 15 gennaio 1934). È quindi quest’ultimo a occuparsi della traduzione delle novelle mancanti, della correzione delle bozze e della scelta dei titoli dei due volumi, giungendo alla pubblicazione, dopo ulteriori vicissitudini legate al recupero dei testi originali inglesi, nel 1937. In quell’anno finalmente anche Gordon Pym approderà alla nostra lingua. Ma a completare la traduzione per Mondadori sarà intervenuta nel frattempo la mano di quel giovane letterato affamato, intraprendente e privo di timori reverenziali che è Elio Vittorini. Ma è Cinelli a dare un esempio chiave, nella nota posta al termine, delle difficoltà della traduzione tante volte messe avanti nella corrispondenza con l’editore:

si potrebbe affermare senza tema di smentita che l’aggettivo che s’incontra più di frequente nei racconti di Poe sia wild. Wild, selvaggio, bizzarro, strano, fantastico, grottesco, pazzo; in quanti e quali diversi significati non viene da lui adoperata questa parola, quanti e quali sfumature dello straordinario non riesce a farla contenere (Poe 1937, 583).

La corrispondenza tra la casa editrice e Cinelli a questo punto si interrompe per più di quattro anni. I contatti vengono riallacciati nell’agosto del 1939, poiché Arnoldo Mondadori vorrebbe che si impegnasse nella stesura di un romanzo (cfr. AME, busta Delfino Cinelli, Arnoldo Mondadori a Delfino Cinelli, 1° agosto 1939). Purtroppo, come era già avvenuto per le traduzioni, l’inizio dei rapporti non è dei più semplici, dato che

La questione del romanzo è ormai diventata un incubo per me. Ho nel cassetto due abbozzi, un romanzo storico […] e un romanzo contemporaneo […]. Le difficoltà di quest’ultimo sono grandi e di ogni genere; […]. Ma intanto passa il tempo… (AME, busta Delfino Cinelli, Delfino Cinelli ad Arnoldo Mondadori, 4 agosto 1939).

E infatti passano due anni prima che Cinelli scriva a Mondadori con l’intento di sottoporgli una nuova raccolta di racconti toscani, Ardenza, chiedendo che venga pubblicata in concomitanza con la presentazione al Festival di Venezia del 1941, in settembre, del film Tragica notte di Mario Soldati, tratto – come si è visto – da La trappola.

Nonostante le numerose sollecitazioni (cfr. AME, busta Delfino Cinelli, Delfino Cinelli ad Arnoldo Mondadori, 16 luglio 1941; 24 luglio 1941; 15 settembre 1941 e 2 ottobre 1941), il volume non viene diffuso in contemporanea con l’uscita della pellicola, ma soltanto l’anno successivo.

Ardenza, che è uscito da poco presso l’editore Mondadori e che avrebbe dovuto essere un nuovo libro di Delfino Cinelli, diviene inopinatamente il suo ultimo libro, per la morte improvvisa che la sera del 1° maggio, nella sua villa di Maremma «La Spannocchia», ha fermato nel pieno dell’attività la mano dello scrittore. Scrittore caro ai lettori di questa rivista [«Nuova Antologia»] cui collaborò con alcuni dei suoi libri e racconti più significativi (Rosati 1942, 141).

Sono però altre le parole che, dedicategli dal suo primo editore in seguito alla prematura scomparsa, permettono di capirne davvero, al di là dei giudizi contrastanti dei critici, il carattere. Cozzani indica nei viaggi e nella passione per l’arte e per le diverse letterature i fattori della formazione e della maturazione di un uomo sensibile e raffinato, stabilmente diviso tra l’industria paterna prima, la propria tenuta poi, e il bisogno di scrivere. L’editore si lamenta, anche se in toni affettuosi, della difficoltà di coinvolgerlo nel lancio dei libri, in occasione del quale Cinelli si limitava a firmare qualche copia contro voglia, rendendone la promozione così molto più complessa (cfr. Cozzani 1942, 3-9). Inoltre la scelta di passare dalla poesia alla prosa, su consiglio dello stesso stampatore, gli ha permesso di raggiungere un pubblico più vasto, di dedicarsi al racconto delle proprie esperienze, dei viaggi, descrivendo gli ambienti toscani a lui cari, realizzando per di più due istantanee della società americana. Emerge così il ritratto di un individuo sempre attento alle disparate realtà che lo hanno circondato durante una vita che senza alcun dubbio ha avuto, grazie alle condizioni economiche agiate della famiglia, maggiori possibilità di conoscere e sperimentare culture e luoghi rispetto ai suoi coetanei.

È innegabile che siano poche oggi le persone in grado di collegare il nome di Cinelli a qualche opera da lui scritta, ma entrando in qualsiasi libreria e guardando le quarte di copertina delle diverse raccolte dei Racconti di Poe degli «Oscar Mondadori» è possibile notare come, accanto al nome di Elio Vittorini, sia ancora presente quello dello scrittore toscano, che, nonostante «l’incubo» e la «prospettiva», non certo incoraggiante, «di veder sbucare da ogni parte racconti di Poe da tradurre», si vede costantemente riconosciuto il valore del lavoro svolto, guadagnandosi la possibilità, cara a ogni letterato, di rimanere impresso nella memoria dei lettori, proprio come ricorda Italo Calvino:

il Gordon Pym di Poe della «Romantica» è stata una delle prime letture impegnative, totali, della mia fanciullezza. […] tra i titoli dorati dei dorsi allineati nello scaffale scelsi Gordon Pym e fu un’esperienza tra le più emozionanti della mia vita: emozione fisica, perché certe pagine mi fecero letteralmente paura, ed emozione poetica, come richiamo d’un destino (Calvino 1983, 178).

Merito solo di Vittorini? O anche un po’ del dimenticato Cinelli?

Riferimenti bibliografici e archivistici

AME: Fondo Arnoldo Mondadori Editore presso l’Archivio della Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori, Milano. Fascicoli citati: Giuseppe Antonio Borgese, Antonio Bruers e Delfino Cinelli. Si riportano in corsivo i termini sottolineati nella corrispondenza.

Amelio 2009: Gianni Amelio, Mario Soldati e il cinema, Donzelli, Roma 2009.

Bertoni 1942: R. Bertoni, Delfino Cinelli: natura di uno scrittore, in «L’Eroica», XXXII (1942), 284-86, pp. 11-17.

Borgese 1930: Giuseppe A. Borgese, Biblioteca Romantica diretta da Giuseppe Antonio Borgese, Mondadori, Milano 1930.

Boscarino 1934: Vincenzo Boscarino, Gli scrittori de L’Eroica, Grafica, Perugia 1934.

Calvino 1983: Italo Calvino, La «Romantica», in Editoria e cultura a Milano tra le due guerre (1920-1940), atti del convegno, Milano 19-20-21 febbraio 1981, Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori, Milano 1983. L’articolo è apparso per la prima volta in «Nuova Antologia», 2138 (1981), pp. 195-202.

Cinelli 1930: Delfino Cinelli, La carriera di Riccardo Bonònimi, L’Eroica, Milano 1930.

Cozzani 1942: Ettore Cozzani, Delfino Cinelli, in «L’Eroica», XXXII (1942), 284-86, pp. 3-9.

Guarnieri 1955: Silvio Guarnieri, Cinquant’anni di narrativa in Italia, Parenti, Firenze 1955.

Marzot 1933: Giulio Marzot, L’ultimo Cinelli, in «La nuova Italia. Rassegna critica mensile della cultura italiana e straniera», IV (1933), 3, pp 85-88.

Pancrazi 1946a: Pietro Pancrazi, Scrittori d’oggi, volume III, Laterza, Bari 1946.

— 1946b: Pietro Pancrazi, Scrittori d’oggi, volume IV, Laterza, Bari 1946.

Pavese 1962: Cesare Pavese, La letteratura americana e altri saggi, Einaudi, Torino 1962.

Poe 1937: Edgar Allan Poe, Gordon Pym e altre storie, traduzioni di Delfino Cinelli ed Elio Vittorini, Mondadori, Milano 1937.

Rassegna bibliografica 1931: Cinquemila lire, in «Nuova Antologia», 1419 (1931), pp. 267-68.

Rosati 1942: Salvatore Rosati, La morte di Delfino Cinelli (agosto 1889-maggio 1942), in «Nuova Antologia», 1684 (1942), pp. 141-42.

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