Strumenti | Numero 7 (autunno 2014)

La recensione / 6 – A disposizione degli italiani un manuale russo del 1964

di Giulia Baselica

Jsaak Josipovič Revzin e Viktor Jul’evič Rozencveig, Manuale di semiotica della traduzione, a cura di Bruno Osimo ed Ema Stefanovska, Milano, Bruno Osimo, 2014, pp.153, €9,49 (Kindle edition $12,55)

Recensione 6 - Manuale di semiotica della traduzioneLa versione italiana di Osnovy obščego i mašinnogo perevoda, opera pubblicata a Mosca nel 1964, colma una lacuna nella letteratura scientifica dedicata alla traduzione. Bruno Osimo, che insieme a Ema Stefanovska galantemente offre la sua fatica a un pubblico femminile, riconosce la vocazione del testo – comparso cinque anni dopo la pubblicazione del celebre articolo di Roman Jakobson On Linguistic Aspects of Translation – nel concreto manifestarsi della natura teorica, e non normativa, di tale disciplina.

Quanto mai opportuna la diffusione del manuale di Revzin e Rozencveig – osservano i curatori nella Prefazione – soprattutto nei luoghi e nei contesti in cui la traduzione costituisce pratica didattica ed esercitativa con finalità professionalizzanti: «all’università italiana si tende a fare un minestrone di insegnamenti fra lingua, traduzione da e verso la lingua madre, letteratura, filologia, linguistica della lingua e chi più ne ha più ne metta»; inoltre l’aggettivo «semiotico», che precisa il senso dell’approccio traduttivo, permetterà a chi si avvicinerà a questo manuale di «scoprire la terza dimensione, quella del contesto».

Con il loro saggio dedicato ai fondamenti della traduzione in generale e ai principi della traduzione automatica in particolare, Revzin, linguista e semiotico, appartenente alla scuola di Tartu-Mosca e profondamente interessato alla traduzione automatica, e Rozencveig, linguista e teorico della traduzione, intesero affermare la propria opposizione rispetto alla teoria formulata da Andrej Fëdorovič nell’opera Vvedenie v teoriju perevoda (Introduzione alla teoria della traduzione), nella quale lo studioso e traduttore definiva la traduzione come fenomeno linguistico: se la lingua, che non si limita a trasmettere il pensiero, ma è essa stessa pensiero, deve essere considerata come fatto sociale e psicologico, analogamente l’importanza della semantica non deve prevalere su quella della sintassi e della fonologia. Alla base di tale visione si pone un principio funzionale, di carattere normativo, che mira a stabilire precise corrispondenze fra le lingue poste a confronto.

Revzin e Rozencveig criticarono, appunto, la natura normativa della teoria fëdoroviana, fondata su un metodo analitico e sintetico, atto a consentire la riproduzione, in lingua di arrivo, dell’originaria unità di forma e contenuto. Essi vi opposero una visione orientata a considerare l’atto del tradurre come espressone della naturale pratica discorsiva la quale non deriva dalla volontà dei parlanti esclusivamente in quanto persone, bensì anche in quanto macchine. E’ stato poi Henri Meschonnic, nel saggio Poétique du traduire, pubblicato nel 1999, a trattare dell’importanza del discorso, al quale appartiene ciò che egli definisce la «significanza», presente in ogni consonante e in ogni vocale e atta a delegittimare la separazione tra significato e significante nel processo avviato e compiuto dal traduttore.

Il Manuale di semiotica della traduzione si compone di cinque capitoli. A una rapida disamina dei momenti più significativi della storia della traduzione, segue un sintetico e interessante approfondimento sulle peculiarità della traduzione automatica – elaborata dall’ingegnere russo Pëtr Smirnov-Trojanskij, inventore di una vera e propria macchina per tradurre – e sul contributo che tale modalità traduttiva può apportare agli studi dedicati alla traduzione.

Gli autori riflettono poi sul rapporto fra la scienza della traduzione e altri domini del sapere linguistico quali, per esempio, lo strutturalismo, la stilistica comparativa e la didattica della lingua. Ma il nucleo centrale del manuale è costituito dalla trattazione del processo traduttivo in quanto discorso (per il quale esistono vari modelli strutturali e a sua volta identificato e precisamente schematizzato come atto comunicativo) e caratterizzato dal variabile speso specifico ogni volta assunto dall’atto dell’interpretare. Di qui la potenziale evoluzione della traduzione automatica e quindi della linguistica applicata alla traduzione. Del processo traduttivo gli autori distinguono le due fasi costitutive (che nell’esperimento di traduzione automatica proposto e descritto nell’ultima parte del volume risultano distinte e indipendenti): l’analisi, che consiste nell’«individuare alcuni elementi del discorso nella lingua emittente, associarli alle categorie del sistema di tale lingua, quindi alle categorie del linguaggio di intermediazione»; e la sintesi, che si realizza nel «passare dalla serie di categorie del linguaggio di intermediazione precedentemente stabilite alla lingua ricevente e costruire in tale lingua un discorso.

Nel Manuale di semiotica della traduzione vengono infine prese in esame le principali strategie traduttive (qui denominate: traduzione parola per parola, traduzione semplificante, traduzione precisa, traduzione adeguata) e sono considerati aspetti specifici dell’atto del tradurre, come la questione dell’intraducibilità, le modalità della riformulazione e della modulazione, l’acquisizione dei prestiti e la realizzazione dei calchi, cui si aggiunge un’interessante riflessione sull’utilizzo dei dizionari. Ampio e articolato è l’apparato bibliografico che conclude l’opera.

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