Numero 15 (autunno 2018) | Pratiche

I traduttori / Come sono diventata una traduttrice letteraria

di Antonietta Pastore

Quando sono andata a vivere in Giappone, nel lontano 1977, insieme al mio ex marito giapponese, conoscevo molto poco la lingua del paese, l’avevo soltanto studiata da sola su un paio di testi. Quel poco che avevo appreso, però, mi è stato prezioso per cominciare a comunicare con le persone intorno a me, innanzi tutto con i miei suoceri, che ci hanno ospitati in casa loro per sei mesi. Le conversazioni in cucina con mia suocera, che si sforzava di capire le mie frasi zoppicanti e aveva la pazienza di parlarmi in un linguaggio elementare, sono state in realtà la migliore delle scuole e mi hanno aiutato a esprimermi in un giapponese colloquiale in un tempo sorprendentemente breve.

Questo mio primo livello di conoscenza della lingua − la comunicazione orale cioè − poco per volta è andato migliorando, ma sarebbe restato tale se una circostanza in sé sfortunata − il divorzio otto anni dopo − non mi avesse obbligato ad affrontare uno scoglio ben più difficile: la lettura. Fino ad allora, quando dovevo leggere un documento o qualunque altro messaggio scritto in giapponese, mi rivolgevo a mio marito, accontentandomi, per pigrizia, di vivere come un’analfabeta. Quanto agli autori giapponesi, non li leggevo in versione originale. Li avevo scoperti fin dai primi tempi del mio soggiorno in Giappone, quando un giorno, aggirandomi nella sezione libri stranieri di una grande libreria di Osaka, sconfinai nel settore dedicato agli scrittori giapponesi in traduzione inglese (traduzioni in altre lingue ce n’erano poche). Il primo volume che presi in mano quella volta fu Wagahai wa neko de aru, di Natsume Soseki (tradotto da Ito Aiko e Graeme Wilson col titolo I am a cat), ben lontana dall’immaginare che molti anni dopo lo stesso romanzo sarebbe uscito in Italia nella mia traduzione. Ne lessi alcune pagine sul posto, ne rimasi incantata e lo comprai immediatamente. Iniziò così un rapporto d’amore sviscerato con la letteratura giapponese, che mi portò in pochi anni a conoscere i suoi principali rappresentanti. E più leggevo, più mi stupivo che scrittori di tale levatura fossero quasi sconosciuti, raramente tradotti in Italia. A parte Mishima − la cui fama era dovuta più allo stereotipo che incarnava agli occhi dei lettori occidentali che al suo immenso valore letterario − e Kawabata, premio Nobel nel 1968, di tutti gli altri autori, gli italiani ignoravano anche il nome. Io stessa, benché avessi la passione della lettura e fossi sposata con un giapponese, li avevo scoperti solo dopo essermi trasferita in Giappone.

Imparare a leggere il giapponese non era impresa facile, ma l’urgenza di risolvere un problema che mi si poneva quotidianamente mi ha molto aiutato. E una volta iniziato a studiare, ho subito apprezzato la bellezza e la ricchezza della lingua scritta. Appena sono stata in grado di affrontare un testo letterario − ci sono voluti quatto o cinque anni −, mi è venuta voglia di tradurre qualcosa, perché trovavo inaccettabile che i lettori italiani non avessero accesso a tanti autori di straordinario valore, a meno di leggerli in inglese. La prima opera con cui mi sono confrontata − mettendo, per completarne la traduzione, almeno quattro volte il tempo che impiegherei oggi −, è stata L’uomo-scatola di Abe Kobo. Le difficoltà tecniche erano tante, ma a incoraggiarmi nel mio lavoro era la conoscenza del contesto socio-culturale cui il libro apparteneva. Mi sono resa conto molto presto, cioè, che per tradurre un’opera letteraria dal giapponese occorreva aver vissuto in Giappone e avere una certa familiarità con la mentalità della popolazione, con usi e costumi, con modi espressivi verbali e gestuali. Solo così si riesce a creare una comunicazione emotiva tra l’autore e i futuri lettori.

Questo forse è vero per qualunque tipo di traduzione, ma a maggior ragione quando il contesto di partenza è molto lontano dal contesto di arrivo. A questa considerazione, aggiungerei che per assorbire la personalità e lo stile di un autore, per riproporlo in traduzione quanto più fedelmente possibile, nella forma e nello spirito, sono indispensabili amore per la lettura, senso letterario e padronanza della lingua in cui si traduce. Il “senso letterario” è per me la capacità di collocare un’opera nella sua giusta dimensione; perché un racconto ha sempre una sua chiave di lettura − che può essere la leggerezza, l’ironia, il rimpianto, l’anelito spirituale… − e un suo ritmo proprio. È necessario aver letto molto, avere un rapporto assiduo e profondo con la letteratura, per cogliere queste caratteristiche. Il traduttore dovrà poi ricrearle in un linguaggio che si attagli all’originale; un linguaggio cioè che potrà essere semplice o complesso, elegante o rozzo, originale o banale… addirittura sgrammaticato, se questo rende più fedelmente il tono del racconto. Ecco cosa intendo per padronanza della lingua. Saper scrivere in buon italiano non basta.

Terminata la traduzione del romanzo di L’uomo-scatola, occorreva trovare un editore. Devo ammettere di essermi lanciata nell’impresa senza pensare, molto ingenuamente, che avrei potuto trovare degli ostacoli sul cammino della pubblicazione: la prima persona cui, su suggerimento di un amico, inviai il manoscritto − si trattava della consulente di una casa editrice relativamente piccola − mi rispose con una lettera molto scoraggiante: senza nemmeno aver letto la traduzione, rifiutava di prendere in considerazione un lavoro che arrivava da un’illustre sconosciuta, non laureata presso una facoltà di orientalistica. Superato il primo momento di sconforto, decisi di andare avanti e mandai il manoscritto a Bollati Boringhieri, dove fu accolto con molto favore. Lì vennero subito a sapere, però, che i diritti di L’uomo-scatola erano già di proprietà di Einaudi, così, visti i buoni rapporti che intercorrevano tra le due case editrici, la traduzione fu consegnata alla seconda. Paolo Collo, all’epoca redattore per la narrativa straniera Einaudi, l’apprezzò e decise di pubblicarlo in tempi brevi. Con mia immensa gioia, L’uomo-scatola uscì dunque in italiano nel 1992.

Così è iniziata la mia lunga carriera di traduttrice, durante la quale mi sono dedicata ad autori diversi, tutti amati, di cui i più conosciuti sono Natsume Soseki e Murakami Haruki. Un percorso forse anomalo rispetto a quello di altri traduttori, non avendo io fatto studi universitari nel campo della letteratura, bensì in quello delle scienze umane. Non posso fare a meno di pensare, tuttavia, che proprio questi studi mi abbiano aiutato a comprendere il contesto socio-culturale giapponese e quindi, indirettamente, a cogliere il senso di opere letterarie che di questo contesto sono frutto ed espressione.

Per terminare, aggiungo due parole in favore dell’aggiornamento. Le società cambiano, evolvono, in bene o in male, e il traduttore letterario, soprattutto se traduce narrativa contemporanea, deve stare al passo coi tempi. Senza la capacità di cogliere l’atmosfera che spira in un paese, senza conoscerne le mode e le novità, soprattutto linguistiche, comprendere gli autori contemporanei non sarà possibile, e tanto meno ricrearne le opere per un lettore straniero.