Studi e ricerche | Numero 16 (primavera 2019)

Massimo Mila da Siddharta a Siddhartha

LA FORTUNA DI TRADURRE IL LIBRO GIUSTO AL MOMENTO GIUSTO

di Franca Ortu

Arriva al lettore preceduto dalla sua fama, dal suo mito, dal suo must. C’è sempre un prof che lo ha suggerito all’allievo, una madre che lo ha messo sul comodino alla figlia. È ormai un meta-libro, un libro al quadrato […] Nel frattempo, pochi si sono accorti che Siddharta ha ritrovato la seconda H. Caduta per errore nel titolo della prima edizione del ’45, ripristinata senza troppo clamore nell’edizione del 2012. (Smargiassi 2017)

E altrettanto pochi sono quelli che si sono accorti, in tutti questi anni, che a tradurre Siddhartha, il libro giusto di cui parliamo, non è stato né un germanista, né un traduttore professionista, ma nientemeno che un musicologo, un’eminente personalità intellettuale del Novecento italiano: Massimo Mila.

Storico della musica, critico musicale e intellettuale antifascista, Mila nasce nel 1910 a Torino, dove muore il 26 dicembre 1988, poco più di trent’anni fa. Difficile delineare la sua figura poliedrica: musicologo, politico, editor, critico letterario, e grande appassionato della montagna, tanto che a lui è intitolato il rifugio a Ceresole Reale nel Parco Nazionale del Gran Paradiso. Per la sua attività antifascista finisce in carcere una prima volta nel 1929 e in seguito, dal 1935 al 1940, in quanto collaboratore fin dagli esordi del movimento Giustizia e libertà. Le vicende di quegli anni sono ben documentate nel ricco volume curato da Paolo Soddu, che raccoglie le lettere dal carcere e contiene anche una dettagliata scheda biografica (Soddu 1999). Dopo l’8 settembre 1943 Mila si impegna a costituire le prime bande partigiane nel Canavese. Si era laureato in lettere con una tesi sul melodramma di Verdi che Benedetto Croce aveva fatto pubblicare per Laterza. Finito l’impegno partigiano, nel 1945 diviene redattore per Einaudi e ne resterà suo consulente fino alla morte. Lo stesso editore Giulio Einaudi ne delinea la personalità, quella di un uomo che con «passo sicuro, da montanaro, da uomo libero sa distinguere secondo “valori”» (Einaudi 1995, XV).

Il suo lavoro di traduttore non riguarda soltanto Hesse, ma anche altri autori importanti quali Goethe, Schiller, Gotthelf e Wiechert. Il periodo più produttivo per Mila traduttore sono i primi anni quaranta quando escono nell’ordine: nel 1941 il romanzo Ognuno (Jedermann) e nel 1942 Novella pastorale (Hirtennovelle), entrambi di Ernst Wiechert, lo scrittore tedesco che celebra il ritorno alla natura, ostile al regime nazista e per questo internato per qualche tempo a Buchenwald. Nel 1943 è la volta delle Affinità elettive (Die Wahlverwandtschaften) di Goethe per Einaudi, curandone la nota introduttiva, in cui cita l’ottima precedente traduzione uscita per la Utet nel 1933 a opera di Cristina Baseggio. Chissà se e quanto l’avrà tenuta in considerazione? L’intento con il quale egli si pone di fronte al testo è quello di «sottrarre al limbo dei cosiddetti “classici”, un’opera che, almeno nella prima delle due parti in cui è divisa, può ben dirsi una delle più sorprendenti “primizie” del romanzo moderno» (Mila 1974, VII). Nell’unica annotazione che Mila si sente di fare riguardo agli stilemi che contraddistinguono il testo, egli osserva «la vivezza dei caratteri, la scioltezza della narrazione e la piana e dimessa naturalezza dei dialoghi (segreto tormento del traduttore!)» (Mila 1974, IX). In quest’ultima esclamazione racchiusa tra parentesi, Mila pone l’accento sulla difficoltà che incontra il traduttore quando deve cimentarsi con la resa del parlato, dovendolo rendere credibile e naturale. Nel 1944 esce per Frassinelli la sua traduzione di Saat auf Hoffnung (Il seme sulla speranza) di Paul Ernst, scrittore socialista, aderente al naturalismo.

È però il 1945 l’anno nel quale vedono la luce ben tre traduzioni sue, di cui due dal tedesco: Siddhartha di Hermann Hesse, per Frassinelli, e Il ragno nero, da Die schwarze Spinne di Jeremias Gotthelf per la milanese Minuziano, iniziativa editoriale nata grazie a Luigi ed Eva Rognoni, amici di Mila (Caccia 2013, 211), transitati poi entrambi nel catalogo Adelphi.

Cesare Cases ha definito quella da Gotthelf una «traduzione encomiabile e molto interessante» (D’Orsi 2000, 123) e Pietro Citati in un intervento su «la Repubblica» del 21 marzo 1999 sottolineava che «la traduzione rende mirabilmente l’impasto di tedesco e svizzero, di linguaggio biblico e di parlato quotidiano che rendono così singolare lo stile di Gotthelf» (Citati 1999). Il terzo volume a essere pubblicato nel 1945, sempre dall’editore Frassinelli, è la traduzione dal francese di L’Héritage (L’eredità) di Guy de Maupassant, che sarà poi accolta, negli anni ottanta, nella collana einaudiana «Scrittori tradotti da scrittori». Nell’anno seguente Massimo Mila si cimenta per la Utet con la trilogia drammatica Wallenstein di Friedrich Schiller, anch’essa passata nel 1993 in quella prestigiosa collana. Per la stessa casa editrice cura nel 1953 anche La mia vita, traduzione di Mein Leben, l’autobiografia del grande e discusso compositore Richard Wagner.

La traduzione di Siddhartha avviene dopo l’uscita dal carcere nel marzo del 1940 ed è lo stesso Mila a indurci ad affermarlo. Due lettere del 1939, inviate alla madre pochi mesi prima della scarcerazione, ci informano sui suoi progressi nell’apprendimento del tedesco, avviato appunto in prigione. Il 5 luglio così scrive: «[…] Adesso me la cavo abbastanza bene a leggere il tedesco» (Soddu 1999, 657); e il 3 dicembre: «Poi mi sono ingolfato a leggere i romanzi di Goethe in tedesco: ne leggo 10-12 pagine al giorno, in principio con una fatica bestiale, adesso va già un po’ meglio» (Soddu 1999, 720). Risulta chiaro, anche se la vulgata vuole che Siddharta sia stato tradotto in carcere, che, date queste dichiarate difficoltà nel leggere e comprendere il tedesco, è improbabile che nei pochi mesi prima della scarcerazione sia stato in grado di cimentarsi con il testo di Hesse.

Mila arriva a tradurre si potrebbe quasi dire da amatore, da autodidatta appassionato della letteratura e lingua tedesca. Come ha ricordato Cesare Cases, d’altronde quest’ultima è «ideale per essere studiata in prigione» (D’Orsi 2000, 122). E aggiunge : «Mila resterà nella storia della traduzione per certe traduzioni esemplari, per esempio quella del Siddharta […] un best seller tirato in migliaia di copie» (D’Orsi 2000, 123). Il libro è stato scritto da Hermann Hesse (1877-1962) tra il 1919 e il 1922. Il volumetto ha venduto milioni di copie, in particolare in India e Giappone ed è stato tradotto in 40 lingue e 12 dialetti indiani. Questa «immediata ricezione indiana negli anni Venti» fu dovuta a un giovane professore dell’Università di Calcutta, Kalidas Nag» (Cazzola 2015, 147). Lo scrittore statunitense Henry Miller, che lo segnalò per la prima traduzione inglese, in una lettera del 24 gennaio 1973 a Volker Michels lo definisce, secondo la versione tedesca, für mich eine wirksamere Medizin als das Neue Testament (Michels 1974, 302: una medicina per me più efficace del Nuovo Testamento – traduzione mia). Dal 1925, tre anni dopo l’uscita dell’originale, circola già la traduzione francese di Joseph Delage per l’editore Grasset, del 1925: un raro caso di spontane Aufnahmebereitschaft, spontanea disponibilità alla ricezione (Nies 1998, 348).

Il volume viene pubblicato nel 1945 presso la piccola casa editrice Frassinelli con lo stesso sottotitolo dell’originale, che era Eine indische Dichtung: Un poema indiano. Successivamente, quando Adelphi acquisisce il catalogo Frassinelli, nel 1975 per la «Piccola Biblioteca» appare con il sottotitolo Romanzo, e a partire da quella data si susseguono in Italia, fino a oggi, ben 88 edizioni. Per i 50 anni dalla morte di Hermann Hesse, nel 2012, Adelphi lo ha riproposto in un’edizione revisionata e arricchita da lettere e riflessioni, commenti di scrittori e di critici, tra i quali Hugo Ball e Stefan Zweig, fotografie e documenti vari che consentono di comprendere meglio il contesto nel quale Siddhartha è nato. Dei materiali che arricchiscono l’edizione del 2012 e che consentono di entrare nell’officina del romanzo dà conto il suo curatore, Roberto Cazzola, in un interessante saggio (Cazzola 2015). Siddhartha, un vero e proprio “caso editoriale”, più che un best seller è un long seller, un libro reperibile ancora oggi senza difficoltà in una qualsiasi libreria senza aver bisogno di ordinarlo. Suggerisce Roberto Calasso:

Per capire Siddharta bisogna percepire il suo sfondo: quel momento grandioso di interesse per l’Oriente che si ha in Germania negli anni ’20. Nel 1920 era uscita una importante, e tipograficamente bellissima, scelta di scritti buddhisti, curata da Dahlke. È l’irruzione dell’Oriente in un’editoria alta ma non accademica. La stessa formula di Siddharta, che è del ’22. (Di Stefano 2010, 32)

Per risalire alla genesi di questa operazione editoriale ci viene in soccorso lo stesso Massimo Mila che, in un articolo dal titolo Un gioiello per caso («Siddharta»), pubblicato nel 1981 su «Tuttolibri», l’inserto culturale del quotidiano La Stampa, racconta come in quegli anni il Minculpop avesse proibito la traduzione di libri inglesi, francesi e russi, causando un grave colpo agli editori, che spostarono così la loro attenzione verso gli autori tedeschi. Anche Frassinelli, come racconta lo stesso Mila: «[…] in seguito alle restrizioni imposte dal nuovo corso, dovette prendere alle buone me, che un po’ di tedesco avevo dovuto impararlo per circostanze, si può ben dire, di forza maggiore» (Mila 1981). E così fu compito suo smistare tra «valanghe di plumbea narrativa teutonica» che venivano scaricate sul tavolo di Frassinelli e individuare i testi da tradurre e proporre al lettore italiano. Tra gli altri, racconta sempre Mila, arrivarono un giorno alcuni libri di Hermann Hesse, del quale in Italia era stata pubblicata solo la traduzione di Narziss und Goldmund (Narciso e Boccadoro, di Cristina Baseggio, Mondadori 1933). Si trattava di Demian, Peter Camenzind e Siddhartha. Mila scarta Demian e Camenzind, definendoli «inameni», ma «davanti a Siddhartha (1922) ebbi l’impressione d’aver messo le mani su un gioiellino».

È così che avviene la scoperta di questa sorta di Bildungsroman, un romanzo di formazione trapiantato in India, tra sacerdoti, foreste, fiumi. Frassinelli non si limitò ad accogliere la segnalazione di Mila, ma gli commissionò anche la traduzione. Traduzione che si svolgerà «a tutto vapore» in carcere, «badando a salvaguardare quel tono di saggezza esotica e di pace contemplativa che lo percorre da capo a fondo» e, per gli aspetti più ritmici e di fedeltà al testo, la sintassi e l’ordine delle parole. Per capire da quali anomale premesse sia accompagnata questa operazione editoriale, ricordiamo innanzitutto che oltre ad aver appreso il tedesco da autodidatta, Mila, «nella sua allergia verso la cultura e le religioni d’Oriente», davanti ai contenuti di quel volumetto di Hesse si trova a non sapere che pesci pigliare. Ma, come egli stesso afferma, a proposito di un testo in programma per Einaudi in una lettera inviata a Luigi Nono il 21 dicembre del 1965, «tradurre e pubblicare un autore non vuol mica dire sposarne le idee» (Mila 2010, 87). Per sua stessa ammissione vengono, per così dire, a mancare le premesse indispensabili, quei capisaldi, quei requisiti richiesti in ogni corso per traduttori, ovvero la solida competenza nella lingua da cui si traduce e una buona conoscenza del contesto in cui la narrazione letteraria si svolge. Tuttavia non si tira indietro, cerca di tenere a bada la sua allergia, ma solo a partire dall’edizione Adelphi del maggio 1981 rivela in una breve annotazione che tutte le «cognizioni generali sulle religioni e la cultura d’Oriente» non erano farina del suo sacco. Vicende legate alla Resistenza fecero sì che fosse venuto a conoscere un allievo del filosofo Piero Martinetti, il quale ritiratosi dall’Università per non rischiare di dover giurare fedeltà al fascismo, si stabilisce a Spineto, una frazione di Castellamonte. Lì, nel Canavese, come ci riferisce lo stesso Mila, Piero Martinetti viene in contatto con Michelangelo Giorda e a lui impartisce lezioni di varie discipline, dalla filosofia antica, medievale e moderna alla storia delle religioni, dalla letteratura italiana alle letterature straniere. Di tutte le lezioni Giorda teneva minuziosi appunti su dei quaderni e così, quando Mila gli parlò dei problemi che incontrava per la prefazione che doveva fare di Siddhartha per Frassinelli, non sapendo bene dove andare a parare, ecco che Giorda gli porge uno dei suoi quaderni, un centinaio di paginette sul pensiero e le religioni orientali, scritte «con calligrafia minuta e chiarissima» (Mila 1981).

«[…] tradurlo – racconta Mila (1981) – è stata la cosa più facile di questo mondo: bastava fare attenzione a non cominciare quasi mai un periodo col soggetto, cacciandolo invece a metà dopo il verbo, tra un aggettivo o un complemento». Basta solo scorrere le prime pagine per trovare subito degli esempi con costruzioni sintattiche così marcate:

Eisig wurde sein Blick, wenn er Weibern begegnete […] Bitter schmeckte die Welt […] (Hesse 1977, 7-8)
Glaciale diventava il suo sguardo quando incontrava donne […] Amaro era il sapore del mondo (Mila 1999, 45-46)

La particolare struttura sintattica utilizzata da Hesse in quella che egli definisce una indische Dichtung (una poesia indiana) e che fa da leitmotiv in tutto il testo, in cui le frasi cominciano con un elemento diverso dal soggetto, conferisce marcatezza ai costituenti frasali e necessita di ritmi che Mila, da esperto di musica quale era, non poteva non rispettare. Ed è interessante notare che questo stilema hessiano gli piace al punto da riproporlo anche dove Hesse non lo prevede:

Die Augen des Buddha blickten still zu Boden, […] (Hesse 1977, 32)
Chetamente fissavano il suolo gli occhi del Buddha (Mila 1999, 61)

Siddhartha lernte Neues auf jedem Schritt seines Weges, […] (Hesse 1977, 41)
A ogni passo del suo cammino Siddharta imparava qualcosa di nuovo […] (Mila 1999, 81)

In questi esempi in cui il tedesco esordisce con il soggetto, Mila interviene invertendo la posizione dei costituenti, cacciando, appunto, il soggetto a metà.

Della fortuna del libro abbiamo già detto, ma vediamo in cosa si caratterizza il testo italiano creato da Mila, tanto da farne un classico, che inizialmente con Frassinelli vendette 30.000 copie (Mila 1981) e poi, con Adelphi, quasi tre milioni (Smargiassi 2017).

L’opera di Hesse, ambientata in epoca diversa da quella in cui è stata scritta, pare come avvolta da un velo antico che Mila riproduce anche nel testo di arrivo italiano; la leggera patina dovuta all’età oggi forse ci colpisce maggiormente trattandosi di una traduzione che ha una settantina d’anni. Ma possiamo parlare anche in questo caso di invecchiamento della traduzione? Solo perché alcuni stilemi ci paiono obsoleti? Per diverse scelte lessicali adottate, l’ambientazione certamente influisce. Molti sono i realia, i nomi propri, sia antroponimi che toponimi, i primi lasciati perlopiù invariati (a parte il nome del protagonista Siddharta, la cui seconda ‘h’ viene recuperata nell’ultima revisione Adelphi), spesso ricorre la terminologia dei Veda, in particolare nella prima parte del romanzo. Ci riferiamo a termini quali Samana, Om, Atman.

Quando Mila fa riferimento alla pace contemplativa, ha in mente l’ambientazione che Hesse crea con una lingua che ha i tratti tipici della leggenda: i motivi sono quelli tradizionali della vita del Buddha, anche se il suo personaggio, il protagonista, è solo un omonimo e non corrisponde a quello storico. Lo stile è quasi ritualistico, richiama il ritmo e la melodia tipici dell’epica indiana, si percepisce insomma la forte influenza di quelle terre. Mila, dapprima allergico verso simili atmosfere, a tutto ciò che ha a che fare con la cultura e le religioni d’Oriente, scopre infine con questo libro «l’emozionante convergenza del pensiero orientale con la corrente occidentale dell’idealismo di cui ero forse allora […] infatuato» . Da questa riflessione egli si convince «della mera strumentalità dei sistemi di pensiero, la verità essendo come la cima d’una montagna che si può raggiungere per qualunque dei suoi versanti.» (Mila 1981)

Questa allergia viene superata solo più avanti negli anni, ma è ben presente in fase traduttiva, nonostante l’ausilio degli appunti del Giorda. Qualche traccia è presente nel testo, tra i termini legati a concetti della filosofia buddhista ed espressi con parole tedesche, oltre ai comuni Geist e Seele, ricorrono Entselbstung, Erlösung, Erkenntnis, Betrachtung. A questo proposito segnalo l’attenta classificazione per tipologia di problemi nella tesi di laurea magistrale in traduzione letteraria di Marco Puddu discussa a Cagliari nell’anno accademico 2010-2011 e dedicata appunto al testo di Hesse.

Per esempio, il termine Erlösung è una parola, un concetto chiave che compare nel romanzo diverse volte. Si riferisce a quello stato in cui si ottiene la liberazione dall’individualità, dalla propria volontà, infine dal dolore. In tedesco va classificata tra le parole derivate, nello specifico da Lösung (soluzione, oppure liberarsi) derivata a sua volta dal verbo lösen, preceduta appunto dal prefisso Er- che indica in tedesco la funzione incoativa e assume il significato di befreien, retten, freikämpfen, ovvero di liberare, salvare, guadagnarsi la libertà lottando.

Mila traduce a seconda dei contesti con «liberazione», ma anche con «soluzione». In tal modo si rischia di far perdere il richiamo all’interno del testo fra le varie occorrenze del termine, risultando addirittura fuorviante come in questi esempi:

Nähern wir uns wohl der Erlösung? (Hesse 1977, 18)
Ci avviciniamo davvero alla
soluzione? (Mila 1999, 50)

Oppure

Aber daß ich, […] ebenso weit von der Weisheit, von der Erlösung entfernt bin wie als Kind im Mutterleibe, […], dass weiß ich (Hesse 1977, 18)
Ma che io, […] rimango tanto lontano dalla saggezza, dalla soluzione, quanto lo ero infante nel ventre della madre, […] questo lo so (Mila 1999, 50)

Parole come redenzione o liberazione avrebbero ricondotto sui binari dei temi trattati, giacché qui il riferimento è a quello stato di liberazione dall’individualità, dalle sofferenze della vita che rende prigionieri.

Anche il lemma Betrachtung, per il quale troviamo sui dizionari sia il corrispondente italiano «osservazione», ma anche, diafasicamente marcato come termine usato in ambito filosofico-religioso, il significato di «contemplazione»:

Am Abend nach der Stunde der Betrachtung (Hesse 1977, 11)
A sera, dopo l’ora dell’osservazione (Mila 1999, 39)

Lange schon nahm Siddhartha am Gespräch der Weisen teil […] übte sich in der Kunst der Betrachtung (Hesse 1977, 7)
Già da tempo Siddharta prendeva parte alle conversazioni dei saggi […] si esercitava […] nell’esercizio delle facoltà di osservazione (Mila 1999, 33)

Sostituendo «osservazione» con «contemplazione» si va a cogliere il significato che in questo contesto pare il più appropriato, ovvero quello riferito alla pratica spirituale della meditazione.

A creare qualche difficoltà a Mila sono anche i nomi composti, come der Nashornvogel:

Vielleicht, o Govinda, wäre es ebenso klug und ebenso heilsam gewesen, wenn ich den Nashornvogel oder den Schimpansen befragt hätte (Hesse 1977, 19)
Forse, o Govinda, sarebbe stato altrettanto saggio e altrettanto utile interrogare il rinoceronte o lo scimpanzé (Mila 1999, 52)
Forse, o Govinda, sarebbe stato altrettanto saggio e altrettanto utile interrogare il
bucero o lo scimpanzé (Mila 2012, 49)

Il sostantivo tedesco si presenta in una forma molto trasparente. Si tratta di un composto multiplo di tre elementi: die Nase (il naso) + das Horn (il corno), che fungono da determinante, e der Vogel (l’uccello) da determinato. Mila si è fermato alla prima parte del composto, Nashorn, che infatti in tedesco designa il rinoceronte (che ha un corno sul naso), concentrandosi, come d’altronde fa anche l’italiano, sulla sua caratteristica più evidente. Ma recuperando la testa del composto, der Vogel appunto, andiamo a designare proprio l’uccello con il naso di corno, in pratica come se si trattasse di un uccello-rinoceronte, che trova nel bucero (dal greco boúkerōs, «che ha le corna di bue») il suo traducente, scelto appunto nel testo revisionato da Cazzola del 2012. In realtà, riguardo al contenuto, questa svista non crea problemi ai fini della comprensione del testo, anche perché compare a fianco allo scimpanzé.

Un altro composto interessante da analizzare è l’aggettivo tausendfältig costituito dal determinante tausend (mille) + fältig, derivato da Falte (piega) con suffisso -keit per designare l’insieme delle pieghe.

[…] dies Lächeln Siddharthas war genau dasselbe, war genau das gleiche, stille, feine, undurchdringliche, vielleicht gütige, vielleicht spöttische, weise, tausendfältige Lächeln Gotamas, des Buddhas, wie er selbst es hundertmal mit Ehrfurcht gesehen hatte. (Hesse 1977, 120)

Nella sua traduzione Mila resta ancorato (per scelta consapevole?) al significato più immediato e comune del lemma Falte, ovvero «ruga», piega della pelle, quella che effettivamente si forma nel momento in cui sorridiamo. E così crea un neologismo:

[…] questo sorriso di Siddharta era appunto il medesimo, era esattamente il costante, tranquillo, fine, impenetrabile, forse benigno, forse schernevole, saggio, multirugoso sorriso di Gotama, il Buddha, quale egli stesso l’aveva visto centinaia di volte con venerazione. (Mila 1999, 196)

In realtà l’aggettivo tausendfältige corrisponde al nostro «multiforme». Nel contesto in questione è il sorriso ad assumere molte forme. Lo stesso composto compare in po’ più avanti nel testo arricchito dal suffisso -keit a connotarne l’insieme:

Das Antlitz war unverändert, nachdem unter seiner Oberfläche die Tiefe der Tausendfältigkeit sich wieder geschlossen hatte […] (Hesse 1977, 121)
Il volto era immutato, dopo che la profondità delle mille rughe s’era di nuovo chiusa sotto la sua superficie […] (Mila 1999, 196)

Nell’edizione rinfrescata del 2012 sia l’aggettivo sia il sostantivo sono stati sostituiti con «multiforme», traducente che peraltro troviamo proposto nei materiali lessicografici alla voce tausendfältig.

Diversi altri sono i casi interessanti che si potrebbero discutere e sui quali la versione rinnovata da Cazzola è intervenuta; è il caso per esempio di Priester, termine che indica la figura del brahmano, persona erudita e sacerdote:

Ich bin ja nicht mehr, der ich war, ich bin nicht mehr Asket, ich bin nicht mehr Priester, ich bin nicht mehr Brahmane (Hesse 1977, 37)
Io non sono più quel che ero, non sono più eremita, non sono più prete, non sono più Brahmino. (Mila 1999, 77)

Il termine «prete» utilizzato da Mila non è adatto a questo contesto, poiché rimanda al cristianesimo. Anche in questo caso si è intervenuti sostituendo nell’edizione del 2012 con «sacerdote».

A chiusura di questa breve disamina, si pone qualche riflessione. Come mai un testo simile, definito dallo studioso di Hermann Hesse Giorgio Cusatelli «il breviario di una generazione» (Serrao 1992), letto in Italia da milioni di persone, è rimasto invariato per quasi settant’anni, nonostante contenesse varie sviste e imprecisioni? Perché si trattava di una traduzione d’autore, ovvero svolta da un fine critico letterario nonché musicologo di chiara fama? Solo nel 2012 l’editore Adelphi interviene e sistema un buon numero di “sviste” lasciando comunque intatto lo stile inconfondibile dato da Massimo Mila a quelle pagine. Si tratta di un’operazione editoriale curata da Roberto Cazzola con molto equilibrio. Alcune imperfezioni, come l’omissione di alcuni passi, sono rimaste e la veste linguistica è quella originale.

Nel 2032 scadranno i diritti sull’opera di Hermann Hesse. A quella data cosa accadrà? Chissà, forse il nostro Siddhartha andrà a condividere la sorte toccata al Petit prince di Saint-Exupéry, la cui prima traduzione, di Nini Bregoli Bompiani e risalente al 1949, è rimasta l’unica fino al 2014, quando lo scadere dei diritti ha dato il via a un proliferare di nuove edizioni. Anche in quel caso diverse sono le imperfezioni e sviste, di cui veniamo a conoscenza nell’interessante articolo di Diletta Rostellato (Rostellato 2016, 117 e ss.). E il commento che l’autrice fa al riguardo lo condividiamo appieno, sottoscrivendolo anche per il nostro Massimo Mila: «Osservare il retroscena della traduzione, pur scoprendone qualche tarlo, non significa infrangere la solidità di quella che rimane una versione vincente, meritevole del podio che ancora oggi detiene nelle classifiche».

Bibliografia di riferimento

Cazzola 2015: Roberto Cazzola, Dal continente dell’anima. Una prima lettura indiana di Hesse nella nuova edizione Adelphi del Siddhartha, in: Unità dietro la molteplicità. Hermann Hesse: un autore per un mondo in crisi?, a cura di Daniela Padularosa e Mauro Ponzi Roma, Lithos

Citati 1999: Pietro Citati, Gotthelf, in «la Repubblica», 12 marzo

D’Orsi 2000: Profilo di Massimo Mila. Giornata di Studio (Torino, 4 dicembre 1998), a cura di Angelo D’Orsi e Pier Giorgio Zunino, Firenze, Olschki

Di Stefano 2010: Paolo Di Stefano, Potresti anche dirmi grazie. Gli scrittori raccontati dagli editori, Milano, Rizzoli

Einaudi 1995: Giulio Einaudi, Il passo sicuro di Mila, in: Massimo Mila, Scritti civili, a cura di Alberto Cavaglion, Torino, Einaudi

Goethe 1974: Wolfgang Goethe, Le affinità elettive, (introduzione e traduzione di Massimo Mila), Torino, Einaudi

Hesse 1977: Hermann Hesse, Siddhartha, Eine indische Dichtung, Frankfurt, Suhrkamp (I edizione 1922)

Michels 1974: Materialien zu Hermann Hesses Siddhartha, hrsg. von Volker Michels, B. II, Frankfurt, Suhrkamp

Mila 1981: Massimo Mila, Un gioiello per caso («Siddharta»), in «Tuttolibri», con « La Stampa», 1° maggio

Mila 1999: Hermann Hesse, Siddharta Romanzo, traduzione di Massimo Mila da Siddhartha. Eine indische Dichtung, Milano, Adelphi (72a ed.; prima edizione: Siddharta. Poema indiano, Torino, Frassinelli, 1945)

Mila 2010: Massimo Mila e Luigi Nono, Nulla di oscuro tra noi. Lettere 1952-1988, a cura di Angela Ida De Benedictis e Veniero Rizzardi, Milano, Il Saggiatore

Mila 2012: Hermann Hesse, Siddhartha Romanzo, traduzione di Massimo Mila (vedi Mila 1999), rivista da Roberto Cazzola, Milano, Adelphi

Nies 1998: Fritz Nies, Im Magnetfeld von Abwehr und Faszination. Wechselwirkungen zwischen Literaturaustausch und Nationalstereotypen, in: Marianne-Germania. Deutsch-französischer Kulturtransfer im europäischen Kontext 1789-1914 = Les transferts culturels France-Allemagne et leur contexte européen 1789-1914, hrsg. von Etienne François, Leipzig : Leipziger Universitätsverlag, Leipzig, Leipziger Universitätsverlag

Rostellato 2016: Diletta Rostellato, Il Piccolo Principe nasce a New York, in Echi da Babele, Pavia, Edizioni Santa Caterina

Serrao 1992: Teresa Serrao, Siddharta e spinelli, in «la Repubblica», 27 ottobre

Smargiassi 2017: Michele Smargiassi, L’ascesa di Siddharta nel Nirvana dei libri, in «la Repubblica», 4 giugno

Soddu 1999: Massimo Mila, Argomenti strettamente famigliari. Le lettere dal carcere 1935-1940, a cura di Paolo Soddu, Torino, Einaudi

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