I tedeschi, prima e dopo Auschwitz

PRIMO LEVI TRADUTTORE DEL PROCESSO DI KAFKA (E ALTRO)

di Martina Mengoni

Autobahn. Weimar, 9 aprile 1954; proprietà della famiglia Levi.

Primo Levi (1919-1987) tradusse per intero un unico libro dal tedesco, Il processo di Franz Kafka. La traduzione fu pubblicata nel 1983 come titolo inaugurale della collana Einaudi «Scrittori tradotti da scrittori». Quella di Levi fu più che altro una versione d’autore (Marelli 2014), dieci anni dopo la traduzione di Giorgio Zampa per Adelphi (1973) e cinquant’anni dopo quella di Alberto Spaini per Frassinelli (1933) che aveva fatto conoscere in Italia il capolavoro kafkiano.

La scelta non è stata mia, è stata fatta in sede editoriale, mi è stata proposta, e io ho accettato. A dire la verità un po’ leggermente, perché non credevo che mi coinvolgesse così a fondo. Devo dire anzi che Kafka non è mai stato uno dei miei autori preferiti, e devo anche aggiungere il perché: non è detto che si preferiscano gli autori che si sentono affini, spesso avviene addirittura il contrario: penso che da parte mia ci fosse, nei riguardi di Kafka, più che disinteresse, o noia, un senso di difesa, e me ne sono accorto traducendo Il processo. Mi sono sentito aggredito da questo libro, e ho dovuto difendermi. Proprio perché è un libro bellissimo, che ti trafigge come una lancia, come una freccia (Levi 2018 [1983], 362-363).

Il ricorso al linguaggio dell’aggressione e della difesa è subito precisato da Levi: «È una difesa dovuta a paura. Forse anche per una ragione precisa, Kafka era ebreo, io sono ebreo, Il processo si apre con un arresto non previsto e non giustificato. Kafka è un autore che ammiro, non lo amo e lo ammiro, lo temo, come una grande macchina che ti viene addosso, come il profeta che dirà il giorno della tua morte» (ivi, 363).

Come strategia di difesa, la traduzione di Levi opera scelte di campo ben precise che, come nota Marelli, sono «tese a “domare” il testo almeno nella sua veste formale, a renderlo cioè più rassicurante e comunicativo per il lettore»: il risultato è un testo che si trasforma verso una maggiore «fluidità, razionalizzazione, colloquialità» (Marelli 2014, 188).

Siamo negli anni in cui Levi sta componendo, in parallelo, I sommersi e i salvati: un libro che torna su Auschwitz e sulla prigionia quarant’anni dopo Se questo è un uomo. Tra i suoi temi portanti c’è la vergogna del sopravvissuto, che per stessa ammissione di Levi, è una delle chiavi con cui legge il Processo:

Di che cosa si deve vergognare Josef K., quello stesso che aveva deciso di combattere fino alla morte, e in tutte le svolte del libro si proclama innocente? Si vergogna di molte cose contraddittorie, perché non è coerente, e la sua essenza (come quella di quasi tutti) consiste nell’essere incoerente, non uguale a se stesso nel tempo, instabile, erratico, diviso nello stesso istante, spaccato in due o in più individualità che non combaciano (Levi 2016 [1983], II, 1097).

Josef K. è un doppio dello scrittore Primo Levi, che fin dagli anni sessanta si è autorappresentato, in un’intervista, come attraversato da una «spaccatura paranoica» (Fadini 1966, ora in Levi 2018, 17), come un centauro e come un ibrido. Più che per la qualità e gli esiti della traduzione, il corpo a corpo col Processo segna uno snodo in termini di rispecchiamento e elaborazione concettuale – attraverso l’incontro, anzi lo scontro, con un’opera letteraria – del rapporto di Levi con un’intera cultura, quella tedesca, e con gli splendori e le miserie della sua storia.

Se ci dovessimo limitare solo a questa traduzione, infatti, sarebbe ben difficile inserire Levi nel contesto dei mediatori di opere di lingua tedesca. Invece, gli ultimi dieci-quindici anni di ricerche sull’opera e sulla biblioteca leviana mostrano un panorama assai più ricco e frastagliato, da cui emerge che Levi si è confrontato fin dalla sua giovinezza, e poi in particolare attraverso carteggi e consulenze editoriali, con un numero assai significativo di autori e opere di lingua tedesca.

La giovinezza: Thomas Mann, la chimica, Auschwitz

Negli anni trenta a Torino, mentre Frassinelli stampa la prima traduzione del Processo, il giovane Primo Levi vive in corso Re Umberto con i genitori e la sorella Anna Maria. È a tutti gli effetti un adolescente della media borghesia cittadina: frequenta il Liceo-Ginnasio D’Azeglio, d’estate va in montagna con la famiglia e con gli amici, si serve dalla biblioteca ben fornita del padre, ingegnere e lettore curioso. Con la sorella ha un rapporto molto stretto, nutrito anche di letture, tra cui forse la più importante è La montagna incantata di Thomas Mann. Sia Primo che Anna Maria ricordano le circostanze in cui questo libro entrò in casa e divenne in breve tempo il loro preferito:

Da ragazzi, a Torino, mio fratello ed io eravamo molto uniti. Avevamo perfino un nostro linguaggio segreto. Ho un chiaro ricordo di noi due seduti in braccio a nostro padre mentre lui ci leggeva, cosa per nulla strana visto che in casa nostra stavamo sempre a leggere. C’erano volte in cui ci sedevamo a tavola – nostro padre leggeva il giornale, noi leggevano i nostri fumetti, mentre nostra madre era tutta indaffarata a preparare la cena. La casa era piena di libri – mi ricordo che quando andavamo a casa degli altri bambini ci chiedevamo come mai loro non avessero così tanti libri. La montagna incantata di Thomas Mann era uno dei nostri preferiti, finivamo di leggerlo e subito lo ricominciavamo da capo (Nathanson 2016, 7).

Il linguaggio segreto dei due fratelli è intessuto della vicenda sospesa di Hans Castorp in un sanatorio sulle Alpi svizzere, dell’amore per Madame Chauchat, delle discussioni con Naphta e Settembrini. Un autore di famiglia, per certi aspetti paragonabile al Proust di Lessico famigliare descritto da Natalia Ginzburg – entrambi del resto romanzi del tempo e sul tempo dilatato, sospeso e perduto – che si trova al centro della vita intellettuale e intima di una famiglia della borghesia ebraica torinese, che, anche grazie a queste letture sul mondo borghese europeo, si costruisce, si rispecchia, consolida una propria identità in un frangente in cui proprio l’identità è messa in discussione e negata. Presto entra tra le mura di corso Re Umberto anche il ciclo di Giuseppe, come Levi stesso racconta nel 1986 conversando con Philip Roth:

Ricordo bene il motivo per cui ho amato Thomas Mann. Al tempo fascista era difficile trovare libri stranieri ricchi di sostanza e di pensiero: dopo la Montagna incantata, e poco prima dell’emigrazione che rese Th. Mann inviso ai fascisti ed ai nazi, un editore italiano aveva pubblicato per intero il monumentale Joseph und seine Brüder. Lo aveva portato in casa mio padre, lettore vorace ed eclettico ma disordinato; io ne ero rimasto affascinato, ed ancora lo considero il più alto frutto letterario di questo secolo. Nutre il lettore, lo sazia con prodigalità mirabile per tutte le sue 2000 pagine: vi si intrecciano la poesia, la sapienza e l’ironia, in modulazioni sempre nuove (Levi 2018, 1088; la traduzione è di Norman Gobetti).

Primo e Anna Maria Levi leggono il “loro” Thomas Mann nell’italiano di Bice Sorteni Giachetti (La montagna) e di Gustavo Sacerdote (Giuseppe). Nel frattempo però, Levi si è iscritto alla facoltà di chimica dell’Università di Torino e va imparando questa disciplina su libri scritti interamente in tedesco, come Die Praxis des organischen Chemikers (La pratica del chimico organico) di Ludwig Gattermann (di cui tradurrà un brano per la sua antologia personale La ricerca delle radici, 1981). Una pratica che, inaspettatamente, contribuirà a salvargli la vita durante gli undici mesi di deportazione ad Auschwitz, tra il febbraio 1944 e il gennaio 1945, come ha raccontato in Se questo è un uomo. Proprio ad Auschwitz Levi continua a imparare il tedesco, per di più un tedesco parlato, da caserma, intessuto di Lagerjargon e mescolato ad altre lingue, soprattutto polacco e yiddisch.

È su queste basi contrastanti che si innesta l’interesse mai sopito, quasi ossessivo, di Levi per il popolo tedesco, nella cui lingua si esprimevano Thomas Mann e il linguaggio cristallino della chimica, ma che al contempo era stato in grado di concepire e mettere in pratica Auschwitz, l’universo concentrazionario, lo sterminio di massa.

Jean Améry e Hermann Langbein

Con la fine degli anni Cinquanta, avviene un fatto cruciale: i diritti di traduzione in tedesco di Se questo è un uomo, pubblicato da De Silva nel 1947 e poi riedito con numerose modifiche e aggiunte da Einaudi nel 1958, vengono acquistati dalla Fischer di Francoforte. Ist das ein Mensch? esce in libreria nel 1961, a seguito di due anni di fitta corrispondenza tra Levi e il traduttore Heinz Riedt (1919-1997), italianista e studioso di teatro, disertore dell’esercito tedesco ed ex partigiano in Italia, affiliato alla brigata Silvio Trentin nel Veneto. Lo scambio tra i due (che si evolverà presto in una vera amicizia) è la prima di una serie di corrispondenze con lettori e intellettuali tedeschi e/o germanofoni che Levi intraprende durante gli anni sessanta.

Attorno a Levi si forma una vera e propria rete di scambi epistolari che favorisce quasi naturalmente un lavoro di mediazione. Levi corrisponde con l’austriaco Jean Améry (al secolo Hans Mayer) e legge il suo Jenseits von Schuld und Sühne uscito proprio nel 1966 a Monaco (e in cui Levi è citato nelle primissime pagine); ad Améry Levi dedicherà un necrologio su La Stampa nel 1978 (quando Améry si tolse la vita) e soprattutto un capitolo nel suo ultimo libro, I sommersi e i salvati, intitolato Intellettuale ad Auschwitz. Con lo stesso titolo, proprio Jenseits von Schuld und Sühne sarà tradotto in italiano da Enrico Ganni per Bollati Boringhieri nel 1987, anno della morte di Levi. Dai verbali editoriali di Einaudi sappiamo che Levi stesso nel 1980 aveva provato a intercedere per la pubblicazione di Hand an sich legen (Levar la mano su di sé), un altro libro di Améry, pubblicato in Germania nel 1976 e dedicato a un’analisi filosofica del suicidio in chiave esistenzialista, ma che la casa editrice non prese in considerazione («Cases: Primo Levi mi ha passato un libro di Améry, un suo amico, che ha scritto un libro sul suicidio, e poi s’è suicidato. Ebreo che ha vissuto a lungo in Francia, molto sartriano. Non mi pare il caso di tradurlo, anche perché mi è parso che Primo Levi non sia interessato»: Archivio di Stato di Torino, Archivio Giulio Einaudi Editore, Verbali, 20 febbraio 1980, fascicolo n.10).

Un’altra figura chiave di questi scambi epistolari è Hermann Langbein, già fondatore e segretario del Comitato internazionale di Auschwitz, sorto nel 1952 con lo scopo di divulgare lo sterminio avvenuto ad Auschwitz, di tutelare gli interessi dei sopravvissuti e di coordinare le attività dei vari gruppi nazionali di reduci. Langbein stesso era stato internato ad Auschwitz come prigioniero politico ed era stato impiegato come segretario e scrivano del dr. Wirths, medico capo di Auschwitz. Grazie a questa posizione privilegiata, aveva potuto coordinare una parte del movimento di resistenza che si era formato all’interno del campo. Levi e Langbein non si erano comunque mai incontrati ad Auschwitz, ma è quasi certo che dopo la liberazione, e con tutta probabilità al principio degli anni cinquanta, Langbein abbia intrattenuto rapporti epistolari con Leonardo De Benedetti, il medico torinese che con Levi condivise il viaggio di ritorno dalla Polonia all’Italia, e con cui Levi scrisse il Rapporto sull’organizzazione igienico sanitaria del campo di concentramento per ebrei di Monowitz, pubblicato nel 1946 su «Minerva Medica». All’inizio degli anni sessanta, Langbein coinvolge Levi in un’antologia di testimonianze su Auschwitz che vede la luce nel 1962, e di cui Levi è l’unico contributore italiano (Adler, Langbein, Lingens-Reiner 1962). Lo scambio epistolare con Langbein si protrae per due decenni, durante i quali Levi ha modo di leggere in anteprima Menschen in Auschwitz, uscito in Germania nel 1972. Già nell’aprile di quello stesso anno Levi lo propone all’Einaudi, che però, nel dicembre, fa sapere a Langbein di non essere interessata. Nel 1974 Levi annuncia di aver mandato il manoscritto a Mursia, che è favorevole alla pubblicazione in versione ridotta. Si apre una trattativa decennale, e Levi nel frattempo ne traduce alcune pagine per la sua Ricerca delle radici (1981). Infine, nel 1984, Uomini ad Auschwitz esce per Mursia con prefazione dello stesso Levi.

Lettori, letture, tentativi di mediazione

Améry e Langbein sono gli esempi più vistosi del legame tra gli scambi epistolari tedeschi e germanofoni e il ruolo di mediatore di Levi nell’introdurre, proporre, discutere, indirizzare alcuni testi tedeschi. Già nel carteggio con un giovane studente universitario di Brema, Wolfgang Beutin, primo lettore di Ist das ein Mensch? di cui Levi riceva una lettera, si coglie bene questo aspetto. Levi riceve dal giovane studente una serie di consigli di lettura, che accoglie di buon grado: annuncia di volersi procurare l’opera omnia di Tucholsky che stava uscendo per Rohwolt (e la presenza di questo libro nella biblioteca personale di Levi è confermata dagli eredi). Siamo nel 1961, Tucholsky è sconosciuto al pubblico italiano e bisognerà aspettare il 1967 perché un suo racconto sia inserito nell’antologia Umoristi del Novecento di Garzanti; eppure, appena due anni prima, Cesare Cases si era espresso favorevolmente sulla possibilità di tradurlo:

Questo genere di letteratura tra il giornalismo e la prosa d’arte, assai diffuso in Germania tra le due guerre, da noi non è mai stato presentato, e questo è certo ingiusto […] Linder [il fondatore dell’Agenzia letteraria internazionale] insiste da anni perché si faccia Tucholsky, che è certo l’unico che basterebbe a fare un volumetto un po’ organico. Per conto mio propendo piuttosto a fare un’antologia di tutti questi scrittori, ora che Rohwolt li sta ristampando» (Cases 2013, 267).

Sebbene anche Luciano Foà, dell’Adelphi, accolga con entusiasmo la proposta di Cases («Fammi sapere di quante pagine press’a poco verrebbe il volume e io ti farò il contratto», ivi, 268), l’antologia dei feuillettonisti non vedrà mai la luce. Del resto, non ci sono elementi per dire se Levi, a due anni da questo scambio tra Cases e Foà, abbia di nuovo suggerito a Einaudi una traduzione di Tucholsky; non è però un’ipotesi improbabile, come dimostra l’esplicito endorsement di Levi per Ein Jugend in Deutschland di Ernst Toller. Così scrive a Levi a Beutin il 10 dicembre 1961: «Potreste per favore scrivermi qual è l’editore tedesco dell’autobiografia di Toller? Ho parlato oggi con l’editore Einaudi e avrebbe l’intenzione di chiederne i diritti» (Beutin 1999, 154). Una giovinezza in Germania uscirà (presso Einaudi) solo nel 1972, tradotto da Emilio Castellani.

Dai carteggi emerge un numero significativo di letture tedesche, che Levi porta di volta in volta in discussione con i suoi interlocutori, in particolare con quella che a tutti gli effetti può considerarsi la vera animatrice di questa rete epistolare, Hety Schmitt-Maass (1918-1983), bibliotecaria, giornalista, politica residente a Wiesbaden, appassionata per ragioni anche biografiche (era figlia di un antinazista convinto) alla letteratura concentrazionaria. Il carteggio tra Levi e Schmitt-Maass comincia nel 1966 e prosegue fino al 1981: si scambiano pareri, opinioni, recensioni, consigli di lettura, informazioni sulla vita politica e culturale dei rispettivi stati. È Schmitt-Maass a mettere in contatto Levi con Jean Améry e con l’ex capo laboratorio della Buna di Auschwitz in cui Levi aveva prestato servizio coatto durante la sua prigionia. Nel 1967 Schmitt-Maass consiglia a Levi la lettura in tedesco di Die Blechtrommel di Günter Grass, che era stato tradotto in italiano solo pochi anni prima (Il tamburo di latta, trad. di Lia Secci, Milano, Feltrinelli, 1962); sempre dello stesso anno è la scoperta di Links, wo das Herz ist (A sinistra, dove sta il cuore) di Leonhard Frank, mai tradotto in italiano, e già rifiutato nel 1953 sia da Cases che da Calvino (Cases 2013, 25-27), e soprattutto di Die Nacht der Girondisten dell’olandese Jacob Presser, libro che Levi legge in tedesco. Come è stato ampiamente dimostrato [De Waart 2014], proprio dal tedesco lo tradurrà poco meno di dieci anni dopo per Adelphi (La notte dei girondini, 1976).

Tra gli interlocutori tedeschi è importante ricordare anche altre due figure notevoli. La prima è quella dello scrittore Albrecht Goes, a cui Levi scrive nel 1962 dopo la lettura di Prima dell’alba (Das Brandopfer) e Notte inquieta (Unruhige Nacht), usciti nel 1959 per Einaudi nella traduzione di Ruth Leiser Fortini. Goes coinvolgerà Levi in un’antologia tedesca di matrice cattolica liberale, una strenna di Natale delle acciaierie Hoesch per i propri dipendenti uscita a cavallo tra il 1964 e il 1965 (Goes 1964-65). In seguito Levi legge, sempre in tedesco, Das Löffelchen, e non è escluso che possa essere stato lui stesso a suggerirne la traduzione alla casa editrice torinese Claudiana (Il cucchiaino e altri scritti, trad. di Roberto Isenburg, 1971). Ancora nel 1962, Levi inizia a corrispondere con Hans Jürgen Fröhlich, scrittore, giornalista radiofonico, animatore culturale, a cui promette di intercedere per la traduzione del suo Vier Wände:

l’ho trovato vivo, ben costruito, persuasivo; principalmente, mi sembra riproduca bene una certa atmosfera che pervadeva la Germania dell’“anno zero”, e forse ancora quella di oggi […]. Verrà inviato in lettura a Cesare Cases, a Roma; non so se lo conosce, è uno dei migliori conoscitori italiani della letteratura tedesca moderna (Deutsches Literaturarchiv Marbach, Fröhlich, Nachlass, BF00018129).

Il libro però non vedrà mai la luce e non ce n’è traccia tra i pareri editoriali di Cases. Fröhlich si propone anche come traduttore di un non meglio specificato dramma di Hans Henny Jahnn e Levi promette di interessarsene presso Einaudi. Cases aveva già bocciato il romanzo di Jahnn Fluß ohne Ufer nel 1958 (poi pubblicato da Rizzoli col titolo La nave di legno, trad. di Francesco Saba Sardi) e, in una lettera a Delia Frigessi del marzo 1963, boccerà anche il romanzo Perrudjia (Cases 2013, 215-216, 425-426). È dunque probabile che una ipotetica segnalazione di Levi non abbia accolto il favore del germanista: nessun dramma di Jahnn sarà mai pubblicato da Einaudi.

Il «progetto tedesco»

Durante gli anni sessanta, Levi si dedicò a queste corrispondenze con lettori, amici, intellettuali tedeschi con grande entusiasmo. Già nel 1963 aveva colto l’importanza delle prime decine di lettere che aveva ricevuto, e degli scambi che avevano attivato, e meditava di farne un libro. Diede impulsivamente notizia di questo libro in fieri in varie interviste (televisive e a stampa) in occasione della vittoria del premio Campiello con La tregua, ma del progetto non si seppe più nulla. Se ne trova traccia in una lettera al sociologo Kurt Heinrich Wolff, studioso tedesco di origini ebree naturalizzato americano dopo essere sfuggito alle leggi razziali e dalla fine degli anni cinquanta professore alla Brandeis University di Boston. Levi lo aveva conosciuto attraverso la sorella Anna Maria e l’amicizia comune con il sociologo torinese Franco Ferrarotti. Wolff aveva collaborato con la rivista «Centro sociale», di cui Anna Maria era stata direttrice. Incrociando la lettera di Levi a Wolff del maggio 1965 (Luzzatto 2011 e Scarpa 2011) con i verbali delle riunioni editoriali di Einaudi dello stesso anno, emerge l’insistenza con cui il progetto tedesco viene presentato all’editore torinese.

Levi ha capito che la Einaudi non è intenzionata a pubblicare la sua corrispondenza con i lettori tedeschi, forse perché non la ritiene un supplemento di riflessione autonomo su Auschwitz, o magari perché, all’altezza del 1965, Primo Levi non è ancora una figura pubblica di rilievo, né nel campo letterario e neppure in quello della memoria collettiva dello sterminio. Levi decide dunque di affidare queste lettere a Wolff, che durante gli anni cinquanta aveva svolto per l’Istituto di sociologia di Francoforte, su mandato di Max Horkheimer e Herbert Marcuse, una serie di interviste di gruppo a campione sui processi di denazificazione della nascente Germania ovest. Le lettere che Levi ha ricevuto in questi anni potrebbero costituire una corposa e interessante appendice in vista della pubblicazione dei risultati degli esperimenti sociologici di Wolff (Wolff/Roth 1954 e Wolff 1955). Anche in questo caso, ce lo dicono i verbali delle riunioni del mercoledì, la proposta è lasciata cadere. Ma il «progetto tedesco» mai realizzato resta forse il tentativo più ambizioso di Levi di gettare un ponte tra il dibattito sulla colpa collettiva del popolo tedesco e il panorama intellettuale italiano. Vent’anni dopo, Levi inserirà un’antologia di queste lettere nell’ultimo capitolo de I sommersi e i salvati, un libro nato in buona parte proprio in seno a queste corrispondenze.

I sommersi e i salvati

L’ultimo libro di Levi, I sommersi e i salvati, ha una genesi più che ventennale, e il dialogo con i tedeschi riveste un peso decisivo nella sua elaborazione. Non solo il dialogo con i lettori e gli amici, ma anche quello con gli scrittori. Ci sono almeno tre fonti tedesche degne di nota: una, emersa di recente (Belpoliti 2014), è Berlin Alexanderplatz di Döblin, un romanzo che si colloca in quella letteratura tedesca a cavallo tra le due guerre che Levi aveva già frequentato con Tucholsky e Toller. Levi istituisce un implicito paragone tra Franz Biberkopf, protagonista del romanzo, e Chaim Rumkowski, decano del ghetto di Lodz. La storia di Rumkowski era già stata pubblicata su «La Stampa» nel 1977, per cui si deve far risalire almeno a quell’anno la lettura di Döblin. La seconda fonte, ancora più notevole, è Christian Morgenstern, un poeta la cui fortuna italiana è ancora tutta da ricostruire e che Levi utilizza per argomentare, nel capitolo Stereotipi, un passaggio spinoso dedicato alla scarsa consapevolezza degli ebrei europei di ciò che stava per accadere loro alla vigilia delle deportazioni e dello sterminio. In Sommersi trova spazio infine il filologo tedesco Victor Klemperer, con il suo LTI. Notizbuch eines Philologen, tradotto in italiano solo nel 1998 da Paola Buscaglione per Giuntina su iniziativa di Michele Ranchetti (LTI. La lingua del Terzo Reich), che invece Levi legge in tedesco e su cui medita già al principio degli anni ottanta: un libro scritto da un ebreo tedesco, testimone del mutamento linguistico che la lingua di Thomas Mann subisce durante il regime, tema caro a Levi da sempre, su cui riflette già in Se questo è un uomo e nel carteggio con il traduttore Heinz Riedt. I tre che abbiamo qui citato non sono certo gli unici tedeschi che compaiono in Sommersi: un primo regesto di queste fonti, se confrontato con lo scaffale di letture tedesche che si ricava dai carteggi degli anni sessanta, offre dati illuminanti (Mengoni 2020).

Queste fonti, inserite in punti cardine dell’argomentazione dell’ultimo libro di Levi, specialmente dove si fa spinosa, controintuitiva, delicata, sono tanto più notevoli in quanto non hanno l’obiettivo, di solito ben presente in Levi, di avvicinarsi al lettore attraverso esempi noti e comprensibili. Viceversa, spesso e volentieri essi introducono nel testo un elemento di complessità, a tratti persino di straniamento (è il caso di Morgenstern). Allo stesso tempo, l’evocazione di queste opere e dei loro protagonisti favorisce il processo immaginativo del lettore in un libro, come I sommersi e i salvati, sempre in tensione tra scrittura narrativa e dimostrazione logica, tra racconto e saggio. La presenza di questi scrittori è da considerarsi una delle testimonianze più significative di come Levi si fosse appropriato di una porzione della letteratura tedesca (nei Sommersi è presente naturalmente anche Thomas Mann) e di come essa avesse contribuito a costruire una nuova riflessione su Auschwitz a quarant’anni da Se questo è un uomo.

Heinrich Heine

Tra i poeti verso i quali Levi manifestò un amore incondizionato e costante spicca Heinrich Heine, scrittore ebreo e tedesco. A intervalli irregolari, Levi tradusse alcuni canti dal suo Buch der Lieder: le traduzioni, dieci in tutto, confluirono nella raccolta Ad ora incerta (1984). Levi le definì «più musicali che filologiche» (Levi 2016 [1984], II, 768). Anche Heine, come Thomas Mann, era un autore di famiglia, un amore ancora una volta condiviso con Anna Maria, con cui erano soliti scambiarsi traduzioni di Heine su foglietti sparsi. Queste versioni sono il frutto di un gioco, di una passione non agonistica, di un’appropriazione ludica ma non per questo meno seria, e quindi anche di una torsione tutta leviana del significato del testo tedesco.

Un esempio può aiutare a rendere l’idea. Tra le poesie di Heine, Levi tradusse anche la celebre Ein Fichtenbaum steht einsam (Sta un pino triste e solo) che ha come protagonista un abete rosso (è il peccio, albero tipicamente alpino e centroeuropeo) intento a sognare una palma. La versione di Levi si discosta molto dall’originale tedesco e anche dalla versione italiana più nota, quella di Amalia Vago (Heine 1962, 127). La differenza sta più che altro nell’interpretazione del settimo verso: «intristisce» per Vago, «sogna senza fine» per Levi. Il verbo usato da Heine è trauert (da trauern, «essere in lutto», «piangere»): l’errore è dunque di Levi, che quasi sicuramente scambia trauert per una ripetizione di träumt (da träumen, «sognare»). È possibile che il suo errore derivi da un refuso o, ipotesi ancora più semplice, dalla lettura errata di una propria trascrizione corretta, ma è anche ipotizzabile che alla base ci sia una scelta precisa, una forzatura deliberata. Oltre a questa stranezza, infatti, Levi ha lasciato non tradotti i due aggettivi einsam und schweigend – che Vago ha reso con «solinga e muta» – e ha ripetuto addirittura tre volte il verbo «sogna».

Non sappiamo quando Levi abbia tradotto la poesia dell’abete. Nel 1964 aveva composto una poesia sua, Approdo, liberamente ispirata a Felice l’uomo che ha raggiunto il porto (Im Hafen), un altro canto del Buch der Lieder di Heine. Il quarto verso di questa poesia di Levi darà il nome alla sua prima raccolta poetica, L’osteria di Brema (1975). Tra il 1964 e il 1977, Levi si occupò dei testi di Heine in modo saltuario ma costante. Nel 1976 e nel 1977, a distanza di un anno l’una dall’altra, escono su «La Stampa» due traduzioni leviane dal Buch der Lieder: il 31 luglio 1976, giorno del suo cinquantasettesimo compleanno, Levi firma una versione di Donna Clara, accompagnata da un breve commento sulla figura di Heine (Levi 2016, 756-58); il 18 giugno 1977, sempre su «Tuttolibri», all’interno di una pagina sul poeta tedesco curata da Lela Gatteschi e Italo Alighiero Chiusano, compare una traduzione di Die Nacht am Strande poi raccolta in Ad ora incerta con il titolo La notte sulla spiaggia (Levi 2016, 759-60).

Quella dell’abete e della palma potrebbe essere una buona immagine del rapporto fra Levi e i tedeschi, intesi come lettori, interlocutori, autori di classici e di libri decisivi: uno slancio conoscitivo illimitato che cerca di scavalcare un passato di lutto e sofferenza. Con i tedeschi, la comunicazione era avvenuta, stava avvenendo: un flusso in piena attività, non facile da incanalare, immateriale perché epistolare, ma presente e costante, un pungolo continuo (la «rupe rovente» della palma). Era uno slancio nato ad Auschwitz, in cui coesistevano vergogna e curiosità, comprensione e turbamento (l’abete del Nord nella versione di Levi non è avvolto in un «lenzuolo», ma giace sotto un «sudario»). Nei sogni dell’abete e della palma – a differenza che in quelli del Fichtenbaum e della Palme nelle intenzioni di Heine – si intravedono dunque reciprocità e implicito rispecchiamento. Tra il 1964 e il 1977, del resto, Levi continuava, come si è raccontato, nei suoi scambi con i tedeschi: attraverso lettere e letture, mediazioni editoriali e tentativi di traduzione. La palma-Levi continuava a sognare «senza fine» un abete del Nord.

Cronologia

Cronologia

1919

Nasce a Torino in corso Re Umberto I, dove abiterà per tutta la vita, il 31 luglio.

1933-41 Frequenta il liceo D’Azeglio a Torino e poi si iscrive alla facoltà di chimica. Sono gli anni in cui legge Thomas Mann e inizia a praticare il tedesco sui libri di chimica. Si laurea nel luglio 1941.

1941-1943 Trova prima un impiego semilegale in una cava di amianto a Lanzo, poi a Milano presso la Wander, una fabbrica svizzera di medicinali. A Milano, dove si trasferisce, frequenta un gruppo di amici torinesi antifascisti.

1943-45 Dopo l’armistizio, forma con altri una banda partigiana. Colti di sorpresa dai fascisti in Valle d’Aosta, vengono fatti prigionieri. Levi dichiara di essere ebreo ed è deportato ad Auschwitz, dove impara il tedesco del campo, un misto di tedesco da caserma, Lagerjargon, polacco e yiddisch. La conoscenza pregressa di un tedesco rudimentale, e le nozioni imparate sul manuale di chimica di Ludwig Gattermann, Die Praxis des organischen Chemikers, contribuiscono a salvargli la vita. Nell’ottobre 1945, dopo undici mesi di prigionia e nove mesi di viaggio, rientra a Torino.

1946 Trova lavoro presso la fabbrica di vernici Duco-Montecatini ad Avigliana, nei pressi di Torino. L’esperienza dura poco: si licenzia dopo circa un anno. Segue un’esperienza di lavoro autonomo con un amico. Si fidanza con Lucia Morpurgo. A dicembre accetta un posto di lavoro come chimico presso la Siva, fabbrica di vernici di Settimo Torinese, dove rimarrà fino al pensionamento.

1947 Esce la prima edizione di Se questo è un uomo, presso Da Silva, la casa editrice di Franco Antonicelli. A settembre 1947 si sposa con Lucia.

1954-1961 Levi si reca frequentemente in Germania per lavoro.

1958 Se questo è un uomo è ripubblicato da Einaudi in un’edizione rivista e accresciuta.

1959 Dopo la ripubblicazione di Se questo è un uomo per Einaudi, Levi riceve il contratto dall’editore tedesco Fischer per la traduzione in Germania ovest. Ne nasce un lungo e appassionato carteggio con il traduttore Heinz Riedt (ancora inedito) cui seguirà una lunga amicizia.

1961 Ist das ein Mensch? esce nelle librerie tedesche e Levi inizia a ricevere lettere di lettori tedeschi: ne nascono corrispondenze che si protrarranno per buona parte degli anni sessanta. Queste corrispondenze contribuiscono a indurre Levi a farsi mediatore presso diversi editori italiani, in particolare Einaudi, di opere di letteratura e storiografia tedesca.

1962 Esce in Germania l’antologia di testimonianze Auschwitz. Zeugnisse und Berichte, curata da Hermann Langbein, che contiene anche due capitoli di Se questo è un uomo. È l’inizio della corrispondenza e dell’amicizia con Langbein. Sarà proprio Levi a impegnarsi per trovare un editore italiano disposto a tradurre Menschen in Auschwitz (1972), libro capitale dello storico austriaco.

1963-65 Levi pensa all’idea di raccogliere in un libro i suoi carteggi tedeschi, ne fa menzione con la stampa e propone questi carteggi anche al sociologo Kurt Heinrich Wolff. Einaudi fa cadere il progetto e il libro non vedrà mai la luce.

1964-77 Levi traduce a intervalli irregolari poesie di Heinrich Heine, che confluiranno poi nella raccolta Ad ora incerta (1984).

1966 Inizia la corrispondenza con la bibliotecaria e pubblicista Hety Schmitt-Maass, che creerà intorno a sé e a Levi una vera e propria rete di scambi epistolari in cui coinvolgerà lo stesso Langbein, Jean Améry e Ferdinand Meyer, ex capolaboratorio della fabbrica chimica Buna, annessa al Lager di Auschwitz, nella quale Levi aveva lavorato durante l’inverno in cui era stato detenuto.

1974 Levi manda a Mursia il manoscritto di Menschen in Auschwitz di Hermann Langbein e iniziano le trattative per la pubblicazione.

1975 Va in pensione e lascia la Siva di Settimo Torinese.

1976 Esce per Adelphi la traduzione di Primo Levi de La notte dei girondini di Jacob Presser. L’originale è in olandese, ma Levi lo ha tradotto dal tedesco.

1978 Muore Jean Améry e Levi firma un suo necrologio per La Stampa. Levi inizia a prendere lezioni di tedesco al Goethe Institut di Torino sotto la guida del professor Hanns Dieter Engert.

1980 Levi propone a Einaudi la traduzione di Hand an sich legen, libro di Améry dedicato al suicidio in chiave esistenzialista. Einaudi lascia cadere.

1981 Esce La ricerca delle radici, antologia dei libri che hanno segnato il percorso di Levi scrittore e lettore. Fra quelli tedeschi figurano alcune pagine del manuale di chimica di Gattermann tradotte dallo stesso Levi, un passo dalle Storie di Giacobbe di Thomas Mann, Fuga di morte di Paul Celan, un brano di Menschen in Auschwitz (anche questo tradotto da Levi).

1983 Esce la traduzione di Levi del Processo di Kafka primo volume della collana einaudiana «Scrittori tradotti da scrittori».

1984 Con prefazione di Primo Levi esce da Mursia Uomini ad Auschwitz, la traduzione di Menschen in Auschwitz di Langbein condotta da Daniela Ambroset.

1986 Esce I sommersi e i salvati, libro dalla genesi ventennale, su cui hanno avuto un peso decisivo i carteggi tedeschi. Le fonti tedesche sono numerose e alcune di esse ancora poco note e frequentate in Italia, come Klemperer, Morgenstern, Döblin. Un intero capitolo è dedicato a Jean Améry.

1987 L’11 aprile Primo Levi si toglie la vita. Pochi mesi dopo Bollati Boringhieri pubblica la traduzione di Enrico Ganni del libro di Jean Améry su Auschwitz, Jenseits von Schuld und Sühne: Bewältigungsversuche eines Überwältigten, con il titolo Intellettuale ad Auschwitz, lo stesso che Levi aveva dato al capitolo dedicato a Jean Améry nei Sommersi e i salvati.

Bibliografia

Améry 1966: Jean Améry, Jenseits von Schuld und Sühne. Bewältigungsversuche eines Überwältigten, München, Szczesny,

Améry 1976: Jean Améry, Hand an sich legen, Klett, Stuttgard

Améry 1987: Jean Améry, Intellettuale ad Auschwitz, traduzione di Enrico Ganni, Torino, Bollati Boringhieri

Beutin 1999: Wolfgang Beutin, Die Revolution tritt in die Literatur. Beiträge zur Literatur- und Ideengeschichte von Thomas Müntzen bis Primo Levi (Nella letteratura entra la rivoluzione. Contributi alla storia della letteratura e delle idee), Frankfurt, Peter Lang, pp. 147-155

Cases 2013: Cesare Cases, Scegliendo e scartando, a cura di Michele Sisto, Aragno, Torino

De Waart 2014: Bert De Waart, Da De nacht der Girondjinen a La notte dei Girondini. Motivi, prototesti e strategie della traduzione leviana, in Spelman, Tonello, Gaiga 2014, pp. 199-224

Döblin 1931: Alfred Döblin, Berlin Alexanderplatz. Storia di Franz Biberkopf, trad. it. di Alberto Spaini, Milano, Modernissima, 1931 (ed. or. Berlin Alexanderplatz, 1929)

Fadini 1966: Edoardo Fadini, Primo Levi si sente scrittore dimezzato, in «l‘Unità» (4 gennaio)

Heine 1962: Heinrich Heine, Il libro dei canti, trad. it. di Amalia Vago, prefazione di Vittorio Santoli, Torino, Einaudi

Klemperer 1947: Victor Klemperer, LTI. Notizbuch eines Philologen, Berlin, Aufbau

Langbein 1972: Hermann Langbein, Menschen in Auschwitz, Wien, Europa Verlag

Langbein 1984: Hermann Langbein, Uomini ad Auschwitz, prefazione di Primo Levi, Milano, Mursia

Levi 2016: Primo Levi, Opere complete,a cura di Marco Belpoliti, 2 voll., Torino, Einaudi

Levi 2018: Primo Levi, vol. III, Conversazioni, interviste, dichiarazioni, a cura di Marco Belpoliti, indici a cura di Daniela Muraca e Domenico Scarpa, Torino, Einaudi

Luzzatto 2011: Sergio Luzzatto, Primo Levi su un «oceano dipinto», in «Domenica – Il Sole 24 ore», 19 giugno

Marelli 2014: Arianna Marelli, Primo Levi e la traduzione del Processo, ovvero il processo della traduzione, in Spelman, Tonello, Gaiga 2014, pp. 178-198

Mengoni 2020: Martina Mengoni, I sommersi e i salvati di Primo Levi. Storia di un libro (Francoforte 1959 – Torino 1986), Macerata, Quodlibet

Morgenstern 1966: Christian Morgenstern, Palmström [1910]; Canti grotteschi, trad. it. di Anselmo Turazza, Einaudi, Torino

Nathanson 2016: Patrick Nathanson, Brotherly love. Anna Maria Levi recalls growing up with writer and Auschwitz Survivor Primo Levi, in «Financial Times», 15 aprile

Scarpa 2011: Domenico Scarpa, Artigliato al petto da rime marinare, in «Domenica – Il Sole 24 ore», 19 giugno

Spelman, Tonello, Gaiga 2014: Ricercare le radici: Primo Levi lettore – lettori di Primo Levi. Nuovi studi su Primo Levi, a cura di Raniero Spelman, Elisabetta Tonello e Silvia Gaiga, Italianistica Ultraiectina 8, Utrecht, Igitur Publishing

Thomson 2002: Ian Thomson, Primo Levi, London, Hutchinson (trad. ital. Primo Levi. Una vita, di Eleonora Gallitelli, Torino, Utet, 2017)

Wolff 1955: Kurt Heinrich Wolff, German attempts at picturing Germans. Texts, Athens , Ohio University Press1955

Wolff, Roth 1954: Kurt Heinrich Wolff and Günther Roth, The American denazification of Germany: a historical survey and an appraisal, Athens, Ohio University Press