Editoria italiana e storiografia straniera nel secolo breve

LE IMPORTAZIONI NELLE COLLANE NOVECENTESCHE DI STORIA

di Gianfranco Petrillo

Gilbert Garcin, “Le maître du monde”

Avvertenza. Per i dati completi dei libri citati, in particolare per i nomi dei traduttori e delle traduttrici e per le edizioni originali, si rimanda agli elenchi delle traduzioni presenti in ciascuna collana, pubblicati a parte in questo stesso numero di «tradurre».

Premessa

Solo a conti fatti, solo cioè dopo aver esaminato la massa di dati bibliografici dei testi stranieri pubblicati in italiano nel Novecento e anagrafici dei loro autori raccolta da Didi Magnaldi e da me, si è reso chiaro che l’arco temporale che di fatto andava preso in considerazione corrispondeva in buona sostanza col “secolo breve” hobsbawmiano. Anche chi non è storicista vorrà ammettere che non si tratta di una coincidenza, benché non sia il caso di soffermarsi qui su tutte le sue implicazioni. Sta di fatto che prima della prima guerra mondiale nella editoria italiana non esisteva nessuna collana destinata espressamente alla storia, e contenente quindi nella propria denominazione un termine che lo specificasse, e che, dopo gli anni ottanta, della ventina e più che nel frattempo si erano create, ne sono rimaste tre o quattro, le più vigorose, ma con caratteristiche sempre meno definite.

Ovviamente, opere di storia (e intendiamo opere aggiornate, non i classici antichi e sette-ottocenteschi) se ne pubblicavano anche prima, ma senza essere inserite in una collana; oppure esse comparivano in collane spurie di editori dediti alla divulgazione come, per fare i nomi più importanti, Sonzogno, Bocca, Treves e segnatamente Utet, che nella sua «Nuova biblioteca popolare» aveva inserito una «Classe II. Storia», che pubblicò tuttavia solo pochissimi libri stranieri, coltivando per il resto esclusivamente le glorie italiche. Altrettanto fece la palermitana Sandron con la «Serie storica» della sua «Biblioteca rara».

Certo, qualche eccezione si può riscontrare. La più evidente è la «Biblioteca di storia economica, diretta da Vilfredo Pareto» che la Società editrice libraria di Milano pubblicò tra il 1903 e il 1912. Ma in realtà non si trattò di una collana ma di una sorta di ponderosa rivista senza periodicità fissa: ognuno dei sei volumi pubblicati raccoglieva più saggi di autori diversi (soprattutto tedeschi) su argomenti di storia greco-romana, in quanto si trattava della prima serie, quella di storia antica, delle previste tre: le altre due, di storia medievale e moderna, non uscirono mai. Non inganni il nome del direttore. Il grande sociologo ed economista, antimarxista e conservatore, prestò solo il nome e scrisse un interessante proemio al primo volume, accedendo inopinatamente a una richiesta dell’ideatore e vero direttore della iniziativa, che era l’antichista e allora, al contrario di Pareto, fiero militante socialista e marxista Ettore Ciccotti (1863-1939) (Treves 1981; Faucci 2018, 319).

Ma si trattò di un caso isolato, armato del bagaglio metodologico della storiografia economico-sociale di impianto positivista, proprio quando la ventata idealistica veniva spazzandola via, imponendo uno storicismo che era milizia ideologica prima che scientifica. Anche l’editoria, come tutta la vita culturale e politica, ne risentì. Gli aspetti di “militanza” ideologica che avevano già ispirato alcune case editrici ottocentesche, tra quelle impegnate nel movimento risorgimentale, dapprima, e quelle, poi, portatrici dello scientismo positivistico, dopo l’avanguardia vociana permearono da allora tutte le case editrici sorte negli anni venti e trenta, con una sola significativa eccezione: quella del pragmatico imprenditore Arnoldo Mondadori, che infatti a tutte le altre sopravvisse.

La storia dell’«editoria militante», come l’ha chiamata appunto Alberto Cadioli (1995), si esaurì anch’essa col “secolo breve”. Ovviamente Cadioli si riferiva all’editoria letteraria, mentre Gabriele Turi (2018, 86) parla più generalmente di «editoria di progetto», per comprendervi anche e soprattutto la saggistica, ma la definizione non coglie la dimensione dell’impegno ideologico che accompagna in particolar modo le collane storiografiche.

La “militanza” novecentesca si nutriva infatti soprattutto di storia. In Italia «la storia ha rappresentato tradizionalmente, almeno fino agli anni settanta, quando si conclude la parabola discendente dello storicismo, una componente essenziale della cultura civile degli intellettuali e l’asse di formazione della classe dirigente» (Turi 2018, 86). «La cultura storica – scrisse nel 1956 Franco Venturi nel Catalogo generale Einaudi – doveva restare una delle pietre angolari di tutta la cultura italiana».  È ovvio che dobbiamo riferirci qui all’editoria commerciale, escludendo le university press (che d’altronde di traduzioni ne pubblicano ben poche), perché se da una parte è vero che la pubblicazione di opere storiche fu inevitabilmente incentivata dalla istituzione di numerose cattedre universitarie di discipline storiche, l’«editoria militante» la faceva dipendere solo parzialmente dalle possibilità di “adozione” per i corsi universitari, in quanto contava soprattutto sul mercato costituito da quella “classe colta”, allora esistente, per la quale la curiosità per le vicende storiche appariva viatico all’orientamento e, chissà, all’azione nel presente.

Questa percezione della storia durò, a mio avviso, un po’ oltre «la parabola discendente dello storicismo», fino a pressoché tutti gli anni ottanta, in coincidenza appunto con l’esaurimento del “secolo breve” e, in Italia, con il declino della grande industria (ovvero, se si preferisce, della “fabbrica fordista”), il drastico ridimensionamento del lavoro manuale, il crollo (o, se si vuol essere realisti, la storica sconfitta) del movimento sindacale, la fine del sistema dei partiti, il trionfo del mercato: insomma la mutazione genetica della società, della politica e della cultura italiane verificatasi negli anni novanta. In quel tumultuoso e confuso frangente anche il settore industriale dell’editoria subì una radicale trasformazione, con chiusure, dismissioni, ridimensionamenti, un forte processo di concentrazione che portò diversi marchi storici a confluire all’interno di grandi gruppi, di cui i principali sono oggi Mondadori e Mauri Spagnol (Gems). Il risultato di questa sorta di terremoto fu la fine dell’editoria militante e la irriconoscibilità non solo ideologica ma anche culturale delle case editrici e delle collane.

Le opere storiche, talvolta anche di grande importanza, non vengono sempre pubblicate all’interno di collane specificamente dedicate alla storia. Talvolta i motivi non sono evidenti, come nel caso della Einaudi, che ha riservato e riserva spesso la pubblicazione di testi storiografici alla autorevole collana di «Saggi» e, dagli anni cinquanta in poi, alla «Piccola biblioteca» (Pbe) o addirittura a «Einaudi paperbacks». Un esempio importante perché invece molto chiaro è quello rappresentato nella «Pbe» da Il nazismo e lo sterminio degli ebrei, traduzione di Le bréviaire de la haine del francese di origine russa Léon Poliakov (1910-1977), il primo grande studio sulla sistematica persecuzione nazista contro gli ebrei, tema di tale scottante e universale interesse che lo incontreremo solo raramente all’interno dei recinti delle collane specializzate che passeremo in rassegna. La traduzione, condotta da Anna Maria Levi, fu pubblicata nel 1955, tre anni prima dell’edizione einaudiana del capolavoro di suo fratello Primo Se questo è un uomo.

Analogo il caso delle «Vie della civiltà»e dell’«Universale paperbacks» del Mulino. Più facile, come vedremo, il caso della Laterza, impegnata da un lato a sostenere l’ammiraglia «Biblioteca di cultura moderna» e dall’altro a raggiungere un più vasto pubblico con la «Biblioteca universale», ma poi anch’essa ricorrente a una collana economica, «Storia e società». E lampante quello della Mondadori, che, ben attenta a offrire di sé un’immagine il più possibile neutra ed ecumenica, lontana non solo dalla pedante accademia ma anche da qualsiasi connotativa “militanza”, non ha mai nemmeno varato una collana del genere (se si esclude una momentanea ospitalità postbellica alla «Biblioteca storica» dell’Ispi diretta da Chabod, che pubblicò in tutto otto titoli, tutti italiani – Turi 2018, 18). Mondadori ha offerto, e offre, le sue pur numerose, e talvolta importanti, opere storiografiche soprattutto nelle «Scie», la più antica collana italiana di saggi tuttora esistente, e, anch’essi dagli anni sessanta, tra gli «Oscar», intendendo appunto soddisfare una domanda di storia che proveniva da un pubblico più ampio di quello degli specialisti. Un caso del tutto a sé fu la pubblicazione – tra il 1978 e il il 1980 – dei Propilei, su cui ci soffermeremo a suo luogo.

Ma proprio perché di tutte quelle collane più generiche è programmaticamente impossibile definire un orientamento a un dipresso riconoscibile, in questa rassegna non se ne tiene conto. Ciò significa che questa rassegna non pretende di coprire l’intero panorama della ricezione della storiografia straniera in lingua italiana.

Il paziente lettore troverà di seguito diverse indicazioni di cifre, tendenti a misurare, da un lato, le proporzioni tra produzione totale di ciascuna collana e le opere di importazione, e, dall’altro, l’incidenza di ciascuna scuola storiografica nazionale all’interno di queste ultime.  È bene avvertire che questi conteggi vengon proposti a puro titolo orientativo e son da prendere con grande beneficio d’inventario, per più motivi. Si contano sulle dita di una mano le case editrici per le quali si possa ricorrere a un catalogo storico ben fatto. Per tutte le altre abbiamo dovuto ricostruire ciascuna collana ricorrendo al Sistema bibliotecario nazionale e al suo Opac, ottimo per molti aspetti (basta fare il confronto con altri Opac nazionali per esserne convinti), ma certo non infallibile. La impossibilità o difficoltà di accedere alle biblioteche a causa del covid 19 ha impedito di controllare molti casi dubbi direttamente sui volumi; inoltre, le opere in più volumi spesso si presentano in modo tale da rendere difficile la determinazione se si debba conteggiare un solo titolo o ciascun volume a sé. Abbiamo dovuto rinunciare anche a dar conto della diffusione di ciascun libro, in quanto le cifre delle tirature e delle vendite sono disponibili per un numero talmente esiguo di libri che ogni raffronto è improponibile.

Anche le appartenenze nazionali sono molto controvertibili, non solo nel caso più che evidente degli storici americani, in gran parte profughi dall’Europa centro-orientale in fuga dai regimi totalitari – e, ovviamente, quasi tutti ebrei – ma anche, per analoghi motivi, in diversi casi di cittadini britannici e francesi. Sicché anche quel mio precedente ricorso di comodo all’espressione «scuola storiografica nazionale» va bocciato dal punto di vista scientifico e richiederebbe invece un approfondimento di studio e di riflessione che esula e dal tema di questa rassegna e dalle mie capacità. Ne esula anche la discussione dell’influsso che l’importazione di opere straniere ha avuto e ha sul lavoro degli storici di casa. D’altronde il rapporto tra intellettuali e editori va rovesciato: semmai andrebbe più attentamente studiato quanto di ciò che è stato importato era ed è dovuto all’iniziativa dei nostri storici – pressoché tutti attenti a tenersi aggiornati sulla produzione nelle principali lingue straniere – rivolta a promuovere la sua conoscenza in lingua italiana tramite l’editoria. Questa indagine dovrebbe essere accompagnata anche da una riflessione sul rapporto esistente, all’interno di ciascuna collana, tra proposte “nostrane” e proposte “straniere”. Tutte cose per le quali le mie forze sono insufficienti.

Ma appunto la fornitura di una piattaforma iniziale di conoscenze per tale studio è uno degli scopi della presente rassegna. Che d’altronde spero possa contribuire anche a quella ricostruzione degli sviluppi della storiografia italiana del Novecento che, ormai ben avviata in numerosi studi, mi sembra però ancora attardata sui contrasti e le polemiche di casa nostra.

E qui si colloca un’altra avvertenza: seguendo una consuetudine diffusa, non vengono indicate qui, se non in rari casi, le fonti per le notizie anagrafiche sugli autori, ed eventualmente traduttori, citati. Tuttavia è opportuno, e mi è gradito, segnalare che, almeno per quanto riguarda questi dati, e talvolta non solo, il vituperato Wikipedia – che d’altronde si è recentemente guadagnato un cauto ma equo encomio perfino dall’autorevole «Economist» (2020) – si sta rivelando, nelle sue diverse edizioni nazionali, un repertorio molto utile; e confermare la grande utilità di quell’opera imponente, ormai giunta finalmente pressoché al termine, che è il Dizionario biografico degli italiani.

Tra le due guerre e oltre

1.

La prima collezione che possa definirsi storiografica nel senso illustrato sopra fu varata nel 1922 a Firenze presso l’editore Attilio Vallecchi (1880-1946), cattolico e nazionalista. Si chiamava semplicemente «Collana storica» ed era patrocinata da Giovanni Gentile (1875-1944), che godeva già di notevole prestigio, soprattutto in ambito nazionalista, per il suo recupero delle glorie filosofiche italiche e per la battaglia che veniva sostenendo per lo sviluppo della scuola pubblica. In quello stesso anno, all’indomani della marcia su Roma, fu chiamato a reggere il ministero della Pubblica istruzione nel primo governo Mussolini. Gentile, come vedremo, elargì la sua influenza anche ad altre case editrici, fino ad averne, nella Sansoni, una propria, ma di quella collana provvidero a occuparsi altri due intellettuali suoi discepoli e collaboratori: lo storico Gioacchino Volpe (1876-1971) e, per qualche anno, come vedremo, il pedagogista Ernesto Codignola (1885-1965).

La collana, che non aveva una connotazione scientifica sufficientemente definita ma si presentava ancora, per certi aspetti, come uno strumento di divulgazione quali erano le collane storiche popolari della Sonzogno e della Treves, ebbe vita florida fino al 1944, quando cessò in coincidenza con l’uccisione del filosofo fascista per mano partigiana. In ventidue anni vennero pubblicati 59 titoli, di cui 17 in traduzione, un numero, dati i tempi, tutt’altro che trascurabile. La leggenda nera secondo la quale il regime fascista impedì l’importazione di prodotti culturali stranieri è largamente infondata, almeno fino a guerra inoltrata, nel 1941. La sua censura si esercitava imparzialmente alla stessa stregua sulle opere straniere come su quelle italiane. Semmai il fascismo godeva – ed era la concreta espressione – di un clima generale di orgoglio patriottico, condiviso anche da chi, come Benedetto Croce e i crociani, si accorse a metà degli anni venti della temibilità delle ambizioni totalitarie mussoliniane. Di tale clima era frutto una diffusa ostilità alle opere straniere che non concorressero più o meno espressamente alla conoscenza, se non addirittura alla esaltazione, delle glorie patrie. Sulla corresponsabilità, almeno parziale, di Croce, e soprattutto dei suoi seguaci, nella determinazione di questo clima vi fu negli anni sessanta un dibattito molto utile (cfr. Coli 1983, 61-65). Da qui il numero molto ridotto di traduzioni, in specie di opere storiografiche, limitazione alla quale non era però estraneo il costo dei diritti, crescente nel tempo e talvolta esorbitante (Coli 1983, 66).

Centrale nella ricerca storica europea fin dagli ultimi decenni dell’Ottocento era il tema della nazione, delle sue origini, della sua affermazione statuale e dei suoi sviluppi. Ma in ciascuna patria esso aveva svolgimenti fortemente diversi: dalla Volksgeschichte tedesca, con «sangue e suolo» che avevano trovato nella potenza prussiana la loro incarnazione, alla identificazione Nation-République francese con il tronco nella Rivoluzione ma le radici molto più antiche, al «primato civile e morale» degli italiani, risalente a Roma, sviluppatosi nei secoli fino al Rinascimento e coronato dal Risorgimento e da Vittorio Veneto (Rossi 1987, VII). La storiografia italiana, così attenta al modello tedesco sul versante metodologico, era però più sensibile all’influsso francese dal punto di vista ideologico, per cui l’idea di nazionalità – come ha notato Stuart J. Woolf – era fondata non su caratteri permanenti, la lingua e la terra, come in Germania, ma su caratteri volontaristici (missione, dovere): la nazione era intesa come creazione consapevole dei cittadini. Da ciò proveniva allo studio della storia una caratteristica «strutturale», consistente nell’«uso cosciente della storia o come spiegazione o come incentivo di azioni e situazioni contemporanee» (Woolf 1965, citato in Coli 1987, 41). Questa caratteristica, che pervase tutto il “secolo breve” e di cui si impadronì la pubblicistica corrente, si incancrenì, in Italia più che altrove, in quello che è stato chiamato «uso pubblico della storia» (Gallerano 1995).

Agli inizi del nuovo secolo e ancora negli anni venti uno dei principali e più acuti interpreti italiani di questo tema fu proprio Gioacchino Volpe, che ebbe l’innegabile merito di cominciare a scavare nella storia medievale italiana alla ricerca di caratteri italiani prerinascimentali della modernità (Volpe 1922) per poi passare decisamente a cercare nei decenni più recenti le premesse del trionfo fascista.

È significativo che ben undici di quei titoli vallecchiani fossero traduzioni dal tedesco, a conferma dell’immagine, prevalente in Italia, della Germania come «maestra di metodo» in tutte le scienze, immagine riconosciuta apertamente da Volpe in campo storiografico (Cianferotti 2016, 33). L’esempio più sintomatico è offerto dal volume divulgativo sulla Rivoluzione francese di Georges Bourgin (1879-1958). Rimasto inedito in originale, era stato fornito dall’allora autorevole archivista e storico francese in manoscritto ai tedeschi, e appunto sull’edizione tedesca fu condotta la traduzione di Antonio Abbruzzese e Virgilio Procacci.

Proprio la reverenza verso lo storicismo tedesco e la conseguente scarsa attenzione prestata al coevo sviluppo della storiografia francese, concretizzatosi nella scuola delle «Annales», nonché alla tradizione empirica anglosassone attenta alla storia sociale non meno che a quella politica, ha attirato alla cultura storica italiana una non del tutto meritata accusa di provincialismo (Pertici 1999, 15). Ma significativa è anche l’ampiezza e varietà dei temi affrontati nella collana, che travalicarono gli angusti limiti della glorificazione del passato patrio, a cominciare dall’antica Roma (Cagnetta 1979; Gentile 1993), per accogliere, per esempio, grazie alle cure di Gino Luzzatto (1878-1974), un libro abbastanza recente e allora seminale come Il capitalismo moderno di Werner Sombart (1863-1941), uscito nel 1925, che conteneva elementi del rapporto tra sviluppo della mentalità capitalistica e protestantesimo. In questo senso ad esso va affiancato il compendio Riforma e Controriforma dell’austriaco Kurt Kaser (1870-1931), pubblicato nel 1928, alla vigilia del Concordato. Ma questo aspetto “weberiano” restava per gli studiosi italiani, tutti presi dalla questione nazionale, ancora in subordine rispetto all’attenzione dedicata dallo studioso tedesco ai Comuni medievali italiani (Sestan 1945, X). Dello stesso Sombart, da socialdemocratico divenuto poi fiancheggiatore del nazismo, nel 1941 venne pubblicato Il socialismo tedesco. Di fondamentale importanza furono anche, tra il 1942 e il 1944, in piena guerra, i due volumi dell’Idea della ragion di stato nella storia moderna di un maestro come Friedrich Meinecke (1862-1954), che costituiva un serio ripensamento critico della costruzione del Reich tedesco, la cui esaltazione passata da parte dello storicismo aveva contribuito a lastricare la strada al nazismo.

2.

Non stupisce che pressoché contemporaneamente sia nata la «Collezione storica» della barese Laterza, il cui titolare, Giovanni Laterza (1873-1943), si era affidato fin dal 1902 alla guida intellettuale di Benedetto Croce (1866-1952). Ma la collana stentò a decollare, in quanto c’era stato l’intoppo – di cui ignoriamo la causa – della mancata pubblicazione del primo volume, in programma fin dal 1919, che doveva essere la traduzione della Geschichte des europäischen Staatensystem von 1492-1559 (Coli 1983, 173: Storia del sistema degli stati europei) dello svizzero Eduard Fueter (1876-1928), di cui naturalmente interessava soprattutto l’attenzione alle tristi vicende della perdita delle libertà italiane. Non deve nemmeno stupire che tra il 1923 e il 1953, l’anno successivo alla morte di Croce, nella «Collezione» comparvero in tutto solo undici opere, di cui cinque straniere, tra le quali spiccano soltanto, fra il 1936 e il 1937, i tre volumi della Storia d’Europa di H.A.L. Fisher, nella traduzione di Ada Prospero (1902-1968), la vedova di Piero Gobetti (1901-1926), che il filosofo aveva preso sotto la sua ala e che aveva grandi qualità di traduttrice (Alessandrone Perona 2018). È un titolo che, facendo seguito all’unica traduzione (anonima) comparsa in precedenza nella collana, nel 1928, L’espansione dell’Inghilterra, un vecchio libro (1883) di John R. Seeley (1834-1895), è significativo solo dell’ammirazione per la potenza britannica e per le sue istituzioni liberali (di cui si risentì, alla seconda edizione, il censore fascista – Coli 1983, 181).

L’indirizzo storicistico di Croce, che pervadendo qualsiasi tema non lo induceva a pensare a un recinto editoriale specifico per la storia, e il fiuto commerciale di Laterza collusero a preferire, per la loro seminagione, il canale della «Biblioteca di cultura moderna», nella quale non a caso nel 1922 fu pubblicato un altro e più accattivante libro di Fueter, La storia del secolo XIX e la guerra mondiale, «rielaborazione» (rivelata già nel titolo) di Fausto Nicolini (1897-1965) della Weltgeschichte der letzten hundert Jahre, 1815-1920 (alla lettera, ben meno connotata, “Storia mondiale degli ultimi cento anni”). E nella «Biblioteca» – e non quindi nella «Collezione» – comparve nel 1932 la crociana Storia d’Europa nel secolo decimonono, fondamentale manifesto della «religione della libertà» in pieno trionfo del regime totalitario. La «Collezione» ospitò diversi volumi di studiosi italiani, ma ben poche opere straniere, a conferma della riluttanza alla importazione di idee che non fosse strumentale a tesi di ambito nazionale. Per le successive vicende di importazioni storiografiche approdate (Huizinga, Pirenne) e non (Rostovcev) alla «Biblioteca» fra contrasti tra Croce, Omodeo e De Ruggiero, si veda Coli 1983, 173 e 184-185.

3.

Fu invece la neonata casa editrice La Nuova Italia a lanciare, nel 1926, una collana storiografica pienamente consonante coi tempi. A fondarla a Venezia era stato due anni prima, insieme con la moglie Elda Bossi (1901-1996), Giuseppe Maranini (1902-1969), un giovane e già brillante giurista con forti interessi storiografici che giovanissimo aveva partecipato all’impresa dannunziana di Fiume, simpatizzò per il fascismo ma ebbe poi una lunga e luminosa carriera di docente universitario di diritto costituzionale e di opinionista, anche e soprattutto in epoca repubblicana, quando poté disporre degli editoriali del «Corriere della sera». Maranini era nipote di Ernesto Codignola, il pedagogista che era tra i principali collaboratori di Giovanni Gentile in materia scolastica e che abbiamo già visto ispiratore, con Gioacchino Volpe, della «Collana storica» di Vallecchi, per la quale Maranini aveva tradotto Il Risorgimento di Ludo Hartmann, uscito nel 1923. Il nome della casa evocava l’intento rivoluzionario del regime appena instaurato e che zio e nipote allora condividevano, ma ciò che più premeva al giovane era di imprimere alla casa editrice – assicurava Russo in una lettera a Gentile – «un indirizzo di severa cultura» (cit. in Alatri 1987, 204): che le due cose finissero con l’essere confliggenti, in quel momento nessuno di loro riusciva a immaginarlo. La collana «Storici antichi e moderni» della Nuova Italia poté esordire con L’eredità di Vittorio Alfieri, un libro del filosofo che, allineatosi disciplinatamente al regime e pronto a fornirgli una propria ideologia, giungeva allora al culmine del suo prestigio politico. La prima serie durò fino al 1933, quando La Nuova Italia, dopo un temporaneo spostamento a Perugia dove Maranini aveva ottenuto il suo primo insegnamento universitario, aveva ormai trasferito la sua sede a Firenze e Codignola ne aveva assunto definitivamente il controllo.

Non si può dire che in quel breve periodo Maranini e Codignola mostrassero scarso interesse per la storiografia straniera: in tutto, tra gli «Storici antichi e moderni», vennero pubblicati 18 titoli, di cui sei, un terzo quindi, in traduzione. E si trattava di opere molto significative, attinenti più alla storia delle idee che a quella politica e sociale. La prima fu L’analisi dell’uomo e l’ intuizione della natura del tedesco Wilhelm Dilthey (1833-1911), che colmava un vuoto e offriva un solido fondamento allo storicismo italiano (Marini 2002, 117), come già a quello tedesco. L’interesse gentiliano per Dilthey, che si esprimeva con quell’edizione, aveva quindi questa motivazione, ma trovava conforto nelle radici italiane del pensiero rinascimentale ricordate nel sottotitolo italiano, che suonava Dal Rinascimento al XVIII secolo, omettendo il secondo termine post quem, la Riforma protestante, presente nel titolo tedesco, Weltanschauung und Analyse des Menschen seit Renaissance und Reformation (letteralmente “Visione del mondo e analisi dell’uomo dal Rinascimento e dalla Riforma”). All’omissione mettevano abbondantemente rimedio i volumi tradotti comparsi subito dopo, tra il 1928 e il 1929, in concomitanza con le trattative culminate coi Patti lateranensi, ossia L’età della Controriforma di Eberhard Gothein (1853-1923), L’età della Riforma di Friedrich von Bezold (1848-1928) e soprattutto Il protestantesimo nella formazione del mondo moderno di Ernst Troeltsch (1865-1923). Con il recupero di questi vecchi libri e opuscoli tedeschi si affrontava uno dei temi più dibattuti negli anni venti, nell’ambito della questione più generale in cui erano impegnati storici e politici circa la formazione dello stato nazionale: quanto avevano inciso la repressione delle istanze cinquecentesche di riforma religiosa ed ecclesiale e il trionfo della Controriforma in Italia? Il dibattito era alimentato dagli studi di storia del cristianesimo e della Chiesa innescati a inizio secolo dalla questione modernista, in cui erano impegnati studiosi come Ernesto Buonaiuti, Luigi Salvatorelli, Adolfo Omodeo e altri, tra i quali non va dimenticato lo stesso Gioacchino Volpe, pioniere delle ricerche sulle eresie in terra italiana.

La conferma di questo orientamento “militante” veniva dai due titoli successivi, usciti entrambi nel 1930: Cosmopolitismo e stato nazionale. Studi sulla genesi dello stato nazionale tedesco di Friedrich Meinecke, il massimo rappresentante dello storicismo tedesco, che con quel libro motivava la fondamentale avversione dei ceti dirigenti tedeschi verso la democrazia e l’eccezionalità (il Sonderweg) della politica bismarckiana; e La formazione dell’unità italiana del già menzionato francese Georges Bourgin, con prefazione del politologo Roberto Michels (1876-1936).

Con il 1933 la collana, in seguito al trasferimento della proprietà a Codignola, fu interrotta e, a parte tre titoli usciti tra il 1944 e il 1946, non avrebbe ripreso fino al 1951. Come si vede, su sei traduzioni, ben cinque erano dal tedesco, patente dimostrazione del ruolo guida che quella storiografia – anche nei suoi dibattiti interni – svolgeva nei confronti della cultura storica, e non solo, italiana, nonostante la secolare inimicizia suggellata nella guerra recente. Tuttavia, il vuoto creato da quella interruzione era colmato da un’altra importante collana della casa editrice, «Il pensiero storico». Qui, nel 1935, nella traduzione di Delio Cantimori (1904-1966) e con sua prefazione, apparve in due volumi lo studio dell’americano Frederic Church su I riformatori italiani. Un po’ misteriosamente la collana ospitava anche altre opere storiche in senso stretto, che avrebbero dovuto comparire più appropriatamente in quella dedicata agli «Storici», come la fondamentale Storia economica e sociale dell’Impero romano del russo emigrato in America Mihail Ivanovič Rostovcev (1870-1955), che nel 1933, «in pieno fascismo […] contribuiva a mantenere il senso per quel che sia competenza» (Momigliano 1950, 104), e, l’anno prima, la Storia del sistema degli stati europei dal 1492 al 1559 di Fueter (1876-1928), entrambi – come s’è visto – mancate pubblicazioni di Laterza.

«Questi ultimi anni – notava nel 1929 un giovanissimo Carlo Morandi (1904-1950), futuro maestro di Ernesto Ragionieri, Elio Conti, Giuliano Procacci, Giampiero Carocci, Armando Saitta (Pertici 1999, 24) – segnano un risveglio negli studi sul periodo del Rinascimento e della Riforma» (Morandi 1980, 99). In quegli anni venti «dilagò anche da noi – ricordò anni dopo Cantimori (1971, 71) – la discussione sul “capitalismo” e l’“etica protestante”». Che la mancata, o meglio impedita, affermazione della Riforma, nonché la presenza della sede papale fossero all’origine di tutti i mali dell’Italia, compreso il fascismo, era – come è noto – tema caro agli antifascisti laici, a cominciare da Piero Gobetti (che nel 1925 aveva anche pubblicato in proposito l’importante libro di Giuseppe Gangale Rivoluzione protestante), Mario Missiroli, Giovanni Ansaldo (prima della conversione al fascismo) e Luigi Salvatorelli. E Benedetto Croce, il quale si impegnò in un dibattito col giovane Cantimori, riversatosi anche tra i fuorusciti, per difendere la portata “liberale” di Calvino contro il radicalismo dei sociniani (Valente 2010, 104; Terracciano 2016, 188-9). Solo più tardi, nel 1941, La Nuova Italia volle pubblicare l’importante lavoro dell’autorevole Ernst Troeltsch sulle Dottrine sociali delle chiese e dei gruppi cristiani, ma la guerra in corso la costrinse a fermarsi al primo volume, sul Medioevo; il secondo, sull’età moderna e la Riforma, comparve solo nel 1960, troppo tardi perché potesse influire in qualche modo su quel dibattito ormai lontano.

4.

In quel clima di attenzione controversa ai rapporti fra Stato e Chiesa e all’incidenza del cattolicesimo e del papato nella formazione della nazione italiana, che accompagnò e seguì i negoziati fra l’Italia e il Vaticano sfociati nel Concordato, si inserì l’interessante iniziativa protestante della Doxa, una casa editrice romana fondata appunto da Giuseppe Gangale (1898-1978) alla quale, a mio avviso, non si è finora prestata dai non appartenenti a quelle confessioni l’attenzione che, nonostante la brevità dell’esistenza (1927-1934), merita e che neppure in questa sede potremo dedicarle. Possiamo solo rimandare per ora ai lavori di Giorgio Spini (1916-2006) sui quali ha richiamato l’attenzione Gian Paolo Romagnani (2009, 222).

La collana ammiraglia della Doxa fu la «Collezione di storia, religione e filosofia», chiusa nel 1931, quando ormai il Concordato era un fatto compiuto e irrimediabile. Sui 27 titoli pubblicati, otto sono ascrivibili all’ambito storiografico ma solo due di essi erano stranieri: entrambi, significativamente, di Troeltsch. Il primo, nel 1930, fu la biografia di Agostino (L’antichità cristiana e il Medioevo), ma più importante fu, l’anno seguente, il secondo, Sociologia delle sette e della mistica protestante (tradotto da Carlo Antoni, fedele discepolo di Croce), che ben coadiuvava lo sforzo compiuto da una parte importante della storiografia italiana, a cominciare da Gioacchino Volpe, di dare spessore di concretezza alla conoscenza di un versante della storia nazionale, quello della devianza religiosa ed ecclesiologica, fino allora volutamente ignorato e di cui ora, nella temperie del rapporto privilegiato stabilito fra Stato e Chiesa cattolica, agli occhi dei protestanti riprendeva vigore la necessità.

5.

Ma nel frattempo, nella cerchia gentiliana e dintorni (tra la Scuola Normale di Pisa e l’Università di Firenze), l’attenzione al tema si era fatta meno contingente, più profonda. Dal 1934 la fiorentina Sansoni, casa editrice blasonata entrata anch’essa nell’orbita multiforme delle iniziative di Giovanni Gentile, il quale nel 1932 ne aveva assunto il pieno controllo, aveva avviato una «Biblioteca storica» più strettamente accademica. La nuova collana si fregiava, probabilmente su ispirazione di Gioacchino Volpe, di diversi titoli dedicati al tema della religiosità deviante nell’Italia preumanistica, umanistica e rinascimentale, tra i quali due importanti testi stranieri. Uno, nel 1935, era Riforma, Rinascimento, Umanesimo. Due dissertazioni sui fondamenti della cultura e dell’arte della parola moderne, del tedesco Konrad Burdach (1859-1936); l’altro era uno studio, del grande studioso americano del protestantesimo Roland Bainton (1894-1984), che illustrava la figura di Bernardino Ochino esule e riformatore senese del Cinquecento, 1487-1563, pubblicato nel 1940. Nel primo caso si trattava di una traduzione di Delio Cantimori, il quale con essa e con quella contemporanea del libro di Church per Vallecchi poneva le premesse del lavoro che compì poi per il riconoscimento delle radici autoctone, affondate nell’Umanesimo, del pensiero degli Eretici italiani del Cinquecento. Sarebbe interessante riuscire a ricostruire l’iter editoriale del libro di Bainton, in quanto probabilmente a ottenere il testo, inedito in America, direttamente dall’autore era stato proprio il traduttore, il prolifico triestino Elio Gianturco (1900-1987), che nel 1926 aveva fornito a Gobetti editore un’Antologia della lirica tedesca contemporanea (la sua vera competenza era infatti in campo germanico) e aveva poi preferito l’aria più libera dell’America, dove si era trasferito.

Non nella collana di «Studi» ma in una meno connotata, «La Meridiana», Sansoni pubblicò nel 1943 il Sommario di istorica del prussiano Gustav Droysen (1808-1884), risalente nella prima edizione originale al 1867, celebrazione della storia come storia del potere, quasi a suggellare, alla svolta della guerra che avrebbe sepolto il prussianesimo, un’intera epoca. Anche questa traduzione era di Delio Cantimori, che in tal modo rendeva però accessibile agli studiosi italiani un libro che era anche una delle riflessioni più acute sul problema della conoscenza storica che si fossero prodotte fin lì (cfr. Guerra 2017).

6.

Ma premeva intanto un altro tema, quello del collettivismo in economia, a sostegno del tentativo fascista di trovare nel corporativismo una mediazione nazionale tra capitalismo e socialismo che impedisse la lotta di classe, il fantasma rosso che aveva infiammato l’Italia del dopoguerra e che aveva contribuito, per reazione, a fornire una base di massa piccolo borghese al movimento mussoliniano. Questo era il problema – divenuto pressante con la crisi economica mondiale davanti al concomitante esempio della pianificazione sovietica – che spinse alla creazione, nello stesso 1929, della collana di «Studi storici, economici e giuridici» presso la stessa Sansoni. Alle spalle della collana stava la rivista «Nuovi studi di diritto, economia e politica», fondata nel 1927 e diretta da Ugo Spirito (1896-1979) e Arnaldo Volpicelli (1892-1968), discepoli di Gentile e vessilliferi del cosiddetto “fascismo di sinistra”. La collana ebbe vita precaria, con appena tre titoli pubblicati tra il 1929 e il 1940. Ma erano tutte traduzioni e si trattava di opere significative: la Vita di Karl Marx (1929) del socialdemocratico tedesco Karl Vorländer (1860-1928); i due volumi della Storia del movimento operaio (1936-1939) del socialista francese Edouard Dolléans (1877-1954); e L’economia collettivista (1940) del francese Albert Mossé (1906-1973). Gli storici dell’entourage di Gentile e di Volpe guardavano attivamente all’Europa e il filosofo-editore creò nel 1937 – proprio al culmine dell’ubriacatura nazionalista del regime – una collana chiamata «La civiltà europea» che doveva offrire la storia di ciascuna nazione, ma di soli autori italiani (Angelini 2012, 94-105 e 137).

7.

Nell’importazione di opere straniere, spesso vecchie di decenni, prevalevano quindi, tra le due guerre, interessi squisitamente ideologici e contingenti, che si manifestavano nella preferenza per la storia delle idee e per la storia delle glorie patrie. Una netta rottura con questa tendenza fu quindi la collana «Storica» della milanese Corticelli, dalla breve ma intensa vita: nove titoli in quattro anni (1932-1935), di cui ben sei erano traduzioni, «opere di facile diffusione» (Morandi 1969, 460: «da escludersi – aggiungeva l’aspirante editore – quindi quelle del genere collez.[ione] Pareto Ciccotti»). A una Storia della Germania di Hermann Pinnow (1884-1973), quanto mai tempestiva alla vigilia della presa del potere nazista, faceva seguito lo Schizzo storico sulle Origini ed evoluzione del capitalismo moderno del francese Henri Sée (1864-1936), animatore in patria della Ligue des droits de l’homme. Quindi un’opera di impianto, se non proprio marxista, certo “robespierriano”, molto controversa in Francia e destinata, dopo la guerra, a suscitare dibattito anche in Italia: i tre volumi della Rivoluzione francese di Albert Mathiez (1874-1932), di cui Croce aveva sconsigliato nel 1929 il secondo volume, La réaction thermidorienne, a Laterza (Croce, Laterza 2006, 568). Un’impronta analoga aveva la Storia economica dell’Europa occidentale, 1730-1930 dell’inglese Arthur Birnie (1900-1962), mentre la Storia moderna della Russia, 1878-1918, scritta in tedesco dallo svedese Alfred Hedenström (1869-1927), forniva finalmente qualche ragguaglio sulla realtà contro la quale erano insorti nel 1905 e nel 1917 gli operai di Pietroburgo. Niente storia delle idee, priorità ai fatti, soprattutto a quelli di carattere strutturale, economico, ma non attardato positivismo: questa la linea palese. Il vero editore, in quei pochi anni socio di Alberto Corticelli, era Rodolfo Morandi (1902-1955: nessuna parentela con Carlo), un giovane antifascista, da poco approdato allo studio del marxismo, che aveva recentemente pubblicato da Laterza, benignamente accolta da Benedetto Croce, la prima Storia della grande industria in Italia, che, pur con inevitabili difetti, sarebbe comunque rimasta a lungo anche l’unico lavoro storiografico dedicato all’industria italiana. Morandi, allora alla ricerca di una via concreta di lotta al fascismo, conobbe poi la galera, fu attivo nella Resistenza e quindi prestigioso dirigente del partito socialista italiano (Agosti 1971). In questa sede non ci si può soffermare su tutti i traduttori dei volumi di cui si parla. Ma è necessario segnalare la specificità dei collaboratori di Morandi in fatto di «traduzioni ineccepibili, curate da una cerchia d’amici» (citato in Carotti 2000, 22), rimandando in proposito all’articolo in cui Carlo Carotti (LINK), in questo stesso numero di «tradurre», si occupa più approfonditamente di questa collana.

8.

La più gloriosa fra tutte le collane storiche italiane, la «Biblioteca di cultura storica» Einaudi, nacque nel 1935, «progettata e diretta da Leone Ginzburg [che proprio in quell’anno faceva la sua prima conoscenza con la galera fascista] fin dalle origini della casa editrice» (Le edizioni Einaudi 2013, 1210), e dura tuttora. Entro il 1990 vi sono stati pubblicati 186 titoli, di cui 112 traduzioni. Ma il rapporto tra titoli nostrani e stranieri ha subito variazioni nel tempo, parallele a quelle verificatesi nella produzione editoriale complessiva italiana. Nonostante tutti gli sforzi fatti per continuare a pubblicare, la guerra impose alla collana una pausa tra il 1942 e il 1945. Fino ad allora la «Biblioteca» pubblicò 17 volumi, di cui 9, quindi la maggioranza, erano traduzioni. A questa eccezionalità rispetto alle collane che abbiamo esaminate fin qui – se si prescinde dal caso straordinario della «Storica» morandiana – si aggiunge che due soli titoli, tra questi, erano di lingua originaria tedesca. Uno, la biografia di Richelieu, era di Carl Burchardt (1891-1974), un diplomatico svizzero da con confondere con il più celebre ottocentesco Jacob Burkhardt (1818-1897). Più importante l’altro autore, Werner Jaeger (1888-1961), di cui fu pubblicata la biografia di Demostene. Ma la traduzione di Paideia, l’opera principale di questo grande grecista tedesco costretto nel 1936 a emigrare negli Stati Uniti in quanto sua moglie era ebrea, era già stata pubblicata nello stesso 1936 da La Nuova Italia nella collana «Il pensiero storico».

Apparentemente, la prevalenza di autori di lingua francese e inglese, fra le opere storiografiche importate da Einaudi in quella prima fase, farebbe pensare, a quanti fossero influenzati dal peso che la casa editrice ebbe nella formazione culturale degli italiani nei decenni successivi, a una consapevole rottura della consolidata reverenza verso la grande scuola tedesca. In realtà nell’insieme di quei primi 17 titoli non traspare nessuna particolare ambizione. La collana non sembra discostarsi granché dalla tradizione divulgativa della grande editoria preindustriale dei Treves e dei Sonzogno: titoli come Sommario della storia d’Italia, con cui la collana fu aperta, e Profilo della storia d’Europa, entrambi del liberale Luigi Salvatorelli (1886-1974), dicono della volontà di far uscire gli intellettuali antifascisti dal silenzio a cui erano costretti, ma non indicano certo un indirizzo di ricerca nuovo: impressione confermata dal Talleyrand dell’inglese Alfred Duff Cooper (1890-1954), da La Rivoluzione francese e l’Impero napoleonico del pressoché ignoto francese Louis Villat (1878-1949), al quale il traduttore Paolo Serini dovette fare le pulci (Mangoni 1999, 33), dall’Alessandro il Grande del francese Georges Radet (1859-1941) e anche dalla fortunatissima Storia della Rivoluzione russa dell’americano William Henry Chamberlin (1897-1969) e dalla allora sopravvalutata Storia dell’Inghilterra nel secolo XIX del celebre George Macaulay Trevelyan (1876-1962). Il titolo più dirompente potrebbe essere Le origini del Cristianesimo di Alfred Loisy (1857-1940), uscito nel 1942 in italiano, ma si trattava di fatto di un’opera risalente in originale al 1933 e tardiva rispetto all’infocato dibattito sul modernismo, ormai sopito da tempo. Più significativa La formazione dell’unità europea dal secolo V all’XI, di Christopher Dawson (1889-1870), che, uscita nel 1939 nella traduzione di Cesare Pavese, celebrava le radici cristiane – antislave e sotterraneamente antisemite – della civiltà europea.

Resistenza e dopoguerra

9.

Al momento della liberazione di Roma, nel giugno del 1944, era pronto il progetto di catalogo ragionato di una casa editrice denominata Nuova Biblioteca, messa in programma nella clandestinità da quello che da partito comunista d’Italia, sezione del Comintern, era divenuto nel frattempo, sciolto il Comintern, partito comunista italiano. Delio Cantimori, che fin dal 1939 si era convertito a questa nuova fede, ne aveva approntato l’elenco di titoli previsti per una collana chiamata «Pensiero sociale moderno», motivandolo con la necessità di ristabilire il «contatto col moderno pensiero storiografico, politico, sociale, economico, al quale la nostra cultura è rimasta estranea per tanto tempo». Erano previste quattro serie: una di storia del movimento operaio; una che avrebbe pubblicato «tutto ciò che è confluito nel materialismo storico»; la terza le opere di Marx, Engels, Lenin e Stalin; e la quarta gli studi su costoro (Mangoni 2015, 147 e 151). Benché redatto da uno storico, questo programma fortemente militante e ideologico non sente né di storicismo né di particolare attenzione alla storiografia, né nostrana né straniera. Il progetto non decollò mai.

10.

La guerra civile e la tragica morte di Gentile imposero un’interruzione alle pubblicazioni Sansoni, di cui era succeduto alla guida il figlio del filosofo, Federico (1904-1996). Ma la collana era già compromessa a causa dell’abbandono, in quei drammatici mesi, da parte del suo direttore Federico Chabod (1901-1960), ormai approdato all’antifascismo militante mentre Gentile continuava a aderire al fascismo anche nella nuova veste della Repubblica sociale italiana di Mussolini (Angelini 2012, 39).

Col nome ridotto a «Studi storici e politici», la collana riprese nel 1945, alla fine della guerra, sotto l’etichetta Leonardo di Roma, che affiancò la Sansoni in quel difficile tornante della sua sopravvivenza e si confuse con essa ancora per tre anni, pubblicando in tutto dodici libri, di cui sei importati. Questa minicollana fu aperta da un libro fondamentale a fini storiografici e per questo motivo unico testo sociologico che la «censura idealistica» salvasse (Rossi 2002, 6): L’etica protestante e lo spirito del capitalismo di Max Weber (1864-1920). Si trattava in realtà della versione in volume della traduzione che Piero Burresi aveva preparato per la Doxa e che nel 1926, in difficoltà quest’ultima, su proposta di Pietro Egidi, direttore della «Rivista storica italiana», sarebbe dovuta uscire da Laterza (Croce, Laterza 2006, 304-306 e 335-338; Coli 1983, 84), ma infine era stata pubblicata da Spirito e Volpicelli nella loro rivista nel 1931 (Sestan 1945, VIII nota). Quella traduzione di un testo che risaliva addirittura al 1904-5 era quindi a sua volta molto precedente alla pubblicazione presso Leonardo, in quanto Burresi era morto, suicida, il 4 gennaio del 1927. Si trattava di un reduce di guerra che il tedesco aveva imparato durante la prigionia e che era stato poi vicino a Piero Gobetti, e quindi antifascista: una sua Raccolta di scritti postuma fu pubblicata a cura di un giovanissimo Giansiro Ferrata (1907-1986) per le edizioni fiorentine di Solaria nel 1928. D’altronde di Max Weber aveva parlato per primo in Italia Giovanni Ansaldo proprio su «Rivoluzione liberale» nel 1922 (Demofonti 2003, 226 nota), nell’ambito di quella recriminazione su Riforma (repressa) e Controriforma come freno allo sviluppo nazionale di cui s’è detto.

11.

 

È significativo che in quello stesso 1945 in cui Leonardo pubblicava l’Etica weberiana anche la generalista Rizzoli, come unico titolo di una serie denominata «Biblioteca storica» della sua collana «La buona società», facesse uscire un libro in argomento, Nascita e religione del capitalismo, traduzione – «assai scorretta», a cominciare dal titolo, sentenziò giustamente Cantimori (ora in Cantimori 1971, 88) – di Religion and the Rise of Capitalism dell’inglese Richard H. Tawney (188o-1962).

 

12.

Il clima effervescente in cui si mosse l’editoria dopo la Liberazione è ben rappresentato dalla operazione compiuta dallo spregiudicato e geniale giornalista e editore Leo Longanesi (1905-1957) pubblicando nel 1946 Dieci giorni che fecero tremare il mondo, la traduzione – opera di Orsola Nemi – della cronaca scritta dal giornalista americano John Reed (1887-1920), testimone oculare e simpatetico della rivoluzione bolscevica dell’ottobre 1917, in una «Biblioteca storica» di cui questo fu il primo e ultimo titolo. Non si trattava della prima traduzione italiana in assoluto, come probabilmente credeva l’arrembante editore e come avrà pensato gran parte dei suoi lettori, in quel frangente avidi di miti rivoluzionari. Era stata preceduta da quella, rigorosamente anonima, pubblicata a Parigi nel 1930 dal Centro estero del partito comunista d’Italia presso le proprie Edizioni italiane di cultura sociale con titolo lievemente diverso e di cui erano giunte clandestinamente in Italia varie copie. Quella traduzione “di partito” fu in seguito ripubblicata più volte e da diverse case editrici, a cominciare dalla edizione voluta da Elio Vittorini come primo titolo, nel 1946, della collana «Politecnico. Biblioteca» presso Einaudi.

Ma, mentre lasciava abortire quella collana, Longanesi ne aprì un’altra, di attualità, chiamata «Il mondo nuovo», in cui nel 1948 comparve un testo che in America aveva un certo peso, nel momento in cui, dopo due guerre mondiali, gli Stati Uniti si assumevano definitivamente il compito di guidare tutto l’insieme dei paesi più avanzati: Storia delle responsabilità. La politica estera degli Stati Uniti, di Charles A. Beard (1874-1948), uno storico che in America aveva suscitato grandi clamori e contestazioni quando, nel 1913, aveva sostenuto una sua Economic Interpretation of the Constitution of the United States, travolta poi definitivamente in epoca di guerra fredda dalla condanna generalizzata di ogni tesi che odorasse di marxismo. Beard aveva anche scritto, in collaborazione con la moglie Mary Ritter (1876-1958), una Basic History of the United States, un manualetto uscito nel 1944, di cui la traduzione, pubblicata nel 1951 da Cappelli col titolo Storia degli Stati Uniti d’America, incontrò una discreta fortuna. Queste iniziative estemporanee erano l’indice di una svolta importante indotta dalle vicende recenti negli interessi dei lettori: dalla curiosità verso il passato nazionale alla contemporaneità del mondo sconvolto da una guerra immane e dai suoi strascichi.

13.

In realtà la guerra e la Resistenza non riuscirono però a rappresentare subito una vera e propria cesura, in campo storiografico. Si cercavano sì nuovi contenuti, si rivedeva sì in chiave democratica il Risorgimento, si cercava sì, per risentito «compito di pedagogia civile [di] costruire – attraverso la storiografia – una nuova identità italiana» (Romagnani 2009, 220) contrapposta a quella voluta dal fascismo; ma il perdurare dell’impronta idealistica si avvertiva anche nelle accuse di “erudizione” lanciate contro la rivista «Movimento operaio» di Gianni Bosio nell’appassionato dibattito scatenato nei primi anni cinquanta all’interno del partito comunista e tra comunisti e socialisti (Zazzara 2011, 99-108).

Abbiamo già anticipato che la Sansoni ricorse, per proseguire l’attività dopo l’uccisione del suo timoniere Giovanni Gentile e la liberazione di Firenze nel 1944, all’etichetta sussidiaria Leonardo e che sotto di essa, diretta dal figlio di Gentile Federico, comparve nel 1945 la traduzione di Piero Burresi di Die protestantische Ethik und der Geist des Kapitalismus di Weber. In un primo tempo, in quella collana la contemporaneità si impose: oltre alla ripresa di vecchi titoli circondati ora di nuova aureola democratica come il Dolléans e di nuovi di per sé aureolati come Bolscevismo e capitalismo di Giuseppe [sic] Stalin, la Leonardo vi pubblicò entro il 1947 tre libri significativi del comunista dissidente tedesco Arthur Rosenberg (1889-1943 in esilio a New York) – Storia del bolscevismo da Marx ai nostri giorni (già pubblicato dalla stessa Sansoni nel 1933), Storia della repubblica tedesca e Le origini della repubblica tedesca. L’incertezza nel tentativo di catturare l’aria spirante in quegli anni turbinosi e di drastici mutamenti di fronte è testimoniata dal contrasto fra uno dei primi titoli, quella scelta di scritti di Stalin, e uno degli ultimi, Dalla santa Russia all’Urss (1949), una lucida testimonianza critica dello stalinismo che risaliva al 1938, opera del sociologo francese Georges Friedmann (1902-1977), il quale non pertanto era e restava un militante comunista.

Mentre con le «Piccole storie illustrate», avviate nel 1949, la Sansoni compiva una meritoria opera di divulgazione manualistica, la sua produzione storiografica proseguiva, più correttamente e con chiara destinazione specialistica, in una «nuova serie» della già citata «Biblioteca storica», inaugurata nel 1939 da Cantimori, cui aveva fatto seguito nel 1940, oltre all’Autunno del Medio Evo dell’olandese Johan Huizinga (1872-1945), un altro libro chiave della ricerca metodologica di quegli anni, Dallo storicismo alla sociologia di Carlo Antoni (1896-1959), che teneva in gran conto la ricerca tedesca. In questa sua nuova serie, interrotta tra il 1940 e il 1945, la collana pubblicò entro il 1956, quando si interruppe di nuovo, in tutto 29 titoli, di cui solo cinque in traduzione (oltre allo Huizinga). Si trattava di opere di peso, recuperi, probabilmente già progettati prima della guerra, di una storiografia straniera, soprattutto di area germanica, che, benché tematicamente ancora lontana dalla contemporaneità e senza imporre cesure all’impostazione della collana, appariva utile al ripensamento indotto dalle ultime vicende. L’idea di nazione dal Rousseau al Ranke di Otto Vossler (1902-1982, figlio di Karl, l’italianista grande amico di Croce), uscito nel 1947, sarebbe stato propedeutico all’illuminante libro postumo in cui nel 1961 Armando Saitta ed Ernesto Sestan raccolsero per Laterza le coraggiose lezioni antitedesche che sul quel tema Federico Chabod aveva tenuto nella Milano occupata nel 1943-1944. Qualche motivo di riflessione e di aggiornamento offrivano anche Le origini dello storicismo di Friedrich Meinecke. Completavano il panorama la Storia della civiltà greca dello svizzero Jacob Burckhardt, risalente alla fine del secolo precedente; la Storia economica del Medioevo e dell’epoca moderna, del russo emigrato in Germania dopo la rivoluzione Iosif Mihajlovič Kulišer (1878-1933); e la classica Storia d’Europa dalle invasioni al XVI secolo del belga Henri Pirenne (1862-1935), che Rodolfo Morandi in carcere avrebbe voluto tradurre per Laterza fin dal 1939 (Croce, Laterza 2009, 934).

14.

La continuità ideologica crociana rispetto al passato è ben esemplificata dalla pubblicazione nel 1948 di Senso storico e significato della storia del maestro di storicismo tedesco Meinecke, a cura di Maria Teresa Mandalari e con appendice di Benedetto Croce, presso le napoletane Edizioni scientifiche italiane, in quella «Biblioteca storica» dell’Istituto di studi di politica internazionale diretta in precedenza da Adolfo Omodeo (1889-1944) e poi, finché visse, da Chabod, e durata, senza altre incursioni all’estero, dal 1945 al 1965, passando per qualche anno, come s’è visto in Premessa, anche sotto il marchio della Mondadori.

15.

Neanche la ripresa postbellica della «Biblioteca di cultura storica» einaudiana rivela qualche novità. Nel 1945 fu pubblicato il primo titolo. Era palesemente un residuo di progetti precedenti lasciati forzatamente in sospeso (AE Agosti) che risentivano dell’antiaccademismo del direttore editoriale di fatto Cesare Pavese (1908-1950). Ancora all’insegna della divulgazione imperniata sulle grandi biografie un po’ romanzate, si trattava della vita di Federico Barbarossa scritta dal tedesco Rudolph Wahl (1894-1961). L’opera quindi aveva al centro un personaggio che nella tradizione italiana non solo impersonava la secolare pretesa di dominare l’Italia da parte dei tedeschi, che ne erano stati appena cacciati, ma che aveva anche dato il nome all’operazione militare nazista dell’invasione dell’Urss, il “paese del socialismo” allora amato dalla maggior parte degli antifascisti italiani militanti. Appare paradossale che a tradurlo fosse, proprio in quei mesi, Giorgio Agosti (1910-1992), uno dei capi della Resistenza piemontese non comunista.

In tutta sincerità è difficile riconoscere nei primi volumi della collana – addirittura privi di apparato critico – lo «spirito filologico» che Franco Venturi (1914-1994) nella già citata presentazione non firmata del 1956 le attribuiva come uno dei suoi tratti distintivi, impressile da Leone Ginzburg, accanto alla «passione filosofica e politica» e al «naturale interesse per la vita storica dei nostri [sic] e degli altri paesi»: tratti che sono piuttosto da attribuire alla direzione di fatto esercitata negli anni cinquanta e sessanta – coadiuvato dal redattore Paolo Serini (1900-1965) –  dallo stesso Venturi, il quale evidentemente non volle perdere questa occasione per rinsaldare ed esaltare la memoria del grande intellettuale e martire antifascista, vera icona della cultura azionista.

Dopo due autori italiani certo non comunisti come Nello Rosselli (1900-1937, assassinato col fratello Carlo dai fascisti francesi) e Ivanoe Bonomi (1873-1951), la prima traduzione lontanamente attribuibile all’aura postresistenziale fu, ormai nel 1947, America, la storia di un popolo libero, di Allen Nevins (1890-1971) e Henry S. Commager (1902-1998), palese indicazione di un orientamento democratico dettato dal trionfo bellico di quella ormai antica democrazia.  È significativo che nelle numerose edizioni successive, quando, nella greve atmosfera suscitata negli Stati Uniti dalla “caccia alle streghe” maccarthista, era impallidito il mito dell’America patria della libertà, quella traduzione letterale del titolo sia stata sostituita con un più anodino Storia degli Stati Uniti. Ma che agli Stati Uniti vincitori della guerra e promotori dell’Erp, il piano di aiuti per risollevare l’economia europea dalla prostrazione postbellica, si cominciasse ora a guardare anche per orientamento culturale è confermato dal coevo Robespierre e il Quarto Stato, traduzione di un libro dell’americano Ralph Korngold (1882-1964), quando in Italia non era ancora disponibile – a parte il Mathiez di Corticelli – la lettura marxista francese della Rivoluzione dell’Ottantanove, individuata come madre della contemporaneità democratica (Hobsbawm 1991).

Il catalogo storico dell’Einaudi attribuisce a Federico Chabod, Delio Cantimori e Franco Venturi il consistente spessore che pian piano, in seguito, venne assunto dalla collana einaudiana (Le edizioni Einaudi 2013, 1210). Però a proporre «con molto calore», in una lettera a Giulio Einaudi del 7 luglio 1945, la traduzione di due tra i titoli più significativi del decollo specialistico della «Biblioteca di cultura storica» – La reazione termidoriana (respinto a suo tempo, come si ricorderà, da Croce per Laterza) e Carovita e lotte sociali in Francia sotto il Terrore, entrambi di Albert Mathiez e usciti rispettivamente nel 1947 e nel 1948 – fu Elio Vittorini (1908-1966) (AE Vittorini). Di Mathiez Einaudi riprese nel 1950 anche la traduzione corticelliana della Rivoluzione francese, opera di Mario Bonfantini, divenuta «difficilmente trovabile» (Munari 2011, 52), che uscì però nella «Piccola biblioteca scientifico-letteraria». Fu invece Cesare Pavese stesso a entusiasmarsi per A Study of History dell’inglese Arnold J. Toynbee (1889-1975) – che il consulente Cantimori bollava come «cattolico-medievalista» (Mangoni 1999, 458 nota) – e, col titolo La civiltà nella storia, a tradurne personalmente una parte, lasciando il resto a Charis de Bosis, la sorella dell’eroe antifascista e traduttore Lauro. In effetti, mentre numerose sono le tracce, spesso divergenti, lasciate sia da Venturi che da Cantimori nella «Biblioteca» einaudiana, è difficile scorgere, in questa rassegna, la centralità che, secondo Roberto Pertici (1999, 41), Chabod avrebbe avuto nella cultura storiografica italiana postbellica (Pertici 1999, 17).

È impossibile però seguire titolo per titolo tutto ciò che venne pubblicato nella «Biblioteca di cultura storica». Un primo excursus ragionato si può trovare in Mangoni (1999, 775-789) al quale rimando volentieri. Mi limiterò a segnalare che tra il 1947 e la svolta economica, politica e culturale del 1956, vi furono pubblicati, su 34 titoli complessivi, 18 traduzioni, cioè la maggioranza, con un rovesciamento palese rispetto alla tendenza italocentrica prevalente presso gli altri editori (escluso sempre il Corticelli morandiano) e con la totale assenza di opere di lingua tedesca, se si fa eccezione, nel 1949, per le Origini dello spirito borghese in Francia dello studioso tedesco trapiantato in Francia Bernard Groethuysen (1880-1946), traduzione di Alessandro Forti dalla traduzione francese di un originale in tedesco. Il titolo più innovativo fu, nel 1949, La società feudale del padre delle «Annales» Marc Bloch (1886-1944, caduto durante la Resistenza), «un’opera la cui distanza dai contemporanei prodotti della storiografia di ispirazione idealistica risulta evidente a prima vista» (Rossi 1987, IX). Accogliendo le insistenze di Franco Venturi, a questo testo, fondamentale per la revisione di tutta la storia medievale, Giulio Einaudi in persona volle far seguire, nel 1953, nonostante la forte opposizione di due influenti consiglieri come Delio Cantimori e Antonio Giolitti (Mangoni 1999, 578), Civiltà e imperi del Mediterraneo nell’età di Filippo II, di Fernand Braudel (1902-1985), principale esponente della nuova generazione di quella scuola.

La scelta einaudiana è, in apparenza, in forte anticipo sui tempi, per l’Italia. Benché ben noto agli specialisti, è il caso di riferire qui il parere di Cantimori (il quale aveva appena sconsigliato la Méditerranée braudeliana a Laterza – Coli 1983, 188) allegato al verbale della riunione di consiglio editoriale del 22 maggio 1949:

Non ritengo utile, anzi dannoso, diffondere, per mezzo di un’opera così ben scritta, brillante, affascinante anche per la sua facilità ed evasività e superficialità di riflessione e di concetti, il metodo, o il sistema, o il regime o l’arte o la retorica, chiamateli come credete, del gruppo di L. Febvre, Morazé, Braudel, ecc. […] tutto è “significativo” in questo sfavillante Mediterraneo, ma in questo luccichio di significazioni e di evocazioni, una specie di Via col vento della storiografia, si rimane abbagliati e non si capisce più niente (citato in Munari 2011, 78; ma cfr. anche Mangoni 1999, 589 e 591).

La traduzione di Carlo Pischedda (1917-2005) fu elogiata dallo stesso Braudel, nella sua prefazione a questa edizione italiana, per gli interventi migliorativi subiti dal suo testo. Per contrappeso, Carlo Muscetta (1912-2004), responsabile della sede romana della casa editrice, commentò con feroce sarcasmo la bellezza tipografica del volume, salutandolo come «un vero monumento eretto alla memoria dell’infiltrazione brescianesca nella casa editrice» o come « bel soprammobile Cantù» e concludendo che in quegli scritti «tutto fa Braudel» (Mangoni 1999, 782). Influenzati da Croce e dalla sua immagine del Mediterraneo come «concetto geografico» teatro di più storie (Verga 2017, 22), ma soprattutto presi dalla lotta politica e ideologica di quegli anni, Cantimori e Muscetta erano lontani dal prevedere il successo che quei novelli «nipotini di padre Bresciani» autori delle «Annales» avrebbero riscosso quando, cambiati i tempi e crollate le tensioni, la lotta politica e sociale non sarebbe più stata al centro degli interessi di generazioni del tutto nuove. Mi pare infatti non solo riduttivo, ma addirittura fuorviante, identificare (come fa Romagnani 2009, 224) la scuola delle «Annales», per sua costituzione interdisciplinare, con la «storia sociale», che cominciò a essere coltivata in Italia negli anni sessanta sulla spinta delle lotte sindacali, a prescindere da influenze annalistiche.

Questo saggio era affiancato nello stesso 1953 da La grande paura del 1789 dell’erede di Mathiez Georges Lefebvre (1874-1959), del quale nei «Saggi» era già uscito nel 1949, centosessantesimo anniversario della presa della Bastiglia, il «libretto intitolato semplicemente» L’Ottantanove, quel Quatre-Veingt-Neuf «che resta – ha affermato Eric Hobsbawm (1991, 109) – il più notevole monumento eretto alla Rivoluzione francese in occasione del suo centocinquantesimo anniversario», cioè nel 1939. Si rinforzava così la lettura marxista della Rivoluzione, assunta quale paradigma interpretativo di tutta la contemporaneità, ivi compresi non solo la Rivoluzione d’ottobre bolscevica ma anche il 1848 da un lato e la Resistenza dall’altro. I due curatori – Aldo Garosci (1907-2000) nel primo caso, Alessandro Galante Garrone (1909-2003) nel secondo – non potevano essere considerati marxisti, né tanto meno – quali ex dirigenti del pd’a e crociani – erano comunisti, come non lo era Venturi, anche lui proveniente dal pd’a e «fortemente anticomunista» (Romagnani 2009, 233). Dal 1950 Venturi fu di fatto il più ascoltato consigliere di Einaudi per quanto riguardava la storia; tuttavia non fu raccolto neppure il suggerimento da lui avanzato fin da quando, nei tre anni precedenti, si trovava a Mosca quale addetto culturale presso quella ambasciata, di prendere in considerazione testi di autori sovietici che «in campo storico fanno delle cose veramente interessanti» (citato da Turi 2018, 87 nota). La casa editrice Einaudi, che viene indicata come massima protagonista di una pretesa “egemonia comunista” in campo culturale in quegli anni, non pubblicò mai neanche un’opera storiografica sovietica. «Certo nella successione dei titoli sarebbe difficile individuare una presenza rilevante della storiografia di orientamento comunista nella collezione storica Einaudi» (Mangoni 1988, 781). In realtà, secondo Alberto Caracciolo (1987, 388) in quella fase la comune adesione di tanti giovani storici italiani al partito comunista non comportava di per sé l’adozione di un metodo comune, mentre più o meno tutti navigavano empiricamente a vista. Colpisce piuttosto la riluttanza a superare la barriera temporale dell’Ottocento per affrontare la contemporaneità novecentesca. I temi prevalenti continuavano a essere quelli del Medioevo e dell’età moderna, con la Rivoluzione francese quale faro per illuminare il resto.

16.

La Nuova Italia, che aveva interrotto già nel 1933 la sua collezione di «Storici antichi e moderni», era passata attraverso un travaglio della cui intensità oggi è difficile rendersi appieno conto: dopo l’emanazione delle leggi razziste, nel 1938, si erano consumati gli ultimi resti del legame che in passato, tramite il maestro Gentile, aveva tenuto avvinto il suo animatore, Ernesto Codignola, al regime fascista, già allentatisi in seguito al Concordato. Nel 1936 la direzione della casa editrice era stata assunta dal figlio Tristano (1913-1981), appena laureato in legge con Piero Calamandrei, il quale lo aveva introdotto nella cerchia della fronda liberalsocialista fiorentina (Guido Calogero, Enzo Enriques Agnoletti, Raffaello Ramat e altri) che nel 1942 incorse in provvedimenti di polizia. In seguito Tristano Codignola fu uno dei principali esponenti del partito d’azione e poi del partito socialista, di cui fu anche deputato. Nella tenue ripresa della collana dopo la liberazione di Firenze, tra il 1944 e il 1946, su tre titoli l’unica traduzione (di Enriques Agnoletti) fu il Saggio sull’unità degli alleati, 1812-1822, imperniato su Il Congresso di Vienna, del diplomatico inglese Harold Nicolson (1886-1968), con lo sguardo palesemente rivolto alla pericolante tenuta della coalizione antifascista internazionale dopo la fine della guerra. Interrotta di nuovo, la collana si ripresentò nel 1951 con una «Nuova serie» che durò fino al 1962, con tredici titoli in tutto, di cui solo due stranieri. Essi confermavano la palese inclinazione all’importazione del pensiero liberal anglosassone, contemporaneamente coltivata anche – come vedremo tra poco – da Vallecchi e dal Mulino. A stretto rigor di logica non erano neppure opere storiografiche, ma furono, in quei frangenti, seminali: nel 1952 Lo spirito americano di Henry S. Commager, che abbiamo già visto coautore dell’einaudiano America, storia di un popolo libero; e, nel 1962, Le origini del liberalismo europeo, dell’esponente laburista Harold J. Laski (1893-1950). Dopo di che la casa editrice, abbracciata la specializzazione scolastica, abbandonò la collana e la stessa storiografia, alla quale tornò solo dopo un decennio, in tempi profondamente mutati.

17.

La «Biblioteca di storia e cultura» dell’editore milanese Schwarz era ben poco scientifica, era eterogenea ed era prevalentemente divulgativa, ma suscita curiosità perché tipica degli anni cinquanta. Arturo Schwarz è personaggio poliedrico: la sua attività principale è il collezionismo e il commercio di arte contemporanea, soprattutto surrealista, ma è stato pure studioso di storia dell’alchimia e della kabbala, oltre che dell’arte, nonché, appunto, editore. Soprattutto è stato e continua a proclamarsi militante trotzkista: ad Alessandria d’Egitto, dove è nato nel 1924, aveva creato, ventitreenne, una sezione della Quarta Internazionale e, nella versione a forti tinte che in vecchiaia ha offerto della storia della propria vita, ha raccontato che per questo motivo subì prigionia e torture nelle carceri egiziane prima di essere spedito in Italia, di cui aveva la cittadinanza per parte di madre, mentre il padre era tedesco (Gnoli 2014). Nella sua breve esistenza, dal 1953 al 1962, la «Biblioteca di storia e cultura» pubblicò 19 opere, di cui dieci – anche in questo caso la maggioranza – in traduzione. Ma qui la lingua più frequentata era il francese (cinque titoli), seguito dal tedesco (quattro); l’altra lingua era l’inglese, da cui un einaudiano (e “gramscista”) come Sergio Caprioglio tradusse la solleticante History of Piracy (Storia della pirateria), di Philip Gosse (1879-1959), risalente in originale al 1932. Tuttavia l’editore, coadiuvato da un giovanissimo Giorgio Galli (1928-2020), storico e politologo che assurse a notorietà pochi anni dopo per aver coniato la definizione di «bipartitismo imperfetto» per il sistema politico italiano di allora, impresse alla collana un parziale carattere militante in senso trotzkista.

Il primo titolo della collana fu, nel 1953, opera di Galli e del giornalista “d’assalto” Fulvio Bellini: si trattava della prima Storia del partito comunista italiano non ufficiale, anzi palesemente antagonista all’opuscolo con cui due anni prima «Rinascita», la rivista fondata e diretta dal segretario generale del Pci Palmiro Togliatti, aveva celebrato i Trent’anni di vita del Partito comunista italiano. Anche la prima traduzione, a tambur battente nel 1955 dal francese, era opera di Galli. Il caso Marty. Conflitto di due politiche era la ricostruzione, da parte dello stesso André Marty (1886-1956), della vicenda che aveva portato questo dirigente del partito comunista francese, fino ad allora celebrato come un vero e proprio eroe della rivoluzione, a esserne espulso. Il volume aveva una prefazione firmata «Azione comunista», un gruppetto di dissidenti appena usciti dal Pci (Peregalli 1980), mentre la seconda traduzione, La rivoluzione tradita di Lev Trockij (1879-1940), era condotta da Livio Maitan (1923-2004), il leader della sezione italiana della Quarta Internazionale, dalla versione francese di Victor Serge (1890-1947). Maitan ne vergava anche la prefazione. Di Trockij erano anche La III Internazionale dopo Lenin, sempre ad opera di Maitan dal francese, uscito nel 1957, e, l’anno successivo, la raccolta di saggi Letteratura, arte, libertà, curata stavolta, oltre che da Maitan, dallo stesso Schwarz (probabilmente per i testi in originale tedesco) sotto lo pseudonimo di Albert Sauvage. Ma l’editore ebbe anche il merito di pubblicare Idee e opinioni di Albert Einstein. Sorprende noi posteri il nome del traduttore, Franco Fortini (1917-1994); ma anche i poeti devono mangiare (oltre al fatto che l’ampiezza degli interessi di Fortini invece non deve sorprendere). Galli tradusse anche, oltre a una approssimativa ma pionieristica Storia e costumi dei pellirosse dei francesi René Thévenin e Paul Coze, l’impegnativa interpretazione del fenomeno fascista in Italia e in Germania stesa a tambur battente negli anni trenta dal trotzkista francese Daniel Guérin (1904-1988) in Fascismo e gran capitale. Di Guérin era stata proposta nel 1950 a Einaudi la traduzione dell’inchiesta Où va le peuple américain, approvata benché – come aveva obiettato l’allora capocellula Italo Calvino – critica verso il partito comunista degli Stati Uniti, ma poi lasciata cadere per altri motivi (Munari 2011, 42). La serie delle traduzioni fu chiusa, nel 1960, da Una storia del surrealismo in due volumi, costruita con saggi di André Breton (1896-1966) e Jean-Louis Bédouin (1929-1996), ancora una volta opera di Livio Maitan e dello stesso editore.

L’orizzonte si squarcia

Il 1956 viene per solito assunto a momento di svolta in campo internazionale, a causa del XX congresso del Pcus con la denuncia dei crimini staliniani, della nazionalizzazione del canale di Suez con relativo smottamento degli imperi coloniali inglese e francese, e dell’invasione sovietica dell’Ungheria. Ma nelle vicende italiane viene evocato per la rivolta di numerosi intellettuali comunisti all’acquiescenza del partito nei confronti di quest’ultimo evento, oltre che per l’inizio dello sganciamento del partito socialista dal legame unitario col Pci. In molto minor considerazione viene tenuto il fatto che è intorno a quella data che si manifestano apertamente i segni del “miracolo economico” e dell’ingresso dell’Italia nella sfera del benessere e dei consumi: la «grande trasformazione» da società prevalentemente rurale a paese sviluppato a carattere industriale e terziario. Il che comportò, nel giro di pochi anni, la sua partecipazione alle grandi correnti internazionali degli scambi nell’area del dollaro. Scambi non solo economici ma anche culturali, con una determinante prevalenza della matrice americana. La generazione che giungeva allora all’età adulta e che aveva visto bambina la guerra e la Resistenza, all’oscuro di tutto ciò che le aveva provocate e che ne aveva costituito la posta, viveva, dal punto di vista culturale, in una sorta di libertà vigilata di cui in maggioranza aspirava a dissipare le oscurità, con una grande fame di conoscenza della storia. Era la generazione che fu detta della “nuova Resistenza” e che nel 1960 si rese protagonista delle grandi manifestazioni popolari contro il governo Tambroni sostenuto dai fascisti del Movimento sociale italiano, che ne fu rovesciato. A quella svolta politica seguì il moltiplicarsi di cicli di lezioni e testimonianze sul fascismo, l’antifascismo e la Resistenza in tutte le città italiane.

Quando aveva definito il decennio trenta «quello delle traduzioni», Cesare Pavese si riferiva alle traduzioni di opere letterarie, benché anche in campo saggistico quegli anni fossero stati meno avari di importazioni di quanto l’immagine tradizionale della situazione sotto il fascismo lasci intendere. Non c’è dubbio tuttavia che fu solo con gli anni sessanta che l’editoria italiana, e gli ambienti intellettuali cui essa attingeva e si rivolgeva, aprirono definitivamente i cancelli alla produzione saggistica straniera: fu una vera inondazione che, pur una volta passata l’onda di piena che recuperava quanto si era trascurato fino ad allora, ha tuttavia beneficamente continuato a fecondare il terreno italico anche in seguito.

Come negli anni trenta in campo letterario, così nei sessanta in tutti i campi la vera novità fu la tempestività, dapprima relativa poi man mano sempre più stretta, con cui le importazioni venivano effettuate. Altra caratteristica distintiva era la riduzione della storiografia tedesca a un rango secondario. Era questo l’effetto del prevalente abbandono delle tematiche nazionali e patriottiche a favore di quelle politologiche ed economico-sociali, dalle quali si facevano dipendere le vicende politiche (Iggers 1997, 66). Ancora prestigiosa per l’antichistica, per quanto riguardava la modernità e soprattutto la contemporaneità la storiografia tedesca attirava l’attenzione soprattutto in quanto si misurasse col travaglio del “passato che non passa” – come poi si disse –, ossia dei conti che essa doveva fare con il nazismo, le sue origini e cause e le sue conseguenze: conti ben più drammatici di quelli che contemporaneamente la storiografia italiana doveva fare col fascismo.

Sotto l’impulso americano, nei paesi sconfitti in guerra e convertiti alle istituzioni democratiche si erano succeduti i “miracoli economici”, con un processo di integrazione dei mercati mondiali al di fuori dei paesi sotto egemonia sovietica. Contemporaneamente, l’avanzata neocolonialista e liberista americana e l’opera sovversiva dei movimenti indipendentisti nazionali sostenuti dalla propaganda e dagli aiuti sovietici e del movimento comunista internazionale convergevano, in concorrenza tra loro, nell’opera di smantellamento dei grandi imperi coloniali britannico, francese e portoghese. In seguito a questo profondo mutamento del panorama mondiale, con gli anni sessanta si verificò un cospicuo ampliamento degli orizzonti geografici della storia. In Italia le trasformazioni economiche comportarono anche una forte mobilitazione demografica e sociale, concretizzatasi in migrazioni interne e grandi lotte sindacali. Questi processi innescarono, soprattutto tra i giovani, una fortissima domanda di storia in direzioni mai seguite fino ad allora. La storiografia anglosassone e quella francese, col loro sguardo sul mondo intero e la loro attenzione ai fenomeni sociali, diventavano così il pascolo più frequentato dai cultori della materia.

Nel clima della guerra fredda si avvertiva in gran parte dell’establishment politico e culturale italiano l’esigenza di mettere un argine a quella che appariva (e appare stranamente anche oggi al senso comune) la perniciosa influenza delle idee propugnate dalla sinistra socialcomunista in tema di diritti umani e sociali, oggi riconosciute del tutto ovvie e condivise. Questi timori si manifestarono soprattutto dopo le elezioni del 1953, quando non si realizzò la stabilizzazione del regime di monopolio del potere auspicata dai partiti di centro. In taluni casi si trattò di proseguire a scavare gli stessi temi del passato ma in chiave più apertamente democratica.

18.

Sospinta ancora da Giuseppe Maranini, nel 1955 la Vallecchi riprese la sua «Collana storica», affidandosi alle scelte di Giovanni Spadolini (1925-1994), che fu in seguito chiamato a coprire all’Università di Firenze dallo stesso Maranini, divenuto preside di quella facoltà di scienze politiche, la prima cattedra italiana di storia contemporanea (Zazzara 2011, 157-158). Spadolini appare essere stato coadiuvato da cattedratici tradizionalisti come Franco Valsecchi (1903-1991) e Mario Bendiscioli (1903-1998). Neanche questa serie ebbe vita molto lunga, chiudendosi emblematicamente nel 1968. Uscirono in tutto venti opere, in grandissima maggioranza traduzioni, sedici, a conferma della ormai stabile apertura all’esterno anche della nostra cultura storiografica, il settore più condizionato fino ad allora dagli impacci patriottici se non nazionalistici. L’impronta spadoliniana si avverte nell’orientamento in direzione della storia politica e delle istituzioni, nonché nella preponderanza di opere francesi: nove, contro quattro di lingua tedesca, due americane e una inglese.

I due titoli più significativi mi paiono Chiesa e Stato nella Francia contemporanea (1789-1930) del non accademico Adrien Dansette (1901-1976), due volumi usciti nel 1957; e la Storia della politica mondiale, in otto volumi pubblicati tra il 1960 e il 1961, diretta da Pierre Renouvin (1893-1974), grande specialista di storia diplomatica non insensibile tuttavia agli zeffiri provenienti dalle «Annales» e anche dalla più seria storiografia marxista. Nelle successive edizioni il titolo venne astutamente mutato in Storia politica del mondo. Gli anglosassoni erano più esplicitamente chiamati a rappresentare la scelta di campo rispetto alla “cortina di ferro”, con titoli evidenti come: il pur datato Saggio sulla civiltà occidentale nei suoi aspetti economici (1954) dell’ecclesiastico anglicano William Cunningham (1849-1919), due volumi che risalivano originariamente al 1898-1900; L’Europa in pace (1871-1890), del 1955, dell’americano William L. Langer (1896-1977), un professore di Harvard che durante la guerra aveva diretto il Research and Analysis Branch dei servizi d’informazione (Oss), vero crogiuolo della sociologia e politologia americane postbelliche; La politica estera della Russia sovietica, 1929-1941, dell’ultraconservatore oxfordiano ed esaltatore dell’impero vittoriano Max Beloff (1913-1999); e I Sovieti nella politica mondiale, 1917-1929, del prolifico giornalista americano Louis Fischer (1996-1970), già simpatizzante del comunismo, poi ravveduto. Per pura curiosità e senza malizia va segnalato che i due volumi di quest’ultima opera comparvero, nel 1957, nella traduzione di Delfino Rogeri di Villanova, che era stato uno dei quattro ambasciatori che dopo l’armistizio avevano aderito alla Repubblica sociale italiana, mantenendo la sua sede di Berlino (Grassi Orsini 1996, 141). Rivolta all’attualità era Pechino e Mosca (1962, a crisi sino-sovietica ormai in corso) del giornalista tedesco Klaus Mehnert (1906-1984), un vero bestseller in Germania. Mehnert aveva avuto già nei primi anni trenta un momento di celebrità con Jugend in Sowjet-Russland, una Inchiesta sulla gioventù sovietica, prontamente fatta tradurre, per mano di Bianca Ugo, da Morandi per la collana «Inchiesta» di Corticelli nel 1933. Dal tedesco vennero tradotte però anche opere più paludate, come La Riforma e la sua azione mondiale, di Gerhard Ritter (1888-1967), uno storico di alta levatura e di ampia visione; e Pietro Leopoldo, un grande riformatore (1968), di uno specialista di storia dei rapporti italo-austriaci come l’austriaco Adam Wandruszka (1914-1997), un reduce di guerra che nella prigionia americana aveva abbandonato definitivamente la sua entusiastica adesione giovanile al nazismo.

19.

Nello stesso clima di guerra fredda e di contrapposizioni ideologiche nacque nel 1954 a Bologna la casa editrice Il Mulino, filiazione dell’omonima rivista impegnata da circa tre anni a promuovere in Italia una cultura di stampo liberaldemocratico, anticomunista ma non reazionaria, laica ma non anticlericale, «estranea alla politica culturale dei grandi partiti di massa» (Pertici 1999, 91). Con la casa editrice nacque subito la serie «Storiografia», tuttora vitale, di una «Collezione di testi e studi», caratterizzata da una prevalente attenzione alla storia delle idee. Ma ebbe dapprincipio una vita stentata. Entro il 1970 uscirono in tutto dodici opere, di cui dieci, la schiacciante maggioranza, straniere. Di queste, otto erano di provenienza anglosassone: cinque americane, due britanniche e una di un israeliano di formazione inglese, Jacob L. Talmon (1916-1980), autore di quella bibbia dell’anticomunismo liberal che è Le origini della democrazia totalitaria (1967), uscito a ridosso della “guerra dei sei giorni”.

Benché quindi palesemente ispirati dalle correnti liberal anglosassoni, i creatori del Mulino (qualche nome: Fabio Luca Cavazza, Pier Luigi Contessi, Nicola Matteucci, Luigi Pedrazzi) attinsero però volentieri alla robusta tradizione storiografica germanica in fatto di storia della cultura. Rivelatore del loro intento innovativo è il primo autore presentato nella collana, uno studioso tedesco, esponente della “scuola di Francoforte”, costretto dal nazismo a emigrare in America, che negli anni settanta sarebbe diventato una star della “nuova sinistra” occidentale: Herbert Marcuse (1898-1979), in questo caso nel ruolo di studioso delle origini hegeliane di tutte le teorie rivoluzionarie novecentesche (Ragione e rivoluzione). Significativo anche il secondo titolo, autore un altro naturalizzato americano di origine mitteleuropea, René Wellek (1903-1965), austriaco di padre boemo e madre prussiana: la Storia della critica moderna, 1750-1950, quattro volumi usciti tra il 1958 e il 1959. Importante è però il ricorso a Il volto demoniaco del potere (1958) del già menzionato Gerhard Ritter per la riflessione sulle radici “utopiche” della concezione dello stato come potenza, parte del suo importante ripensamento sulla storia tedesca prima del nazismo, che comportava l’abbandono della Volksgeschichte come storia della vocazione germanica alla unità e alla potenza. Tuttavia l’impegno principale restava per il Mulino quello di diffondere il verbo del liberalismo e del pragmatismo angloamericani, di cui erano portatori testi come Le origini della scienza moderna (1962) del britannico Herbert Butterfield (1900-1979), la Storia della filosofia americana (1963) dell’americano Herbert W. Schneider (1892-1984), Le origini del socialismo (1970) dell’inglese George Lichtheim (1912-1973), ai quali erano di rincalzo Le grandi opere del pensiero politico da Machiavelli ai nostri giorni (1968) del francese Jean-Jacques Chevallier (1900-1983) e Verità e ideologia (1971) dello svizzero Hans Barth (1904-1965).

Tra il 1959 e il 1965 Il Mulino sviluppò una apposita «Collezione di storia americana» con la consulenza di Mauro Calamandrei, Ottavio Bariè, Vittorio De Caprariis e altri. In tutto vennero pubblicate 17 opere, tutte americane. Ci fu dapprima il recupero di un classico come La frontiera nella storia americana di Frederick Jackson Turner (1861-1932), il progressive historian per eccellenza, cantore della democrazia e della supremazia dell’uomo bianco. Poi fu la volta dei tre volumi con cui una delle “teste d’uovo” dell’entourage del presidente Kennedy, Arthur M. Schlesinger jr. (1917-2007), ricostruì quella vera epopea del New Deal che è L’età di Roosevelt. La stessa impronta di rivelazione della tradizione liberal americana avevano anche tutti i titoli successivi, tra i quali spiccano in particolare, ai nostri occhi, Lo spirito della Nuova Inghilterra di Perry Miller (1905-1963), testo fondamentale per comprendere l’impronta culturale originale degli Stati Uniti, e L’età delle riforme da Bryan a F.D. Roosevelt di Richard Hofstadter (1916-1970).

20.

In quegli stessi anni fu riavviata la «Collezione storica» Laterza che, vivo Croce, aveva stentato a prender forma definita, ma che invece, a partire dal 1955, acquistò vigore. Dopo l’exploit della Storia d’Europa del Fisher, più volte ripubblicata anche nel dopoguerra, vi erano comparsi fino ad allora solo tre libri, di cui due in traduzione, entrambi nel 1939: il Calvino del ministro anglicano e docente a Oxford Robert N. Carew Hunt (1890-1959) e La repubblica romana dell’antichista tedesco Joseph Vogt (1895-1986), del quale si trascurò la milizia nazista e antiebraica. La ripresa avvenne all’insegna dell’attualità tutta italiana, non con saggi storici ma con testimonianze di vigore politico centrista: i primi due titoli portavano la firma di Luigi Einaudi e Alcide De Gasperi. Poi, a parte alcuni recuperi d’anteguerra tratti dalla «Biblioteca di cultura moderna», la collana, consulenti principali Armando Saitta (1919-1991) e Rosario Romeo (1924-1987), assunse forma eclettica, tra il divulgativo e lo scolastico-accademico.

Tra il 1954 e il 1970 furono pubblicate in tutto 42 opere, di cui 19 tradotte. Nel 1956 comparve La Germania contemporanea. Storia sociale, politica e culturale, 1890-1950, lavoro discutibile ma recente e coraggioso del francese Edmond Vermeil (1878-1964), cui fece seguito la prima traduzione italiana di un’opera “storica” contemporanea elaborata originariamente in russo. L’ingannevole titolo, Storia economica dell’Urss, preso di sana pianta dall’edizione francese, nascondeva in realtà alcuni articoli polemici, non privi di interesse ma non certo opera storica, apparsi su una rivista dell’emigrazione negli anni trenta, dell’economista menscevico Sergej Nikolaevič Prokopovič (1871-1955) – già ministro nel governo Kerenskij, bollato da Lenin come «economicista» bernsteiniano ed espulso dall’Urss nel 1922 – pubblicati in volume in francese nel 1955 e da quella lingua tradotti (Mchitarjan 2006, 171-172). Più notevole l’impegnativa impresa dei quattro volumi dei fratelli Robert W. (1859-1934) e Alexander J. Carlyle (1861-1943) dedicati al Pensiero politico medievale, usciti tra il 1956 e il 1968 a cura di Luigi Firpo (1915-1988). Ma, a far seguito al divulgativo L’impero carolingio dell’austriaco Heinrich Fichtenau (1912-2000), uscito nel 1958, che nell’originale portava il sottotitolo Soziale und geistige Problematik eines Großreiches (ossia “Problematica sociale e spirituale di un impero”), l’anno seguente Laterza faceva il suo colpo più importante di quegli anni dal punto di vista editoriale in campo storiografico con la Storia d’Italia dal 1861 al 1958 dell’inglese Denis Mack Smith (1920-2017), lavoro superficiale sì, ma che per la prima volta offriva tutt’insieme al lettore italiano, in un solo volume, una facile ricognizione della storia dell’Italia unita in chiave esclusivamente politica, prima che Feltrinelli potesse completare gli undici volumi della Storia dell’Italia moderna di Giorgio Candeloro, iniziata nel 1956. (E l’anno dopo Einaudi arrivava di rincalzo con un altro libro accattivante dello stesso Mack Smith, Cavour e Garibaldi nel 1860).

Fra i titoli più significativi dell’eclettismo della collana ma anche dell’attenzione rivolta a opere di ampio respiro, si possono considerare il Napoleone di Lefebvre, pubblicato nel 1960, La Grande Nazione di Jacques Godechot (1907-1989, successore di Mathiez alla guida dell’Institut d’études robespériennes), del 1962, La Rivoluzione francese di Albert Soboul (1914-1982), i due volumi dell’Europa delle grandi potenze da Metternich a Lenin dell’inglese A.J.P. Taylor (1906-1990), usciti nel 1961, e i cinque della Storia del pensiero socialista di George Douglas Howard Cole (1889-1959), anche lui inglese, pubblicati, con rara tempestività, tra il 1967 e il 1968, nonché L’Europa del Cinquecento dei tedeschi émigrés Helmut Georg Koenigsberger (1918-2014) e George L. Mosse (1918-1999), uscito nel 1969. Più a ridosso del dibattito storiografico sul Risorgimento come “rivoluzione mancata”, in corso in quegli anni per merito di Rosario Romeo, era l’importante contributo dell’americano Kent Roberts Greenfield (1893-1967) su Economia e liberalismo nel Risorgimento. Il movimento nazionale in Lombardia dal 1814 al 1848, risalente al 1934 e uscito qui trent’anni dopo.

La dipendenza idealista dalla storiografia tedesca era ormai alle spalle, con due soli libri tradotti da quella lingua, per quanto a essi si possa accostare anche la presentazione, un po’ tardiva, delle meditazioni dell’olandese Huizinga su La mia via alla storia: a questo libro, uscito nel 1967 – vent’anni dopo l’originale – Einaudi rispose nel 1969 con il trionfale successo della riedizione nella «Piccola biblioteca Einaudi» dell’Apologia della storia di Marc Bloch, pubblicato già nel 1950 nei «Saggi». Un’indovinata incursione in un campo inesplorato e d’attualità era La Cina contemporanea di Jean Chesneaux (1922-2007), mentre fu L’economia rurale nell’Europa medievale di Georges Duby (1919-1996) a costituire nel 1966 l’avanguardia dell’ondata annalistica che sarebbe seguita di lì a poco nella «Collezione». Significativa la soppressione della seconda parte del titolo originale, et la vie quotidienne dans les campagnes. Così l’opera appariva ancora uno studio di tipo economico-strutturale e se ne celava l’aspetto antropo-sociologico che costituiva, sebbene Duby si attenesse per quanto possibile ai dati strutturali, l’aspetto caratterizzante di scuola e che avrebbe invece trionfato in diversi titoli successivi, quando i tempi furono fortemente mutati. Da quella scuola proveniva anche I contadini della Linguadoca di Emmanuel Le Roy Ladurie (n. 1929), uscito nel 1970. Tuttavia ben altro impatto sulla cultura storica avevano già allora i lavori successivi a questa tesi di dottorato di questo padre e teorizzatore della storia “quantitativa”, che giungeva ad affermare che «la storia non quantificabile non può affermare di essere scientifica» (citato da Iggers 1997, 44). Pochi anni dopo fu, come vedremo, inopinatamente Rizzoli a importarne in Italia l’opera più significativa. Primeggiavano invece gli storici americani, o per lo meno naturalizzati tali, britannici – in tutto otto anglosassoni – e francesi.

21.

Ugo Mursia (1916-1982) rilevò nel 1955 la Corticelli, col suo ricco catalogo di libri per ragazzi, e con un’altra attività minore già in corso diede vita a Milano alla propria casa editrice. Anche lui intercettò la domanda di storia degli anni sessanta, ma non recuperò mai i libri pubblicati da Morandi negli anni trenta, creando invece tra il 1963 e il 1964 due collane, «Testimonianze fra cronaca e storia», che dura tuttora, e «Nuova Clio». Questa era una collana tipicamente accademica, che guardava alla Francia dichiarandosi fin dal nome serbatoio italiano in cui si riversavano le traduzioni delle opere uscite dall’officina della «Nouvelle Clio» delle Presses Universitaires de France. Animata da Mario Bendiscioli (1903-1998), Giuseppe Martini (1908-1979), Brunello Vigezzi (n. 1930) e Xenio Toscani (n. 1941), docenti all’Università Statale e alla Cattolica di Milano, «Nuova Clio» pubblicò tra il 1964 e il 1994, quanto è durata (con una interruzione pressoché totale negli anni ottanta), 19 titoli, in prevalenza di storia medievale e moderna, ma con qualche puntata «fino ai nostri giorni», e una preferenza per la storia delle idee, diplomatica e politica. Tra essi i più significativi mi paiono essere: Il cattolicesimo dal XVI al XVIII secolo di Jean Delumeau (1923-1920), direttore della collana francese; i tre libri di Jacques Godechot Le rivoluzioni (1770-1799), L’Europa e l’America all’epoca napoleonica, 1800-1815, e La controrivoluzione, dottrina e azione, 1789-1804; e La conquista e l’esplorazione dei nuovi mondi (XVI secolo) di Pierre Chaunu (1923-2009), pioniere della storia quantitativa e seriale. Puntati verso la contemporaneità erano i manuali L’ Europa dal 1815 ai nostri giorni. Vita politica e relazioni internazionali di Jean-Baptiste Duroselle (1917-1994), successore di Pierre Renouvin nell’ambito della storia diplomatica; Espansione europea e decolonizzazione dal 1870 ai nostri giorni del conservatore Jean-Louis Miège (1923-2018); e L’ Africa nera dal 1800 ai nostri giorni dei suoi contestatori Catherine Coquery-Vidrovitch (n. 1935) e Henri Moniot(1935-2017).

22.

In piena guerra fredda, nel 1953, era nata la collana storica di una casa editrice molto militante, le diffusissime Edizioni Paoline, con sede prima a Roma, poi a Milano, quindi a Cinisello Balsamo. Le case di ispirazione cattolica non avevano per solito una collana espressamente dedicata alla storiografia, neppure – nonostante il nome – le romane Edizioni di storia e letteratura con cui don Giuseppe De Luca (1898-1962) si era arditamente inserito già prima della guerra nel panorama letterario e filosofico italiano in cui contava parecchi amici ed estimatori anche tra i non osservanti. Neanche l’autorevole Morcelliana di Brescia, che poteva vantare tra i suoi fondatori un giovane Giovanni Battista Montini, futuro Paolo VI, aveva una collana storica, pur avendo tra i suoi consulenti uno storico di valore come Mario Bendiscioli, al quale si deve almeno l’importazione, appunto tramite la Morcelliana, della Storia del Concilio di Trento in quattro volumi del tedesco Hubert Jedin, uscita, fuori collana, a partire dal 1949 (Turi 2018, 59).

L’eccezione di «Tempi e figure. Collana universale storica diretta da Giacomo Gastone e Rosario F. Esposito» delle Paoline va presa quindi in seria considerazione, anche nelle scivolate propagandistiche o agiografiche: nel 1954 l’antisovietico Il massacro della foresta di Katyn, del polacco Joseph Mackiewicz (1902-1985) ma tradotto dall’edizione inglese, rivelava un eccidio barbaro; nel 1956 L’impero di Mao Tsetung, 1949-1954 del gesuita francese Jean Monsterleet (1912-2001) era uno dei primi tentativi di descrivere la formazione della Repubblica popolare cinese; nel 1955 Il processo di Giovanna D’Arco, 1450-1456, della archivista francese Régine Pernoud (1909-1998), tradizionalissimo resoconto in chiave cattolica, conteneva tuttavia i verbali del processo di riabilitazione. E l’avventurosa Autobiografia del gesuita inglese John Gerard (1564-1637), impegnato clandestinamente nel proselitismo sotto Elisabetta, pubblicata nel 1963, è un documento di prim’ordine.

La collana – sia pure con una produzione rarefatta negli ultimi tempi – durò esattamente fino al 1990. Entro quella data pubblicò 55 opere, di cui ben 39 in traduzione, motivo in più per dedicarle qualche attenzione. Di qualche interesse storiografico sono: Lo scisma di Fozio dell’ecclesiastico e accademico ceco naturalizzato americano František Dvornik (1893-1975); la preveggente rassegna dei Ventun concili ecumenici dell’americano John L. Murphy (1924-1984), uscita nel 1961; La Chiesa e il capitalismo del francese Achille Dauphin-Meunier (1906-1984), un ex anarco-sindacalista convertito alla dottrina sociale della Chiesa e durante la guerra aderente al planismo del regime collaborazionista di Vichy; La Chiesa cattolica nel mondo contemporaneo, dalla Rivoluzione francese ai nostri giorni, di un altro convertito, l’inglese Edward E.Y. Hales (1908-1986); e soprattutto Diplomazia pontificia. Studio sulla Chiesa e lo Stato sul piano internazionale dell’americano Robert A. Graham (1912-1997).

È significativo di un atteggiamento ecumenico già in tempi pre-concilio Vaticano II l’utilizzazione di testi partoriti in ambito protestante, come le due divulgative descrizioni della Vita quotidiana ai tempi dell’Antico Testamento e di Cristo, uscite entrambe nel 1956, autori due ecclesiastici e accademici anglicani, l’oxoniense Eric William Heaton (1920-1996) e il cambridgeano Alan Coates Bouquet (1884-1976), o Maria Tudor di Hilda Frances Margaret Prescott (1896-1972), anche lei anglicana. La prima edizione inglese di questo libro ben poco agiografico, del 1940, era intitolata The Spanish Tudor. The Life of Bloody Mary. Maria la sanguinaria è (o era) il nome con cui i protestanti chiamano (o chiamavano, prima di assegnare questo nome a un celebre cocktail) la figlia di Enrico VIII che aveva regnato dal 1553 al 1558 e che i nostri manuali scolastici chiamavano Maria la Cattolica; nelle numerose edizioni successive, alle quali probabilmente attinse quella italiana, uscita nel 1957, il titolo era stato modificato nel semplice Mary Tudor. Non erano cattolici nemmeno Paul Bastid (1892-1974), il politico radicale francese, già ministro nel governo di Fronte popolare, e autore di I grandi processi politici della storia, e il grande critico e scrittore franco-americo-britannico ebreo George Steiner (1929-2020), di cui le Paoline presentarono il primo, illuminante, libro, Tolstoj o Dostoevskij. Questi due libri uscirono entrambi nel 1965 e ad essi seguì una pausa della collana, che, come vedremo, riprese stentatamente nel 1970.

Verso il Sessantotto

23.

Nel 1955 Gian Giacomo Feltrinelli (1926-1972), ricchissimo rampollo di una grande dinastia imprenditoriale e allora – fino al 1957 – militante comunista, aveva fondato una propria casa editrice che aveva tutti i crismi dell’aggressività e della spregiudicatezza consone ai tempi di “grande trasformazione” in cui l’Italia entrava allora (Cesana 2010). L’orizzonte era quello dell’attualità impegnata, condita di volta in volta con quel tanto di sguardo all’indietro che permettesse di comprenderla: anti-Einaudi e anti-Mondadori insieme. La collana «I fatti e le idee», nata nel 1964, compendia bene questa miscela, che sostanzia perfino la specifica collezione «Storia Feltrinelli» lanciata nel 1966. L’editore ipermilitante era mosso da fiuto commerciale e deciso antifascismo, senza preoccuparsi eccessivamente della scientificità dei libri che proponeva, a incrociare gli interessi e le curiosità di una nuova generazione che andava mobilitandosi contro gli anacronistici residui dittatoriali in Spagna e in Grecia e colonialisti in Algeria e ancora in gran parte dell’Africa subsahariana, e a sostegno delle resistenze latino-americane contro la penetrazione neocolonialista americana.

La collana vivacchiò a stento: nei suoi quindici anni di vita pubblicò in tutto 26 libri, di cui solo dieci tradotti. Tra questi, due erano riedizioni di opere già pubblicate precedentemente nella collana «I fatti e le idee». Si trattava di due libri che lo storico conservatore inglese John Wheeler Bennett (1902-1975) aveva dedicate al nazismo e alle origini della seconda guerra mondiale: La nemesi del potere. Storia dello Stato maggiore tedesco dal 1918 al 1945 (1967) e Il patto di Monaco (1968). Di nazismo si occupava anche la biografia dell’ufficiale delle SS Kurt Gerstein (1967) scritta dall’israeliano-franco-americano Saul Friedländer (n. 1932). Il sottotitolo L’ambiguità del bene sfruttava già nell’originale francese l’enorme successo mondiale ottenuto dalla riflessione di Hannah Arendt (1906-1975) sul processo Eichmann intitolata La banalità del male, uscita in Italia nel 1964 presso la stessa Feltrinelli nella traduzione di Piero Bernardini. Alla conoscenza del nazismo contribuivano anche i due lavori del controverso giornalista franco-croato reduce dai lager nazisti Edouard Calic (Eduard Čalič, 1910-2003) L’incendio del Reichstag (1970) e Himmler e il suo impero (1971), mentre il titolo dato alla traduzione di Saudino, general de hombres libres, dell’argentino Gregorio Selser (1922-1991), La guerriglia contro i marines, nel 1972, strizzava l’occhio alla protesta giovanile contro la guerra americana in Vietnam. Le radici profonde del clerico-fascismo erano ricercate nella rivisitazione dell’argomento Inquisizione spagnola. Il tema era già stato oggetto nel 1959 di un vecchio libro dell’inglese Arthur S. Tuberville (1888-1945), risalente al 1932, nell’«Universale economica». Ora nel 1966, veniva affrontato di nuovo dal primo titolo della collana, il più aggiornato lavoro dello storico Henry Kamen (n. 1936), anche lui inglese. Sulle origini postbelliche della vigente dittatura nella Grecia contemporanea dava invece notizie l’americano Stephen Rousseas (1921-2012) che, come dichiaravano titolo e sottotitolo originali (The Death of Democracy. Greece and the American Conscience), intendeva mettere gli americani davanti alla responsabilità del loro appoggio al regime dei colonnelli. Per esaltare la rivoluzione bolscevica d’ottobre, il secondo titolo della collezione era l’impressionistica ricostruzione dell’insurrezione di Pietroburgo fatta in Quando farà giorno, compagno? (1967) dal giornalista francese Jean-Paul Ollivier (n. 1944), il quale in seguito ebbe in patria una grande popolarità come commentatore televisivo dei Tour de France e prolifico biografo di grandi campioni ciclistici. Che c’entrava, con tutto ciò, La caduta di Costantinopoli (1968) del grande bizantinista Steven Runciman (1903-2000)?

Con la nascita della serie storiografica all’interno di «I fatti e le idee», nel 1973, di cui ci occuperemo più avanti, la collana di «Storia» cessò, per ricomparire inopinatamente con due soli titoli nel 1977 e nel 1979. Il primo era una delle prime avvisaglie dell’esplosione della storia al femminile: Donne in rivolta nella Russia zarista dell’inglese filocomunista Cathy Porter (n. 1947); l’altro non faceva neanche finta di essere un’opera storiografica, essendo le memorie dell’ex segretario franco-americano di Trockij Jean van Heijenoort (1912-1986), In esilio con Trockij.

24.

La casa editrice Il Saggiatore fu fondata a Milano nel 1958 da Alberto Mondadori (1914-1976), figlio e fin ad allora braccio destro di Arnoldo, con il dichiarato intento – carico di senso militante, al contrario della casa editrice paterna (Ferretti 1996) – di rivoluzionare l’impianto della cultura italiana, tuttora intriso di crocianesimo, puntando sulle scienze umane fin ad allora ritenute secondarie, come la sociologia, la psicologia, l’antropologia, l’etnologia, e facendo leva sullo strutturalismo, sulla fenomenologia e sull’esistenzialismo, contro lo storicismo. Suoi consulenti principali erano Giacomo Debenedetti (1901-1967) per le faccende letterarie e i grandi esponenti della “scuola filosofica di Milano” Remo Cantoni (1914-1978) ed Enzo Paci (1911-1976) per pressoché tutto il resto. È comprensibile quindi il ritardo e l’incertezza con cui offrì libri di storia, senza un’evidente bussola organizzativa. Ci fu, è vero, l’avvio, nel 1961, della «Biblioteca storica dell’antichità» diretta da Ranuccio Bianchi Bandinelli (1900-1075), ma essa si ridusse alla pubblicazione dei dodici volumi, di cui alcuni in due tomi, della collettanea Storia antica, consistente nella traduzione della Cambridge Ancient History, impresa di grande importanza – soprattutto al fine dello studio della società schiavistica, divenuto ormai interesse prevalente rispetto alle glorificazioni tradizionali della Grecia e di Roma antica (Salvatori 2014, 231-232) – ma eccezionale. L’opera fu completata nel 1968, quando il Saggiatore entrò in crisi, e seguita tardivamente, nel 1971 (quando ormai la casa editrice era stata costretta dalle difficoltà finanziarie ad abbandonare gran parte delle sue ambizioni), da un solo altro libro nella stessa collana, Le conquiste dei Romani, del francese André Piganiol (1883-1968).

Ma contemporaneamente nasceva «Il Portolano» per offrire – spiegava il Catalogo generale 1958-1962 – «una nuova Storia universale dei popoli e delle religioni che vuole mettere in luce tutte le età e tutte le grandi vicende in ogni continente» per giungere «fino all’oggi» (citato in Cadioli 2016, 23). Sulla base di questo assunto livellatore, di opere storiografiche vere e proprie ve ne comparivano poche, benché a molte si potesse attingere per informazioni e financo per interpretazioni critiche di valore storiografico. Per il suo valore storiografico spiccava tra queste Le rivoluzioni borghesi (1963) dell’inglese Eric Hobsbawm (1917-2012), primo volume di una trilogia sul “lungo” Ottocento che, naufragato il Saggiatore, fu completata da Laterza nella collana «Storia e società».

Solo quattro anni dopo la nascita della casa e della sua collana ammiraglia «La Cultura. Storia, critica testi», vi comparve il primo libro di storia, I livellatori e la rivoluzione inglese, dell’inglese Henry Noel Brailsford (1873-1958). Ma è significativo che, quando finalmente, nel 1965, Alberto Mondadori si decise a creare un contenitore di opere storiche, lo facesse per affrontare la contemporaneità, con una scelta che era, allora, di netta rottura e di carattere militante: solo da poco la prima guerra mondiale aveva cessato «di costituire il limite invalicabile del bagaglio storico richiesto al cittadino istruito» (Zazzara 2011, 3) e, sull’onda della riscoperta della Resistenza, la storia successiva al 1918 era approdata ai curricula scolastici.

La «Biblioteca di storia contemporanea» del Saggiatore fu inaugurata con un tema bollente: I nazisti e la Chiesa, autore l’americano Guenter Lewy (n. 1923). Infuriavano allora le polemiche sull’atteggiamento di Pio XII di fronte alla persecuzione antiebraica, innescate dal successo incontrato in tutti i paesi occidentali dal dramma Der Stellvertreter (noto in Italia come Il Vicario, grazie alla  traduzione di Ippolito Pizzetti, Feltrinelli, 1967) del tedesco Rolf Hochhuth (1931-2020). In un’ottica analoga erano scelti anche, nella maggior parte, i titoli successivi, come Il patto Hitler-Stalin 1939-1941, del tedesco Philipp W. Fabry (n. 1927), uscito nel 1965; Da Potsdam a Mosca (1966) della tedesca ebrea ed ex comunista, perseguitata sia in Germania che nell’Urss, Margarete Buber Neumann (1901-1989), in realtà un’opera autobiografica; Dalla Rivoluzione russa all’economia rooseveltiana (1966) del russo naturalizzato americano Vladimir S. Woytinsky (1885-1960); L’esercito tedesco e il Partito nazional-socialista (1966) del tedesco Thilo Vogelsang (1919-1978); Problemi agrari del comunismo (1966) del francese René Dumont (1904-2001); Le armi e il potere. L’ esercito francese da Sédan all’Algeria (1967) di Paul-Marie de La Gorce, anche lui francese (1928-2004); La tragedia della rivoluzione cinese (1967, al culmine del dissidio tra Urss e Cina) dell’americano Harold R. Isaacs (1910-1986); Democrazie popolari, 1945-1968 (uscito nel 1969, all’indomani dell’invasione sovietica della Cecoslovacchia), dell’ungherese esule in Svizzera Laszlo Nagy (1921-2009). Tra tutti questi autori l’unico storico professionale era Vogelsang, docente all’Università di Monaco. Fabry insegnava nelle scuole secondarie; Brailsford, Buber-Neumann, de la Gorce e Isaacs erano giornalisti; Woytinsky era un alto esponente menscevico in esilio, tuttora impegnato in politica; Nagy era un sociologo e alto dirigente del movimento scoutistico internazionale; Dumont era sì docente universitario, ma di scienze agrarie, ed era noto soprattutto per le sue nette posizioni di ambientalista militante, allora pionieristiche. E non erano accademici né il giornalista americano Louis Fischer, autore della Vita di Lenin (1967), né l’ex dirigente della Lega dei comunisti jugoslava dissidente e costretto all’esilio in America Ivo J. Lederer (1902-2004), autore di La Jugoslavia dalla Conferenza della pace al Trattato di Rapallo, 1919-1920 (1966). Neanche negli altri grandi paesi la storia contemporanea aveva consolidato uno status di insegnamento universitario e anche lì cominciava proprio allora a essere campo di ricerca scientifica.

Solo nel 1967 fu aperta presso il Saggiatore una collana propriamente professionale di storia, la «Biblioteca di storia medioevale e moderna», annegata già l’anno successivo in una più generale «Biblioteca di storia», in cui comparvero diverse opere significative, con un pendolo tra l’attenzione agli esiti meno noti in Italia della ricerca internazionale e l’urgere delle questioni della contemporaneità. Tra i primi si possono annoverare Europa, madre delle rivoluzioni dello storico austriaco Friedrich Heer (1916-1983), cattolico controcorrente, del quale era già comparso nel «Portolano» un manualetto polemico sul basso Medioevo, e la Storia della civiltà francese di Georges Duby (1919-1996) e Robert Mandrou (1921-1984), paradigmatica summa di quanto acquisito fino ad allora dagli studiosi delle «Annales». Tipico lo spostamento di interesse verso la “lunga durata” e gli ambiti antropo-psicologici rispetto alla tradizione politico-strutturale della storiografia “nazionale” francese, che aveva al centro la nascita della nazione e il passaggio chiave costituito dalla Rivoluzione, qui affrontata, con La presa della Bastiglia, dal già menzionato Jacques Godechot. Per le maggiori questioni contemporanee il Saggiatore si affidava ancora a un grande giornalista, André Fontaine (1921-2013), di «Le Monde», per offrire una Storia della guerra fredda, ma finalmente a un accademico dotato di sguardo profondo, il tedesco-americano George Mosse (1918-1999), per un fondamentale libro su Le origini culturali del Terzo Reich, e al marxista militante inglese Edward Palmer Thompson (1924-1993) per la descrizione antidogmatica delle origini della classe operaia inglese in Rivoluzione industriale e classe operaia in Inghilterra, a soddisfare l’impetuosa domanda di conoscenze sul movimento operaio innescate dalle grandi lotte sindacali di quegli anni. Breve la vita di quella collana, svanita nel 1971. In tutto, nelle collane propriamente storiografiche e se si esclude l’unicum della Storia antica, il Saggiatore pubblicò 26 titoli stranieri sui 30 totali.

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Due erano state, nell’immediato dopoguerra, le case editrici che avevano coscientemente rotto con l’idealismo crociano e lo storicismo. Entrambe si erano avvalse della decisiva consulenza di Roberto “Bobi” Bazlen (1902-1965), che fu, un decennio più tardi, il principale ispiratore della Adeplhi (Battocletti 2017). L’una, la romana Astrolabio fondata nel 1944 da Mario Ubaldini (1908-1984), si dedicò quasi esclusivamente alla diffusione dei testi della psicoanalisi di Freud e soprattutto Jung e non si è mai occupata di storia. L’altra è Comunità, fondata nel 1946 a Ivrea (ma trasferita subito a Milano) da Adriano Olivetti (1901-1960), il vulcanico, poliedrico, attivissimo imprenditore che portò l’azienda paterna alla leadership mondiale nel settore delle macchine per scrivere, creandole intorno un ambiente ineguagliabile di ricerca e di attività artistica e intellettuale, soprattutto in campo architettonico, urbanistico e del design, sostenuta anche da un movimento politico denominato anch’esso Comunità (Berta 1980). «Economia, politica,  sociologia, architettura e un cattolicesimo non ortodosso sono i temi portanti del catalogo» (Turi 2018, 79). Niente storia, quindi. Alla prematura morte del fondatore, le redini delle Edizioni di Comunità furono prese dal suo braccio destro, Renzo Zorzi (1921-2010), che non deviò minimamente dalla linea impressa da Olivetti. Ancor più indicativo della impetuosa domanda di storia che proveniva dal “mercato” in crescita dei lettori va quindi ritenuto il varo nel 1962 di una collana denominata «Passato e presente», in cui le si concedeva moderato spazio. Durò poco, quella collana, solo quattro anni. Ma alcuni titoli hanno un notevole interesse. Il principale è La città nella storia dell’americano Lewis Mumford (1895-1990), incontestata autorità nell’ambito della storia dell’urbanistica, uno dei principali campi in cui si era esplicato l’attivismo olivettiano. Ma anche quella sorta di pioneristico manuale che è la Storia della Russia sovietica del tedesco Georg von Rauch (1904-1991) costituiva nel 1965 un buon tentativo, ovviamente sopraffatto dall’opera del Carr, di cui Einaudi presentava proprio in quello stesso anno il primo, attraente volume. E curioso recupero della storia delle idee in ambito storicista era Profeti di ieri di Gerhard Masur (1901-1975), altro tedesco, discepolo di Meinecke, naturalizzato americano. Anche Hans Kohn (1891-1971), ebreo tedesco nato in Boemia, si era rifugiato negli Stati Uniti dopo la delusione patita con il trasferimento in Palestina, da cui se ne era andato in totale disaccordo con la politica sionista di aggressione terroristica contro gli arabi. Quella esperienza gli aveva dettato degli studi volti a smantellare ogni mito nazionalistico, come nel caso del libro I tedeschi presentato da Comunità nel 1965.

La collana ebbe una breve ripresa nei primi anni ottanta, quando pubblicò gli interessanti Mussolini e la questione ebraica dell’inglese Meir Michaelis (1905-2005) e La Rive Gauche. Intellettuali e impegno politico in Francia dal Fronte popolare alla guerra fredda dell’americano Herbert R. Lottman (1927-2014).

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Nel presentare nel catalogo generale Einaudi del 1956 la «Biblioteca di cultura storica» Franco Venturi, principale ispiratore della collana, rivendicò la definizione crociana di tutta la storia come storia contemporanea accanto alla necessità di ampliare la visuale a tutto il mondo (Mangoni 1999, 775 e 781). Dopo il 1956 e fino al 1970, la «Biblioteca di cultura storica» pubblicò 49 opere, di cui 25, la metà, straniere. Questa relativa scarsità, rispetto alle proporzioni complessive nell’intera collana, è dovuta alla presenza, fra quelle italiane, di diversi titoli di peso. La riedizione, nel 1960, del classico Magnati e popolani in Firenze di Gaetano Salvemini (1873-1957), risalente al 1899, e, nel 1962, di Il comune di Firenze alla fine del Dugento del russo naturalizzato italiano Nicola Ottokar (1884-1957), che era del 1926, riportavano alla luce i frutti di una stagione di storia sociale che, dopo la svolta crociana di inizio secolo, sembrava tramontata e che invece stava ora riprendendo vigore. La pur tardiva silloge degli Studi di storia di Delio Cantimori (1959); la pionieristica Storia d’Italia nel periodo fascista (1956), di stampo liberale, di Luigi Salvatorelli e Giovanni Mira (1891-1966); i primi tre tomi del Mussolini (1965-1990) di Renzo De Felice (1929-1996); i primi tre volumi della Storia del partito comunista italiano (1967-1975) di Paolo Spriano (1925-1988); il dirompente I benandanti (1966) di Carlo Ginzburg (n. 1939), avanguardia della microstoria; la Storia delle due Germanie (1968) di Enzo Collotti (n. 1929); il primo volume del Settecento riformatore (1969-1990) dello stesso Franco Venturi: erano questi i libri che costituivano invece la principale rivelazione della vitalità della storiografia italiana di quegli anni.

Ma peso tutt’altro che trascurabile avevano alcune opere straniere. Tempestiva fu la pubblicazione dei saggi, riguardanti il 1848, dell’ebreo polacco naturalizzato inglese Lewis B. Namier (1888-1960) sotto l’emblematico titolo La rivolta degli intellettuali, proprio nel 1957, all’indomani cioè di quel «Manifesto dei 101» di protesta contro l’invasione sovietica dell’Ungheria steso da un nutrito gruppo di intellettuali comunisti, tra i quali einaudiani prestigiosi come Antonio Giolitti, Italo Calvino e Carlo Muscetta. Purtroppo a questo primo incontro italiano con il grande storico anglo-polacco non ne seguirono altri, né presso Einaudi né altrove (Abbattista 2009). La Storia della dominazione europea in Asia (1958) di Kavalam Madhava Panikkar (1895-1963), diplomatico e letterato indiano, forniva uno dei primi sguardi anticolonialisti proveniente da un paese ex coloniale. La Storia del Terzo Reich (1962) di William Shirer (1904-1993), la Storia della guerra civile spagnola (1963) di Hugh Thomas (1931-2017), la Storia della Repubblica di Salò (1963) di William Deakin (1913-2005) costituivano i primi tentativi di storicizzare l’immediato passato, facendo luce sul fascismo europeo. Non è un caso che dei tre autori solo Thomas fosse approdato a una cattedra universitaria dopo una carriera di civil servant al Foreign Office: Shirer era un giornalista americano, Deakin un militare inglese; e i titoli italiani, con l’insistenza sulla parola «storia», erano una voluta forzatura di quelli originali (rispettivamente The Rise and Fall of the Third Reich, cioè “Ascesa e caduta del Terzo Reich”, The Spanish Civil War, e The Brutal Friendship, “Amicizia brutale”) per andare incontro alla fame di storia contemporanea che pativano i giovani di allora.

Grazie all’impegno di consulente e di traduttore di Enzo Collotti (Munari 2013, 695), tramite Einaudi apparivano anche in Italia le opere con cui in Germania si cominciava, tra mille contraddizioni e difficoltà, ad affrontare gli immani problemi che alla coscienza tedesca poneva il tragico retaggio del nazismo, il che significava collocare al centro della ricerca il problema politico. Era scoppiata in Germania la Fischerkontroverse, una controversia storiografica innescata nel 1961 dal libro Griff nach del Weltmacht, in cui lo storico Fritz Fischer (1908-1999) indicava nel militarismo prussiano e nella Germania guglielmina durante la prima guerra mondiale il terreno di coltura dell’hitlerismo. Questa tesi era controbattuta da un’autorità come Gerhard Ritter. Questi, dopo aver reso omaggio fin dal 1954, con Carl Goerdeler und die deutsche Widerstandbewegung (C.G. e il movimento di resistenza tedesco), agli alti ufficiali che dieci anni prima avevano attentato alla vita di Hitler, aveva poi cercato di isolare il periodo nazista come un’aberrazione temporanea: sia lui che Meinecke la imputavano a influenze allogene come il giacobinismo (Corni 1987, 324); insomma una «parentesi», come per Croce il fascismo italiano. A questo scopo aveva svolto un’ampia storia del militarismo tedesco con i quattro volumi di Das Problem des „Militarismus“ in Deutschland, pubblicati a partire dallo stesso 1954 (Conte 1987, 56). Orbene, tutti questi libri comparvero allora in italiano in quella collana: I cospiratori del 20 luglio 1944 di Ritter nel 1960 (proposto però da Renato Solmi – Munari, 2013, 161), Assalto al potere mondiale di Fischer nello stesso 1961 dell’edizione tedesca, l’opus magnum di Ritter in tre volumi tra il 1967 e il 1973 col titolo I militari e la politica nella Germania moderna, accompagnati tutti, a ogni buon conto, dalla Storia della repubblica di Weimar (1967) di Erich Eyck (1878-1964). C’erano poi recuperi di classica storiografia medievale e moderna tedesca come Maometto il Conquistatore (1957) di Franz Babinger (1891-1967), Carlo V (1961) di Karl Brandi (1868-1946), che Chabod aveva scoperto già nel 1940 (Mangoni 1999, 41 nota), e Storia dell’impero bizantino (1968) scritta prima della guerra in tedesco dal russo Georg Ostrogorsky esule in Jugoslavia (1902-1976). Questi libri facevano assurgere le traduzioni dal tedesco a sei, contro altrettante dall’americano, solo quattro dal francese e ben dieci dall’inglese. Alle ultime opere citate occorre affiancare la corposa Storia delle crociate (1966) del prolifico bizantinista poliglotta inglese Steven Runciman.

A Collotti si doveva anche un altro importante contributo all’apertura della contemporaneistica ai problemi mondiali: Il secolo dell’Asia. Imperialismo occidentale e rivoluzione asiatica nel secolo XX dell’olandese Jan Romein (1893-1962), uscito nel 1969, quando la contestazione giovanile all’intervento americano in Vietnam era ormai diventata un fenomeno mondiale di massa e mobilitava migliaia e migliaia di giovani anche in Italia.

Ma il vero macigno, di cui oggi – ormai usciti dalle nebbie fumogene dei contrasti ideologici dell’epoca – si stenta ad apprezzare il peso e la portata, era La rivoluzione bolscevica (1917-1923), dell’inglese Edward H. Carr (1892-1982), che, uscito nel 1964, finalmente offriva una ricostruzione storiograficamente soddisfacente di un evento decisivo della storia mondiale del secolo, avvolto fino ad allora nei fumi del mito propagandistico o delle esecrazioni impressionistiche, l’uno e le altre condizionati ideologicamente. Come indicava l’intervallo cronologico esaminato, ed esposto nel titolo, quell’evento non era considerato esaurito in se stesso, ma era inserito in un più lungo periodo. Si trattava infatti, con le sue 1361 pagine, precedute da 25 di introduzione, solo del primo volume dei quattro di una poderosa Storia della Russia sovietica, di cui il terzo in tre tomi e il quarto, condotto in parte a quattro mani con Robert W. Davies (n. 1925), in sei, per un totale di 6534 pagine. Fu infatti la lettura dei volumi successivi a convincere Delio Cantimori – che era rimasto poco persuaso del primo, suggerito anch’esso da Renato Solmi (1927-2015) – a proporre la pubblicazione integrale dell’opera (Munari 2013, 166; cfr. Mangoni 1999, 377-8). Non c’era aspetto della realtà sovietica fino a tutti gli anni venti che non fosse documentato ed esaminato. L’edizione, frutto del lavoro di dodici traduttori, fu completata dopo vent’anni, nel 1984.

Nel 1965 nella collana fu pubblicato, su proposta di Franco Venturi (Munari 2013, 511), un libro di importanza fondamentale: Il problema storico dell’arretratezza economica. Si trattava della traduzione di Economic Backwardness in Historical Perspective (1962), l’opera con cui l’americano Alexander Gerschenkron (1904-1978), padre della new economic history, sistematizzava la sua concezione delle fasi dello sviluppo economico, differenziate cronologicamente da paese a paese ma ovunque ricorrenti (Toninelli 1987). Il libro veniva a coronare il dibattito, particolarmente vivace in tempi di miracolo economico, suscitato qualche anno prima da Rosario Romeo con la sua interpretazione delle basi economico-sociali del Risorgimento, contrastante con le tesi gramsciane ma contestata esplicitamente dallo stesso Gerschenkron (Pescosolido 1983). La cliometrics in cui si esplicava la new economic history non incontrò invece, in quanto tale, molti favori presso di noi, tanto è vero che un suo caposaldo, Railroads and American Economic Growth (1964) di Robert W. Fogel (1926-2013), anche lui americano, non ha ancora goduto di una traduzione italiana, nonostante il Nobel conferito nel 1993 al suo autore insieme con Douglass North (1920-2015), «per aver innovato la ricerca di storia economica mediante l’applicazione di teoria economica e metodi quantitativi, al fine di spiegare il cambiamento economico e istituzionale» (citato in Iggers 1997, 45). Anche North è pressoché ignorato in Italia.

La pubblicazione, nel 1966, degli Studi su Riforma e Rinascimento e altri scritti su problemi di metodo e di geografia storica di Lucien Febvre (1878-1956) fu un momento importante per la cultura storica, e non solo storica, italiana. La Prefazione di Delio Cantimori, divenuto ormai insofferente verso «ogni prevaricazione interpretativa a sfondo ideologico o filosofico» (Pertici 1999, 37), costituiva una sorta di ritiro ufficiale del bando a suo tempo emanato contro la scuola delle «Annales», della quale Febvre era considerato, con Marc Bloch, uno dei fondatori, con il riconoscimento della sua fecondità contro la sterilità, per gli studi storici, di quella, per altri versi così fertile, di Croce (ora in Cantimori 1971, 253).

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Per un breve periodo anche la bolognese Cappelli cercò d’intercettare la crescente domanda di storia, creando una collana di «Problemi e figure di storia contemporanea» che durò appena dal 1963 al 1968, con una strana anticipazione nel 1958 con L’opposizione tedesca al nazismo dell’ebreo conservatore tedesco Hans Rothfels (1891-1976). Rothfels, appassionato nazionalista, aveva vanamente tentato di farsi accettare dal nazismo, prima di essere costretto all’esilio in America, dove nel 1948 aveva pubblicato in inglese questa appassionata apologia degli alti ufficiali responsabili dell’attentato a Hitler del luglio 1944, analoga a quella di Ritter. Tornato in Germania nel dopoguerra, Rothfels fu uno dei più attivi organizzatori della ricerca di storia contemporanea nel suo paese. In tutto, la collana pubblicò solo dodici libri, di cui sette stranieri, con la collaborazione di studiosi di area liberal-democratica come Leo Valiani (1909-1999), Mario Vinciguerra (1887-1972), Aldo Garosci, Vittorio De Caprariis (1924-1964), Ottavio Barié (n. 1923), Rosario Romeo. Prevaleva l’interesse per la storia politica e diplomatica, come attestano i lavori del già citato francese Jean-Baptiste Duroselle, su La politica estera degli Stati Uniti dal 1913 al 1945, e dell’americano René Albrecht-Carrié (1904-1978), sulla Storia diplomatica dell’Europa dal Congresso di Vienna ad oggi, nonché il tardivo Storia politica dell’Italia moderna dell’inglese Cecil J.S. Sprigge (1896-1959), uscito in originale nel 1944. Di qualche utilità contingente la Storia dell’economia italiana dal 1861 ad oggi, di Shepard B. Clough (1901-1990), uno dei tanti americani che veniva a informarci delle cose di casa nostra. Ma meritano una menzione due lavori francesi. L’uno, Miti e realtà dell’imperialismo coloniale francese, 1871-1914, di Henri Brunschwig (1904-1989), tentava di contestare la denuncia delle radici economiche del colonialismo indicate da una generazione cresciuta facendo il tifo per gli indocinesi e gli algerini; l’altro, Cristianesimo e classe operaia, opera del sociologo e storico cattolico François-André Isambert (1924-2017), usciva in pieno periodo di lotte sindacali e all’indomani della riabilitazione dei preti-operai – condannati e repressi sotto Pio XII – da parte di Paolo VI.

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Più indicativa del tipo di “militanza” praticata da Mursia era, rispetto all’altra sua collana, la paludata «Nuova Clio», la collezione di «Testimonianze tra cronaca e storia», che si occupava di storia contemporanea e sfornò diversi titoli di grande successo. La formula indicata nella denominazione era indovinata, in quanto consentiva non solo di mescolare memorialistica e indagini giornalistiche, talvolta abbastanza agguerrite, più qualche apporto propriamente scientifico, ma anche di far sentire un po’ tutte le campane. La “militanza”, in questo caso, stava proprio nell’evidente proposito di mostrare tutti gli aspetti e le sfaccettature della controversa storia recente, e di ascoltare tutte le voci, alimentando quindi la pericolosa opinione che ogni tentativo di riconoscere le responsabilità degli atti del passato sia destinato all’insuccesso, e non arretrando davanti alle contestazioni che gli provennero in origine, per questo, soprattutto da sinistra. Fra i titoli, in schiacciante preponderanza numerica italiani (179 su 209 entro il 1990), ve ne furono che ottennero un successo straordinario: Centomila gavette di ghiaccio di Giulio Bedeschi (1915-1990), per esempio, testimonianza sulla ritirata di Russia di un ufficiale medico degli alpini che successivamente aveva combattuto nelle truppe antipartigiane della Repubblica sociale italiana, fu controbilanciato da Tu passerai per il camino di Vincenzo Pappalettera (1919-1998), partigiano combattente sopravvissuto al lager di Mauthausen; in entrambi i casi con decine di migliaia di copie vendute.

Poche le importazioni: trenta in tutto. In mezzo a diverse ricostruzioni giornalistiche o addirittura romanzate, spesso annunciate con titoli a sensazione, spiccano le memorie e le narrazioni della prima guerra mondiale sul fronte italiano “dall’altra parte”, cioè di testimoni e autori austriaci, come Fritz Weber (1895-1972), Oswald Ebner (1895-1980), Ingomar Pust (1912-1998), Viktor Schemfil (1879-1960). Drammatica la testimonianza diretta dell’ungherese Méray Tibor (1924-2020) su La rivolta di Budapest del 1956, in seguito alla repressione sovietica della quale l’autore, già dirigente comunista, dovette rifugiarsi in Francia. Ma i contributi più validi della collana furono quelli alla ricostruzione dei particolari della Shoa con le testimonianze del tedesco Joel König (1922-2006), Sfuggito alle reti del nazismo, e soprattutto del comunista austriaco Hermann Langbein (1912-1995), Uomini ad Auschwitz, che si poterono fregiare entrambi di una prefazione di Primo Levi. Levi aveva invano cercato di convincere già dieci anni prima Einaudi a pubblicare la traduzione del libro di Langbein, ampia documentazione costruita con acribia dal reduce di cui il grande scrittore italiano era diventato amico. Probabilmente era stato d’ostacolo la mole del libro, che infatti Mursia ridusse circa alla metà (Mengoni 2021, 134). A questi libri si può accomunare Ed essi si ribellarono, una Storia della Resistenza ebraica contro il nazismo dell’americano oriundo polacco Yuri Suhl (1908-1986). Ma in tempi di covid può incuriosire La malattia che atterrì il mondo del giornalista americano Richard Collier (1924-1996), che racconta The Plague of the Spanish Lady. The Influenza Pandemic of 1918–19, ossia la pandemia di “spagnola”.

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Solo nel 1966 nacque la «Biblioteca di storia» degli Editori Riuniti, la casa editrice in cui il partito comunista italiano aveva appunto riunito nel 1953 le diverse imprese editoriali alle quali aveva dato vita in sedi e momenti diversi dopo la Liberazione. Era ovviamente una collezione militante, come attestano subito i primi titoli tradotti: dalla Storia della repubblica e della guerra civile in Spagna dell’esule antifranchista Manuel Tuñón de Lara (1915-1997) alla classica Vita di Marx di Franz Mehring, ripresa della traduzione di Mario Alighiero Manacorda uscita già nelle Edizioni Rinascita nel 1953, dal recentissimo Dalla Bastiglia al Termidoro. Le masse nella Rivoluzione francese del marxista inglese George Rudé (1910-1993) a Da Bismarck a Hitler. L’imperialismo tedesco nel XX secolo di Arkadij Samsonovič Erusalimskij (1901-1965), uscito nel 1967 con prefazione di Ernesto Ragionieri (1926-1975), consulente prestigioso, insieme con Renato Zangheri (1925-2015) e Giorgio Mori (1927-2011). Questa era in assoluto la prima opera storiografica sovietica importata in Italia (è indicativo che nel suo rendiconto su quella storiografia Clara Castelli [1987] non abbia citato neppure un’opera tradotta in italiano). Eppure, contemporaneamente la collana comunista ospitava, in due volumi, le Cronache della rivoluzione russa, le preziose memorie che il menscevico Nikolaj Nicolaevič Suchanov (1982-1940), perseguitato e fucilato sotto Stalin, aveva pubblicato in Russia nel 1922-23. È uno dei segnali delle correnti critiche che correvano in quegli anni, se non addirittura in quei mesi, tra gli intellettuali di sinistra, iscritti o no al Pci, e che nel decennio successivo sarebbero sfociate nei mille rivoli della “nuova sinistra”.

Entro il 1989, anno in cui gli Editori Riuniti, in parallelo col tramonto del Pci, imboccarono la loro parabola discendente, la «Biblioteca di storia» pubblicò complessivamente il ragguardevole numero di 135 opere, di cui 73 tradotte. Non può meravigliare l’alto numero di traduzioni dal russo, ben 14; ma di queste, nove erano concentrate nei primi due anni di vita della collana, durante i quali si erano pubblicati in tutto 23 titoli. In maggioranza si trattava o di raccolte documentarie, come il Carteggio 1941-1945 fra Stalin, Churchill e Roosevelt; o di manuali, come la Storia di Roma di Sergej Ivanovič Kovalëv (1886-1970), già uscita nel 1953 per Rinascita, e la vecchissima Storia della Russia di Michail N. Pokrovskij (1868-1932), «con cui si intende[va] sottolineare il drammatico rapporto esistente tra la rivoluzione d’Ottobre e la storia russa precedente» (Turi 2018, 89); o di classici, come i due paradigmatici lavori di Evgenij Viktorovič Tarle (1874-1955): Napoleone, che era già stato pubblicato da Morandi presso Corticelli trent’anni prima; e la Storia d’Europa, 1871-1919, risalente originariamente addirittura al 1927.

Più ambizioso La formazione dello Stato sovietico, 1917-1918 di Efim Naumovič Gorodetskij (1907-1993), che tuttavia aveva da fare i conti con il coevo Carr einaudiano, come del resto, nel 1976, i due volumi della Storia dell’URSS del comunista critico francese Jean Elleinstein (1927-2002). La pubblicazione di queste opere aveva tuttavia un più esplicito significato politico. Gli Editori Riuniti avevano imboccato con decisione la strada della storia dello stalinismo e dei suoi crimini, ricorrendo anche agli studi più coraggiosi provenienti dalla stessa Urss, con il palese intento di concorrere al troppo lento distacco del Pci, e soprattutto dei suoi più vecchi militanti, da quella tradizione. In Francia il lavoro di Elleinstein si contrapponeva allora all’ufficiosa Histoire de l’URSS dell’ortodosso Jean Bruhat (1905-1983), più volte ristampata a partire dal 1945 come parte del catechismo del militante comunista francese. Su quella linea si poneva la pubblicazione degli studi del sovietico critico Roy A. Medvedev (n. 1925) (La Rivoluzione d’ottobre era ineluttabile?, 1976; Dopo la rivoluzione, primavera 1918, 1978; e Gli ultimi anni di Bucharin, 1930-1938, 1979), di cui non esiste traccia di testi originali editi, sì da far ritenere che fossero tradotti direttamente sul dattiloscritto mentre in patria non avevano libera circolazione. Dello stesso tenore Economia e politica nella società sovietica. Il dibattito economico nell’Urss da Bucharin alle riforme degli anni sessanta (1977), tema scottante per i sovietici, di Moshe Lewin (1921-2010), polacco profugo in America, tutt’altro che di simpatie comuniste; Trotskij e Stalin. Lo scontro sull’economia (titolo ben più esplicito di quello originale, Leon Trotsky and the Politics of Economic Isolation), del canadese Richard B. Day; La nascita dello stalinismo del cecoslovacco fuggito nella Germania occidentale Michal Reiman (n. 1930), del quale Laterza già nel 1968 aveva presentato nella collana «Storia e società», della quale più avanti, il minore e cronachistico La rivoluzione russa dal 23 febbraio al 25 ottobre.

Non era dunque solo una supposta povertà della storiografia d’osservanza sovietica a rendere la casa editrice comunista restia ad attingervi, benché ovviamente potesse contare su adeguati incentivi da parte moscovita. Era un palese – anche se timido quanto imponeva il persistente legame del partito – atteggiamento critico nei confronti di quel regime, se è vero che già nel 1968 pubblicava Il laburismo. Storia di una politica del marxista antisovietico Ralph Miliband (1924-1994), dirigente del partito laburista britannico, d’altronde già pubblicato addirittura quattro anni prima nella collana «Orientamenti»: più che opera storica, un saggio politologico polemico.

In seguito le proporzioni cambiarono significativamente. Su quei 73 titoli importati, la lingua predominante era l’inglese, da cui vennero tradotte 28 opere (9 americane e 19 britanniche), ma ben 17 erano quelle nate in francese, tra le quali è da segnalare, per la particolarità di approccio, La Francia della Seconda Repubblica, 1848-1852, di Maurice Agulhon (1926-2014), che cercava di trasferire nel lavoro storiografico i criteri strutturalisti dell’antropologia di Claude Lévi-Strauss (Torre 1987, 212).

In un certo senso rivelatrice era la presenza di sei testi scritti originariamente in lingue “minori”. Tra questi ultimi comparivano tempestivamente i lavori di due eminenti studiosi appena espulsi dal partito comunista cecoslovacco per aver contestato l’invasione sovietica: la Storia dell’Internazionale comunista, 1921-1935 (1969) di Miloš Hájek (1921-2016), già combattente nella Resistenza antinazista, e Il Rinascimento italiano di Josef Macek (1922-1991), ai quali va aggiunto l’attento studio condotto dal polacco Marek Waldenberg (1926-2018) sulla figura di Karl Kautsky, del quale veniva alterato in italiano il titolo – che in originale, Wzlot i upadek Karola Kautsk’ego, suonava come “Ascesa e caduta di Karl Kautsky” – in Il Papa rosso, Karl Kautsky (1980). Si trattava dell’esplicazione dell’impegno, da parte degli storici comunisti italiani, a una rivisitazione critica della storia del movimento comunista – o meglio operaio, ma con riferimento particolare al versante comunista, effettivamente presente in tutto il mondo – internazionale. Paradigmatico in tal senso è il caso in particolare di un libro di storici sovietici tradotto dal russo. Il VII Congresso dell’Internazionale comunista (1975) di Boris Moiseevič Lejbzon e Kirill Kirillovič Širinja (particolarmente autorevole quest’ultimo) segnava una certa svolta nella storiografia sovietica, verso un’interpretazione più aperta e più aderente e alla documentazione (d’altronde fin ad allora non consultabile e ancora riservata per oltre un ventennio) e ai fatti di questo come di altri importanti momenti della storia del Komintern. Questo aspetto veniva sottolineato con forza nella Prefazione di Aldo Agosti, che non lesinava critiche ad alcune superstiti remore (gravissimo, dal punto di vista scientifico, il silenzio sulla natura e la collocazione delle fonti documentarie, pur abbondantemente citate); e il fatto che il libro costituisse «la massima apertura della storiografia sovietica a proposito del Komintern» era il motivo esplicito per cui Ragionieri aveva voluto quella traduzione, secondo quanto risulta da una sua lettera allo stesso Agosti dell’8 gennaio 1974, in possesso del destinatario (che ringrazio).

Tuttavia, in quel momento di crescente mobilitazione giovanile contro la guerra americana il titolo editorialmente più indovinato fu indubbiamente la Storia del Vietnam di Jean Chesnaux (1922-2007), uscita appunto nel 1968. La ripresa, nel 1969, dei Problemi di storia del capitalismo di Maurice Dobb (1900-1976), già usciti nel 1958 in altra collana, veniva incontro alla parallela domanda di lumi in fatto di comprensione del mondo contemporaneo. Dobb era un altro esponente della autorevole corrente di studiosi marxisti inglesi, e sua era anche la successiva sintesi di Storia dell’economia sovietica, risalente originariamente al 1928, precedente cioè alle tragedie dello stalinismo, ma già pubblicata in «Orientamenti» nel 1958. Anche Asa Briggs (1921-2016) apparteneva a quella schiera di agguerriti studiosi inglesi. Di lui venne pubblicato nel 1978 L’Inghilterra vittoriana. I personaggi e le città. Ma più importante mi pare il suo L’età del progresso. L’Inghilterra fra il 1783 e il 1867, che il Mulino pubblicò nel 1986.

Il vecchio lavoro di Dobb risultò subito superato dalla Storia economica dell’Unione Sovietica del russo emigrato in Gran Bretagna Alec Nove (in realtà Aleksandr Jakovlevič Novakovskij, 1915-1994), pubblicata nello stesso 1969 dalla Utet, in una collana di «Storia e dottrine economiche» iniziata nel 1946 (e in cui, tra i pochi titoli pubblicati con lunghe pause tra l’uno e l’altro, era comparsa già un’opera capitale come la Teoria generale di Keynes). Questa collana annoverò solo nove titoli di storia, di cui sei tradotti, tutti dall’inglese: al loro culmine sta, nel 1979, quando la collana cessò, Il dollaro. Storia monetaria degli Stati Uniti, 1867-1960, con cui nel 1963 gli americani Milton Friedman (1912-2006) e Anna Jacobson Schwartz (1915-2012) avevano dato fondamento storico alla loro rivolta monetarista e antikeynesiana, concretizzatasi in politica nel thatcherismo britannico e nel reaganismo americano. Ma vanno segnalati anche la Storia economica dell’Europa, 1760-1939 di Ernest Ludlow Bogart (1870-1958), del 1953, e i due studi del sino-americano Ho Ping Ti (1917-2012) su La Cina: uno sullo Sviluppo demografico e l’altro sul Sistema sociale, considerati entrambi sul lungo arco cronologico dal 1368, inizio della dinastia Ming, al 1912, anno del crollo del Celeste Impero e della fondazione della repubblica.

Gli Editori Riuniti attinsero con meno parsimonia alla storiografia sovietica, appena sfiorata dalla collana maggiore, per una «Biblioteca di storia antica» che ebbe vita tra il 1975 e il 1986, pubblicando in tutto 28 opere, di cui meno della metà, tredici, erano tradotte, ma qualcuna già comparsa nella «Biblioteca di storia». Il fatto è che, a quanto risulta dai titoli pubblicati, la collana era destinata soprattutto a ospitare opere di due maestri italiani: l’archeologo Ranuccio Bianchi Bandinelli, che abbiamo già visto nelle vesti di direttore della storia antica Cambridge presso il Saggiatore, e Francesco De Martino (1907-2002), autorevole studioso di storia del diritto romano (nonché alto esponente del partito socialista italiano, al quale aveva aderito nel 1946 dopo la milizia nel partito d’azione e di cui in più riprese fu anche segretario generale tra gli anni sessanta e settanta). Tuttavia, di quei tredici saggi tradotti, ben quattro erano sovietici e due polacchi. L’antichistica sovietica era erede di una scuola russa molto agguerrita, di cui un grande esponente era stato il già citato Rostovcev, e che si prestava a minori contestazioni. In ogni caso, tra di essi figurava una riedizione di quella Storia di Roma in due volumi di Sergej Ivanovič Kovalëv che, risalente in originale al 1948, era già stata pubblicata nel 1953 in «Orientamenti» e poi nella «Biblioteca di storia», ma che – tra le due o tre citazioni obbligate di Stalin – metteva comunque in crisi una delle convinzioni più radicate della tradizione bolscevica, ossia l’interpretazione in chiave classista dell’azione politica dei Gracchi e della rivolta di Spartaco (Canfora 2013, 184-5). Il proficuo studio del sistema economico schiavistico era tuttavia al centro di quasi tutte le altre opere provenienti dall’Urss e dalla Polonia. Una novità assoluta per l’Italia era la traduzione di uno dei primi lavori di Max Weber sulle radici economiche del diritto pubblico e privato, Agrarverhältnisse im Altertum (Rapporti agrari nell’antichità), risalente al 1897, e presentato nel 1981 come Storia economica e sociale dell’antichità. I rapporti agrari, unico titolo di origine tedesca presente nella collana. Molto più aggiornati i cinque contributi francesi, tra i quali spiccano per originalità I Greci senza miracolo di Louis Gernet (1882-1962), Il mestiere di cittadino nell’antica Roma di Claude Nicolet (1930-2010) e soprattutto il coraggioso Il buon uso del tradimento. Flavio Giuseppe e la guerra giudaica di Pierre Vidal-Naquet (1930-2006). E c’era anche un manuale americano, Storia del mondo antico di Chester G. Starr (1914-1999), già comparso nella collana maggiore nel 1968 e che, contro ogni convinzione in casa comunista, poneva al centro della storia l’individuo.

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Nel 1965 la «Biblioteca storica» Sansoni riprese con una fisionomia di grande prudenza, prevalentemente al servizio dell’accademia. Ventidue le opere tradotte sulle 41 nuove edizioni entro il 1991, quando la casa perse la sua autonomia. Che l’impostazione fosse ancora molto tradizionale è confermato dalla forte presenza di traduzioni dal tedesco (sei) e soprattutto dal francese ma di autori non “annalisti” (dieci). Anche i libri inglesi erano sei, ma non compariva nemmeno un autore americano. Completamente assente la storia contemporanea, la parte del leone spettava alla storia della Chiesa e del cristianesimo, retaggio dei tempi di Gioacchino Volpe e del primo Cantimori, ma non mancavano puntate in altre direzioni di storia medievale e moderna. I titoli che ancora oggi possono avere qualche interesse mi paiono la Vita economica e sociale di Roma nel Cinquecento dell’autorevole Jean Delumeau , il controverso Wallenstein (1981) del tedesco Golo Mann (1909-1994), ma soprattutto i tre volumi della Storia delle credenze e delle idee religiose del romeno di lingua francese Mircea Eliade (1907-1986), molto contestato a quell’epoca per le sue simpatie verso il fascismo romeno e l’antisemitismo, ma certamente una delle massime autorità nel suo campo.

Impegno politico di massa e consumo di storia

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Anche quando, nel 1968, Mursia avvertì che era giunto il momento di varare una più seria «Biblioteca di storia contemporanea», il suo criterio militante continuò a essere quello del bilancino tra le opzioni ideologiche e politiche, adatto alla “maggioranza silenziosa”, che allora non gradiva la mobilitazione giovanile e operaia, ma che di fatto era una minoranza. La collana durò fin dopo poco la morte dell’editore, nel 1985, e contò in tutto solo 22 uscite, di cui appena otto di testi importati. Tra questi sono fondamentali i due maggiori lavori del francese Henri Michel (1907-1986), fondatore nel 1967 del Comité international d’histoire de la seconde guerre mondiale e uno dei massimi specialisti dell’argomento: La guerra dell’ombra, ossia La Resistenza in Europa (1967), e i due volumi della Storia della seconda guerra mondiale (1977). Di qualche interesse, nel momento in cui giungeva al termine l’era di De Gaulle ma resisteva la sua Quinta Repubblica, anche i due temi contrapposti della Destra in Francia dalla Restaurazione alla V Repubblica (1815-1968) di René Rémond (1918-2007) e Le sinistre in Francia dalla Rivoluzione ai nostri giorni di Georges Lefranc (19o4-1985). Per gli italiani erano allora di qualche utilità sia L’esperienza fascista. Cultura e società in Italia dal 1922 al 1945 di Edward R. Tannenbaum (n. 1921) sia Antonio Gramsci e le origini del comunismo italiano dell’ex operaio e militante sindacale a Detroit divenuto professore universitario John M. Cammett (1927-2008), decano degli studi gramsciani negli Stati Uniti e iniziatore della Bibliografia gramsciana.

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Nella stentata esistenza della loro collana negli anni settanta e ottanta, le Edizioni Paoline proseguirono il loro impegno ecumenico sia con la coraggiosa biografia critica di Martin Lutero, il riformatore borghese, dello storico luterano Friedrich Wilhelm Kantzenbach (1932-2013), pubblicata nel 1972, sia con i ritratti di Sigmund Freud (1974) e di Martin Buber (1990) offerti rispettivamente dagli ebrei Paul Rom (1902-1982) e Pamela Vermes (1918-1983), anglo-tedesco morto in Israele il primo, inglese la seconda. Ma in tutto le traduzioni furono solo quattro.

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Rizzoli, allora il principale concorrente di Mondadori nell’interpretare il ruolo dell’editore “generalista” privo di connotazione ideologica e politica, quindi non “militante”, volle però cavalcare l’ondata crescente di domanda di storia di quegli anni aprendo nello stesso 1968 una propria «Collana storica» con caratteristiche fortemente divulgative, per le quali il ricorso era per lo più a esperti giornalisti, e, quando si trattava di autori accademici, manualistiche. La collana sopravvisse fino al 2005 alle molte e non sempre piacevoli vicissitudini attraversate negli anni seguenti da quella casa editrice. Entro il 1990 pubblicò 151 opere, in stragrande maggioranza traduzioni, ben 126. Non stupirà la massiccia presenza dell’alta divulgazione anglosassone, con 36 titoli di provenienza britannica e 28 americana; in secondo piano erano relegati non solo quelli originariamente in tedesco (otto, un numero comunque non disprezzabile, in quel contesto), ma anche quelli in francese, che furono 18, in un periodo in cui la storiografia francese furoreggiava.

Di chiara impostazione conservatrice e tradizionale, testi di sintesi storica sui maggiori paesi extraeuropei, su popolazioni d’epoca precoloniale, su grandi questioni dell’antichità, avevano tuttavia una loro utilità e, soprattutto, diffusione.

Importante la novità costituita dal saggio di Emmanuel Le Roy Ladurie, Storia di un paese. Montaillou, un villaggio occitanico durante l’Inquisizione, 1294-1324 (1975), paradigma della “storia quantitativa” ma anche di microstoria, che aveva ottenuto in Francia un successo strepitoso, raggiungendo addirittura, secondo Wikipedia francese, i due milioni di copie vendute. Un altro importante contributo di microstoria del prolifico Le Roy Ladurie, Il carnevale di Romans, venne pubblicato da Rizzoli nel 1981, mentre l’anno seguente Einaudi pubblicò il suo lavoro di fondazione di storia del clima Tempo di festa, tempo di carestia – tipico esempio di storia seriale – non nella collana maggiore ma nei «paperbacks».

Più avanti da parte di Rizzoli non mancò qualche utile incursione nella contemporaneità, opera prevalentemente di giornalisti, più che di storici professionali, come La guerra di Corea, 1950-1953 di Max Hastings (n. 1945), La notte dei cristalli di Anthony Read (1935-2015) e David Fisher, Una pace senza pace di David Fromkin (1932-2017) sulle conseguenze del crollo dell’impero ottomano in Medio Oriente, o In lotta con la verità di Gitta Sereny (1921-2012), frutto di una lunga intervista ad Albert Speer, l’ultimo gerarca nazista sopravvissuto in carcere.

Non mancavano i recuperi, come la Storia della rivoluzione francese di Albert Soboul, in una nuova traduzione di Maria Grazia Meriggi, già presentata da Laterza in altra versione fin dal 1954, o come il classico, non propriamente storiografico, La democrazia in America di Alexis de Tocqueville (1805-1859), che Giorgio Candeloro (1909-1988) aveva coraggiosamente ripresentato (la prima traduzione italiana risaliva al 1884) presso la bolognese Cappelli nell’ormai lontano 1932, in epoca di pieno “consenso” alla dittatura mussoliniana. Il recupero più clamoroso va però considerato quell’inno alla democrazia repubblicana che era la popolare Storia della rivoluzione francese di Jules Michelet (1798-1874), espressione dei sentimenti ispiratori della Terza Repubblica, nella traduzione che Cesare Giardini (1893-1970) aveva approntato per Mondadori fin dal 1954 ma che aveva in realtà un precedente prestigioso in quella di Achille Bizzoni (1841-1903) pubblicata da Sonzogno nel 1897.

Ma c’erano anche impennate d’attualità, come, nel 1989, Il secolo della Rivoluzione, 1770-1880, altra opera revisionista con cui François Furet (1927-1997) si contrapponeva all’interpretazione giacobina e quasi marxista dei Mathiez, dei Lefebvre e dei Soboul, suscitando grande clamore. Scarsa eco infatti avevano avuto nel 1966 le revisioni liberali dell’inglese Alfred Cobban (1901-1971) La società francese e la Rivoluzione e Storia della Francia dal 1715 al 1965, pubblicate entrambe nel 1967 rispettivamente da Vallecchi (leggi Spadolini), in una collanina significativamente chiamata «Cultura libera», e da Garzanti nella sua «Collezione maggiore», che ospitava grandi opere di insieme, fra cui le traduzioni delle storie Cambridge in più volumi sull’antichità, il Medioevo e l’età moderna. Il periodo da noi considerato si chiuse in bellezza con Il secolo breve, una storia del Novecento di Eric J. Hobsbawm, grande successo editoriale che ha impresso una sorta di all’arco cronologico 1917-1989 un marchio divenuto senso comune, alla suggestione del quale non si è potuto sfuggire neanche in questa sede

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Fu la Feltrinelli, proprio mentre era costretta a battersi per la sopravvivenza dopo la tragica morte del suo fondatore e titolare, a cogliere più prontamente i fermenti dei primi anni settanta, avviando nel 1973, all’interno dell’eterogenea collana «I fatti e le idee», una «Biblioteca di storia contemporanea», diretta da Massimo L. Salvadori (n. 1936) e Nicola Tranfaglia (n. 1938) (Turi 2018,89). La serie non accoglieva soltanto studi scientifici ma, programmaticamente, con una significativa attenzione alla soggettività, offriva anche testi, documenti e soprattutto memorialistica, con un particolare interesse alla scoperta delle voci dissonanti all’interno del movimento comunista internazionale, come ad accompagnare il lento travaglio interno al partito comunista italiano che in quegli anni cercava, godendo di un’influenza crescente nella società italiana, una propria strada, se non riformista, almeno – si diceva allora – “riformatrice”, lontana da Mosca. Le grandi lotte operaie, il movimento degli studenti, la spinta alla partecipazione attraverso una miriade di organismi elettivi vecchi e nuovi favorivano in quegli anni la ricerca di una consapevolezza più profonda di ciascuno nella società, nell’economia e nello Stato, di cui il Pci appariva l’interprete più pronto.

Per questo la «Biblioteca», che, benché durata solo sei anni, pubblicò ben 45 libri, diede spazio soprattutto a giovani storici italiani di area comunista e della cosiddetta “nuova sinistra”, mentre i titoli stranieri furono solo dodici. Erano però voci rivelatrici quella di Fernando Claudín (1913-1990), alto dirigente del partito comunista spagnolo in esilio, da cui era stato appena espulso per i contrasti con la segreteria stalinista, che ricostruiva un momento chiave, La crisi del movimento comunista. Dal Comintern al Cominform (1974), e quella dello svizzero Jules Humbert-Droz (1891-1971), già emissario del Comintern presso il pcd’i negli anni venti e anche lui espulso per il suo antistalinismo nel 1942, il quale poté descrivere dall’interno, come Memorie di un protagonista, L’Internazionale comunista tra Lenin e Stalin (1974). La guerra civile spagnola, che tanta importanza aveva avuto per un’intera generazione di antifascisti italiani e che attirava ora l’interesse dei più giovani, aveva nascosto una guerra civile interna allo stesso fronte antifascista, quella combattuta nel 1937 a Barcellona e dintorni tra i comunisti di osservanza staliniana e gli anarchici e i trotzkisti del Partido obrero de unificación marxista (Poum), di cui uno dei fondatori era stato Andrés Nin (1892-1937), che di quella guerra fu vittima. Ora se ne presentavano gli scritti sotto il titolo Guerra e rivoluzione in Spagna, 1931-1937 (1974). Colpi alla tradizione stalinista provenivano anche da libri come: Il dibattito sulla questione agraria nella socialdemocrazia tedesca e internazionale. Dal marxismo al revisionismo e al bolscevismo dello studioso tedesco Hans Georg Lehmann (n. 1935); Il Partito comunista sovietico, 1917-1976 (1977) dell’americano Thomas H. Rigby (n. 1925), che in realtà si limitava a un’indagine statistica sulle iscrizioni e sulle politiche di reclutamento; Martov. Biografia politica di un socialdemocratico russo (1978) del tedesco naturalizzato inglese Israel Getzler (1920-2012); La trasformazione del comunismo tedesco. La stalinizzazione della KPD nella Repubblica di Weimar (1979) dell’ex comunista tedesco Hermann Weber (1928-2014), uscito dal partito solo nel 1955. Una scoperta per i militanti italiani era la visione dall’interno che della nascita del peculiare movimento operaio americano rivelavano le memorie di uno dei suoi fondatori, Samuel Gompers (1850-1924), Settant’anni della mia vita (1979), dopo la storia che ne aveva tracciata – come vedremo – Patrick Renshaw.

Lavori storiografici che contribuivano alla conoscenza del nazifascismo erano: la biografia del teorico razzista tedesco Alfred Rosenberg tracciata dall’inglese Robert Cecil (1913-1994) in Il mito della razza nella Germania nazista (1973); Behemoth, il primo studio su Struttura e pratica del nazionalsocialismo (1977), del politologo tedesco della “scuola di Francoforte” Franz Neumann (1900-1954); e Il revisionismo fascista. La sfida di Mussolini alle grandi potenze nei Balcani e sul Danubio 1925-1933 (1979) dell’americano H. James Burgwyn (n. 1936). Un vero infortunio editoriale fu invece il tentativo di contrapporre nel 1975 una Storia dell’Internazionale comunista attraverso i documenti ufficiali, a cura della britannica Jane Degras (1905-1973), a La Terza internazionale. Storia documentaria, un poderoso lavoro di Aldo Agosti (n. 1943), di cui presso gli Editori Riuniti l’anno prima era uscito il primo dei tre volumi, ciascuno in due tomi, che sarebbero stati completati nel 1979.

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Nei primi anni settanta, in casa Codignola, a Tristano, sempre più occupato dall’attività politica e parlamentare, nella gestione della Nuova Italia era giunto a dar man forte il figlio Federico (1946-2011), che condivideva ideali e impegno di tanta parte della sua generazione (Amante, Codignola, Saporetti 2003) sulle posizioni della sinistra operaista. Fu certamente su suo impulso che la casa editrice riprese il filone storiografico abbandonato dieci anni prima, avviando dal 1971 una «Biblioteca di storia» che durò fino al 2002, quando la casa editrice fu inghiottita dalla Rizzoli.

La collana si dedicò principalmente a dare visibilità alla giovane storiografia italiana: entro il 1990, su 41 libri pubblicati, solo dodici erano in traduzione. Ma alcuni erano opere di tutto riguardo, come La II Internazionale del francese Georges Haupt (n. 1928) e, soprattutto, come l’importante Storia dell’antisemitismo in quattro volumi (1974-1990) di Léon Poliakov. Sulla stessa falsariga stavano sia la Storia del movimento operaio in Israele, 1905-1970 (1974) dell’israeliano Peretz Merhav (1913-?), sia Il concetto di rivoluzione nell’età moderna (1979) dell’ex comunista tedesco Karl Griewank (1900-1953), mentre la Storia della Spagna, 1808-1939, dell’inglese Raymond Carr (1919-2015: pura omonimia con lo storico dell’Urss) forniva profondità alle diverse storie fin allora comparse di quella guerra civile. Un posto a sé ebbero invece nel 1980 gli studi modernistici su Firenze nel Rinascimento dello specialista americano Gene Brucker (1924-2017) e Machiavelli e il machiavellismo di un altro specialista del nostro Rinascimento, il comunista cecoslovacco dubcekiano Josef Macek, che abbiamo già incontrato, così come la Storia delle sette religiose in Russia del russo Aleksandr Il’ič Klibanov (1910-1973), a sua volta specialista di «lotta alla religione». Del tutto originale, all’epoca, l’indagine su La storia nei film del francese Pierre Sorlin (n. 1933), anch’essa uscita nel 1980. Altrettanto originale, se non di più, era la pubblicazione del Ritratto di un “alto traditore”. Cesare Battisti (1975) del giornalista e studioso sudtirolese Claus Gatterer (1924-1984), austriaco dal 1956, che nelle sue ricerche ricostruiva con puntiglio ed equanimità “dall’altra parte” i miti nazionalistici italiani riguardanti le terre “irredente” e poi “redente” con la prima guerra mondiale.

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Contemporaneamente alla «Biblioteca di storia» degli Editori Riuniti e a «Storia e società» di Laterza, prese avvio anche «Storia e civiltà» della neonata casa editrice barese Dedalo, di Raimondo Cova (1936-2015), che negli anni seguenti diede vita a numerose e vivaci riviste tra le quali spiccava la sociologica «Inchiesta». La collezione ha vissuto due periodi, ben distinti cronologicamente. Nel primo, tra il 1966 e il 1976, furono pubblicati in tutto dieci libri, di cui quattro in traduzione. Ciò che colpisce è la pressoché totale assenza, proprio negli anni in cui montava la politicizzazione giovanile, di storia politica sociale ed economica, tanto più in quanto la casa editrice è decisamente e notoriamente orientata a sinistra. Si va da Gli Slavi nella storia e nella civiltà europea dello studioso e sacerdote ceco esule in America fin dal 1939 Francis [František] Dvornik (autore che abbiamo già visto pubblicato dalle Paoline) a L’ America e le Americhe. Storia del continente americano del francese Pierre Chaunu, da I Vespri siciliani. Storia del mondo mediterraneo alla fine del tredicesimo secolo dell’autorevole Steven Runciman a La nascita della storia. La formazione del pensiero storico in Grecia dello storico francese della filosofia François Châtelet (1925-1985). L’opera di Runciman è un piccolo classico, che andava ad affiancare la sua fondamentale Storia delle crociate appena uscita da Einaudi, ma mentre quella di Chaunu anticipava di poco la voga delle «Annales», scuola nell’ambito della quale Chaunu fondò la cosiddetta “storiografia seriale”, il libro di Châtelet costituiva per l’Italia un’ardita anticipazione della nuova corrente filosofico-psicanalitico-antropologica francese capeggiata da Michel Foucault, Gilles Deleuze e Félix Guattari.

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Nella produzione di Laterza si può leggere l’evoluzione avvenuta nel mercato storiografico tra anni settanta e ottanta. La casa editrice seppe incrociare perfettamente l’ondata dei diffusi interessi storici degli anni sessanta e dei primi settanta, con il loro rapporto con l’attualità e la loro progressiva frammentazione e diversificazione, proprio quando la casa trasferiva il suo quartier generale da Bari a Roma. Il suo strumento allo scopo fu la collana «Storia e società», nata nel 1964, nella evoluzione della quale – attenta a rispettare un sovrano equilibrio ideologico – si rispecchia la trasformazione degli interessi di massa dall’impegno politico e sociale tra anni sessanta e settanta al cosiddetto “riflusso” negli ottanta, il ripiegamento nel privato e negli ambiti settoriali, psicologici e antropologici. In un primo tempo la collana fu tutta italiana e tutta contemporaneistica. Nel suo insieme essa, tuttora viva e vegeta, pubblicò entro il 1990 circa 300 titoli (si rammenti la cautela con cui vanno prese queste cifre), in piccola parte travasi dalle collane principali, la «Biblioteca di cultura moderna» e la «Collezione storica».

Solo dal 1966 cominciarono le importazioni. Le opere tradotte erano molto meno della metà: 112. Benché la prima fosse un’interessante Storia dell’India dalle origini ai giorni nostri dell’inglese Michael Edwardes, anche tra di esse un buon numero, almeno fino a tutti gli anni settanta, si occupava dell’Italia risorgimentale e contemporanea in chiave politica, soprattutto ad opera di ottimi studiosi e divulgatori anglosassoni: oltre al già citato Denis Mack Smith, Stuart J. Woolf (n. 1936), Christopher Seton-Watson (1918-2007), Adrian Lyttleton (n. 1937), John F. Coverdale (n. 1940), Esmonde M. Robertson (1923-1986), e gli americani George W. Baer (n. 1935), John P. Diggins (1935-2009), Michael A. Ledeen (n. 1941), Alexander J. De Grand (n. 1938), Victoria de Grazia (n. 1946), Norman Kogan (1919-2011), autore di una fortunata Storia politica dell’Italia repubblicana, uscita in originale già nel 1966, che surclassò il libro dello Sprigge offerto da Cappelli. A costoro vanno aggiunti, quali cultori di storia contemporanea italiana,  i francesi Max Gallo (1932-2017), autore di una panoramica del ventennio spacciata da Laterza per una Vita di Mussolini, e Michel Ostenc (n. 1936) e il tedesco Jens Petersen (n. 1934).

La grande divulgazione storica britannica faceva complessivamente la parte del leone, con ben 42 titoli, che si occupavano anche di antichità e Medioevo, mentre inferiore era l’apporto americano, con 21: perfino Il sindacalismo rivoluzionario negli Stati Uniti , storia degli Industrial Workers of the World, la principale organizzazione sindacale americana, era del britannico Patrick Renshaw (n. 1936). Si trattava di un tema molto appetitoso per i tanti che, in quel momento di accese lotte operaie, si chiedevano se negli Stati Uniti esistesse qualcosa di comparabile al movimento operaio organizzato quale esisteva nella tradizione socialista e comunista europea, e soprattutto italiana. Altrettanto gradita fu nel 1968 la Storia economica d’Europa, 1945-1964 dell’inglese oriundo russo Michael M. Postan (1899-1981). Dall’Inghilterra provenivano anche: L’Inghilterra negli anni trenta (1973) di stretta osservanza marxista-leninista, autrici la dirigente del partito comunista britannico Margot Heinemann (1913-1992) e Noreen Branson (1910-2003), che del partito era la storica ufficiale; e un’ennesima versione della Rivoluzione industriale inglese (1973), di segno esattamente opposto, di Ronald Max Hartwell (1921-2009), al quale faceva contrasto Il trionfo della borghesia, 1848-1875 (1976), secondo volume della trilogia sull’Ottocento di Eric J. Hobsbawm che abbiamo visto iniziata per l’Italia tredici anni prima presso il Saggiatore e che Laterza portò a compimento altri dieci anni dopo nella stessa «Storia e società» con Letà degli imperi, 1875-1914.

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Controcorrente (o in anticipo sui tempi?) arrivò la «Nuova collana storica» del Mulino a contrapporre alla pratica editoriale militante della storia quella accademica. Tra il 1969 e il 1980, quanto essa durò, vi furono pubblicate 34 opere, di cui ben 29 in traduzione. La parte del leone era affidata senza remore agli americani (undici) e agli inglesi (nove), in buona parte autori o autrici di studi, politicamente e ideologicamente innocui, sull’Italia medievale, come del resto i due lavori tradotti dal russo: Popolo e movimenti popolari nell’Italia del ‘300 e ‘400 di Victor Rutenburg (1911-1988) e Mondo contadino e città in Italia dall’XI al XIV secolo. Dalle fonti dell’Italia centrale e settentrionale di Ljubov Aleksandrovna Kotel’nikova (1929-1988). Di un certo peso per il loro contributo alle controversie intorno alle origini del fascismo e del nazismo erano, fra i cinque titoli provenienti dalla Germania, La crisi dei regimi liberali e i movimenti fascisti di Ernest Nolte (1923-2016) e La dittatura tedesca. Origini, strutture, conseguenze del nazionalsocialismo di Karl Dietrich Bracher (1922-2016). Ma vi compariva anche l’importante biografia di Federico il Grande di Gerhard Ritter, sottratto così a quelle controversie per essere restituito alla sua aura di grande esponente della autorevole scuola storiografica tedesca.

Tra le importazioni da oltre-Atlantico figuravano anche La nazionalizzazione delle masse di George Mosse (1918-1999) e Il sistema mondiale dell’economia moderna di Immanuel Wallerstein (1930-2019), due libri eccezionali per il mondo anglosassone, in genere «refrattario a certe pretese egemoniche e totalizzanti» (Rossi 1987, XII) e che incisero sulla lettura che degli eventi europei e mondiali fecero gli studiosi più giovani, nel secondo caso fino alla affermazione della World History (Di Fiore, Meriggi 2011). Vi figuravano anche alcuni interessanti contributi a una visione più articolata, meno vincolata a premesse ideologiche, delle origini del mondo contemporaneo. L’uno era Scienza e tecnologia nella rivoluzione industriale dei canadesi Albert E. Musson e Eric Robinson e l’altro Le banche e lo sviluppo del sistema industriale di Rondo Cameron (1925-2001). In questo senso si possono considerare anche alcuni contributi britannici, come quello dello specialista Christopher Hill sulle Origini intellettuali della rivoluzione inglese e Popolo e rivoluzione in Inghilterra, 1640-1649, di Brian Manning (1927-2004). Di carattere analogo Polizia e popolo. La protesta popolare in Francia (1789-1820) di Richard Cobb (1917-1996) e Il cammino verso l’industrializzazione. Economia e società nell’Inghilterra del XVII e XVIII secolo di Charles Wilson (1914-1991). Controcorrente anche in questo, la collana ospitò due soli libri tradotti dal francese, entrambi non direttamente ascrivibili alle «Annales» ma in quello stesso spirito multidisciplinare inclinante all’antropologia e alla psicologia: Signoria e feudalesimo di Robert Boutruche (1904-1975), in due volumi, e La cristianità e l’idea di crociata di Paul Alphandéry (1875-1932) e del suo discepolo Alphonse Dupront (1905-1990). L’ultimo volume della collana fu il collettaneo L’Università nella società, che si segnala per il nome del curatore, l’inglese Lawrence Stone (1919-1999), deciso sostenitore della storia come narrazione.

Contemporaneamente il Mulino proseguiva la serie «Storiografia» della «Collezione di testi e studi» con opere che (in taluni casi, come il Wallerstein, comparendo in entrambe le collane) in parte conservavano un certo carattere di militanza, talvolta addirittura deviante a sinistra rispetto all’impianto dei fondatori. Era il caso degli studi prodotti dalla nuova scuola storiografica tedesca, più attenta agli aspetti sociali, a cominciare da Critica illuminista e crisi della società borghese (1972) e La Prussia tra riforma e rivoluzione, 1791-1848 (1988) di Reinhart Koselleck (1923-2006), il caposcuola (Conte 1987, 66-73). Si trattava poi di: Il libertino. Per una storia sociale della cultura borghese nel XVI e XVII secolo di Gerhard Schneider (n. 1938); La riforma luterana e la guerra dei contadini. La rivoluzione del 1525 (1983) di Peter Blickle (1938-2017); L’industrializzazione prima dell’industrializzazione (1989) di Peter Kriedte (del quale ignoro gli estremi cronologici), Hans Medick (n. 1939) e Jürgen Schlumbohm (n. 1942). A questi si può accostare lo studio su I maestri della Riforma. La formazione di un nuovo clima intellettuale in Europa (1982) di Heiko Augustinus Oberman (1930-2001), un olandese che scriveva in tedesco (benché la traduzione sia stata condotta dalla versione inglese). Ciò significò anche una significativa ripresa di interesse per la tradizione storiografica tedesca, già anticipata da Il declino del Medioevo. Una crisi di valori (1977) di Rudolf Stadelmann (1902-1949).

Questo risveglio era dovuto in gran parte all’iniziativa di Paolo Prodi (1932-2016) e Pier Angelo Schiera (n. 1941) presso l’Istituto storico italo-germanico di Trento (Romagnani 2009, 227), che trovava sbocchi nella collana. Non venivano trascurati neppure lavori di studiosi che non erano stati a suo tempo immuni da simpatie verso il nazismo: Vita nobiliare e cultura europea (1982) dell’austriaco Otto Brunner (1898-1982); Movimenti religiosi nel Medioevo. Ricerche sui nessi storici tra l’eresia, gli ordini mendicanti e il movimento religioso femminile nel XII e XIII secolo e sui presupposti storici della mistica tedesca (1984) di Herbert Grundmann (1902-1970); Il risveglio dell’Europa. L’Italia dei Comuni (1985) di Karl Bosl (1908-1993); La nascita della categoria del politico in Grecia (1988) di Christian Meier (n. 1929); e perfino un tipico manuale in due volumi come Storia greca (1989) di Hermann Bengston (1909-1989). In questo ambito spicca La distruzione dell’Europa. La Germania e l’epoca delle guerre mondiali, 1914-1945 (1989) di Andreas Hillgruber (1925-1989), uno dei maggiori protagonisti della Historikerstreit (lo scontro fra storici) seguita alla Fischerkontroverse negli anni ottanta, in quanto metteva il dito sulle colpe degli alleati, in specie sovietici, poste sullo stesso piano di quelle tedesche, compresa la Shoa. Tuttavia, mentre pressoché contemporaneamente Laterza pubblicava nella collana «Storia e società» la sua Storia della seconda guerra mondiale, di Hillgruber in Italia non è mai approdato il saggio più controverso, Zweierlei Untergang (Duplice rovina, 1986), in cui lo storico tedesco accomunava alla pari lo sterminio degli ebrei e gli eccidi di civili tedeschi da parte sovietica e la loro fuga dai territori a est dell’Elba come un unico disastro che aveva impoverito la civiltà europea.

Tra gli altri titoli, di provenienza francese e anglosassone, se ne segnalano due di impianto teorico: uno, La conoscenza storica del cattolico mounieriano francese Henri-Irénée Marrou (1904-1977), era piuttosto datato, essendo l’originale del 1955; l’altro fu accolto con ben maggiore interesse, in quanto si trattava della Metodologia della ricerca storica di Jerzy Topolski (1928-1998), che insieme con Witold Kula (1916-1988) rappresentava quella particolare versione della scuola delle «Annales» maturata in Polonia contro lo schematismo del marxismo-leninismo (cfr. Fazzi 2015). L’analogo, interessante, libro teorico di Kula, Riflessioni sulla storia (ed. or. Rozwazania o historii, 1958), uscì a cura di Marta Herling e con introduzione di Bronislaw Baczko solo nel 1990 da Marsilio.

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Intanto Laterza aveva però proseguito la «Collezione storica» con un recupero importante in ambito antichistico: la Storia economica del mondo antico (1972) di Fritz M. Heichelheim (1901-1968), un ebreo tedesco costretto all’emigrazione, che nella sua lingua l’aveva pubblicato a Leida già nel 1938, per poi ripubblicarlo in due volumi tra il 1957 e il 1964, sempre a Leida, in inglese, mentre si trovava a insegnare in un’università canadese. Da questa versione era condotta la traduzione italiana. Dall’Inghilterra provenivano studi di solido impianto tradizionale come Il Commonwealth bizantino. L’ Europa orientale dal 500 al 1453 (1974), di Dimitri Obolensky (1918-2001), anche lui esule, russo questa volta, e Il secolo di ferro, 1550-1660 (1975), di Henry Kamen (n. 1936, autore – si ricorderà – dell’Inquisizione spagnola presso Feltrinelli), ma anche gli innovativi Geografia storica d’Europa (1974) dell’inglese Clifford T. Smith (n. 1924) e Atlante della storia 1945-1975 (1977), a cura di Geoffrey Barraclough (1908-1984). Ma dalla Francia comparvero allora non solo la versione revisionista, antimarxista, di François Furet e Denis Richet (1927-1989) della Rivoluzione francese (1974), ma, tra il 1973 e il 1974, ben due antologie di saggi tratti, a cura di Braudel in persona, dalle «Annales». Tra il 1971 e il 1978 uscirono altri lavori di quella scuola: l’«analisi di psicologia storica» Magistrati e streghe nella Francia del Seicento di Robert Mandrou, che abbiamo già visto accomunato a Duby; Origine e formazione dell’Europa medievale di Robert Folz (1910-1996, allievo di Bloch) et al., Le origini dell’economia europea. Guerrieri e contadini nel Medioevo di Georges Duby; Classi lavoratrici e classi pericolose. Parigi nella Rivoluzione industriale di Louis Chevalier (1911-2001). Coronava questa irruzione della “nuova” storiografia francese nelle pianure italiche la monumentale Storia delle religioni, diretta da Henri-Charles Puech (1902-1986), in sette volumi di cui due in due tomi, che andava a mettere in disparte l’ormai invecchiato Eliade.

Poi la tendenza si invertì. Mentre la collana si gonfiava fino a ospitare ben 47 titoli nel decennio ottanta, l’apporto degli stranieri crollò: solo otto opere, anch’esse quasi esclusivamente di argomento italiano, probabilmente funzionali a richieste accademiche, giacché tali si possono considerare – se si tien mente al ruolo e al modello delle città italiane tra Medioevo e Rinascimento – anche i più generali Potere e fantasia. Le città stato nel Rinascimento di Lauro Martines (n. 1927) e soprattutto La città europea dal Medioevo a oggi di Paul M. Hohenberg e Lynn Hollen Lees. Sicché, benché attinente allo stesso campo di studi sulle città, spicca come annuncio della sorgente “storia delle donne”, che trionfò poi nel decennio successivo, La famiglia e le donne nel Rinascimento a Firenze, una raccolta di saggi della francese Christiane Klapisch-Zuber (n. 1936).

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I problemi connessi con il covid mi hanno impedito di cercare presso l’Archivio Mondadori le tracce delle origini del particolare exploit che quella grande casa editrice volle inserire in quella ondata di produzione editoriale storiografica con la pubblicazione dei Propilei, una Storia d’Europa Mondadori, in sei volumi, lussuosa edizione italiana, offerta da ultimo in cofanetto, della Propyläen-Geschichte Europas, ossia “Storia d’Europa Propyläen”, uscita tra il 1975 e il 1977. La Propyläen Verlag era una casa editrice di Berlino. Si trattava di un’opera abbastanza anodina, di impronta conservatrice, che raccoglieva fra i contributi anche quello, sull’Ottocento, di uno storico compromesso col nazismo e con la sua politica antislava e antiebraica nella Polonia occupata come Theodor Schieder (1908-1983), di cui d’altronde Einaudi avrebbe pubblicato nel 1989 l’importante biografia di Federico il Grande. L’ultimo volume, La crisi dell’Europa, 1919-1975, era però affidato a Karl Dietrich Bracher (1922-2016), non solo troppo giovane per avere simili macchie, ma anche autore di un lavoro su Die Auflösung der Weimarer Republik. Eine Studie zum Problem des Machtverfalls in der Demokratie, ossia “La dissoluzione della repubblica di Weimar. Studio sul problema della perdita di potere in democrazia” (1955), fondamentale avvio della ricostruzione critica di quel periodo, considerato unanimemente in Germania un capolavoro della contemporaneistica, purtroppo mai tradotto in italiano, ma di cui si possono vedere gli esiti nel libro sulla Dittatura tedesca pubblicato dal Mulino.

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Tra il 1970 e il 1990 Einaudi pubblicò nella «Biblioteca di cultura storica» 81 opere, di cui 69 importate. Tesa a lasciare un segno duraturo nella cultura italiana, la sua offerta non sembra dipendere dall’evoluzione della domanda, ma a indirizzarla. È quella che – come s’è visto – Gabriele Turi ha chiamato “editoria di progetto”. Il palese declino dell’interesse per la storia nazionale fu in gran parte dovuto al «ripensamento radicale […] forse il più radicale dopo il fissarsi della narrazione nazionale risorgimentale» intervenuto in quegli anni nella storiografia italiana (Ferente 2020), di cui fu frutto principalmente proprio il contemporaneo dispiegarsi della grande – e industrialmente rischiosa – impresa einaudiana della Storia d’Italia con annessi e connessi, in più volumi, e la prosecuzione delle opere di De Felice e Spriano. Cresceva intanto l’interesse per la storia di altri paesi, in specie extraeuropei, testimoniato d’altronde anche nelle collane di altri editori, ma soprattutto quello per nuovi sguardi e metodi storiografici. Significativa la pubblicazione sia della Teoria economica del sistema feudale (1970) di Witold Kula, sia dei tre volumi di Civiltà materiale, economia e capitalismo, usciti tra il 1977 e il 1982, di Fernand Braudel, autore ormai di casa nella collana. Il primo era la Proposta di un modello interpretativo elaborata tenendo conto dei fondamentali studi di Marc Bloch, ai quali aggiungeva un nuovo versante per l’Europa orientale (cfr. Cataluccio 1987), rompendo gli schemi con pretese universali del marxismo-leninismo; il secondo era una summa di storia moderna con forte impronta metodologica.

Grazie soprattutto a Ruggero Romano (1923-2002) e Alberto Tenenti (1924-2002) entrarono nella «Biblioteca» i frutti più importanti della scuola delle «Annales», a cominciare da due studi fondativi come I re taumaturghi (1973) di Marc Bloch e Filippo II e la Franca Contea (1979) di Lucien Febvre, preceduti fin dal 1970 dagli Studi di psicologia storica raccolti in Mito e pensiero presso i Greci di Jean-Pierre Vernant (1914-2007), e seguiti da: La civiltà dell’Occidente medioevale e La nascita del Purgatorio di Jacques Le Goff (1924-2014), entrambi nel 1981; i tre volumi della poderosa Storia del Medioevo (1984-1987) di Robert Fossier (1927-2012); Il secondo Rinascimento. Due secoli e tre Italie (1986), ancora di Braudel; Famiglia e proprietà nel Regno di Napoli, XV-XIX secolo (1988) di Gérard Delille (1944). Nello stesso ambito nascevano la sintesi di storia medievale dell’italo-americano, allievo di Gino Luzzatto, Roberto S. Lopez (1910-1986) intitolata La nascita dell’Europa. Secoli V-XIV, avviata da un progetto editoriale di Braudel (Guglielmotti 2017) e quindi scritta in francese, nonché l’importante Storia dell’Africa nera di Joseph Ki-Zerbo (1922-2006), uno studioso e politico del Burkina Faso, alla quale va affiancata l’Analisi di un’economia arcaica, quale suonava nel sottotitolo Il Dahomey e la tratta degli schiavi dell’americano oriundo ungherese Karl Polanyi (1886-1974). Anche I due corpi del re. L’idea di regalità nella teologia politica medievale (1989), del tedesco-polacco naturalizzato americano Ernst H. Kantorowicz (1895-1963), viene spesso accomunato ai lavori di Braudel, benché l’ultraconservatore Kantorowicz non sia mai stato a quella scuola, di cui invece è stato allievo il vietnamita Lê Thành Khôi (n. 1923), autore di una accurata, ma forse – a guerra del Vietnam ormai finita da tempo – un po’ tardiva, Storia del Vietnam dalle origini all’occupazione francese (1979).

Le opere tradotte dal francese erano quindi in tutto sedici, numero che restava tuttavia inferiore non solo a quello complessivo di opere tradotte dall’inglese, che furono nel periodo 34, ma anche solo di quelle nate nelle isole britanniche, 20, tra le quali comprendiamo le tre di due irlandesi: Peter Brown (1935), studioso di Agostino d’Ippona (1971) e quindi di Religione e società nell’età di sant’Agostino (1972); e Jon Halliday (1939), autore di una meno scontata Storia del Giappone contemporaneo, volta espressamente a illustrare La politica del capitalismo giapponese dal 1850 a oggi (1979). E la passione per la storiografia di impianto «Annales» non fu sufficiente a indurre a inserire nella «Biblioteca» Le categorie della cultura medievale del sovietico Aaron Jakovlevič Gurevič (1924-2006), grande studioso del Medioevo scandinavo, il cui metodo tante analogie aveva con quella scuola: il libro venne presentato nei «paperbacks» nel 1983, così come, successivamente, nel 1988, il suo Contadini e santi, mentre fu Laterza a presentare nel 1982, ma nella prestigiosa «Biblioteca di cultura moderna», la traduzione di Michele Sampaolo del suo capo d’opera, Problemy geneszisa feodalizma v zapadnoj Evrope, cioè Le origini del feudalesimo (in Europa occidentale) (Romagnoli 1987. 290).

Svincolata ormai da preoccupazioni d’ordine ideologico-politico immediato – di cui tuttavia era nel 1975 un fortunato strascico il libro su I limiti della potenza americana. Gli Stati Uniti nel mondo dal 1945 al 1954 degli americani Joyce (1933-2012 ) e Gabriel Kolko (1932-2014) – la collana si convertiva all’impegno di aggiornare la cultura storiografica professionale italiana intorno agli indirizzi prevalenti in quella straniera. È significativo che dalla Polonia, il paese dell’Europa orientale più ricco di fermenti innovativi dopo il “disgelo” (Rossi 1987, XVI), provenissero, in quel periodo, le sole due opere scritte originariamente in una lingua diversa da quelle veicolari: oltre alla Proposta di Kula, abbiamo una Storia degli slavofili contenuta in Una utopia conservatrice di Andrzej Walicki (n. 1930). Dal russo emergeva soltanto, nel 1971, mentre cioè gli Editori Riuniti si impegnavano nella ricerca di voci critiche nella storiografia sovietica, la curiosità di un Racconto dei tempi passati. Cronaca russa del secolo XII. Ma innovativi si presentavano anche nel 1972 il libro dell’inglese Lawrence Stone sulla Crisi dell’aristocrazia: l’Inghilterra da Elisabetta a Cromwell e, nel 1983, L’ invenzione della tradizione curato dagli inglesi Eric J. Hobsbawm e Terence Ranger (1929-2015): il primo era un esempio del ritorno alla storia come pura narrazione, senza tentazioni ermeneutiche, di cui Stone era un ardente propugnatore, contro l’eccesso di ricorsi agli accumuli di dati quantitativi e contro la ricerca di modelli interpretativi schematici; il secondo costituiva un fondamentale contributo alla demolizione dei funesti miti “nazionali” che avevano alimentato le ideologie belliciste del secolo delle due guerre mondiali. Uno sguardo nuovo sulla formazione del mondo moderno offriva la fondamentale biografia di Isaac Newton dell’americano Richard S. Westfall (1924-1996). Altri esempi il lettore esperto potrà trovare scorrendo i titoli della collana nell’elenco approntato a parte (LINK).

Erano americani e inglesi a offrire anche i contributi più sostanziosi e nuovi alla storia d’Italia. Non solo con i due ampi, scrupolosi ed esaurienti studi dell’americano Frederic C. Lane (1900-1984) sulla Storia di Venezia (1978) e Le navi di Venezia fra i secoli XIII e XVI (1983), ma anche con Economia e società nell’Italia medievale (1980) dell’inglese Philip Jones (1921) e soprattutto con lo Studio sul prefascismo dell’americano Richard A. Webster (n. 1928) che descriveva L’ imperialismo industriale italiano, 1908-1915, contribuendo al dibattito sulle origini e sulle caratteristiche del fascismo, allora molto vivace.

Era di ispirazione internazionale l’imponente Storia del marxismo di autori vari, in quattro volumi, progettata da Eric Hobsbawm, Georges Haupt, Franz Marek, Ernesto Ragionieri, Vittorio Strada, Corrado Vivanti: storia delle idee, sì, ma di idee che come poche altre si intrecciavano alla storia politica e sociale che segnava quel secolo. Ma forse tardiva, mentre un rinnovato interesse critico poteva suscitare il titolo Storia sociale dello stalinismo, che però era una forzatura dell’originale The Making of the Soviet System, raccolta di saggi dell’americano di origine polacca Moshe Lewin (1921-2010).

Dall’impegno al riflusso

Con gli anni ottanta la musica cambiò. La cessazione della «Biblioteca» feltrinelliana fu il segnale di un mutamento di clima.

Il consumo massificato di storia degli anni sessanta e settanta comportava di per sé la consunzione dei modelli interpretativi – quali che fossero – che intendevano assegnare al corso degli eventi nel tempo un andamento razionale che avesse una sua logica, cioè di ogni filosofia della storia finalizzata, teleologica. La proclamazione, fin dal 1960, della fine delle ideologie da parte del sociologo americano Daniel Bell (1919-2011) sulla base del trionfo e dell’espansione del mercato e dei consumi era prematura, ma coglieva un processo reale in corso. La conversione a uno studio più analitico della società e quindi la nascita di una new economic history, con la preferenza per studi quantitativi, che – si proclamava – soli potevano far aspirare la storiografia allo statuto di scienza, e la ricerca di modelli matematici (Iggers 1997, 42) non ne fu la principale conseguenza. Da un lato infatti, sulla spinta dello strutturalismo, si profilò la riduzione della storiografia a pura narrazione, visione soggettiva di un passato di cui comunque è impossibile ricostruire, secondo l’ottocentesca ambizione di Otto Ranke, la realtà effettiva (Iggers 1997, 9). L’estrema teorizzazione di questa tendenza era dell’americano Hayden White (1928-2018), di cui l’opera maggiore, Retorica e storia (traduzione di Pasquale Vitulano da Metahistory, del 1973) comparve presso l’editore napoletano Guida nel 1978. Da un altro lato, la stessa politicizzazione di massa faceva affacciare per la prima volta amplissimi strati sociali sul panorama complesso degli intrecci dei condizionamenti sociali ed economici, alla ricerca di quelli tra essi che più incidevano sul vissuto di ciascuno. Ciò costituiva terreno pronto ad accogliere una quantità e varietà del tutto nuova di stimoli. Si andava dall’ampliamento degli orizzonti geografici e tematici, in particolare con l’attenzione all’ambiente, alla riduzione a tematiche particolari di gruppo – tra le quali primeggiavano, di decisiva importanza, quelle razziali e di genere – fino alla minuzia dei casi individuali e circoscritti nello spazio e nel tempo ma assunti come paradigmatici, dei quali si occupava quella nuova branca speciale della storiografia detta microstoria, che ebbe particolare fortuna, se non forse origine, in Italia.

Il tema fondamentale che era stato di fatto il filone principale della ricerca storica in Occidente da oltre un secolo, ossia quello della conoscenza critica e della comprensione della conquista e dell’esercizio del potere sociale, economico e politico in ambito nazionale e internazionale, divenne evanescente fino a scomparire del tutto, sommerso dalle curiosità antropologiche o dalle rivendicazioni di gruppo non verso quei poteri ma verso gli altri gruppi, non più astraibili, come in passato, nelle categorie di classe. Questo processo, in fondo al quale c’era l’azzeramento della rilevanza della conoscenza storica, voluto dal pensiero filosofico postmoderno, l’interdisciplinarità praticata già da decenni dalla scuola delle «Annales» aveva subito una forte accelerazione dagli epigoni come Jacques Le Goff e Pierre Nora, offrendo strumenti particolarmente adatti. In Italia ne esplose, per quanto tardiva, una vera e propria moda, che travolse, dopo quelle di Cantimori (poi, come s’è visto, da lui stesso superate), le opposizioni dei neocrociani Rosario Romeo e Giuseppe Galasso (1929-2018). Si tratta di un esempio illuminante della trasformazione intervenuta in quegli anni nell’industria editoriale: Romeo e Galasso erano, direi per natura, autori rappresentativi di Laterza, e proprio Laterza, come abbiamo visto poco sopra e vedremo ancora tra poco, fu, con Einaudi se non anche più di Einaudi, il veicolo dello straripare annalistico in Italia.

Galasso vide nella moda delle «Annales» «la punta massima» del « frequente atteggiamento di disposizione subordinata e scolastica degli storici italiani rispetto a “scuole” e storici di altri paesi» (Galasso 2008, 19). Per cui ciò che viene ritenuta comunemente un’ennesima “sprovincializzazione” di una parte della cultura italiana sarebbe in realtà un’ulteriore manifestazione di provincialismo. In ogni caso, questa «massiccia penetrazione di temi e modelli della storiografia francese» comportava un «profondo mutamento del panorama storiografico italiano» (Pertici 1999, 47).

42.

Nella più ampia e antica «Biblioteca di cultura moderna», la Laterza pubblicò nel 1981 la traduzione di Penser la Révolution française, di François Furet, un libro ormai vecchio, in quanto risaliva al 1965, ma che intercettava quel momento di svolta nel sentire collettivo, in cui sull’impegno politico prendeva il sopravvento la nausea per la violenta radicalizzazione giunta fino agli estremi del terrorismo. L’intento era esplicito nel titolo scelto per l’Italia: Critica della Rivoluzione francese. Fino a quel momento la Rivoluzione francese aveva costituito, in Italia come in tutta l’Europa, il cardine unificante della tradizione non solo democratica, socialista e comunista, ma anche liberale. Nei suoi diversi aspetti e conseguenze tutti potevano vedervi le proprie radici (Hobsbawm 1991, 121-127), il che spiega la presenza di tante opere sul tema in pressoché tutte le maggiori collane storiche. Al punto che già nel 1959 Franco Venturi era sbottato, a uno dei “mercoledì” einaudiani, in un «Piantiamola con la Rivoluzione francese» (Munari 2013, 315). D’altronde Furet, nella negazione dell’importanza di quell’evento (da troppi identificato esclusivamente con il Terrore del 1792-93), era stato preceduto fin dal 1955 – in piena guerra fredda – dall’inglese Alfred Cobban (1901-1968) con il libro The Myth of the French Revolution (Il mito della Rivoluzione francese), che non mi risulta essere mai stato tradotto in italiano, mentre lo sono stati, successivamente, altri lavori dello storico revisionista inglese.

Benché l’apporto angloamericano non scemasse, in «Storia e società» crebbe notevolmente quello francese, perché al nuovo clima postmoderno molto meglio si adattavano la scuola delle «Annales» e le sue propaggini, anche non francesi. La presenza della contemporaneità illanguidì, e, sotto titoli alludenti a storia della mentalità, delle donne, dell’amore, del sesso, delle religioni, del clima ecc., e di singoli settori della vita umana come lo sport o l’alimentazione, si cominciò a rileggere – in chiave etno-antropologica – anche l’antichità e il Medioevo. Dal francese furono tradotte in tutto 36 opere, ma cinque erano volumi separati della corposa Storia delle religioni diretta da Henri-Charles Puech, già comparsa nella collana maggiore; altre, indirizzate anche da quella specie di macchina storiografica che era Georges Duby, che abbiamo avuto già motivo di segnalare, contribuivano a una serie di Vite quotidiane di cui facevano parte anche diversi lavori divulgativi in altre lingue; cinque componevano una descrizione della Vita privata in diverse epoche, nella quale, oltre a Duby, figurano impegnati altri studiosi francesi. Fra costoro spicca per originalità di interessi e di scoperte Philippe Ariès (1914-1984), iniziatore di quella branca che va sotto il nome di “storia della mentalità”, ma autore che ha spaziato in diverse aree fino ad allora inesplorate. Si pensi a una ricerca come L’uomo e la morte dal Medioevo a oggi (1980), tema coltivato anche da Michel Vovelle (1933-2018) con La morte e l’Occidente dal 1300 ai giorni nostri (1983), al di fuori del suo ruolo ufficiale di continuatore dell’opera di Mathiez, Lefebvre e Soboul sulla cattedra di storia della Rivoluzione francese alla Sorbona (alcune sue opere sulla Rivoluzione vennero invece pubblicate nella «Universale Laterza»). Ma il testo forse più innovativo di Ariès era già stato pubblicato da Laterza nell’ammiraglia «Biblioteca di cultura moderna» fin dal 1968. Si trattava di Padri e figli nell’Europa medievale e moderna, titolo che tradiva l’originale L’enfant et la vie familiale sous l’Ancien Régime, con il quale si apriva un’altra branca della storiografia, quella della storia dell’infanzia.

43.

Non è il caso di dilungarsi qui nella descrizione minuziosa degli apporti stranieri alle antologie e raccolte di saggi curate da studiosi italiani che in quegli anni il Mulino offrì nella «Serie di storia» della collana «Problemi e prospettive». Occorre invece soffermarsi sul fatto che la «Nuova collana storica» si trasformò nel 1981 in una «Biblioteca storica», tuttora attiva, che si adeguava definitivamente ai recinti accademici, ma non soggiaceva a mode come quella delle «Annales» e continuava a occuparsi prevalentemente dei grandi filoni di storia politica, economica e sociale. In quel decennio pubblicò in tutto 57 opere, di cui solo dieci italiane, e, di queste, quattro di Carlo Cipolla (1922-2000), storico dell’economia a lungo docente a Berkeley e scrittore brillante. Alcuni titoli erano riedizioni di testi già usciti in altre collane.

Robusta la presenza britannica, con diciotto titoli, tra cui alcuni prodotti dall’autorevole corrente marxista inglese, appartenenti soprattutto alla “scuola di Warwick”, con autori come Victor G. Kiernan (Eserciti e imperi. La dimensione militare dell’imperialismo europeo 1815-1960), George Rudé (L’Europa rivoluzionaria, 1783-1815); Roger Magraw (1943-2014), Il secolo borghese in Francia, 1815-1914; e Asa Briggs (L’età del progresso. L’Inghilterra fra il 1783 e il 1867). A Oxford insegnava Eric Christiansen (1937-2016), autore di Le crociate del Nord. Il Baltico e la frontiera cattolica, 1100-1525, fondamentale ricostruzione delle origini della penetrazione e colonizzazione tedesca nei territori slavi pagani, premessa di tante tragedie dell’Europa centro-orientale.

Ma consistente anche la presenza americana, con dodici opere. Un gruppetto di testi inglesi e americani proseguiva la tradizione anglosassone di studi sull’Italia in età moderna, ma i più interessanti erano quelli che, giovandosi della particolarità degli osservatori vetero e neoimperiali, indagavano sulle origini della globalizzazione di cui cominciava a palesarsi del tutto la realtà: oltre al libro di Kiernian, La Spagna imperiale, 1469-1716 dell’inglese John H. Elliott (n. 1930); Alle origini dell’espansione europea. La nascita dell’impero portoghese, 1415-1580 degli americani Bailey W. Diffie (1902-1983) e George D. Winius (1928-2018); Filippo II di Spagna. Dalla scoperta alla conquista. Spagna e Portogallo nel Nuovo Mondo, 1492-1700 e La rivoluzione militare. Le innovazioni militari e il sorgere dell’Occidente, entrambi dell’inglese Geoffrey Parker (n. 1943); Imperi rivali nei mercati d’Oriente, 1600-1800 dell’americano Holden Furber (1903-1993); Democrazia e impero. L’Inghilterra fra il 1865 e il 1914, dell’americano Edgar J. Feuchtwanger (n. 1924). Tempestiva l’uscita, nel 1989, del libro dello scienziato dissidente sovietico Michail Samuilovič Agurskij (n. 1933), esule in America, La terza Roma. Il nazionalbolscevismo in Unione Sovietica, scritto in inglese.

Solo cinque i testi francesi, e di essi uno solo lontanamente ascrivibile all’aura delle «Annales», La civiltà dell’Europa dei lumi di Pierre Chaunu. Acuto anche qui l’interesse per la storia tedesca, al centro delle preoccupazioni di chiunque abbia a cuore l’Europa. Fra le tante descrizioni della Repubblica di Weimar quella di Hagen Schulze (1943-2014) è una delle più complete e serie, ma L’impero inquieto. La Germania dal 1866 al 1918 di Michael Stürmer (n. 1938) si segnala in quanto cospicuo contributo di destra alla Historikerstreit di cui s’è detto. Stürmer (che tra l’altro è anche autore di una ammirata biografia di Vladimir Putin), portando alle estreme conseguenze le caute indicazioni di Ritter, vuole opporsi ai sensi di colpa prevalenti fra gli storici tedeschi e rivendicare la nobiltà della storia della Germania, in cui il nazismo sarebbe stato solo un incidente di percorso temporaneo e non poi così catastrofico. In un certo senso, questo libro era stato preparato da Il potere delle armi. Storia e politica dell’esercito prussiano, 1640-1945, dell’americano Gordon A. Craig (1913-2005), tormentato per tutta la sua vita di studioso della Germania e dei tedeschi dalla presenza di Hitler nella storia di quel popolo che tanto altamente ha contribuito alla civiltà europea, presenza che gli appariva un enigma.

44.

Decisamente in ritardo arrivava purtroppo, nel 1979, la collana «Passato e presente» dell’editore barese Diego De Donato, anche lui orientato a sinistra: la sua collana ammiraglia si chiamava, quando ormai in Italia e in Europa il movimento operaio, come le stesse fabbriche, era ormai avviato alla fine della sua storia, proprio «Movimento operaio». Essa pubblicò importanti lavori di contemporaneistica italiana ma anche, nella traduzione di Vito Gallotta, l’utile Storia del movimento operaio negli Stati Uniti, 1861-1955 dei giornalisti americani schierati con le organizzazioni sindacali Richard O. Boyer (1903-1973) e Herbert M. Morals (1906-1970). Significativo il titolo dell’edizione originale: Labors Untold Story. The Adventure Story of the Battles, Betrayals and Victories of American Working Men and Women; letteralmente: “Il racconto dei lavoratori mai narrato finora. Storia avventurosa delle battaglie, dei tradimenti e delle vittorie dei lavoratori e delle lavoratrici americane”.

«Passato e presente» durò solo quattro anni, durante i quali offrì dieci libri, tutte traduzioni, che rivelavano il profondo rinnovamento in corso nella storiografia anglosassone e tedesca e registravano sia il pressoché totale abbandono della storia politica sia la diramazione della curiosità e della comprensione, conseguente all’esplosione dei movimenti politici e sociali su singoli temi, in primo luogo quelli dei neri, delle donne e dell’ambiente. Anche in questa collana erano gli americani a prevalere, con cinque titoli, contro due tradotti dal tedesco, due di provenienza britannica e uno di provenienza svedese ma mediato attraverso l’inglese (Il compromesso svedese, 1932-1976. Classe operaia, sindacato e stato nel capitalismo del Welfare, di Walter Korpi, nato nel 1934). La collana fu aperta da Lavoro culturale e società in America nel secolo dell’industrializzazione, 1815-1919, del capofila della new labor history americana, Herbert Gutman (1928-1985). Il sottotitolo – Per una storia sociale della classe operaia americana – ne definiva perfettamente il carattere, esplicitato nella militante introduzione di Bruno Cartosio (n. 1943), uno dei principali consulenti di De Donato. Un caposaldo della interpretazione liberal della storia contemporanea era poi La rifondazione dell’Europa borghese. Francia, Germania e Italia nel decennio successivo alla prima guerra mondiale (1979) di Charles S. Maier (n. 1939).

Louise A. Tilly (1930-2018), autrice, insieme con Joan W. Scott (1941), di Donne, lavoro e famiglia nell’evoluzione della società capitalistica (1981), era una delle principali esponenti della nuova corrente di storia sociale americana, ma rivolta specialmente alla storia delle donne, che combinava anch’essa in un approccio multidisciplinare antropologia, economia e sociologia. Allo stesso spirito di rinnovamento critico Ellis W. Hawley (1929-2020) sottoponeva Il New Deal e il problema del monopolio. Lo Stato e l’articolazione degli interessi nell’America di Roosevelt (1981), mentre in Da colonia a impero un gruppo di studiosi esaminava in un volume collettaneo curato da William Appleman Williams (1921-1990) La politica estera americana, 1750-1970. Come il Mulino, anche De Donato attingeva, consulente Gustavo Corni (n. 1952), al nuovo corso della storiografia tedesca, con due importanti volumi: L’ impero guglielmino, 1871-1918, di Hans-Ulrich Wehler (1931-2014), e Sulla scienza della storia. Storiografia e scienze sociali dello stesso Wehler in collaborazione con Jürgen Kocka (n. 1941), che di quel rinnovamento era di fatto il programma: critica alla longue durée braudeliana, che conduce alla contemplazione dell’immobilità e quindi alla negazione della storia, e recupero degli elementi critici di Marx. Dall’Inghilterra arrivava invece il fondamentale studio sulla Politica sociale del Terzo Reich, di Tim W. Mason (1940-1990), lo studioso marxista che i contemporaneisti italiani di quella generazione (quorum ego, in ultima fila) ben ricordano per il suo illuminante contributo a spogliare di aura ideologica anche le lotte operaie italiane prima e durante la Resistenza (Mason 1988).

Purtroppo De Donato fu travolto dalla crisi che investì negli anni ottanta l’editoria italiana. D’altronde la storia aveva perduto ormai la centralità che per quasi tutto quel secolo aveva avuto nella formazione culturale delle classi dirigenti, cioè dei lettori. Resistevano solo le collane blasonate, come quelle di Einaudi Laterza e il Mulino, ma prive ormai dei residui connotati “militanti” e rivolte sempre più a un pubblico di specialisti e, occasionalmente, alla divulgazione di alto livello.

45.

Carlo Ginzburg è figlio del fondatore della «Biblioteca di cultura storica» e della scrittrice Natalia. Ma è universalmente noto, in ambito storiografico, come uno degli iniziatori della microstoria, «sicuramente il più originale contributo fornito dall’Italia alla storiografia europea [e non solo, direi] di fine Novecento» (Romagnani 2009, 229), affascinante tentativo di rendere protagonisti della narrazione storica coloro che non hanno voce propria per raccontare e raccontarsi e di contrapporre così alla “storia dall’alto” una sorta di “storia dal basso” offerta dalle carte d’archivio, tentativo convergente con quello, pressoché coevo, della cosiddetta “storia orale” (Clemente 1995). Insieme con Giovanni Contini (n. 1948), altro cultore del genere, nel 1981 avviò presso la stessa Einaudi una apposita collana di «Microstorie», che pubblicò in tutto 21 opere, di cui sette in traduzione: tre americane, due inglesi e due francesi. Ma delle tre americane una era di autore olandese: Anton Blok (n. 1935), che aveva ricostruito un secolo di storia di Mafia di un villaggio siciliano 1860-1960. Imprenditori, contadini, violenti (1986). A parte questa e La papessa Giovanna del francese Alain Boureau (n. 1946), quasi tutte le opere erano di carattere prevalentemente antropologico. Nel 1991, dopo undici anni, anche questo che voleva, secondo il catalogo storico della casa editrice, «essere un esperimento, una proposta, una verifica di materiali, un rimescolamento di dimensioni, di personaggi, di punti di vista» (Le edizioni Einaudi 2013, 1418) cessò.

Verso il duemila

Fin qui abbiamo visto nascere e morire numerose collezioni editoriali dedicate alla storia. Abbiamo già detto che poche sono sopravvissute alla fine del “secolo breve”, solo quelle veramente solide, come quelle di Einaudi, di Laterza e del Mulino. Ci voleva del coraggio, ormai, a proporre opere storiche a un pubblico sempre più sommerso da messaggi istantanei e sempre più immerso nel presente, senza futuro e perciò senza passato. Se però si andasse a misurare la quantità di pubblicazioni di ricerche storiche si scoprirebbe forse il paradosso che, con l’esaurirsi dell’interesse diffuso per la storia, essa, in genere, è aumentata. Ma si tratta in prevalenza di ricerche su argomenti e temi per soliti circoscritti nello spazio e nel tempo, di origine e destinazione accademica, rivolte spesso a fini concorsuali, senza nessuna o con scarsa ricaduta sul sentire comune, che compaiono presso university press più o meno esplicite e, come s’è detto, difficilmente propense a offrire opere d’importazione. Quel coraggio l’hanno avuto negli anni novanta Marsilio e Donzelli, aprendo entrambe – la prima nel 1988, la seconda nel 1993 – una serie di «Storia e scienze sociali» delle loro collane di «Saggi»: una denominazione in grado di abbracciare, con lo studio del passato, anche altre sfere della convivenza umana e l’attualità. Affrontare criticamente la loro produzione, come quella delle aristocratiche collane sopravvissute, e in particolare la produzione di origine straniera, ci condurrebbe ad aprire un altro e diverso capitolo del problema del ruolo della conoscenza storica nell’epoca cosiddetta della “fine delle ideologie”, che renderebbe ancor più gravosa questa già pesante rassegna. Ma varrà la pena che qualcuno lo faccia, prima o poi, per capire se esiste, oltre che un passato, un futuro in cui l’uomo continuerà a interrogarsi sulla propria posizione nel mondo e tra gli altri uomini.

Ringraziamenti

Per l’aiuto fornitomi in più modi ringrazio Aldo Agosti, Giulia Baselica, Davide Bigalli, Giovanni Ferrara degli Uberti, Frédéric Ieva, Bruno Maida, Luigi Vittorio Nadai, Aldo Serafini, con una menzione speciale per Norman Gobetti.

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