Numero 19 (autunno 2020) | Pratiche

Siamo introversi e ce ne vantiamo

L’IMPEGNO DELLA LETTONIA A FAR CONOSCERE LA PROPRIA LETTERATURA

di Margherita Carbonaro

Questa è la prima parte, quasi un’introduzione, di un breve viaggio nella letteratura lettone in traduzione italiana e nelle più diffuse lingue europee. Non so a quale nazione spetti la palma della letteratura meno (immeritatamente) conosciuta d’Europa, e che nello stesso tempo sia la più (meritatamente) degna di essere conosciuta. La Lettonia, in ogni caso, è uno dei paesi candidati al primato, e negli ultimi anni ha messo in campo un forte impegno e una grandissima energia per farsi leggere all’estero. Proprio di questo parlo qui adesso. Una seconda parte, pubblicata in seguito, parlerà invece più dettagliatamente di autori e di libri, e di quello che un lettore attento e curioso, ma che purtroppo non ha la fortuna di conoscere il lettone, può trovare in traduzione.

I. è uno scrittore, un tipo grigio e introverso che ama la solitudine e sfugge la compagnia degli altri. Sogna di avere un pappagallo muto, quando è innamorato non scrive messaggi con WhatsApp ma romanzi pieni di inarrivabili metafore e oscure allusioni. La condizione atmosferica perfetta per I. è quando la neve copre di cappucci e mantelli i tetti, i rami degli alberi, i cespugli e le macchine parcheggiate, quando il cielo è pieno di fiocchi bianchi e la temperatura è sotto zero, il che vuol dire: sotto il rischio medio di incontri casuali per le strade. Oltre ai pappagalli muti, I. ama molto anche le patate. Insomma, è un vero scrittore lettone.

Il personaggio di I. e quello della sua compagna, la scrittrice lettone I., sono nati dalla matita di Reinis Pētersons, grafico e artista, e dalla penna della pubblicista Anete Konste nel periodo in cui la Lettonia si preparava al proprio debutto sulla scena letteraria internazionale, in occasione della fiera del libro di Londra del 2018 che ha ospitato, come Market Focus countries, i tre paesi baltici, riuniti per l’occasione, ma ciascuno con un proprio spazio. Quell’anno Lituania, Lettonia ed Estonia (li nomino da sud verso nord nel caso in cui, senza offesa per chi mi legge, qualcuno abbia qualche secondo di incertezza nel posizionarli in successione esatta sulla cartina d’Europa…) festeggiavano fra l’altro il centenario della propria indipendenza (1918), seguita al crollo dell’impero zarista. Tutte e tre la persero poi nel giugno 1940 – quando furono invasi prima dall’Unione sovietica, poi dalla Germania nazista e poi nuovamente dall’Unione sovietica – e riacquistata solo all’inizio degli anni novanta.

Una storia parallela e comune, almeno a partire dalla seconda metà del diciottesimo secolo, per tre lingue – e quindi per tre letterature – diverse. Se il lettone e il lituano appartengono infatti alla stessa famiglia, e costituiscono il ramo baltico delle lingue indoeuropee, l’estone è invece una lingua ugrofinnica, molto vicina al finlandese. Per quanto la Lettonia possa vantare una ricchissima tradizione orale, tramandata attraverso molti secoli, una moderna letteratura in lingua lettone nasce di fatto solo verso la fine del diciannovesimo secolo, e si affina e matura innanzitutto negli anni della prima indipendenza. Le vicende storiche del ventesimo secolo, la scomparsa del paese dalla carta geografica europea per ben cinque decenni, hanno a lungo influito negativamente sulla possibilità che la letteratura lettone potesse farsi conoscere a occidente della cortina di ferro. Pesa naturalmente anche il fatto che i traduttori dal lettone sono davvero pochi e poche anche le possibilità di studiare la lingua all’estero.

Come si promuove una letteratura quasi completamente sconosciuta fuori dai confini di un paese la cui lingua è parlata e capita da due milioni scarsi di persone in tutto il mondo? «Per trovare una buona strategia in vista di Londra ci siamo rivolti inizialmente a un’agenzia pubblicitaria» racconta Juta Pirāga, responsabile insieme a Inga Bodnarjuka-Mrazauskas della piattaforma Latvian Literature (https://latvianliterature.lv/en/news). «Sapevamo che a Londra non saremmo andati da soli, ma come Baltic countries, e quindi dovevamo trovare il modo di farci notare differenziandoci dagli altri due paesi. L’agenzia ci ha proposto tre idee: Lettonia land of strong female writers (terra di scrittrici forti), oppure land of poetry (terra della poesia), perché la poesia in Lettonia è molto amata e in epoca sovietica, fra l’altro, la critica al regime era possibile in pratica solo attraverso il linguaggio metaforico della poesia. Oppure, terza variante: Lettonia, land of introverts (terra di introversi). Quest’ultima idea ci è piaciuta subito moltissimo, e non solo perché era la più inclusiva.»

La Lettonia ha scelto quindi la strada della costruzione di un brand autoironico, che gioca con il cliché: noi popolo del nord, schivo e poco vivace, taciturno e anche un po’ noioso. In una parola: introverso. Eppure noi, popolo chiuso e riservato del nord, appartenenti a «una delle nazioni più introverse del mondo, ne siamo orgogliosi. Lasciamo che a parlare per noi siano i nostri libri, perché la letteratura è il mondo perfetto per gli introversi». Parola di I. & I., che negli ultimi anni hanno portato in viaggio la propria introversione facendosi conoscere alle fiere di Francoforte e Lipsia, Bologna e Londra, e gironzolando fino a Seul e Shanghai. Al proprio stand a Londra I. & I. offrivano fra l’altro bottiglie di birra con l’etichetta «#iamintrovert», su cui erano riportate brevi citazioni da opere di autori lettoni. Fra gli ingredienti della birra introversa (in Lettonia, fra l’altro, fanno dell’ottima birra, lo garantisco) pare ci fossero anche le predilette, introverse patate. I visitatori potevano inoltre indossare il cappottone nero di I. & I., con citazioni letterarie sulla schiena, e fotografarsi sullo sfondo del mare o di una solitaria radura in mezzo ai boschi baltici. Sulle porte delle toilette si poteva vedere invece una vignetta con la figura di I. che nel caos della fiera era felice di passare finalmente qualche momento in solitudine.

Londra è stata il primo salto sulla ribalta, ora si punta al ruolo di paese ospite a Francoforte. La piattaforma Latvian Literature, con la sua campagna #iamintrovert, ha avuto fra l’altro un grande successo anche al di là del mondo editoriale. Nel 2019 ha ricevuto il premio lettone per il design, e nel 2021 rappresenterà la Lettonia alla biennale del design di Londra. Come è stato recentemente annunciato, lo farà attraverso un oggetto intitolato In3, ovvero Introvert in Interior, creato dagli artisti visuali Krista e Reinis Dzuzilo insieme al team di Latvian literature e a Una Rozenbauma, autrice del concept della campagna: I. & I. vi prenderanno in qualche modo vita, e i visitatori potranno raccontare a loro le proprie storie.

 

Ad accompagnare fin qui I. & I., a organizzare la gestione quotidiana dell’esportazione della letteratura lettone, le visite di editori stranieri, gli incontri e i seminari riservati ai traduttori dal lettone è una piccola squadra (fatta in buona parte di strong Latvian women!) che fa capo alla piattaforma Latvian Literature, con i suoi tre agenti letterari (Žanete Vevere Pasqualini, Jayde Will e Vilis Kasims), in collaborazione con la Starptautiskā rakstnieku un tulkotāju māja, (ovvero la Casa internazionale degli scrittori e dei traduttori di Ventspils, diretta e gestita da Andra Konste e Ieva Balode), l’Unione degli scrittori e quella degli editori lettoni.

Negli ultimi anni la Lettonia ha sviluppato un ottimo programma di finanziamenti sia alla traduzione sia alla pubblicazione della propria letteratura all’estero. Se fino al 2016 i libri tradotti erano una decina ogni anno, da allora sono in media una cinquantina. Nel 2020 trentasei traduzioni hanno ricevuto dei finanziamenti e quarantadue sussidi alla pubblicazione sono stati riconosciuti finora a case editrici straniere, per un totale di 175 000 euro. Soprattutto negli anni precedenti la fiera di Londra si era puntato molto sulle traduzioni in inglese, lingua ponte utile a fare da stimolo per traduzioni anche in altre lingue. Il libro lettone che negli ultimi anni ha avuto la maggiore risonanza all’estero è stato Mātes piens di Nora Ikstena, uscito in Italia presso Voland nella mia traduzione (Il latte della madre, 2017), intenso racconto del rapporto tormentato tra una madre e una figlia, e della vita quotidiana sotto il peso del totalitarismo ai margini occidentali dell’impero sovietico. Il bestseller lettone nel campo della letteratura per l’infanzia è invece Il chiosco di Anete Melece (in italiano pubblicato da Jaca Book, 2019, nella traduzione di Alba Zara).

In Lettonia i finanziamenti non sono riservati solo all’esportazione dei libri, ma anche alla loro creazione e produzione. Autori, traduttori ed editori possono fare domanda al Fondo statale per la cultura (Valsts kultūrkapitāla fonds) per ottenere sostegni e finanziamenti. Attualmente è in corso di messa a punto un programma che prevede inoltre l’istituzione di «stipendi creativi»: ogni anno sarà disponibile un certo numero di «stipendi» annuali che potranno garantire a scrittori e traduttori di lavorare con la massima tranquillità a particolari progetti di scrittura. L’Estonia ha un simile programma già da anni. Un traduttore lettone lavora ancora oggi per tariffe piuttosto (quando non molto) basse, a meno che il libro non benefici di finanziamenti a monte, cioè dal paese la cui letteratura viene tradotta (e non è evidentemente un caso se per esempio nel 2018 i libri tradotti dal tedesco sono stati 78 e quelli dall’italiano solamente 12). Come gli autori e gli illustratori, anche i traduttori ricevono però annualmente dallo Stato una somma calcolata in base al numero di volte in cui un libro è stato preso in prestito dalle biblioteche, come un piccolissimo diritto d’autore non sulle vendite ma sulla lettura.

Le case editrici regolarmente attive in Lettonia sono una settantina e più di duemila i nuovi titoli ogni anno – con una tiratura media di un migliaio di copie. Può essere interessante sapere che se le librerie in tutto il paese sono appena 131, le biblioteche sono ben 1597 per due milioni scarsi di abitanti, una rete capillare e ammirevole. I lettoni sono grandi frequentatori delle biblioteche, e circa venti milioni sono i libri presi in prestito ogni anno.

Un’ultima annotazione e un rimando al prossimo pezzo sulla letteratura lettone in Italia: se i primi testi a essere tradotti, negli anni trenta del secolo scorso, furono dei canti popolari, il primo romanzo lettone mai pubblicato in italiano, nel 2017 da Ipernorea e anch’esso nella mia traduzione, è Come tessere di un domino di Zigmunds Skujiņš, una storia dell’introversa Lettonia ricchissima di estravaganti e quanto mai estroverse invenzioni.

 

I disegni riprodotti sono di Reinis Pētersons, le foto di Toms Harjo.

* * *

Per una preziosa bibliografia, a cura di Riccardo Marmugi, delle opere lettoni pubblicate in Italia, si veda: http://www.letteraturenordiche.it/lettonia.htm.

Infine, per non restare a digiuno di letteratura lettone in attesa della prossima, più ampia puntata, ecco fin da ora qualche assaggio: l’esuberante fantasia di Zigmunds Skujiņš che salta da un secolo all’altro in Miesas krāsas domino (Come tessere di un domino), la maestria stilistica di Regīna Ezera nel narrare l’amore e il desiderio, in Aka (Il pozzo, trad. di Margherita Carbonaro, Iperborea, 2019); e poi Mātes piens di Nora Ikstena (Il latte della madre ), di cui ho già detto, e la Lettonia durante la rivoluzione del 1905, descritta in Gaiļu kalna ēnā di Osvalds Zebris (All’ombra della collina dei galli, trad. di Paolo Pantaleo, Sesto San Giovanni, Mimesis, 2019)

Chi volesse passare attraverso le traduzioni inglesi potrà leggere un altro romanzo di Zigmunds Skujiņš, Kailums, nella traduzione di Uldis Balodis, Nakedness (Vagabond Voices, Glasgow, 2019) che narra un bizzarro equivoco in cui si mescolano le carte della verità; un classico a lungo censurato, Bezmiegs di Alberts Bels, tradotto come Insomnia da Jayde Will (Parthian Books, Cardigan, 2020). Per i ragazzi, i cani di Riga che sanno parlare tante lingue: Luīze Pastore, Dog Town (Maskačkas stāsts), tradotto da Žanete Vēvere Pasqualini, Firefly Press, Cardiff, 2018.

In tedesco è uscito nel 2006 per Weidle di Bonn il romanzo Homo novus di Anšlavs Eglītis, nella traduzione di Berthold Forssman: un ritratto della bohème di Riga negli anni venti. E Nicole Nau ha tradotto Pieci pirksti di Māra Zālīte (Fünf Finger, Klak, Berlin 2019), che narra l’arrivo e la vita in Lettonia di una bambina nata da genitori deportati in Siberia. Mentre in francese si possono trovare un romanzo di formazione all’interno della scena heavy metal anni novanta (Jelgava 94 di Jānis Joņevs, nella traduzione di Nicolas Auzanneau, Metal, 2016, per Gaïa di Larbey) e una scelta di racconti di grande ricchezza psicologica, Nature morte à la grenade, di Inga Ābele, tradotti da Gita Grinberga e Henri Menantaud per L’Archange Minotaure, Apt, 2005.