Numero 8 (primavera 2015) | Pratiche

Piccoli traduttori crescono

TRADURRE FREEDOM WRITERS IN CLASSE

di Susanna Basso

E’ comparso nella sezione Pratiche del numero 7 della nostra rivista un articolo dal titolo Fahernheit 451 ritradotto da liceali. L’esperienza raccontata ha suscitato la mia ammirazione per l’impegno profuso da studenti e insegnanti del Liceo Galileo Galilei di Ostiglia (MN); interesse per l’applicazione di un tipo di lavoro in classe molto particolare sul piano didattico; e qualche perplessità sul metodo utilizzato.

Nella conclusione valutativa del progetto le insegnanti Carla Barbi e Maria Chiara Romani si dichiarano nel complesso soddisfatte dell’efficacia didattica dell’operazione pur riconoscendo la difficoltà da parte degli studenti a «dare una voce riconoscibile alla loro traduzione».

A lasciarmi perplessa riguardo all’intervento era essenzialmente il fatto che gli studenti avessero lavorato più come revisori della traduzione di Giorgio Monicelli uscita nel 1956, che come aspiranti traduttori del testo di Bradbury.

Poiché ho avuto occasione di incontrare, in un liceo di Torino, un’altra classe di studenti impegnati in un progetto analogo, mi è parso interessante segnalare anche il loro tipo di esperimento.

Come insegnante di scuola secondaria la mia prima reazione è di stima per colleghi che intraprendono lavori di questa mole, sfidando i tanti e prevedibili e scoraggianti ostacoli sul loro cammino. Mi riferisco alla difficoltà di sostenere e consolidare l’entusiasmo iniziale di un gruppo di adolescenti; alle esigenze della regolare attività didattica che deve continuare, aldilà e nonostante il progetto in corso; alla fatica che un lavoro di traduzione sempre comporta, a maggior ragione se inserito tra le insidie del programma disciplinare da svolgere e le ansie delle verifiche da realizzare, delle valutazioni da attribuire agli studenti, e perfino alla possibilità che un lavoro come questo possa complicare e non solo arricchire il clima relazionale all’interno di una classe di studenti di liceo.

A seguito di un secondo incontro con la classe della prof. Giulia Bertagnolio e della prof. Roberta Strocchio dell’Istituto Maria Mazzarello di Torino, ho quindi chiesto ai partecipanti al progetto di fornirmi una loro breve valutazione/racconto dell’esperienza.

Ritengo prima di tutto eroico, strabiliante, contemplare l’ipotesi di un lavoro della durata di tre anni con ragazzi tanto giovani. Tre anni sono un tempo pressoché incalcolabile per dei sedicenni e per la forza centrifuga delle loro vite. Eppure sembra che qualcosa li abbia convinti a insistere, a non abbandonare.

Dai loro micro-diari di traduzione l’esperienza risulta tutt’altro che semplice, non sempre entusiasmante, a volte troppo faticosa, in qualche momento appagante. Risulta insomma molto simile a una qualsiasi esperienza di traduzione.

Ciò che più mi ha sorpresa è stato constatare che, se provavo a sottolineare alcune frasi da ciascuno del loro commenti, ero in grado di raccogliere un campionario di espressioni, metafore, proteste ed entusiasmi in tutto e per tutto analoghe a quelle di traduttori di lungo corso.

C’era chi parlava di “avventura linguistica”, chi di “lavoro crudele”, chi raccontava di aver riscontrato le difficoltà maggiori “non tanto su frasi lunghe e complesse, ma nelle frasi più semplici”; c’era chi aveva avuto l’impressione di compiere “un percorso sempre in salita” che gli aveva lasciato dentro una “sensazione di incompletezza”; c’era chi aveva scoperto il “dubbio della punteggiatura”; chi si rendeva conto di aver subito una sorta di “evoluzione” metodologica, cammin facendo; chi aveva provato la gioia di vedere un puzzle ricomporsi; chi si era misurato con “l’intensità” dei concetti da trasferire da una lingua all’altra; chi aveva amato la “sfida” di tradurre ciò di cui non trovava l’equivalente in italiano; chi aveva scoperto che “non esiste un modo giusto di tradurre”; chi aveva sentito che tradurre potrebbe perfino diventare la sua strada e chi al contrario si era accorto che il compito del traduttore non faceva per lui.

Tutti indistintamente, però, tutti, avevano scoperto che tradurre è difficile e che da ogni traduzione si esce al tempo stesso insoddisfatti e fieri.

A nessuno di questi ragazzi capiterà più di pensare che tradurre sia un mestiere meccanico, innocente o irrilevante. Né che l’inglese sia la lingua necessaria e spenta in cui spesso la buona scuola e il mondo la trasformano.

Ecco il progetto, nelle parole dell’insegnante Giulia Bertagnolio e dei ragazzi della IV Linguistico dell’anno 2014-2015.

Giulia Bertagnolio

Quando ho visto per la prima volta il film The Freedom Writers, insegnavo da pochissimo tempo. Avevo poca esperienza, ma moltissima passione e, pur non conoscendo molto della vita di Erin Gruwell, mi sono lasciata ispirare.

In seguito ho acquistato il libro, un bestseller negli Usa, e l’ho letto con un trasporto ancora maggiore di quello provato per la versione cinematografica.

Negli anni il film è diventato parte integrante del cineforum linguistico che teniamo nel nostro liceo linguistico ed è grazie a questa selezione che i miei ragazzi hanno conosciuto questo testo e le sue storie.

Nel 2012, durante la seconda liceo, i miei studenti hanno visto il film e si sono lasciati toccare dalle singole storie degli studenti della Wilson High School, allievi di Gruwell, le hanno guardate ed ascoltate come se non si trattasse solo di un film, bensì di storie vere ed emozionanti.

Poiché il ministero, in seguito alla riforma voluta dall’ex ministro all’Istruzione Maria Stella Gelmini, aveva eliminato dal piano orario un’ora di lingua e civiltà inglese nel triennio del liceo linguistico, mi sarei trovata, l’anno seguente, con una terza liceo e un paio d’ore di insegnamento a settimana. E’ stato questo il primo motivo che mi ha spinta a proporre il progetto di traduzione ai ragazzi e alla dirigenza. Il progetto si sarebbe articolato su tre anni, secondo biennio e anno terminale del liceo, e si sarebbe svolto per un’ora a settimana extracurricolare.

Il primo anno del progetto (terza liceo), i ragazzi hanno svolto qualche lezione introduttiva alla pratica della traduzione, una specie di micro-corso sulla teoria del tradurre e brevi delucidazioni ed esempi del mestiere (Umberto Eco ci ha fatto da maestro per qualche tempo). Terminata l’introduzione teorica, i ragazzi hanno letto le parti loro assegnate e hanno iniziato a capire che cosa volesse dire lavorare tutti insieme a un progetto di tale portata.

Quest’anno (quarta liceo), gli studenti hanno continuato a tradurre un’ora a settimana, mentre aspettavano le correzioni da parte mia. Una volta corretta la prima parte del lavoro, i ragazzi hanno rielaborato il testo. La prossima fase sarà una rilettura incrociata da parte degli studenti stessi. I lavori ultimati e corretti (solo nella forma) dalla sottoscritta subiranno letture incrociate da parte degli studenti e si provvederà alle limature e agli aggiustamenti ancora ritenuti necessari. Insomma, sarà una vera e propria fase laboratoriale.

Durante il terzo anno del progetto (quinta liceo), gli studenti procederanno a una lettura/revisione incrociata. A ciascuno studente saranno affidati i diari tradotti da un compagno. In seguito, toccherà a noi docenti l’ultima revisione.

Un progetto della durata di tre anni, completamente straordinario rispetto all’impegno scolastico (ci fermiamo tutti un’ora in più a settimana, dopo l’orario di scuola), è di certo ambizioso e ricco di fatiche, tuttavia mi sembrava bellissimo intraprendere una simile avventura con una classe che ritengo meritevole dal punto di vista dell’impegno e adeguata dal punto di vista linguistico.

Oltre a voler “restituire” quella famosa ora di inglese sottratta dalla riforma, il senso del progetto era offrire agli studenti un vero e proprio esempio di alternanza scuola-lavoro, per di più al liceo, dove di norma lo studio è teorico e di rado sfocia in esempi concreti di attività.

La traduzione di un testo noto negli Usa, mai tradotto in Italia, cui gli allievi si erano appassionati grazie al film, era una condizione perfetta per gli allievi per sperimentare questo assaggio di mondo del lavoro.

Comunque vada, dopo che la traduzione sarà ultimata e pronta per la pubblicazione, i miei allievi avranno sperimentato la fatica del lavoro (quello vero), l’impellenza delle scadenze, la responsabilità della collaborazione e la soddisfazione di aver prodotto qualcosa di proprio e personale.

Nella maggior parte dei casi gli allievi hanno registrato un enorme cambiamento di opinione rispetto all’inizio dei lavori: se all’inizio erano convinti che tradurre non fosse poi una vera professione (e che ci vuole? Basta mettere una parola tradotta dietro l’altra e via, il gioco è fatto!), adesso tutti hanno maturato la consapevolezza che il traduttore svolge un lavoro importante, difficile e pieno di frustrazioni ma anche di sfide e soddisfazione.

Come insegnante, mi aspettavo che la consapevolezza linguistica dei miei studenti sarebbe notevolmente aumentata – e così è stato – e speravo che gli sforzi traduttivi avrebbero messo in prospettiva lo studio della lingua: finalmente una classe di liceo linguistico avrebbe potuto dire di aver sperimentato l’uso della lingua al di là della grammatica e della letteratura. Dal punto di vista dell’insegnamento posso essere orgogliosa dei ragazzi perché hanno imparato moltissimo, soprattutto per quanto riguarda l’abilità nell’analizzare un testo.

Oggi mi posso dire profondamente soddisfatta per diverse ragioni:

  • i ragazzi hanno manifestato interesse durante tutto lo svolgimento del progetto;
  • si sono sentiti valorizzati perché è stata offerta loro un’opportunità nuova e diversa da ogni altra prima d’ora;
  • hanno accolto il progetto con coraggio e desiderio di mettersi alla prova e sono stati davvero rispettosi di ogni proposta e richiesta fatta loro;
  • hanno cominciato a sviluppare riflessioni sul loro futuro: qualcuno di loro potrebbe davvero voler diventare un traduttore.

Da questa esperienza portiamo tutti a casa qualcosa: chi la gioia di aver lasciato la propria voce in un testo americano tradotto in italiano, chi la fatica di aver a stento capito che cosa stava leggendo, chi il peso delle correzioni (questo vale soprattutto per me), chi ancora la soddisfazione di essersi messo in gioco e non essersi tirato indietro.

La speranza è poter davvero realizzare il sogno dei miei trenta studenti di vedere il loro nome pubblicato accanto alla voce testo tradotto da.

I diari di traduzione della quarta linguistico

Cavallaro Agnese

Vivere un’esperienza da traduttore mi ha molto colpito. Le persone non pensano a quanto possa essere difficile questo lavoro. Io per prima pensavo che fosse solo una questione di leggere e tradurre ciò che c’era scritto, senza pensarci troppo, senza porsi troppi problemi, se la parola non rende con efficacia l’originale, ma mi sbagliavo. Tradurre è un lavoro lungo e complesso che richiede di lasciare una parte di te all’interno del romanzo o della poesia che si traduce.

È stato un lavoro lungo e faticoso, ma anche molto appagante.

Morra Andrea

Il laboratorio di traduzione è stato un’esperienza difficile e molto faticosa, ma sicuramente molto appagante e soddisfacente. La consiglierei a tutti i ragazzi che frequentano un liceo linguistico perché, dal punto di vista linguistico, aiuta molto: certo bisogna metterci impegno e volontà. Tradurre diari di ragazzi della mia età e conoscere le loro incredibili storie è stato molto interessante. Le difficoltà principali le ho riscontrate non tanto su frasi lunghe e complesse, ma nelle frasi più semplici ma molto espressive dove il significato è evidente, ma la resa in italiano è estremamente difficile.

Tomasulo Fabiana

Un anno di traduzione su un testo così ridotto è decisamente troppo poco per esprimere un’opinione precisa e completa, ma posso condividere la mia esperienza per quanto limitata. È un lavoro che ha suscitato in me diverse emozioni. La prima di tutte è stata la soddisfazione nel vedere che le parti tradotte diventavano sempre più numerose: può sembrare banale, ma è stato uno degli aspetti più positivi per me. È come se avessi compiuto un percorso che andava sempre in salita, sia per la difficoltà sia per la qualità̀ del mio lavoro. Rileggendo i diari, noto un vero e proprio cambiamento nella traduzione ed è anche per questo che la difficoltà è aumentata. Attenersi al testo è il modo più semplice di tradurre ed è possibile per tutti quelli che hanno una discreta conoscenza della lingua. Quello che invece non tutti possono fare è dare un proprio contributo nella traduzione. Se all’inizio mi sentivo realizzata per quello che avevo scritto, a un certo punto ho capito che stavo svolgendo il lavoro solo per metà. Rileggendo il testo si capiva che mancava qualcosa. Da quel momento sono iniziati i problemi e la sensazione di incompletezza. L’unica soluzione possibile era quella di allontanarmi dal testo originale, prendendomi talvolta delle libertà.

Anche nel linguaggio c’è stata una crescita. All’inizio utilizzavo termini che appartenevano ad un registro linguistico che non rispecchiava per niente il messaggio e il contesto del libro, poi ho capito che i termini più elevati sono i più̀ facili da inserire perché́ sono i primi che si trovano sul dizionario. Nel contesto dei Freedom Writers, però, il linguaggio dev’essere decisamente diverso. I protagonisti sono ragazzi del ghetto, che parlano in maniera semplice, diretta, e utilizzare termini troppo letterari avrebbe significato privare i protagonisti della loro personalità̀.

Questi sono stati gli aspetti più̀ difficili del lavoro che, però, mi hanno spronata a migliorare e rendere la traduzione più mia.

Tamietti Filippo

L’esperienza di tradurre un libro dall’inglese all’italiano è stata una novità per noi alunni. Ha presentato però molte difficoltà. Il dubbio che ho riscontrato fin dall’inizio ha riguardato la punteggiatura: in inglese ci sono frasi molto spezzate, con molti punti che noi italiani non siamo abituati a utilizzare. È meglio rimanere fedeli o tradurre inserendo più virgole e/o punti e virgola, in modo che la lettura risulti più “familiare” a un lettore della nostra lingua? Altre volte mi è capitato di tradurre in maniera molto fedele alcune parti di discorso, nonostante in italiano non suonassero bene: la difficoltà era infatti quella di non riuscire a trovare una espressione adatta nella nostra lingua. Per esempio, nel diario 80 leggiamo: She said that I deserved it, and I might not ever get this chance again. La mia traduzione, troppo involuta in italiano, è stata: «Diceva che me lo meritavo, anche perché non avrei mai avuto una possibilità del genere», mentre in un italiano più scorrevole sarebbe stato meglio: «Un’occasione così avrebbe potuto anche non capitarmi più».

Girardi Chiara

Sono pochi mesi che ho iniziato a frequentare il laboratorio di traduzione. Pensavo che sarebbe stato un lavoro più facile e non credevo che richiedesse così tanto tempo. Tradurre questi diari mi piace molto, perché mi aiuta a migliorare la mia conoscenza linguistica sia inglese sia italiana, però qualche volta è difficile rendere in modo efficace il concetto che si ha in testa e questa è la parte più faticosa. Quando ho iniziato a lavorare sulle prime pagine procedevo molto lentamente, soffermandomi su ogni parola, poi ho imparato a non essere troppo fedele al testo, utilizzando un linguaggio più simile al mio che però non cambiasse il significato dell’originale. Adesso traduco più velocemente e trovo l’attività più scorrevole e meno faticosa di prima.

Tiani Martina

L’ esperienza di traduzione, del tutto nuova per me, l’ho trovata e la sto trovando molto utile e allo stesso tempo interessante. Essendo per me quello della traduzione un mondo nuovo, è bello potermi mettere in gioco e confrontarmi con la lingua inglese sotto un diverso aspetto, lontano da quello puramente scolastico fino ad ora affrontato. Il lavoro che più trovo stimolante è il dover attribuire a ciascuna frase un senso che sia allo stesso tempo fedele all’originale, ma anche efficace nella lingua italiana, nonostante ciò richieda tempo e impegno.

Frisatto Francesca

Da circa un anno e mezzo io e la mia classe abbiamo preso parte a un laboratorio di traduzione. Ognuno di noi ha il compito di tradurre alcuni diari tratti dal libro Freedom Writers, che non è mai stato tradotto in italiano.
Questi diari hanno un linguaggio molto colloquiale con molte parolacce, proprio perché sono stati scritti da ragazzi della mia età, che vivono situazioni molto difficili.

Avendo un certo tipo di linguaggio, per me è stato difficile tradurre alcuni concetti, perché non sapevo come renderli in italiano e soprattutto come dare la stessa “intensità” che acquisivano in inglese. Grazie, però, all’uso di molti dizionari e all’aiuto della mia insegnate, ci sono riuscita.

Vergnano Filippo

Appena intrapresa l’esperienza della traduzione non ero entusiasta, in quanto trovavo molto pesante tradurre in un’ora extracurriculare aggiunta alle precedenti ore di scuola.

Dopo poco tempo, però, ho rivalutato il laboratorio perché i diari che dovevo tradurre erano interessanti e raccontavano di una vita difficile, di un mondo lontano da noi in cui centinaia di ragazzi vivono ogni giorno nei quartieri difficili degli Stati Uniti d’America.

Matarazzo Martina

Sono due anni ormai che frequento ogni lunedì alla settima ora il laboratorio di traduzione con la professoressa Bertagnolio e con i miei compagni di classe e altri studenti della classe terza. È stata un’esperienza interessante e nuova, ma ho anche capito che la traduzione non è la strada che fa per me, perché non amo particolarmente gli aspetti tecnici della lingua.
Rimane comunque un’esperienza che porterò con me e che ricorderò con piacere.

Orlando Francesca

Il laboratorio di traduzione non si è mai presentato come un’esperienza facile: sin dall’inizio sono emerse le prime difficoltà e i primi dubbi che a volte mi apparivano come “scogli” insormontabili.

Nel corso della mia esperienza di traduttrice penso di aver subìto una sorta di “evoluzione”: all’inizio ero solita tradurre quasi in modo letterale, senza entrare personalmente nella storia dei personaggi. Questo metodo si è rivelato, per la maggior parte delle volte, poco corretto, e il testo tradotto appariva poco scorrevole e snaturato. Successivamente, nelle mie ultime traduzioni e nelle revisioni, ho capito come, per rendere vivo il testo, anche in italiano fosse necessario immedesimarsi nei personaggi, capire i loro stati d’animo e cercare di riportarli in modo più verosimile possibile nella traduzione. Così facendo, il risultato si è rivelato molto soddisfacente e il lavoro mi è sembrato anche meno meccanico, ma più naturale e spontaneo.

Boscarato Martina

Durante il terzo anno di liceo ho iniziato un corso di traduzione insieme ai miei compagni: le mie aspettative non erano molto elevate all’inizio, ma devo dire che con il tempo ho cominciato ad apprezzare questo laboratorio.

I primi mesi sono stati difficili, poiché non sapevo se attenermi il più possibile al testo o se tradurre con maggiore libertà; un’altra mia difficoltà è stata quella di tradurre parole tipiche del ghetto in cui vivevano i ragazzi dei diari. Mentre quest’estate portavo avanti il mio lavoro di traduzione, ho incominciato a pensare che questa potrebbe essere la strada per il mio futuro.

Fossati Alice

Il laboratorio mi ha aperto una nuova strada: ho scoperto una passione. I testi su cui ho lavorato esprimevano momenti di sofferenza e gioia, episodi di vita raccontati in prima persona. Durante la traduzione mi immedesimavo in chi scriveva e alcune parti dei testi mi hanno emozionata, mi hanno toccata lasciando un’impronta.
La parte di rielaborazione dei testi è stato un altro aspetto della traduzione che mi ha davvero appassionata: leggevo la parte in inglese e poi pensavo come poterla rendere in italiano in maniera scorrevole e non letterale. Mentre traducevo non stavo solo trattando delle parole, stavo trattando delle emozioni: dovevo renderle, in un’altra lingua, senza modificarle. Il lavoro mi ha ricordato la composizione di un puzzle: prendevo le parole tradotte e, come piccoli pezzi di un puzzle, le spostavo, le sostituivo, provavo e riprovavo fino a formare una frase che mi soddisfacesse, anche musicalmente, ed il puzzle era completato. I pezzi combaciavano.

Campanati Rebecca

La traduzione è un’esperienza molto difficile che richiede la massima attenzione e concentrazione. Ho riscontrato diverse difficoltà nella traduzione di alcuni diari, ma, nonostante queste difficoltà, sono sempre riuscita a trovare una soluzione. Penso sia un progetto bellissimo che comporta però un enorme impegno. Nonostante ciò, sono molto contenta di aver intrapreso quest’esperienza che sicuramente mi sarà molto utile in futuro.

Carniato Leonora

Il laboratorio di traduzione è stato un’esperienza molto utile a livello didattico, non solo perché attraverso la traduzione s’imparano vocaboli e termini nuovi, ma soprattutto perché è una soddisfazione a livello personale riuscire a tradurre un testo dall’inglese all’italiano.

All’inizio pensavo che tradurre fosse un’operazione meccanica; dopo aver tradotto vari diari, mi sono accorta che oltre a capire il significato del testo bisognava anche rielaborare i contenuti, rendendoli in modo efficace ed espressivo, senza però tradire il significato originale.

Quest’ultima operazione a volte può essere più difficile del previsto, poiché nel testo possono essere presenti dei termini difficili che non hanno un equivalente in italiano: in questi casi la resa in italiano diventa una vera e propria sfida.

Rinetti Carolina

Ho trovato l’esperienza di traduzione molto interessante dal un punto di vista linguistico in quanto mi ha permesso di avvicinarmi di più alla lingua inglese con la quale mi trovo da sempre in conflitto. Ho incontrato difficoltà, ma anche molte soddisfazioni: sicuramente è un’esperienza che richiede tempo e soprattutto impegno. Le mie frustrazioni sono state principalmente inerenti alla costruzione di frasi che inizialmente tendevo a “italianizzare”, sbagliando. Molte volte non riuscivo a immedesimarmi nei personaggi e quindi a tradurre quello che realmente volevano esprimere.

Pilotto Gloria

Il laboratorio di traduzione, iniziato un anno fa insieme alla nostra docente di inglese, si è rivelato un’esperienza molto entusiasmante e coinvolgente. Ho capito come tradurre implichi un’importante responsabilità: la ricerca delle parole, delle costruzioni sintattiche più appropriate è un lavoro faticoso e mai completamente soddisfacente, poiché si è consapevoli del fatto che non esista un più giusto modo di tradurre, bensì occorra porsi come unico obiettivo il riuscire a trasmettere ai lettori lo stesso messaggio e la stessa emozione che l’autore aveva voluto esprimere quando scriveva la sua opera.

La traduzione della raccolta di diari personali scritti da ragazzi disagiati, con esperienze terribili alle spalle, che vivono non a caso in un ghetto, ci ha inoltre permesso di venire a contatto con un mondo molto distante e molto diverso dal nostro. Personalmente le mie frustrazioni sono state prevalentemente legate alla resa in italiano di parole di tipo tecnico, che in italiano non hanno un equivalente. Inoltre ho dovuto tradurre una lettera che mi ha messo in difficoltà non tanto per il contenuto, bensì per l’impostazione stessa, che cambia per certi aspetti dall’inglese all’italiano e quindi non sapevo se restare fedele alla struttura inglese. Invece mi sono sentita molto soddisfatta della traduzione di certi avvenimenti storici, raccontati in uno dei diari a me affidati, in quanto penso sia la parte di traduzione che ho reso meglio, poiché mi sembrava scorrevole, nonostante la “pesantezza” dei contenuti.

Zontone Sara

Ho apprezzato molto il lavoro di traduzione del libro Freedom Writers. Solo svolgendolo mi sono resa conto di quanto fosse difficile tradurre, nonostante sia un lavoro dato spesso per scontato (quando si legge un romanzo tradotto non si pensa mai alla fatica del traduttore…). Ciò che sicuramente mi ha causato più problemi è stato rendere in modo credibile le emozioni espresse nei diversi diari in un’altra lingua, ma trovare una soluzione a tali problemi è stato molto appagante. Questa esperienza mi ha inoltre aiutata ad espandere gli orizzonti e a considerare la traduzione come un eventuale futuro sbocco professionale.

Francardo Francesco

Il laboratorio di traduzione intrapreso oramai da due anni è stato fonte di grandi soddisfazioni costate però grande fatica. Prima su tutte è stata l’idea di lavorare per qualcosa di grande come tradurre un libro inedito dall’inglese all’italiano, unita alla voglia di fare qualcosa di utile per un gran numero di persone: da ciò deriva dunque un grande senso di responsabilità, che accomuna tutti i traduttori: quella di riuscire a riportare in modo efficace nella loro lingua lo spirito, il messaggio e lo stile dell’opera originale. Altra soddisfazione è stata l’operazione stesa del tradurre: posso dire di aver appreso un’abilità nuova, che difficilmente in altre occasioni avrei potuto sviluppare, imparando soprattutto ad analizzare il testo originale con gli occhi attenti di un traduttore.

Costanza Carlotta

Alla notizia «tradurrete il libro The Freedom Writers rimasi impietrita ma anche felice. Per la prima volta una professoressa dedicava così tante attenzioni a noi e pensava al nostro futuro in maniera concreta. Questo progetto però sarebbe durato tre anni, «tre anni per tradurre dei diari? Io ci impiegherò massimo un mese». Trascorso quel primo mese avevo tradotto solamente due frasi… sorgevano i primi dubbi, la pigrizia e lo scoramento.
Le traduzioni non mi soddisfacevano, ma dovevo andare avanti, magari avrei trovato una soluzione migliore in futuro. In realtà neanche dopo la correzione della professoressa alcune frasi rispecchiavano l’originale. Impossibile trovare una frase o parola che esprima il concetto. Ci stiamo impegnando e chissà che prima o poi in qualche libreria vedremo questo nostro lavoro finito.

Fabris Federica

Ho sempre considerato la professione di traduttore affascinante. Per qualche strano motivo, nel momento in cui la nostra professoressa ci ha proposto questo laboratorio, mi è ritornato in mente quando alle elementari arrivava il fatidico giorno del “dettato”: tutti i bambini ansiosi di sapere quale testo, racconto dovranno scrivere accuratamente, ma nello stesso tempo impazienti di dimostrare quello che riescono a fare. Alla fine questo progetto l’ho accolto con questo atteggiamento: inizialmente ero spaventata, non mi ritenevo all’altezza di poter tradurre un testo già pubblicato, già tradotto e soprattutto abbastanza famoso, considerando oltretutto i miei voti in inglese dell’anno scorso; ma traducendo diario dopo diario, frase dopo frase, mi sono ricreduta, e ho rivalutato questa professione. Molte persone potranno pensare che non sia così difficile tradurre da una lingua straniera alla propria lingua madre, alla fine i vocaboli sono sempre quelli, non li si può inventare; invece, se si affronta un’esperienza del genere, si scopre che esistono migliaia di sfumature di significato per ogni parola, che, se utilizzate male, possono cambiare totalmente il senso della frase o del discorso.

Lago Stefano

In questa originalissima esperienza di traduzione, insolita per il mondo dell’istruzione italiana, in cui noto una preponderante attenzione per la letteratura che implica, inevitabilmente, una minor attenzione per l’aspetto linguistico, tecnico, grammaticale e della pronuncia, ho potuto appurare come il lavoro del traduttore sia “crudele”: infatti, non solo deve immedesimarsi nella storia e nei personaggi che traduce, ma anche pensare a quello che sarà il suo pubblico, ovvero il lettore. Questa è fondamentalmente la maggiore difficoltà che ho riscontrato in questo percorso e progetto didattico: la difficoltà di scegliere tra la fedeltà al testo, allo stile e al contenuto originale e una resa più vicina, sebbene non fedele alla cultura originale del racconto, al mio ipotetico pubblico connazionale. Per esempio, più e più volte mi sono chiesto se occorresse mantenere il linguaggio scurrile adottato da questi ragazzi, abituati a una convivenza non facile tra diverse etnie, oppure scegliere un linguaggio più “letterario”. Mi rendo conto che qualcuno, istintivamente, prediligerebbe la prima scelta, ma, a parer mio, non è così scontato. Chi mi assicura, infatti, che un linguaggio forte non distolga troppo l’attenzione, in un pubblico soprattutto giovanile, da quelle che sono le tematiche fondamentali, benché celate nel testo e, in più, che tale linguaggio non lo disturbi? Questo è il dubbio che mi ha afflitto parola dopo parola, frase dopo frase, diario dopo diario, in questa avventura linguistica.

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