La centralità dei poeti-traduttori: la rivista «Testo a fronte»

A COLLOQUIO CON FRANCO BUFFONI

di Franco Nasi

LA CENTRALITA 1Franco Buffoni è poeta e traduttore. Insegna critica letteraria e letterature comparate all’Università di Cassino. Fin dalla fondazione, nel 1989, dirige la rivista sulla teoria e pratica della traduzione poetica «Testo a fronte» e dal 1991 cura i biennali «Quaderni italiani di poesia di contemporanea».

La rivista «Testo a Fronte. Semestrale di teoria e pratica della traduzione letteraria», da lei fondata assieme a Emilio Mattioli e Allen Mandelbaum, ha da poco pubblicato il cinquantesimo numero. Venticinque anni d’intensa attività che l’hanno vista dirigere senza interruzioni la rivista. Ho qui il primo numero. Tornerò nella nostra conversazione spesso alla Premessa che lei scrisse allora, non con un intento storiografico, ma per vedere se gli obiettivi e le ragioni dichiarati nell’ottobre del 1989 sono ancora condivisibili, e per misurare alla luce di quelle parole i cambiamenti nel frattempo avvenuti nella teoria della traduzione e nel mondo editoriale. Ma prima una curiosità sulla copertina. Nel logo della rivista ci sono, in silhouette, due profili che si fronteggiano e che ricordano l’immagine ambivalente dei profili e del calice della Gestalt, e una terza testa eccentrica rispetto alle altre due, che si muove in altra direzione. Ci può aiutare a comprendere meglio la scelta di questa immagine?

Quando uscì il primo numero della rivista c’era da parte di alcuni un certo scetticismo. Il primo editore, Guerini e Associati, si domandava per quanti numeri avremmo avuto materiali, perché l’argomento, secondo lui, si sarebbe presto esaurito. Evidentemente si sbagliava: dopo 26 anni e più di cinquanta numeri siamo ancora qui.

LA CENTRALITA 2Il significato del logo. Fu Carlotta Cernigliaro, una bravissima designer milanese, che lo concepì, rispondendo alla nostra esigenza di raffigurare che cosa sia il “testo a fronte”. I due profili che si guardano rappresentano l’autore del testo e il traduttore. La rivista partiva dall’impostazione teorica che la traduzione fosse un incontro tra due poetiche, quella del traduttore e quella del tradotto. Alla nozione di poetica, nel corso degli anni, se ne aggiunsero altre, ma quella dell’incontro poietico rimane un punto teorico fondamentale. La terza testa che si distacca e va in altra direzione è il testo tradotto che acquisisce una propria autonomia e dignità estetica.

Nella Premessa del 1989, si legge che la rivista intende non solo occuparsi di «indagini filologiche sulle traduzioni storiche» o di «teorie del tradurre», ma anche informare «sui lavori in corso dei traduttori italiani di poesia e prosa poetica. Particolarmente verrà seguita l’opera dei poeti-traduttori». Perché questa centralità dei poeti-traduttori?

«Testo a fronte» nasce come una rivista di poesia e di riflessione teorica. Negli anni ottanta cercavo un denominatore comune fra le due branche del mio operare nel mondo letterario: da un lato ero ricercatore, poi professore associato, in una facoltà umanistica, e dall’altro ero un poeta: avevo già pubblicato nel 1978 su «Paragone», presentato da Giovanni Raboni, nel 1979 la mia prima raccolta in un collettivo della Guanda e nel 1984 la seconda silloge I tre desideri per San Marco dei Giustiniani, nuovamente prefata da Raboni. Queste due attività però procedevano su binari paralleli e non s’intersecavano. L’incontro con Emilio Mattioli, professore di estetica e uno dei massimi studiosi di teoria della traduzione in Italia, fu per me determinante e mi permise di trovare il denominatore comune che cercavo. Avvenne negli anni di preparazione al convegno La traduzione del testo poetico, che si tenne all’università di Bergamo il 3 marzo 1988. Ricordo molto bene la data perché proprio in quel giorno compivo 40 anni. Erano anche gli anni in cui mi sarei dovuto preparare per ottenere l’ordinariato in anglistica, ma anziché lavorare per il concorso andò a finire che feci un “dottorato” in estetica sotto la guida di Emilio Mattioli. Non fu un vero dottorato, con l’attestato formale, ma lo fu nella pratica. Questo “dottorato” in estetica mi portò ad affrontare problematiche che prima non erano state oggetto dei miei studi, anche se conoscevo bene Anceschi, maestro della scuola neofenomenologica di Bologna in cui Mattioli si era formato. In quegli anni lavorai molto su questioni di estetica, di poetica e di traduttologia. Nonostante questo, l’ordinariato di anglistica me lo diedero lo stesso, nel 1993.

Dopo quel periodo era ovvio che il mio sguardo fosse rivolto soprattutto alle poetiche e ai poeti-traduttori, in particolare a quelli delle generazioni che mi avevano preceduto, a partire dalla grandiosa generazione dell’ermetismo fiorentino. Da allora sono passati venticinque anni, è scomparsa la generazione di poeti a cui allora mi rivolgevo, ed è apparsa una nuova generazione di poeti-traduttori a cui ora mi rivolgo. Così ho smesso di imparare dai miei maestri e adesso imparo da chi è più giovane di me.

Si può imparare a tradurre la poesia?

Se non c’è disposizione non si può imparare a fare il tennista o l’alpinista o qualunque altra attività: la sola pratica non può bastare; però diciamo che si possono apprendere delle tecniche e soprattutto si può imparare a cogliere lo spirito di un’attività. Per esempio, una cosa molto importante, e torno alle questioni di poetica, fu per me studiare quanto avvenne tra poeti-traduttori e traduttori-poeti nel gruppo fiorentino fra Luzi, Bigongiari, Parronchi, che scrivevano poesia, e Macrì, Bo, Baldi, Traverso, Poggioli: studiosi che traducevano poeti russi, spagnoli, francesi, inglesi, tedeschi ecc. Ora Luzi, Bigongiari, Parronchi scrivevano poesia, ma leggevano i più grandi poeti stranieri tradotti dai loro amici, e li leggevano quando ancora non erano stati pubblicati. Per contro questi traduttori forgiavano la loro poetica in traduzione sui colleghi poeti loro coetanei che frequentavano quotidianamente alle Giubbe Rosse. Si può parlare in questo caso di una poetica di gruppo. Naturalmente non tutti sono così fortunati da essere parte di gruppi tanto coeso di poeti-traduttori (perché anche Luzi e Bigongiari traducevano) e traduttori-poeti, con un interscambio talmente vivo da poterci permettere a distanza di ottant’anni di parlare di una poetica di gruppo, fatta di tanti punti d’incontro e di affinità. Ma quello dell’ermetismo fiorentino è un esempio molto alto, nitido, netto di come si potrebbe lavorare.

Un altro esempio, a me più vicino nel tempo e nello spazio, riguarda la situazione della poesia e della critica a Milano negli anni cinquanta e primi sessanta. Lì operavano scrittori che ho conosciuto bene, da Sereni a Erba, da Tadini a Bianciardi. Un toscano quest’ultimo, che venne a Milano e scrisse La vita agra che rimane il documento più alto sulla vita di un traduttore. In quella Milano di Brera nasce la lingua di Dario Fo, l’ultimo premio Nobel che abbiamo avuto per la letteratura italiana (e chissà per quanto tempo non ne avremo altri). Ecco, la Milano di Brera è un altro di quei momenti, secondo me, che produce una poetica di gruppo, anche se gli autori coinvolti non ne erano del tutto consapevoli.

Ancora, sull’insegnamento della traduzione poetica. Mi compiaccio molto che a differenza di venticinque anni fa si parli molto di più di traduzione anche all’università. Essere riusciti a ottenere che la cattedra di Lingua e letteratura inglese sia diventata due cattedre, una di Lingua e traduzione inglese e l’altra di Letteratura inglese, e così per le altre lingue, è stato un ottimo risultato. Però noi vecchi ordinari di lingua e letteratura, bene o male tenevamo tutto assieme. Invece adesso questa distinzione produce situazioni imbarazzanti. A volte la cattedra di lingua e traduzione capita nelle mani di persone che di letteratura non sanno nulla.

Mentre mi compiaccio che finalmente l’università si occupi di traduzione, devo dire però che molto spesso i corsi di traduzione sono rivolti all’editoria, hanno l’editoria come unico punto di riferimento. Per esempio i convegni annuali che si tengono a Urbino. Trovo che sia pernicioso vedere la traduzione in un’ottica esclusivamente editoriale. La traduzione editoriale, per esempio, boccia Bianciardi negli anni cinquanta perché è troppo toscaneggiante, e lo boccerebbe allo stesso modo anche oggi. E questo è inevitabile: è nel DNA della traduzione editoriale volere traduzioni pastorizzate, traduzioni che rispondano a determinati criteri stabiliti dalla segretariètte (con la e aperta milanese, come diceva scherzando Bianciardi). La poesia invece va avanti proprio perché c’è qualcuno che rompe i canoni, che rompe le tradizioni consolidate, e lo fa scrivendo poesia. E lo fa traducendo poesia. Seamus Heaney si proponeva: «Farò ingurgitare alla poesia inglese cose che non ha mai mangiato prima, ma alla fine dovrà pur sempre restare lirica inglese». E alla fine quello che Heaney scrive resta lirica inglese, ma intanto quella tradizione poetica ha mangiato cose che non aveva mai mangiato prima. Il nostro concetto di traduzione (e quando dico nostro intendo mio, di Mattioli, di Anceschi) sostiene che il traduttore abbia la stessa dignità del tradotto, e abbia il diritto di sperimentare allo stesso modo. Se il traduttore non può sperimentare solo perché l’editoria ritiene off limits qualunque tipo di sperimentazione, allora non si avranno che umili personcine ricattate (che devono per forza rigare dritte). Rivendico per «Testo a fronte» la possibilità teorica di potersi occupare di traduzione a tutto campo. I colleghi che si occupano esclusivamente di traduzione per l’editoria fanno un onesto lavoro. Ma alla letteratura serviamo (anche) noi.

Oltre alla rivista, lei è stato capace anche di dar vita a due collane importanti: «I Testi di Testo a fonte», e «I Saggi di Testo a fonte». In questa seconda collana sono usciti studi fondamentali come quelli di Apel sul movimento del linguaggio, di De Carli sull’avantesto, e i volumi ormai canonici da lei curati: Ritmologia e La traduzione del testo poetico, tutti lavori imprescindibili per chi si occupa di traduttologia e che indicano chiaramente un’idea di traduzione, o almeno alcuni punti teorici centrali della sua idea “soft” di traduzione.

Oltre alla nozione di poetica, di cui ho detto, altri concetti chiave, che si sono venuti delineando nel tempo, sono l’avantesto, l’intertestualità, il movimento del linguaggio nel tempo e il ritmo. Di tutti questi parlo in modo analitico in un mio volume che non è nel catalogo di «Testo a fronte», ma che è stato pubblicato nel 2007 da Interlinea e che nel 2016 uscirà in una nuova edizione accresciuta. Il libro si intitola Con il testo a fronte. Indagine sul tradurre e l’essere tradotti.

La nascita invece delle due collane è legata a una ragione molto banale e molto pratica. Umberto Eco ci dedicò all’uscita del primo numero di Taf una Bustina di Minerva, una puntata della sua rubrica sull’«Espresso» allora molto seguita. Questa “bustina” portò inaspettatamente 400 abbonamenti, un numero importante per una rivista di letteratura. Naturalmente questo attivo fu subito ributtato sulle due collane. In particolare nella collana «I testi», quella che si occupa direttamente di poesia, meno collocabile accademicamente; mentre l’altra, «I saggi», poteva avere un suo mercato nelle adozioni universitarie.

Se c’è questa gratitudine nei confronti di Eco per quanto attiene alla “bustina di Minerva” che ha propiziato la nascita delle due collane, con la stessa onestà riconosco che poi mi trovo su una lunghezza d’onda completamente diversa rispetto all’Eco che non si è mai occupato di teoria della traduzione e che purtroppo ne ha parlato con risultati molto deludenti. Il concetto di contrattazione che lui pone come centrale in Dire quasi la stessa cosa, direi che è piuttosto rozzo e certamente non all’altezza di uno studioso come Eco. Trovo che sia stato un tonfo notevole essersi occupato in quel modo di traduzione. E purtroppo – data anche la notorietà del personaggio – è stato il libro sulla traduzione che ha avuto maggiore eco anche tra i nostri studenti. È un libro che io sconsiglio sempre, perché porta fuori strada. Il fatto che lo consiglino certi insegnanti mi intristisce molto, perché in quel libro manca totalmente la riflessione teorica sul tradurre. Personalmente ero un sostenitore di Eco. Sono convinto che il Trattato di semiotica sia stato essenziale per la cultura italiana e non solo. Credo anche che Eco abbia scritto uno dei più importanti romanzi illuministici del Novecento, Il nome della rosa. Gli do atto di tante cose, ma la teoria della traduzione, mi dispiace, non gli piace, non gli interessa, non la capisce, e quindi ritengo che con quel libro Eco abbia fatto solo dei danni. Non si può dire, tanto per citare una sua frase: «Sto parlando naturalmente delle traduzioni, perché Shakespeare è lì e non cambia, rimane quello». Qualunque persona che abbia letto Il movimento del linguaggio di Apel sa quanto ogni testo si sposti nel tempo. Ma a parte questo, Eco va a prendere proprio l’esempio meno adatto: se c’è un autore che si sposta già di suo è proprio Shakespeare, di cui non abbiamo alcun manoscritto. Se uno studente della laurea magistrale mi venisse a dire queste cose, lo metterei alla porta.

L’opera di promozione della poesia della collana «I testi» è ben nota. È un’opera che si occupa, da una parte, di poesia in traduzione e, dall’altra, di poesia in lingua italiana, in particolare con i dodici «Quaderni» di poesia contemporanea, pubblicati a partire dal 1991, che hanno permesso a molti di leggere per la prima volta autori che poi si sono affermati, come Dal Bianco, Riccardi, Damiani, Vezzali, Zuccato, solo per citarne alcuni apparsi nei primi quaderni. La poesia in traduzione segue due direzioni: ci sono libri di traduzione di poesie dalle lingue straniere in italiano (antologie di poesia basca, austriaca, svedese, inglese, francese), ma anche raccolte di poesia italiana contemporanea tradotte in altre lingue come arabo, ebraico, portoghese, cinese, spagnolo, russo. Potrebbe parlarci di questi volumi da lei curati?

Questa serie di antologie della poesia italiana vivente con traduzione in varie lingue nasce da un accordo con il ministero degli Esteri e il ministero dei Beni culturali. Quando l’Italia era ospite d’onore nei saloni del libro di Mosca o di Tunisi, i ministeri sponsorizzavano il volume che aveva una funzione di biglietto da visita della poesia italiana. Ci furono alcune presentazioni memorabili, come quella al centro interreligioso di Haifa, dove vennero presentate insieme l’edizione araba e l’edizione ebraica dell’antologia. Essere riusciti a portare la nostra poesia in quel territorio, molto sensibile da molti punti di vista, è stata una cosa per me importante. Adesso sto preparando l’edizione inglese, che avrà una funzione completamente diversa: quella di far circolare in modo ancora più ampio la poesia dei poeti italiani viventi. Con l’edizione inglese, che non è preparata per un’occasione particolare, si potrà andare in tutti i saloni del libro (e non solo) da Stoccolma a Città del Capo. Sarà diversa anche nella composizione perché non avrà i testi in italiano ma solo in traduzione inglese. È un hors catégorie rispetto alle altre sei antologie pubblicate. Non avere il testo originale, per il direttore di una rivista come «Testo a fronte», è una incoerenza, una contraddizione interna, però bisogna anche capire quali sono le finalità per cui si fanno le cose e quali le disponibilità: un’antologia di 250 pagine con 40 autori era possibile, di 400 pagine no. Siccome le mie antologie presentano solo poeti viventi, il sommario è andato cambiando nel corso degli anni. Le prime antologie avevano ancora in sommario Luzi, Raboni, Giudici, Zanzotto. Poi sono entrati poeti più giovani, fino a quelli inclusi nei primi «Quaderni». In questo modo si capisce anche la circolarità e la coerenza del lavoro sulla poesia vivente.

Sarà sempre il ministero a finanziare questa antologia in traduzione inglese?

Ormai il ministero non finanzia più nulla. Sarà la FUIS, la Federazione unitaria italiana scrittori, a promuovere questa antologia.

La rivista prevede uno spazio per traduzioni di poesie da varie lingue, sempre, naturalmente, con testo a fronte, senza apparato critico. Come vengono scelti questi testi? C’è una linea poetica? Vengono dati consigli sulle strategie traduttive? Sulle scelte degli autori da tradurre? Sono i traduttori a fare proposte?

Un po’ di tutto questo. Noi non privilegiamo soltanto i poeti noti e i traduttori noti. Abbiamo aperto porte e finestre anche ai giovani; molti di quelli che pubblicavamo 15 o 20 anni fa oggi si sono fatti un nome. È un po’ come la storia dei poeti dei «Quaderni»: anche seguire giovani poeti-traduttori dà soddisfazione. C’è una totale disponibilità da parte nostra ad accettare la proposta dell’esordiente. Anche nelle giurie dei premi letterari in cui sono presidente, come il premio Marazza, a Borgomanero, o a cui partecipo, come il Benno Geiger di Venezia, ho insistito perché ci fosse la sezione dei giovani traduttori, in particolare di poesia. Come si sa, la traduzione di poesia è pagata poco e male.

Per quanto riguarda la rivista: tendenzialmente dal punto di vista tecnico, chiedo sempre ai giovani di propormi autori mai tradotti in precedenza, meglio se viventi. Non importa la lingua da cui si traduce, purché non siano i soliti autori già più volte tradotti. È rarissimo che su «Testo a fronte» presenti un giovane che traduce Emily Dickinson. Non che non si possa avere una buona, nuova traduzione della Dickinson. Però io ai giovani cerco sempre di consigliare di lavorare su nuovi autori. È un comodo scivolo fare il “traduttor dei traduttori”, magari conoscendo poco la lingua di partenza e poetando in arrivo. È un esercizio che io non voglio assolutamente promuovere. Consiglio sempre ai giovani di prendere in considerazione poeti non dico proprio loro coetanei, ma almeno quelli della generazione appena precedente: un traduttore trentenne scopre un poeta quarantenne, gli piace, conosce quella lingua di partenza, e traduce quel poeta. Tra l’altro è l’esperienza che ho fatto io stesso negli anni settanta: quando avevo trent’anni ho tradotto Seamus Heaney , che ne aveva quaranta. Aveva un senso perché allora non lo conosceva nessuno. Questo è l’esercizio che secondo me va incoraggiato. Ma bisogna conoscere bene la lingua di partenza.

Torno alla Premessa. Si legge che era intenzione della rivista seguire «l’opera dei poeti traduttori, in stretto contatto di collaborazione con i più autorevoli editori italiani (una autorevolezza, naturalmente, qualitativa)». Era il 1989 e il mercato editoriale allora era molto diverso.

Le cose sono cambiate nella misura in cui sono cambiate le nuove tecnologie. È chiaro che non si può ignorare la rete e tutto ciò che comporta. I primi numeri di «Testo a fronte» fino alla metà degli anni novanta venivano composti in tipografia, con tutte le bozze da correggere, i compositori che potevano comporre qualunque cosa: è evidente che c’è stata un rivoluzione copernicana nell’editoria, come c’è stata un rivoluzione copernicana anche nella ricezione della poesia e della traduzione. Non si può non tenerne conto. La rivista continua a uscire in cartaceo perché ha sempre avuto una università alle spalle, che, fino a quando io sono stato direttore di dipartimento a Cassino, è stata quella università, poi è diventata la IULM di Milano, con il rettore che ha capito l’importanza della rivista e l’ha adottata come prodotto di ricerca della suo ateneo (dove per altro insegna il mio primo allievo e capo redattore della rivista, Edoardo Zuccato). Oggi «Testo a fronte» va con le sue gambe, ha cambiato anche veste grafica, ma non il logo. Certo non sono così cieco da non capire che se la rivista nascesse oggi andrebbe solo in rete. Andiamo avanti con il cartaceo perché abbiamo uno zoccolo duro di abbonamenti, perché c’è una tradizione. E fino a che le condizioni lo permettono, proseguiamo, ma ci rendiamo conto che il futuro di una rivista così è la rete.

Quell’“autorevolezza qualitativa” di alcuni editori di cui parlava nella Premessa, garantiva forse una certa selezione e cura anche delle traduzioni, selezione e cura che oggi forse non esiste più, vista la grande facilità di pubblicare cose in rete.

Io parlerei di un grande setaccio, uno staccio, come con le streghe di Macbeth, che funziona anche per la poesia. Fino a quindici, vent’anni fa, anche per i giovani poeti, lo staccio era rappresentato dalle riviste cartacee. C’erano riviste di poesia più autorevoli, meno autorevoli, e poi un c’era un gruppettino di poeti che si faceva la propria rivista, che magari durava due anni, tre anni. E questo garantiva una costante selezione, un setaccio per l’appunto. Si vedeva che cosa usciva e a mano a mano che le maglie dello staccio si riducevano, rimanevano i nomi più significativi, alcuni dei quali, per la generazione dei nati negli anni sessanta, sono quelli ricordati prima. Lo stesso potrebbe dirsi per le traduzioni delle poesie straniere, soprattutto dei poeti contemporanei. Le piccole case editrici avevano anche questa funzione, pensiamo a Scheiwiller, a Guanda, e poi a Crocetti, a Marcos y Marcos e a tanti altri. Tutto questo oggi non è che non si possa più fare, lo si fa ancora. Per esempio, presso la Fondazione Piazzolla (che aveva pubblicato la mia traduzione delle poesie scelte di Heaney vent’anni fa), è appena uscito su mio suggerimento William Cliff, che è un poeta belga francofono, molto ben tradotto da Fabrizio Bajec, uno degli autori scelti per i «Quaderni» una decina di anni fa. Non è quindi che i piccoli editori di qualità non pubblichino più poesia in traduzione. I siti, i blog però permettono una dinamicità estrema, e per il 70 per cento oggi quel setaccio lo mettono in moto loro. Naturalmente si vedono anche cose brutte, raffazzonate, tirate via, ancora più che con il vecchio cartaceo. Che il setaccio deve spazzare via.

Sempre nella Premessa scriveva: «Un obiettivo: se è vero che poesia principalmente consiste in ciò che in traduzione va perduto, ebbene nessuna illusione di riuscire a far sì che ‘meno’ vada perduto, ma molta tensione per dimostrare esteticamente come ciò avvenga».

Posso sottoscrivere questo proposito assolutamente anche oggi. D’altronde, quando scrissi questa frase era il momento in cui ero impegnato col “dottorato” di estetica.

Se leggiamo le ultime riflessioni sulla traduzione, si ha l’impressione che la poetica o l’estetica siano state messe ai margini, mentre diventa sempre più preponderante l’attenzione rivolta all’etica della traduzione, alla politica della traduzione. È una falsa impressione?

È sotto gli occhi di tutti che una disciplina come la filosofia estetica è sempre di più messa ai margini del mondo accademico a favore della teoria della letteratura. Probabilmente usciremmo dal nostro argomento se ci soffermassimo su questo punto, però mi sembra un dato di fatto oggettivo. Io sono ancora figlio di estetica, critica e poetica, e sono decisamente contrario a questa marginalizzazione dell’estetica. Come insegna l’ermetismo fiorentino, critico e poeta sono in costante dialogo tra loro, e lo sono in modo costruttivo. Il filosofo dell’estetica vede questo dialogo, lo giudica, lo valuta, lo soppesa e produce il canone. Questa, in estrema sintesi, è la mia posizione. Con la nuova impostazione accademica che pone al centro la teoria della letteratura, tutto cambia. Io non sto dicendo che non mi piaccia la teoria della letteratura, sto dicendo che questa impostazione può procurare anche gravi danni. Peraltro, la globalizzazione ha cambiato le cose, ha cambiato anche noi, e da buon fenomenologo, o meglio neo- fenomenologo, non posso non capire anche queste ragioni.

Un’ultima domanda non su Franco Buffoni traduttore o traduttologo, ma poeta tradotto. Ho visto che un libro importante come Il Profilo del Rosa è stato tradotto in inglese da un traduttore noto e autorevole come Michael Palma. Che relazione ha avuto con il traduttore?

Al Traduttore tradotto ho dedicato uno dei capitoli del libro in uscita da Interlinea Con il testo a fronte, perché è un’esperienza importante. Michael Palma è uno dei traduttori più bravi che mi sia capitato di incontrare, assieme a Bernard Simeone per il francese. Bernard purtroppo è morto a 44 anni. Quella scomparsa è stata un disastro, oltre che per la sua esistenza, anche per la poesia italiana in Francia, dove ha lasciato un vuoto enorme che non è stato ancora colmato. Essere tradotto da un raffinatissimo traduttore come Palma, che ha tradotto Dante, mette in imbarazzo. Ci siamo conosciuti; è venuto anche a Roma con la moglie e il figlio ed è stato un incontro molto intenso. Con Palma sei a un livello altissimo di capacità di comprensione e di lettura. E poi non dico il numero impressionante di quesiti e domande che poi mi pose via mail. Peraltro, essendo io stesso un traduttore, so benissimo che sono cose che bisogna fare, soprattutto per la poesia contemporanea. È anche per questo che esorto i giovani a tradurre poesia contemporanea. Comodo andare a tradurre ciò che ha già avuto edizioni critiche, con tutti i problemi risolti, sviscerati. Poi arrivi tu e dai il “tocco”. Fai invece qualcosa che ti metta in gioco e che ti faccia rischiare! Se no, che gusto c’è?

Michael Palma mi ha lasciato un ricordo formidabile. Però è di una lentezza spaventosa. Non puoi assolutamente metterlo di fronte a un’esigenza editoriale provvista di scadenza. Non puoi chiedere a Michael di tradurti tre poesie perché tra due settimane devi andare a Chicago all’Istituto di Cultura. Togliti dalla testa che lui possa farlo, non esiste proprio. Però le sue traduzioni a distanza di anni diventano sempre più belle.

La sua reazione quando legge le versioni di Palma delle sue poesie è di vedere fatta parola quella terza testa del logo di «Testo a fronte» che se ne va per conto suo, libera dal gioco prospettico dei due profili che si scrutano?

Certo, quando il traduttore è uno come Michael Palma senz’altro. Mi fa piacere che ci sia una terza testa. Anche perché le nostre possibilità di controllo diretto sono così limitate. La capacità di controllare le traduzione si ha su due, tre lingue, per le altre ci si può solo fidare. Io mi sentivo poliglotta quando ero giovane, perché la porzione di mondo allora visitabile era quella occidentale, e io conoscevo le lingue dell’Europa occidentale, che si studiavano allora nelle nostre università. Oggi mi sento uno squallido monolingue anche perché le lingue dell’Europa occidentale mi sembrano ormai quasi tutte uguali. Quando conosci traduttori dall’arabo, dal cinese ecc. ti rendi conto che il globo è diventato un’altra cosa. Oggi se non sai il cinese o l’arabo come fai a dirti poliglotta? E quando ti capita di vedere traduzioni in lingue di cui non conosci neppure l’alfabeto, quando quelle pagine ti sembrano al massimo delle Christmas decorations, che cosa puoi fare? Ti fidi. Ti fidi del traduttore. Speri.