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Editoria italiana e storiografia straniera nel secolo breve

LE IMPORTAZIONI NELLE COLLANE NOVECENTESCHE DI STORIA

di Gianfranco Petrillo | Solo a conti fatti, solo cioè dopo aver esaminato la massa di dati bibliografici dei testi stranieri pubblicati in italiano nel Novecento e anagrafici dei loro autori raccolta da Didi Magnaldi e da me, si è reso chiaro che l’arco temporale che di fatto andava preso in considerazione corrispondeva in buona sostanza col “secolo breve” hobsbawmiano. Anche chi non è storicista vorrà ammettere che non si tratta di una coincidenza, benché non sia il caso di soffermarsi qui su tutte le sue implicazioni. Sta di fatto che prima della prima guerra mondiale nella editoria italiana non esisteva nessuna collana destinata espressamente alla storia, e contenente quindi nella propria denominazione un termine che lo specificasse, e che, dopo gli anni ottanta, della ventina e più che nel frattempo si erano create, ne sono rimaste tre o quattro, le più vigorose, ma con caratteristiche sempre meno definite.

Le traduzioni nelle collane storiche italiane, 1922-1990

a cura di Didi Magnaldi e Gianfranco Petrillo | A parziale strumento di orientamento per il lettore nella selva di titoli che vengono citati negli articoli di questo numero monografico, si presenta qui un elenco delle traduzioni della maggior parte delle opere straniere pubblicate nelle collane dichiaratamente dedicate alla storia dalle case editrici italiane tra la prima guerra mondiale e gli anni ottanta. Esse sono suddivise appunto per collane, le quali vengono presentate nella successione cronologica della loro nascita e, in caso di interruzione, della loro ripresa.

Il traduttore universale

di Fabrizio GrillenzoniHo cominciato con una Lettera 22 (quella della foto di Montanelli, ritornata prepotentemente in auge negli ultimi tempi), ho continuato con una Lettera 44 (quella che ha dato il nome al monumento a Vittorio Emanuele III a Roma), poi, precursore, sono passato a un Commodore 64 (caratteri verdi, stampante a nastro continuo, bordi da staccare). Insomma un po’ da lontano vengo. Ho smesso per quasi vent’anni, preso da altro. No, per la verità non ho proprio smesso, perché alla soglia degli anni ottanta sono entrato nelle istituzioni europee come traduttore.

Il teatro irlandese in Italia durante la seconda guerra mondiale: traduzione e politica

di Antonio Bibbò |

pubblicato su «Modern Italy», 2019, vol. 24, n. 1, pp. 45–61, tradotto da Giulia Grimoldi e Maristella Notaristefano

Anton Giulio Bragaglia e la scena teatrale italiana all’inizio della seconda guerra mondiale

Il teatro irlandese ebbe un ruolo decisivo nella scena teatrale italiana durante la seconda guerra mondiale. Intellettuali italiani di tendenze estetiche e politiche diverse, e spesso contrastanti, riuscirono ad avvantaggiarsi dello status fluido e ambiguo della letteratura irlandese in modo da negoziare uno spazio per l’innovazione sia durante il Ventennio sia nel dopoguerra. Attingendo a risorse d’archivio poco esplorate e analizzando l’opera di mediatori culturali come Anton Giulio Bragaglia, Lucio Ridenti e Paolo Grassi in campo letterario, qui di seguito esaminerò un momento cruciale di cambiamento tanto della politica quanto del teatro italiani, sottolineando elementi di continuità tra le pratiche fasciste e quelle post-fasciste.

Evgenij Solonovič, o del superamento del pregiudizio di intraducibilità

UN GRANDE TRADUTTORE RUSSO DI AUTORI ITALIANI E LA SUA TEORIA

di Giulia Baselica |

Sono forse le parole di Ivan Kramskoj, pittore e critico d’arte russo, maestro del ritratto realista vissuto nei decenni centrali dell’Ottocento, a poter tracciare con immediatezza il profilo del traduttore e poeta Evgenij Michajlovič Solonovič, qui assimilato a quello dell’artista, come «parte della nazione che si è attribuita, liberamente e per inclinazione, il compito di soddisfare le esigenze estetiche del suo popolo» (Čast’ nacii, svobodno i po vlečeniju postavit’ sebe zadačeju udovletvorenie ėstetičeskich potrebnostej svoego narodaPorudominskij 1974, 14). Considerando la valenza etica connaturata nello spirito russo all’esigenza estetica,

Il rovescio di Vertumno

APPUNTI SU DUE TRADUZIONI DA APULEIO

di Daniele Petruccioli |

1. Versioni editoriali

Quando, nel maggio 2019, è uscita una nuova traduzione di Monica Longobardi dei Metamorphoseon libri XI, ossia le Metamorfosi di Apuleio, più note sotto il nome di L’asino d’oro, la mia prima intenzione era di scriverne al più presto. L’operazione mi interessava non soltanto perché Longobardi è filologa romanza abituata a tradurre (dai trovatori agli occitani moderni passando per Petronio: Longobardi 2008, 2009, 2014 e 2019b) e a insegnare traduzione – rientrando perciò nel ruolo un po’ ibrido, raro e molto interessante (giacché destinato, secondo me, ad affermarsi sempre più in futuro) del traduttore studioso e insegnante – ma in particolare perché Longobardi ha la particolarità di coltivare un forte interesse per i giochi linguistici (Longobardi 2006 e 2011), altra zona considerata un po’ limitrofa alla traduzione e cui invece, credo, si riconoscerà un’importanza sempre più centrale in questa nostra disciplina che è prima di tutto una pratica, in questo nostro mestiere che è innanzitutto un campo di studi e di riflessione.

Che ti dice la patria? / 3 (segue)

TERZA PARTE DELLA STORIA

di Gianfranco Petrillo |

2.5. Dunque è America che diciamo |

Erano passati tre anni da quando Thomas Mann aveva tenuto il suo discorso. Un diciassettenne liceale torinese, nel corso dell’anno scolastico 1925-1926, passò al suo compagno del d’Azeglio, Tullio Pinelli, futuro cosceneggiatore dei capolavori di Federico Fellini, un biglietto in cui esaltava Walt Whitman:

La letteratura italiana in Ungheria negli anni duemila

QUALCHE RIFLESSIONE, CON UNO SGUARDO RETROSPETTIVO AL NOVECENTO

di Margit Lukácsi |

Questa riflessione intende affrontare la questione della ricezione della letteratura italiana in Ungheria nello specchio delle traduzioni durante l’ultimo ventennio. Poiché la traduzione può essere vista come atto di mediazione interculturale, luogo privilegiato di contatto tra lingue e culture diverse, può essere importante studiare la fortuna delle pubblicazioni di opere provenienti da un’altra cultura dal punto di vista sia qualitativo sia quantitativo nell’arco di un determinato periodo, nonché il mutamento dei valori e delle valorizzazioni. La mia indagine abbraccia più o meno due decenni, gli anni duemila, quando la situazione editoriale ungherese, in conseguenza della globalizzazione, non si differenziava molto dall’andamento del mercato librario di altri paesi europei. È tuttavia interessante seguire e interpretare le singole scelte editoriali e le specializzazioni locali,

Giovanni Giudici

di Teresa Franco |

La formazione

Il nome del poeta, traduttore e giornalista Giovanni Giudici (La Spezia 1924 – Le Grazie 2011) è legato soprattutto a Milano, sua città adottiva. La sua formazione avviene, però, a Roma, dove si trasferisce dalla Liguria nel 1933, ancora bambino, e vive gli anni più drammatici della storia del Novecento. Nel «pontificio collegio» rievocato in una celebre poesia (Te Deum, in Giudici 2008, 396-400) compie parte degli studi, e nel quartiere popolare di Montesacro, immortalato nelle pagine di una prosa narrativa, trascorre sia l’infanzia fascista sia la giovinezza dell’impegno antifascista (Giudici 1989, 110-133).

La recensione / 3 – Il verso russo tradotto e la sua ricezione

di Giulia Baselica |

A proposito di: Alessandro Niero, Tradurre poesia russa. Analisi e autoanalisi, Macerata, Quodlibet, 2019, pp. 378, € 28,00

Studioso e docente di letteratura russa all’Università di Bologna, autore di numerosissimi contributi sulla riflessione traduttologica traduttore, non soltanto, ma soprattutto, di poesia russa (Stratanovskij, Fedin, Sluckij, Prigov, Kropivnickij, Ryžij, Cholin e altri), con il volume Tradurre poesia russa. Analisi e autoanalisi Alessandro Niero apre una nuova via negli studi traduttologici.